Visualizzazione post con etichetta competizione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta competizione. Mostra tutti i post

mercoledì 25 settembre 2024

DISARMARE LA COMUNICAZIONE


 “Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori” è il tema scelto dal Papa per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2025, reso noto oggi: invece di aggressività e volontà di dominio prevalga la diffusione della speranza

 


-Alessandro De Carolis - Città del Vaticano

 La parola “a mano armata” è sempre esistita in certo tipo di informazione. In ambito politico, sociale, economico. Schierata sul fronte di un’opinione, una ideologia, e in guerra contro le idee avversarie, chiuse in un angolo da argomentazioni che non lasciano spiragli di confronto. Da anni il Papa sta componendo invece un mosaico per una comunicazione “più umana” e il tema per la Giornata mondiale 2025 - reso noto oggi dalla Sala Stampa vaticana - aggiunge un tassello, con un titolo che suona come un appello ai professionisti del settore: “Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori”.

No al "paradigma della competizione"

In una nota si precisa che il tema scelto per il prossimo anno si sofferma sul fatto che “oggi troppo spesso la comunicazione è violenta, mirata a colpire e non a stabilire i presupposti per il dialogo”. Necessario è dunque, si legge ancora, “disarmare la comunicazione, purificarla dall’aggressività”, andando “dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social”, dove “il paradigma che rischia di prevalere è quello della competizione, contrapposizione e volontà di dominio”.

 Un messaggio credibile

La comunicazione cui Francesco invita è improntata alla speranza e per i cristiani, afferma la nota” la speranza “è una persona ed è Cristo”. Questo tipo di comunicazione, si sottolinea, “è sempre legata ad un progetto comunitario; quando si parla di speranza cristiana non si può prescindere da una comunità che viva il messaggio di Gesù in modo credibile a tal punto da far intravedere la speranza che porta con sé, ed è capace di comunicare anche oggi la speranza di Cristo con i fatti e con le parole”.

 

Vatican News

Immagine

 

 

 

 

 

martedì 21 maggio 2024

UNA DIDATTICA EFFICACE


 L’educazione comunque la guardiamo, da qualsiasi punto di vista, che sia scolastico, extrascolastico o familiare, è sempre cambiamento.



INTERVISTA a Roberto Farnè

 Cosa vuol dire essere insegnanti oggi? Ne abbiamo parlato con il Professor Roberto Farnè, Già professore ordinario in Didattica generale, è ora docente a contratto per l’insegnamento di “Pedagogia del gioco e dello sport” nel corso di laurea in Scienze motorie, presso il dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita dell’Università di Bologna.

 

-        di Fabio Gervasio

 Professor Farnè, cosa vuol dire essere insegnanti oggi e come è cambiata questa professione nel tempo?

 La professione nel tempo è cambiata perché sono cambiati i tempi, ovvero è cambiata la scuola e sono cambiati i bambini. Da questo punto di vista quando sento dire che la scuola è in crisi, che l’educazione è in crisi, rispondo sempre che la scuola è fisiologicamente in crisi, perché è chiamata a gestire dei processi di cambiamento. La parola crisi va vista nel suo significato autentico, vuol dire passaggio, cambiamento, e quindi come tale non mi aspetto mai che la scuola sia una realtà tranquilla dove tutto funziona, dove tutto va bene. Poi ovviamente la scuola deve funzionare, per cui ci sono criticità che vanno affrontate e risolte perché rendono la scuola disfunzionale, ma che non sono la dimensione di crisi che significa lavorare per attivare dei processi di cambiamento.

 L’educazione comunque la guardiamo, da qualsiasi punto di vista, che sia scolastico, extrascolastico o familiare, è sempre cambiamento. Un bambino entra a scuola a sei anni che non sa leggere e scrivere e qualcuno glielo insegna ed acquisisce queste competenze, questo è un processo di cambiamento che come tale esige anche sforzo, fatica e impegno. I cambiamenti non sono mai piacevoli, l’importante è come vengono fatti vivere, la competenza pedagogica è proprio quella di gestire i cambiamenti nei processi educativi, rispettando però i diritti dell’infanzia, in modo che questi cambiamenti diventino formativi, cioè, aiutino la persona fin dall’infanzia a definire la propria formazione, il proprio essere.

 Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione che presenta delle criticità, delle difficoltà, che non erano quelle di 50 anni fa. Se solo pensiamo ai cambiamenti che sono avvenuti nell’arco di un paio di generazioni, possiamo vedere che queste criticità toccano in maniera significativa la figura dell’insegnante che oggi è una figura che presenta delle difficoltà probabilmente perché fa fatica a gestire dei processi educativi di cambiamento che hanno delle caratteristiche molto particolari, ad esempio chi poteva immaginare 50 anni fa che i social network, le tecnologie ed internet sarebbero stati fenomeni così invasivi nella vita quotidiana, quali sfide pongono queste tecnologie all’educazione e quindi la scuola come deve porsi, l’insegnante come deve porsi, con un atteggiamento di accettazione o di rifiuto, di negazione?

 Tutti questi aspetti oggi mettono l’insegnante di fronte a delle scelte che, come ho detto, fanno parte di quella che è la fisiologica crisi della scuola nel gestire i cambiamenti dei processi educativi, ma le risposte di oggi non le possiamo trovare nel passato, queste risposte l’insegnante le deve trovare oggi, nel tempo in cui vive, e da questo punto di vista all’insegnante è chiesta non solo la competenza del tipo didattico-psico-pedagogica necessaria a fare l’insegnante, questo vale dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado, ma è richiesta anche una competenza dal punto di vista del proprio essere insegnante, che non è il fare l’insegnante, ovvero fare l’insegnante ma anche l’essere insegnante. Questo lo dico con maggiore enfasi oggi anche perché quest’anno è il centenario della nascita di Alberto Manzi che è stato un insegnante che ha guardato molto alla dimensione proprio dell’essere, della sua identità professionale che andava al di là della sua capacità didattica, che pure c’era ed era molto significativa.

 Prendendo spunto dalle sue parole le chiedo come può un insegnante capire se la sua didattica è efficace?

 I modi sono diversi, uno può dire che una didattica è efficace semplicemente perché vede i bambini che imparano, ma i bambini imparano anche perché gli impongo di imparare, i bambini sono obbedienti, docili e studiano, per cui questo è sì un indicatore ma lo è in modo parziale. Possiamo dire che la didattica ha la sua efficacia nella relazione, ad esempio si può verificare la situazione di una classe dove quando c’è un certo insegnante i bambini sono attenti, partecipi, interessati e così via, mentre quando c’è un altro insegnante i bambini sono disinteressati, ribelli, indisciplinati e via dicendo, eppure la classe è sempre quella, i bambini sono gli stessi, ma questo esempio ci serve per dire che è evidente che c’è uno stile dell’insegnante che dà forma alla didattica e questo i bambini, così come i ragazzi, lo percepiscono perfettamente.

 Prima che all’oggetto dell’insegnamento, i bambini ed i ragazzi sono interessati al soggetto che insegna, cioè la figura dell’insegnante, per come si pone, è più interessante di quello che insegna, della materia che insegna. Quindi l’efficacia dell’attività d’insegnamento è molto legata ovviamente alla competenza didattica che riguarda l’insegnamento della materia, ma è legata anche allo stile, al modo di porsi, alla capacità di costruire relazioni, all’essere autorevole come insegnante, che non vuol dire essere autoritario. L’autoritarismo è patologico in educazione perché nega il dialogo, nega la relazione, impone l’autorità, l’autorevolezza, invece, è una relazione pedagogicamente positiva perché nell’asimmetria del rapporto educativo instaura comunque una dimensione dialogica e quindi è credibile per i bambini e per i ragazzi, loro si fidano dell’insegnante quando l’insegnante sa porsi con una relazione significativa ancorché autorevole.

 Lei ci ha spiegato l’aspetto legato all’efficacia della didattica, ma quanto è importante anche l’approccio attivo nella didattica?

 L’approccio attivo oggi è uno dei grandi punti deboli del nostro sistema scolastico. La nostra non è una scuola attiva, lo è molto meno di quanto lo sia in altri paesi europei dove la dimensione attiva, laboratoriale eccetera è molto più presente. Anzi, devo dire che negli ultimi 30/40 anni la nostra scuola si è sempre più passivizzata. Questo è uno dei problemi che ha la scuola oggi, questa passivizzazione che porta i bambini a stare seduti in classe per tantissime ore e a non usare il corpo, a non usare le mani, e questo fa male. Ritengo che dobbiamo riflette in maniera molto spregiudicata sul fatto che oggi la scuola crea malessere, perché ovviamente agisce sui bambini e sui ragazzi con una didattica basata molto su una pressione, come i tempi stretti, gli apprendimenti veloci, verifiche e prove di vario tipo eccetera, mentre il corpo e il movimento sono relegati a frazioni di tempo insignificanti.

 L’Italia in Europa è il paese dove a scuola si fa meno attività motoria e questo nuoce, fa male, abbiamo ricerche che dimostrano che i bambini a scuola incamerano malessere e non è la pandemia, qui non c’entra niente, è sconfortante rendersi conto che ci voleva la pandemia per capire che i bambini guadagnano in salute più stanno all’aperto e meno stanno al chiuso. È una cosa che in realtà si è sempre saputa, eppure non è bastata nemmeno la pandemia, oggi i bambini stanno chiusi e seduti, sia a scuola che a casa oppure in macchina. Cinquant’anni fa il problema non esisteva perché i bambini si muovevano, finito la scuola facevano i compiti, velocemente, e poi andavano fuori a giocare, questa era la vita normale di un bambino, che fosse in città o in campagna così era, si trovava con i suoi amici e giocavano, sviluppavano quelle competenze psicomotorie che facevano parte della normale attività di un bambino fuori della scuola. Oggi questa dimensione non c’è più, è cambiata la città, sono cambiati gli spazi, sono aumentate le ansie e le preoccupazioni su rischi e pericoli, però ci accorgiamo del danno che tutto questo provoca sui bambini.

 Abbiamo bisogno di preoccuparci di questa dimensione, perché se non la curiamo questa fa male e lo si vede nel tempo. Ognuno dovrebbe fare la sua parte, anche la scuola, in realtà oggi la scuola tiene i bambini in posizione passiva, non attiva, per moltissimo tempo, per gran parte del tempo. Faccio sempre l’esempio della scuola finlandese, che è indicata come uno dei migliori sistemi scolastici nel sistema OCSE, ebbene nelle scuole finlandesi ad ogni ora di lezione c’è un quarto d’ora d’intervallo dove i bambini possono alzarsi, girare, uscire, giocare, parlare e muoversi negli spazi della scuola, sia dentro che fuori.

 Questo non perché c’è il problema del rilassarsi o del dare sfogo ai bambini, ma perché gli insegnanti sanno, e le ricerche lo dimostrano, che quei 15 minuti liberi, di movimento, si riversano positivamente sui tempi didattici e di apprendimento successivi. Noi oggi abbiamo situazioni allucinanti dal punto di vista della condizione dell’infanzia e del diritto dei bambini, abbiamo scuole dove i bambini hanno, se va bene, 15 minuti d’intervallo nella mattinata, non possono uscire nel cortile, devono mangiare seduti nel banco eccetera. Questo non solo fa male dal punto di vista psicologico e fisico, ma va contro i diritti del bambino. Una scuola che non è attenta al benessere, nel senso dello star bene, che non si preoccupa del fatto che i bambini prima di tutto devono stare bene a scuola, è una scuola che contraddice i suoi principi e non funzionerà bene nemmeno come scuola.

 Lei recentemente ha partecipato al convegno del CPP a Piacenza e parlando della competizione ha fatto un paragone con lo sport parlando della cultura del podio, questo per dire che si parla sempre della competizione con un’accezione negativa, ma può essere utile a scuola?

 Certo che può essere utile, la competizione non è una brutta parola, bisogna anche qui sfatare dei pregiudizi e degli atteggiamenti ideologici, perché un conto è ritenere che la competizione sia un aspetto dove conta solo se sei vincitore, se arrivi primo, altrimenti sei un perdente, ma questa è una ideologia della competizione. La competizione nel suo senso autentico ha un significato molto chiaro, viene dal latino cum petere, cioè chiedere insieme.

 La competizione è un patto reciproco, è una condivisione, quando i bambini giocano competono perché innanzitutto condividono il gioco, le sue regole, gli altri compagni con cui giocare, poi ovviamente si confrontano. Ma questo non avverrebbe se non ci fosse la condivisione, ad esempio due squadre di calcio o di basket entrano in campo e certamente competono una con l’altra, ma prima di questo condividono, condividono il campo, i tempi, lo spazio, insomma condividono tutto del gioco, ovviamente nel confronto ci sarà qualcuno che vince.

 Ma attenzione, perché quel qualcuno che vince, vince grazie a chi ha giocato con lui perché, se io non gioco con te, tu non hai nemmeno la possibilità di vincere, se tu vinci è perché io ho accettato di giocare con te. La competizione è una grande scuola di vita quando è leale, ovviamente, quando è partecipativa e quando chi non vince non vuol dire che è un perdente, vuol dire che ha misurato le sue capacità con altri ed ha capito dove si colloca. Uno può essere più o meno bravo in un gioco o in un altro, così come ci sono bambini che sono più bravi in storia e meno bravi in matematica, mentre altri che sono più bravi in scienze e meno bravi in italiano e questo non crea dei problemi. Un conto è vivere la competizione come l’ideologia dell’essere vincenti, e questo è terrificante, un altro conto è vivere la competizione come il confronto nel quale tu conosci le tue capacità, a partire da una condivisione.

 Credo che questa sia la scuola della competizione, inoltre dobbiamo smetterla col pensare che lo sport sia competitivo e quindi diseducativo perché educa all’essere vincitore. La nostra cultura e la nostra civiltà nascono nell’antica Grecia che ha inventato il concetto di agonismo, la parola agonismo significa lotta, mettercela tutta, impegnarsi al massimo delle proprie capacità, e guarda caso l’antica Grecia ha inventato la competizione dappertutto. Gli antichi greci competevano non solo nell’atletismo, nelle gare atletiche, ma competevano nel teatro, nella musica, nella poesia. Se leggiamo la letteratura della civiltà greca noteremo che la competizione animava tutta quella cultura, ma oggi noi non facciamo altrettanto? In questi giorni è iniziato il festival del cinema di Cannes che è una competizione, alla fine ci sarà un film che vincerà la palma d’oro, un regista che sarà giudicato la migliore regia, un attore che sarà il migliore attore, ma non è competizione questa? Così come il festival di Sanremo è una competizione canora, c’è qualcuno che vince e c’è una graduatoria, perché non ci scandalizziamo di fronte a questo? Anche i premi letterari sono competizioni dove degli scrittori si mettono in gioco con delle opere ed una giuria decide qual è il romanzo migliore dell’anno.

 Questo per dire che dobbiamo abituarci ad una visione sana della competizione dove il confronto consente di conoscersi e di conoscere sé stessi, nella lealtà e nella correttezza. Là dove poi la competizione, invece, viene inquinata, allora questo è un altro discorso e abbiamo il dovere di smascherarla e condannarla proprio perché noi diamo alla competizione un valore alto.

 Un’ultima domanda. Siccome lei ha citato gli antichi greci, ricordo che proprio al convegno del CPP lei ha portato l’esempio del Pentatlon per dire che non bisogna per forza eccellere ma bisogna essere mediamente bravi in tutto per vincere. Ci spiega questo aspetto?

 Ho portato l’esempio del Pentatlon che era una delle gare atletiche che caratterizzava i giochi atletici dell’antica Grecia, ce n’erano molti e non solo quelli di Olimpia, le olimpiadi erano quelle più famose. Nell’ antica Grecia non c’erano i giochi di squadra, che sono nati nell’età moderna nell’Inghilterra del XIX secolo; quindi, i greci avevano delle varie competizioni come il salto in lungo, il lancio del giavellotto, del disco, la lotta eccetera, ed ognuno poteva essere un atleta eccellente in una di queste discipline, poteva essere il più bravo a correre, a lanciare e così via.

 Però poi avevano inventato anche il Pentatlon e questa la trovo un’idea geniale, vista anche dentro quella che era la filosofia dell’aretè greca, cioè l’essere il migliore e cosa volesse dire, per cui tu sei il migliore non se sei bravissimo in una cosa, ma se sei mediamente bravo in tante cose diverse. Competere nel Pentatlon voleva dire che tu competevi in cinque diverse discipline e dovevi ottenere il miglior risultato possibile in tutte e cinque; dunque, essere vincitore nel Pentatlon non voleva dire essere il più bravo nella lotta o il più bravo nella corsa, perché probabilmente il più bravo nella corsa era più bravo di te, voleva dire essere il più mediamente bravo in cinque discipline diverse.

 Questo mi porta ad una considerazione che ritengo molto bella, intanto nell’ambito sportivo il valore che ha il multisport, per cui un bambino non dovrebbe fare, almeno fino ai 10-11 anni, un solo sport, ma dovrebbe farne diversi, perché ogni disciplina sportiva, come uno sport di squadra, un individuale, uno di lotta, una disciplina atletica, sviluppa intelligenze diverse, invece purtroppo da noi un bambino inizia uno sport, come può essere il calcio o il nuoto, e fa solo quello ed è sbagliato perché dovrebbe praticare diversi sport; ma soprattutto questo è anche un indicatore pedagogico della scuola per cui un bambino è bravo non se prende nove in matematica e fra il cinque e il sei in tutte le altre discipline, ma è bravo se prende sette dappertutto, allora sì che è veramente bravo, poi certo non è il più bravo in scienze o in italiano, ma è mediamente bravo dappertutto e lui potrà fare qualunque scelta.

 Orizzonte Scuola

Immagine




venerdì 19 gennaio 2024

DOV’È LA REALTÀ?

 


-         di Italo Fiorin

 Si va a scuola non semplicemente per ‘apprendere’, ma per apprendere insieme agli altri. La dimensione sociale è nella natura stessa dell’istituzione scolastica.

Quindi, si va a scuola per imparare in un contesto di relazioni.

La dimensione relazionale non è, però, solo il contesto nel quale si apprende, ma è essa  stessa oggetto di apprendimento. Un clima competitivo incide in maniera molto diversa da un clima cooperativo, questo è evidente.

Considerare buona la condotta di chi non disturba e, non sia mai, non contesta e’ molto diverso dal promuovere comportamenti pro-sociali e incoraggiare a ragionare con la propria testa. 

Privilegiare comportamenti individualistici e competitivi non è la stessa cosa che insegnare ad apprendere cooperando e aiutandosi reciprocamente. Ritenere che studenti con situazioni per vari motivi penalizzanti (disabilità, background migratorio …) costituiscano un ostacolo per i loro compagni più dotati, propone un’idea di scuola selettiva e difensiva, nella quale i più fortunati non siano rallentati nel loro percorso scolastico.

Ma è proprio così? E’ questo il modo migliore per prepararli a ‘stare al mondo’? Che cosa perde un alunno che non è invitato a relazionarsi positivamente con gli altri, ad aiutarli e farsi aiutare, ad apprendere modalità cooperative di studio, di ricerca, di soluzione di problemi?

Che cosa perde la scuola che non sa rendersi ospitale della diversità, che inevitabilmente la abita?

La bella vignetta di Biani ci interroga. A che cosa serve la scuola? Quale è il senso dell’apprendimento? 

Che rapporto ha con la realtà?



 

venerdì 6 dicembre 2019

AIUTARE I BAMBINI - E NOI STESSI - AD ESSERE VERAMENTE FELICI

ESSERE FELICI NON VUOL DIRE ESSERE I MIGLIORI

Un proverbio Indu dice che, per essere perfettamente felici, bisognerebbe non sapere nulla della propria felicità. Il problema è proprio questo: esiste un solo sentimento umano, per quanto puro, che non sia stato sfiorato da qualche più o meno impercettibile riflessione o elucubrazione sfociata poi in ovvietà?
Ci affanniamo a porci domande su qualsiasi cosa, a chiederci come essere felici. Finiamo per trasferire il concetto della felicità in altri ambiti, come la soddisfazione di status symbol, di aspettative condivise, di convenzioni. Sarò felice se divento ricco, sarò felice se farò il bravo a scuola, sarò felice se …
Vinciamo solo se amiamo davvero
Un esempio tra tutti: la competizione dilagante. Il voto migliore, la vittoria al calcetto, il vestito “di marca”, ma anche l’Iphone ultimo modello, l’elettrodomestico di ultima generazione, la vacanza nella località di tendenza….  Si cerca di dare un valore quantitativo a ogni dimensione della felicità, quasi a soddisfare un bisogno.
A farne le spese sono soprattutto i più piccoli, che si trovano immersi in un mondo di aspettative, sia su quello che possono fare per essere felici, sia su quello che il mondo, genitori in primis, potrà fare per la loro felicità. Con risultati  favoriscono stress, invidie e gelosie, ma che si allontanano sempre di più dal vero benessere e dalla vera soddisfazione.
Cos’è la felicità? Non esiste una risposta univoca, ma è certo che si può essere felici soltanto amando ciò che si è e quello che si fa. Sin da bambini.
Quando avevo cinque anni, mia madre mi ripeteva sempre che la felicità è la chiave della vita. Quando andai a scuola, mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita”.
(John Lennon)
In questa famosissima frase è racchiusa l’essenza della felicità. Provate ad aprire il quaderno dei vostri pensieri e scrivete “Voglio essere felice”. Non chiedetevi come (ora vi spieghiamo il perché). Prima però un passo indietro: nella letteratura psicologica non esiste un concetto univoco di felicità. Martin Seligman, uno dei principali autori in materia, individua tre filoni di significato:
  • le emozioni positive e il piacere (la vita piacevole)
  • l’impegno (la vita impegnata)
  • il senso (la vita piena di significato)
Per essere felici bisogna essere in grado di portare avanti i tre obiettivi, dando un valore particolare al significato. Dare significato vuol dire apprezzare, essere grati e soddisfatti, laddove la soddisfazione nasce in primo luogo dalla conoscenza ed accettazione di se stessi.
A tutti i genitori che spesso dimenticano che bisogna essere felici, non essere i migliori, proponiamo un esercizio che si chiama “al meglio”. Provate a riflettere e raccontare un episodio in cui vi siete sentiti davvero al massimo: non migliori, non bravi, ma semplicemente desiderosi di portare avanti quel momento e quelle sensazioni in eterno.
  • Quali erano i vostri punti di forza in quel momento?
  • Eravate creativi, determinati, pazienti?
  • Cosa vi permetteva, in quel contesto, di essere così felici?
Provate a scriverlo o disegnarlo con i bambini, quasi fosse un fumetto. Diventerà il vostro poster della felicità. Ricordare quel momento vi aiuterà a tenere sempre a mente che la felicità è fatta di attimi preziosi e perderla alla ricerca di qualcosa che è solo confronto, esteriorità o, peggio, emulazione, non porta assolutamente a nulla.
Un libro per voi: “I bambini devono essere felici. Non farci felici
Nell’ambito delle riflessioni sulla felicità, ci siamo imbattuti in un bel testo di due pedagogiste, Elisabetta Rossini ed Elena Urso. Il titolo dice tutto: “I bambini devono essere felici. Non farci felici”. Non serve cercare la perfezione, ma bisogna ricordarsi di quel bambino dentro di noi che ogni tanto ci dice: “Se ti dico che ho sentito un cagnolino parlare, non dirmi che non è vero. Chiedimi cosa mi ha detto”. Potete trovarlo qui.





venerdì 31 maggio 2019

A SCUOLA: ANZITUTTO COLLABORARE, NON COMPETERE

La scuola dovrebbe essere un luogo di collaborazione e cooperazione e non un sistema competitivo. La maggior parte dei nostri insegnanti è consapevole dell’importanza della collaborazione (pur operando in condizioni materiali molto difficili), ma ci sono ancora una serie di “cattive abitudini”, talvolta involontarie, che finiscono per mettere al centro forme di competizione non opportune. In particolare, abbiamo individuato due tendenze che potremmo facilmente correggere per trasformare la didattica della competizione (presunta) in didattica della collaborazione (reale).
Il primo punto di attenzione sono le prove standardizzate (test Invalsi per cominciare): svolgere un test non significa instillare la competizione nei cuori e nelle menti dei ragazzi, ma unicamente rilevare dati uniformi sul territorio nazionale; questa è un’esigenza legata alla pianificazione di politiche ed interventi educativi, non ha nulla a che vedere con la competizione tra studenti. Eppure, la percezione comune è quella di una sorta di gara tra scuole e tra alunni. Se riuscissimo a cambiare questo stereotipo, avremmo già fatto un grande passo avanti verso una didattica maggiormente collaborativa.
Il secondo punto di attenzione è costituito dai messaggi che i ragazzi ricevono a casa, dai genitori. La famiglia, in modo indiretto, ha un ruolo importante nella costruzione di un ambiente scolastico: spesso sono proprio i genitori a istituire un sistema di confronti e classifiche. Invece di compilare l’elenco dei voti di tutta la classe, meglio focalizzare l’attenzione sulle attività di gruppo svolte dai ragazzi.

da: Portale bambini.


venerdì 31 agosto 2018

SCUOLA, VALUTAZIONE, COMPETIZIONE

SCUOLA, CIRCO DELLA COMPETIZIONE?

Ormai si vede la vita individuale come impresa, l’amicizia come impresa, il tempo libero e anche lo studio come impresa: investimenti che devono dare un profitto
Fare della valutazione degli allievi un mezzo che stabilisce chi può riuscire meglio o peggio nella vita genera una mentalità dove ciascuno pensa solo a farcela in barba agli altri.
 Ma è deleterio per il nostro futuro.

    Quando si è insegnanti, si vede spesso la competizione come un valore positivo. In sala professori si sente regolarmente questa lamentela: «Quando non ci sono voti in vista, gli allievi non studiano più». È un fatto: gli allievi prendono molto sul serio l’attribuzione di voti ai loro lavori e al loro rendimento scolastico, e tendono a identificare le loro capacità con i voti ricevuti in questa o quella materia. Inoltre si confrontano fra loro attraverso il voto, traendone ora un motivo di orgoglio, ora un motivo di vergogna o un certo disprezzo di sé stessi. E’ vero anche che la maggior parte studia “per il voto”, cioè in uno spirito di competizione con gli altri, e a certuni basta un voto basso per demotivarsi e perdere ogni speranza di cavarsela in un modo o nell’altro in quella competizione.
    Si può certo deplorare questa interiorizzazione dello spirito competitivo nelle aule scolastiche, ma non va ignorato che per parte loro gli allievi ne sono ben poco responsabili. Si tratta di qualcosa che gli è stato insegnato insieme alla matematica e al francese. In effetti, è la scuola stessa, quando attribuisce un ruolo centrale alla valutazione, che va considerata responsabile di tale spirito competitivo, come anche dei suoi effetti deleteri: narcisismo o disprezzo di sé, desiderio di farcela in barba agli altri, atteggiamento strumentale verso lo studio, perdita di un rapporto oggettivo con il sapere, perdita del senso della comunità e dell’aiuto reciproco...
   Tuttavia, qualche anno fa le autorità competenti hanno fatto arrivare agli insegnanti un certo messaggio: «Bisogna smettere di dare voti!». Il voto – si sentiva dire sempre più spesso dagli ispettori e dagli altri formatori degli insegnanti – stigmatizza e ingenera il disgusto per lo studio. Ma soprattutto, è completamente privo di efficacia nel far riuscire l’allievo. Di fatto, nel 2008, quando ho deciso di scrivere il mio primo libro sulla valutazione in ambito scolastico, A l’école des compétences, la “valutazione per competenze” era già in voga da qualche tempo nell’ambiente della gestione dell’istruzione. 
    Il discorso dominante a quell’epoca era il seguente: se vogliamo valutare l’efficacia reale dell’insegnamento (nonché operare confronti a livello internazionale), occorre mirare le competenze acquisite grazie all’insegnamento stesso, in altre parole il “saper fare” realmente acquisito dagli allievi, e non i saperi normati da questo o quel sistema scolastico regionale. Ed effettivamente, poco importa il voto buono o cattivo preso per un compito di matematica o una tesina di storia o di filosofia, se poi quel voto non riesce a valutare le acquisizioni reali per la «riuscita di un 15enne nella vita», tanto per riprendere la formula-chiave utilizzata dall’OCSE nel suo programma SeDesCo, che ha dato luogo al noto sistema di valutazione PISA. In apparenza, dunque, nella “cultura del- la valutazione” scolastica è in atto un cambiamento virtuoso a livello non soltanto nazionale – in Francia o in Italia –, ma anche internazionale. Sta uscendo di scena il tipo di valutazione che stigmatizza e ingenera uno spirito competitivo deleterio! Purtroppo si tratta soltanto di un’apparenza.    In realtà, queste nuove valutazioni non fanno altro che rafforzare lo spirito competitivo e incoraggiare gli allievi a identificarsi con le valutazioni che ricevono.
   Come sappiamo, la valutazione non è nata ieri. Ha fatto la sua comparsa con le prime istituzioni scolastiche delle società moderne, e a quel tempo ha svolto una funzione essenziale nella formazione di società in cui i valori dell’uguaglianza e della libertà hanno assunto un ruolo centrale. Invece nelle società dell’Ancien Régime, le posizioni e i ruoli sociali dipendevano dalla nascita: per occupare un rango sociale elevato occorreva essere “figli di”, cioè bennati. Poi, con lo sviluppo delle società moderne, si è affermata l’idea che gli individui sono tutti uguali per nascita, e la questione della distribuzione degli onori e delle funzioni nella società stessa è passata a dipendere dalla valutazione delle capacità formate da sistemi scolastici ancora da costruire. Il nuovo motto è diventato: «A ciascuno secondo il suo merito». Torniamo ai nuovi sistemi di valutazione. Il loro problema di fondo è che pretendono di non essere istituzioni, bensì di valutare la persona come essere. 
   Quando di un alunno o di un dipendente d’impresa (in occasione di un “bilancio delle competenze”) si dice che manca di questo o quel “saper essere” (“desiderio di imparare”, “rispetto di ogni differenza”, oppure “leadership”, “sicurezza di sé” ecc.), non si stanno giudicando le sue produzioni, bensì il suo essere (carattere, affinità elettive ecc.). Ma c’è di peggio: si suppone che potrebbe imparare a essere diverso, come se in fondo non fosse che un insieme di competenze acquisite, privo di un’identità propria. In realtà, quindi, dietro la naturalizzazione della valutazione si cela la negazione delle differenze concrete che fondano le nostre identità: la negazione del nostro essere in quanto tale.
    Questa naturalizzazione dei nuovi sistemi di valutazione, contrariamente a quello che si dice, incoraggia il valutato a identificarsi con le valutazioni che riceve: di qui i fenomeni di abbandono scolastico o di suicidio dei dipendenti d’impresa, l’incessante ricerca di riconoscimento sui social media ecc. Effettivamente, quando il sistema di valutazione si presenta come un’istituzione in sé, è sempre possibile dirsi: «Ho fallito (come allievo, come dipendente ecc.), ma la valutazione non ha me come oggetto». Quando invece il sistema pretende di valutare l’essere della persona, quale può essere l’esito? «Se ricevo una valutazione negativa è perché sono una nullità».
   Il neoliberismo, diceva Michel Foucault in uno dei suoi ultimi corsi al Collège de France, intitolato Nascita della biopolitica, è l’impresa diventata valore di tutte le cose, con la sua logica di investimento e di ritorno sull’investimento. È la vita individuale vista come impresa, è l’amicizia o l’amore visto come impresa, è il tempo libero visto come impresa, è l’apprendimento o lo studio visti come imprese... Tutte queste cose saranno ormai considerate alla stregua di forme di investimento, con un ritorno atteso e quindi, com’è logico, con una valutazione del rapporto investimento/profitto.      Una valutazione della performance. In tal modo, per tornare all’ambito scolastico, l’alunno giungerà gradualmente a considerare la sua intelligenza come un capitale (“capitale cognitivo”) in cui investire prendendo lezioni, e al tempo stesso si aspetterà un “ritorno sull’investimento” in termini di occupazione.
    Ormai si dà per scontato il fatto di essere valutati, cioè essere desiderabili (e non soltanto a scuola, ma ovunque: al lavoro, in famiglia, fra amici ecc.). '«Sono valutato, ergo sum ». Tuttavia queste valutazioni sono assolutamente paradossali: in nome del riconoscimento del merito, negano il vero merito e generano un clima deleterio di concorrenza in cui ciascuno pensa solo a farcela in barba agli altri.




sabato 2 giugno 2018

SPORT. DARE IL MEGLIO DI SE'


PER UNO SPORT UMANO E SEMPRE PIÙ' AUTENTICO

Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita consegna oggi alla comunità degli sportivi un Documento utile alla “costruzione di un sport umano e sempre più autentico”. L’attenzione per lo sport non è nuova alla Chiesa, che ha sempre manifestato un particolare riguardo verso tutte le attività che hanno al centro la persona. In questo senso il titolo del Documento è rivelatore dell’essenza e della ragione dell’interesse e dell’impegno della Chiesa verso lo sport.

Al centro vi è infatti l’essere umano, nella sua unicità fatta di corpo e spirito; vi è il bisogno che ogni sua attività, compresa quella sportiva, sia sostenuta da un corredo di virtù e buone qualità, che gli permettano di elevarsi e mai di cadere nei pericoli che possono insidiare ogni umana attività.
Il primo concetto richiamato non a caso è quel “fare del proprio meglio” che Papa Francesco ha più volte citato in molti suoi discorsi, invitando soprattutto i giovani a “non accontentarsi di un pareggio” nella vita.
Lo sport poggia su questo valore dell’impegno, del sacrificio, sull’idea di superare i propri limiti lavorando duramente, senza imbrogliare, inseguendo la vittoria – ma non a tutti i costi – e, al tempo stesso, imparando a gestire la sconfitta senza farsi abbattere.
Le cinque sezioni che compongono il documento non hanno l’ambizione di comprendere ogni aspetto del variegato comporsi dell’attività sportiva, ma vogliono offrire una prospettiva cristiana dello sport, rivolgendosi a chi lo pratica, a chi vi assiste come spettatore, a chi lo vive come tecnico, arbitro, allenatore, alle famiglie, ai sacerdoti e alle parrocchie.
Il primo capitolo spiega le ragioni dell’interesse della Chiesa verso lo sport e della necessità di una pastorale sportiva, ricordando che questo rapporto poggia su tre pilastri: lo sforzo fisico necessario perché l’atleta possa esprimersi, le qualità morali che devono supportare il suo impegno, il desiderio di pace, fratellanza e solidarietà che lo sport deve aiutare a diffondere.
Nel secondo capitolo il Documento traccia le linee salienti del fenomeno sportivo e la sua contestualizzazione nella società attuale: sport come una sorta di costante antropologica e come fenomeno universale compatibile con quasi tutte le culture.
Nel terzo capitolo è approfondito il tema del significato dello sport per la persona. Si parte da considerazioni su temi già noti al dibattito cattolico sullo sport (corpo-anima-spirito) per allargare la prospettiva di analisi ad alcune qualità insite nello sport; sentimenti che fanno parte del Dna sportivo e che spesso vengono dimenticati: lo spirito di sacrificio, il senso di responsabilità, il rispetto delle regole, la capacità di lavorare in squadra, la gioia, il coraggio, la solidarietà, l’armonia.
Il quarto capitolo è dedicato alle sfide aperte, al desiderio di contribuire attraverso lo sport alla promozione di valori autentici, che possano fornire a ciascuno sportivo un patrimonio per sconfiggere i molti pericoli che lo sport moderno si trova sovente ad affrontare, come il doping, la corruzione e il tifo violento.
Il quinto e ultimo capitolo è dedicato al ruolo della Chiesa come protagonista in questo percorso di umanizzazione attraverso lo sport. In casa, in famiglia, a scuola, in palestra, in parrocchia: sono tanti i luoghi in cui si esprime una pastorale dello sport che vuole sviluppare in ciascun soggetto, praticante o spettatore, quel corredo di buone qualità e virtù che caratterizzano un bravo sportivo, un bravo cittadino e un bravo cristiano. Per approfondimenti e per scaricare il Documento integrale: