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venerdì 3 ottobre 2025

COLLABORARE PER INSEGNARE

 

UNESCO celebra la Giornata Mondiale degli Insegnanti: al centro la collaborazione come pilastro della professione

 

-         di Andrea Carlino

 Il 5 ottobre si rinnova l’appuntamento con la Giornata Mondiale degli Insegnanti, evento istituito dall’UNESCO nel 1994 per commemorare l’approvazione della storica Raccomandazione sullo status dei docenti. Quest’anno il focus internazionale punta sulla collaborazione professionale come elemento chiave per ridefinire il ruolo dei docenti nel panorama educativo contemporaneo.

La collaborazione come nuovo paradigma educativo

La professione docente si trova di fronte a una trasformazione epocale che richiede un ripensamento profondo delle modalità di lavoro. L’UNESCO ha scelto di dedicare l’edizione 2025 della celebrazione al tema della collaborazione tra insegnanti, identificando in questa dimensione una risposta essenziale alle sfide che investono il mondo dell’istruzione. La data del 5 ottobre non è casuale: richiama l’adozione, avvenuta nel 1966, della Raccomandazione che per la prima volta ha definito su scala globale i diritti e le responsabilità del corpo docente. Il documento rappresenta ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile per delineare gli standard professionali degli insegnanti in ogni angolo del pianeta. La scelta tematica di quest’anno nasce dalla consapevolezza che il lavoro di squadra tra educatori può moltiplicare l’efficacia dell’azione didattica e favorire lo scambio di buone pratiche.

La voce delle istituzioni internazionali

Audrey Azoulay, direttrice generale dell’UNESCO, ha firmato insieme a Gilbert F. Houngbo (ILO), Catherine Russell (UNICEF) e David Edwards (Education International) una dichiarazione congiunta che sottolinea l’urgenza di valorizzare la dimensione collaborativa nell’insegnamento. I rappresentanti delle quattro organizzazioni hanno evidenziato come la cooperazione tra docenti non debba limitarsi alla sfera operativa quotidiana, ma estendersi ai processi decisionali che riguardano le politiche scolastiche. La presa di posizione comune rivendica un maggiore coinvolgimento degli insegnanti nella definizione delle strategie educative nazionali e internazionali. Le istituzioni sottolineano che chi opera quotidianamente nelle aule possiede una conoscenza diretta delle dinamiche formative che deve tradursi in partecipazione attiva alla governance scolastica. La dichiarazione rappresenta un appello a governi e amministrazioni affinché riconoscano il valore della professionalità docente non solo nell’esecuzione, ma anche nella progettazione delle riforme.

Una ricorrenza che guarda al futuro

La Giornata Mondiale degli Insegnanti si configura come momento di riflessione collettiva sul presente e sul futuro della scuola. L’anniversario dell’approvazione della Raccomandazione del 1966 offre l’occasione per misurare i progressi compiuti e individuare le sfide ancora aperte. La scelta dell’UNESCO di puntare sulla collaborazione professionale indica una direzione precisa: superare l’isolamento tradizionale del docente e costruire comunità educative più coese e interconnesse. La data del 5 ottobre diventa così un’opportunità per riaffermare il ruolo centrale degli insegnanti nella costruzione di sistemi formativi equi e inclusivi, capaci di rispondere alle esigenze delle nuove generazioni attraverso un approccio condiviso e partecipativo.

lunedì 9 giugno 2025

IL QUADERNO DELLE PICCOLE SCUOLE


 L’amministrazione condivisa 

dei beni comuni 

ed i patti di collaborazione:

 online il nuovo 

Quaderno delle Piccole Scuole




 piccole scuole

di Redazione

Il sesto volume della collana “I Quaderni delle Piccole Scuole – Studi” è disponibile sul sito del Movimento Piccole Scuole, una pubblicazione di grande rilevanza per il mondo dell’educazione, dal titolo: “L’amministrazione condivisa dei beni comuni ed i patti di collaborazione”, a cura del Prof. Gregorio Arena, già ordinario di Diritto amministrativo all’Università di Trento e Presidente emerito di Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà.

Il Quaderno esplora in profondità il concetto di amministrazione condivisa, fondato sul principio costituzionale di sussidiarietà (art. 118, u.c.) e attuato tramite i patti di collaborazione: strumenti giuridici che regolano la cooperazione tra cittadini e amministrazioni per la cura, la gestione condivisa e la rigenerazione dei beni comuni.  Tra le proposte più interessanti del volume vi è la trasposizione del modello dei patti di collaborazione nel contesto scolastico. Le scuole, in virtù della loro autonomia funzionale, possono ora attivare forme strutturate di collaborazione con famiglie, associazioni, realtà del Terzo Settore e comunità locali per prendersi cura dei beni comuni scolastici — siano essi spazi fisici, relazioni educative o progettualità condivise.

Il Quaderno illustra come i patti possano contribuire a realizzare un vero e proprio patto educativo territoriale, valorizzando la scuola come centro civico e motore dello sviluppo comunitario, soprattutto nei contesti delle aree interne.
Tra gli esempi concreti:

 Cura e valorizzazione di aule, cortili, palestre;

  • Gestione condivisa di biblioteche scolastiche;
  • Creazione e manutenzione di orti e giardini didattici;
  • Sviluppo e arricchimento dei laboratori (scientifici, artistici, digitali);
  • Progetti per rafforzare le relazioni educative tra scuola, famiglie e territorio.

 Il Quaderno, liberamente consultabile online sul sito del Movimento delle Piccole Scuole, offre indicazioni pratiche e operative, rivolte a dirigenti scolastici, insegnanti, amministratori e cittadini attivi, per progettare e realizzare interventi di corresponsabilità educativa e amministrazione condivisa, capaci di generare impatto reale nella scuola e nel territorio.


>> Scarica e consulta il Quaderno 






 

giovedì 20 marzo 2025

COMPITI A CASA ???


CI VUOLE
BUON SENSO

Pro e contro dei compiti a casa nella scuola primaria. 

Il dibattito sulla loro efficacia

 coinvolge ogni anno 

tutto il sistema scolastico e i genitori.

 

di Redazione

 Compiti a casa si o no? Ogni anno si riapre il dibattito tra coloro che sono a favore e coloro che sono contro.

In molti sostengono che le otto ore di scuola primaria dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento. Alla secondaria, invece, sono utili per acquisire autonomia e imparare a seguire un metodo di studio. Tuttavia, nonostante le opinioni dei genitori, a decidere spetta sempre agli insegnanti.

Compiti a casa: sì o no.

La discussione intorno all’utilità dei compiti a casa è sempre molto attiva e si ripete, ciclicamente, ogni estate e anno scolastico, polarizzando non poco le posizioni.  In generale, ci sono alcune regole importanti che andrebbero tenute a mente, anche se nella vita reale si possono incontrare difficoltà nel seguirle alla lettera:

1.     La collaborazione tra insegnanti e genitori è fondamentale per un iter scolastico soddisfacente, e in generale per il benessere psicofisico del bambino, che deve sentire una buona comunicazione tra gli adulti che si occupano di lui.

2.     Questa collaborazione deve però avvenire su altri piani, che non riguardano l’esecuzione dei compiti: le decisioni riguardanti i compiti sono degli insegnanti, e agli insegnanti rimane la responsabilità del loro corretto svolgimento.

Ai genitori spetta tutto il lavoro necessario a creare ogni giorno le condizioni che permettono ai figli di mettere le loro energie al servizio degli apprendimenti, supportarli nelle difficoltà che incontrano, comunicare con gli insegnanti per un confronto utile a conoscere reciprocamente aspetti importanti della vita del bambino.

Pro e contro dei compiti a casa nella scuola primaria

Scendiamo nello specifico: se e quando sono utili i compiti a casa come integrazione del lavoro in classe?

Secondo me in una scuola a tempo pieno e negli anni della scuola primarianon si può parlare di necessità di dare compiti da svolgere a casaLe otto ore di scuola dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento, ed aiutarlo ad assimilarli.

Naturalmente all’interno delle otto ore dovrebbe essere garantita un’alternanza ottimale tra i tempi in cui è possibile richiedere attenzione (tempi variabili a seconda delle ore della giornata, e di alcuni altri parametri, ma comunque non più di quarantacinque minuti) e quelli di pausa. Altrimenti si apprende di meno e con più fatica; e non è aggiungendo la fatica dei compiti a casa che si migliora la situazione.

Quando l’insegnante ravvisa l’opportunità per un bambino di lavorare di più in un determinato ambito (le tabelline!) ne parla con lui e insieme concordano le strategie: questo perché l’apprendimento per essere efficace deve avvenire all’interno di una relazione di fiducia con l’insegnante.

L’insegnante a sua volta deve avere più elementi possibile per conoscere i punti di fragilità e i punti di forza del bambino, in modo da aiutarlo a rinforzare i primi e utilizzare meglio i secondi.

Una parola va detta per quanto riguarda le vacanze estive, che sono così estese in Italia da far temere a genitori e insegnanti l’oblio di quanto appreso durante l’anno. Sappiamo però che un’informazione, se accolta con attenzione e “codificata”, cioè rappresentata mentalmente (ognuno ha le sue strategie visive, uditive…per far questo), possiamo dire banalmente “capita”, entra nel magazzino mentale della memoria chiamata “a lungo termine”, e può essere richiamata facilmente quando la situazione lo richiede.

Quello che deve essere mantenuto durante i periodi di vacanza è l’interesse ad accogliere e magari riflettere sugli stimoli ambientali offerti, in modo da arricchire un bagaglio culturale utile per far fronte alle richieste ineludibili della crescita. Questo naturalmente si può fare utilizzando gli strumenti appresi a scuola (diari, misurazioni).

D’altra parte, c’è però chi sostiene che i compiti a casa contribuiscono allo sviluppo della concentrazione, una competenza preziosa da coltivare per quando si crescerà e gli impegni aumenteranno. Inoltre, aiutano a rafforzare l’assimilazione di ciò che è stato appreso.

Le considerazioni intorno a questo argomento sono molteplici e spesso soggette a dibattito. Dopo un’indagine diretta condotta tra docenti, ecco riassunti gli aspetti positivi e negativi dei compiti a casa.

Vantaggi e svantaggi dei compiti a casa

Uno dei principali aspetti positivi è il fatto che aiutano gli studenti a sviluppare l’autonomia e l’organizzazione. Nell’ambiente familiare, i bambini imparano a gestire il proprio tempo e a pianificare le attività, acquisendo competenze utili per il futuro. Inoltre, i compiti a casa consentono di rivedere nozioni già apprese a scuola, fornendo l’opportunità di consolidare le conoscenze e ripetere gli argomenti che potrebbero non essere stati compresi pienamente in classe. Questo approccio favorisce la comprensione profonda e la memorizzazione a lungo termine.

Oltre a ciò, i compiti a casa preparano gli studenti all’autoapprendimento e al problem solving. Affrontare compiti da soli stimola la curiosità e l’interesse per l’apprendimento indipendente.
Questa pratica si traduce in uno sviluppo delle abilità cognitive e della capacità critica, fondamentali per il successo in varie sfide accademiche e nella vita lavorativa. I compiti assegnati possono anche introdurre argomenti più approfonditi e nuovi interrogativi, stimolando la sete di conoscenza e l’espansione delle prospettive degli studenti.

Svantaggi dei compiti a casa

Un rischio notevole è rappresentato dalla possibilità che gli studenti imparino a memoria senza comprenderne il significato. Questo approccio superficiale può portare al rapido oblio delle nozioni apprese, riducendo l’efficacia dell’apprendimento a lungo termine. Inoltre, alcuni studenti potrebbero sentirsi sopraffatti dall’onere dei compiti, che potrebbe portarli a sviluppare un atteggiamento negativo nei confronti dell’apprendimento stesso.

È fondamentale evitare che lo studio diventi un’attività meccanica e priva di passione, affinché gli studenti sviluppino un amore genuino per l’acquisizione di conoscenze.

Un altro svantaggio da considerare è la disparità nel livello di difficoltà dei compiti per gli studenti. Mentre alcuni possono affrontarli senza problemi, altri potrebbero trovarli troppo impegnativi o, al contrario, banali. Inoltre, il supporto familiare può variare notevolmente, influenzando la qualità dell’apprendimento a casa.

Infine, un’eccessiva quantità di compiti a casa potrebbe limitare il tempo libero degli studenti e precludere attività essenziali per la loro crescita personale, come il coinvolgimento in sport, arte e altre attività extracurriculari. È importante trovare un equilibrio tra lo studio e il tempo dedicato al gioco, al riposo e alla scoperta del mondo esterno.

Compiti a casa nella scuola secondaria, inferiore e superiore

Nel panorama della scuola italiana il tempo pieno non è attuato nella scuola secondaria. Inoltre gli adolescenti dovrebbero aver acquisito una discreta autonomia di lavoro, e una capacità di elaborazione concettuale che giustifica la richiesta degli insegnanti di completare a casa un lavoro di approfondimento degli argomenti presentati in classe.
I compiti a casa sono quindi importanti perché possono aiutare i ragazzi a scoprire che cosa li interessa e che cosa no, ad organizzarsi e ad assumersi la responsabilità del proprio successo o insuccesso.

I genitori, quando possibile, possono accompagnare i propri figli in questa attività, fungendo da interlocutori affidabili. Possono dedicare del tempo per chiarire dubbi, ascoltare preoccupazioni, offrire suggerimenti e fornire supporto in molteplici modi.

In conclusione, è fondamentale valutare attentamente come vengono assegnati e quali benefici possono effettivamente apportare agli studenti. Una pianificazione oculata e una varietà di approcci educativi possono contribuire a massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi di questa pratica.

 

Santagostino

Immagine



 

martedì 28 gennaio 2025

L'ARTE DELLA COLLABORAZIONE


 È necessario unirsi, non per essere uniti,

 ma per fare qualcosa insieme, 

valorizzando tutte le risorse

– Goethe –

 

-         di Silvano Brunelli*

 La collaborazione è un’arte complessa e raffinata di cui tutti abbiamo bisogno, non ne possiamo fare a meno. La mancanza di questa abilità, la mancanza degli effetti benefici, che essa produce, va oltre il successo mancato. La personalità è povera, circoscritta, predisposta alla solitudine. Che cos’è la collaborazione dal punto di vista evolutivo della nostra specie? La collaborazione è un’espressione, che ha origine nell’affinità spontanea, di cui biologicamente tutti siamo dotati. Abbiamo sviluppato individualità consapevoli della loro singolarità, siamo anche profondamente esseri sociali. 

 L’abilità di prendere e di mantenere accordi è una proprietà umana. In molti casi collaborare è facile e naturale. Questa naturale propensione alla collaborazione è disturbata, colpita da una infinità di fattori. Informazioni nascoste la minano, la inquinano, la deformano. La natura umana è collaborativa, ma è anche incline alla competizione, all’inganno, alla menzogna, al tradimento, al guadagno egoistico e nascosto. Siamo alterati dal successo degli altri, gelosi di ciò che riteniamo solo nostro e invidiosi ci ciò che appartiene solo all’altro.    

 Il modo in cui si entra in contatto, il modo in cui ci si collega, il modo in cui si opera lo scambio, determina l’esito e il successo della collaborazione. 

 La collaborazione ha gli stessi fondamenti della relazione. Lo scambio di informazioni non è in grado di mantenere la collaborazione stabile fino al risultato. Per una collaborazione sana e buona è necessario il contatto tra un individuo consapevole e un altro individuo consapevole. Solo dopo, solo su questo fondamento può avvenire uno scambio vero, utile, leale. Lo scopo evolutivo della crescita, prima ancora di ottenere risultati, è entrare in contatto. Entrare in contatto promuove lo scambio vero. Lo scambio produce il risultato utile. La crescita della persona ha l’esigenza di stabilire una relazione profonda, intima, duratura e stabile. Le persone coinvolte sono disponibili a credere, a seguire le indicazioni e i suggerimenti reciproci. 

 Veicolare un’informazione che non ci rappresenta veramente, un’informazione non coerente, mancherà lo scopo intrinseco della crescita. Veicolando solo informazioni, sostituendo il contatto con surrogati, si possono raggiungere risultati, però a lungo termine il risultato non tiene. Privo di una parte fondamentale della relazione, il risultato mancherà di completezza esistenziale. Il ricercatore senza contatto autentico, convinto di poter ingannare, adotta un comportamento nevrotico, cerca risultati sempre più grandi, crede che solo questi possano dargli completezza. 

 Un punto di partenza è porsi le domande: “Come e perché ci colleghiamo agli altri? Perché e come gli altri si collegano a noi?” Scopriremo il primo passo di una complessità di relazione da affrontare e da gestire per liberarne tutto il potenziale. Le età evolutive richiedono chiavi diverse di accesso alla relazione. I bambini, gli adolescenti e gli adulti hanno bisogno di approcci diversi per aprire, sviluppare relazioni di alta qualità. Con gli adulti il percorso si complica, perché in ogni esperienza possono cambiare il modo e le ragioni di collegamento con gli altri.

Vanno sempre verificate la profondità del contatto e la qualità dello scambio. Il contatto è il processo, che collega all’altro in modo forte e profondo. Grazie al contatto possiamo attraversare le esperienze, possiamo sostenere lo scambio di contenuti anche moto diversi, divergenti o difficili. Il contatto deve collegare, non legare. L’individualità consapevole crea il ponte, che raggiunge l’individualità consapevole dell’altro, collega due individui che trovano intimità nella comprensione e nell’affinità indifferenziata (senso di unione). Questo contatto lascia sempre l’altro libero di essere, libero di esprimere la sua unicità e la sua diversità. Il contatto sul piano della consapevolezza è fondamentale nella relazione di coppia e nell’educazione. Il contatto permette di assumere, di maturare la stima e l’autorevolezza necessarie, stima e autorevolezza grazie alle quali lo studente è sostenuto e accompagnato nel suo progresso, la relazione può sostenere il processo di emancipazione, liberare lo studente dalla figura di riferimento, renderlo autonomo e libero. 

 Il fulcro che tiene la bilancia della collaborazione è il contatto. Lo scambio muove la bilancia, che si sposta in modo imprevedibile. La collaborazione è sempre in movimento ed è impegnativo tenerla in equilibrio. Lo scambio è e deve essere un flusso ricco di variabili. Il fulcro ordina il movimento. Questo è il contatto nella relazione. Lo scambio muove la relazione in un verso e nell’altro, mantiene coerente la connessione. Il fulcro della relazione è l’elemento statico, lo scambio è dinamico. Statica e dinamica rendono la relazione stabile e fluida. Una relazione salda nel contatto e fluida nello scambio è una relazione in evoluzione.  

 Trovare perché collaboriamo con l’altro, indagare e scoprire perché l’altro collabora con noi è il processo profondo per il contatto, per il punto fermo. Verifichiamo se il contatto è unione o legame. L’unione consente la libertà di scelta propria e altrui. Il legame no. L’unione rende stabile la relazione, lo scambio attiva l’evoluzione. Il legame privo di unione teme lo scambio. Ogni elemento dello scambio può rompere il legame, ogni elemento può svelare l’inclinazione della persona a contenere l’altro, a impedirgli altri contatti e altri scambi. Il legame come sostituto del contatto è la ragione del turnover nelle relazioni. La relazione sostenuta solo dallo scambio, priva di contatto, guidata da un legame esclusivo, si esaurisce, diventa relazione disturbata o malata. Un esempio è la relazione disturbata che porta al femminicidio. Il legame è incapace di concepire e di sostenere la libertà di scelta dell’altro. Il legame fatto di bisogni, guadagni, desideri e sentimenti deve maturare in relazione di qualità diversa, in elemento di importanza cruciale, nel frutto più importante della consapevolezza. La consapevolezza è autobastante, totalizzante, non ha bisogno di altro. Il contatto consapevole e lo scambio producono la capacità di originare, di generare un’intenzione autentica. Le intenzioni guidano la relazione.

 L’intenzione è la stella polare per la rotta, che porta alla collaborazione. Originare e riconoscere le intenzioni è il punto di partenza di ogni relazione di alta qualità. Il passo successivo è comunicare le proprie intenzioni e renderne partecipe l’altro. 

È fondamentale conoscere le intenzioni dell’altro, invitarlo a condividerle. Gli esseri umani hanno il potenziale di originare e di condividere le intenzioni. Non tutti sono in grado di sviluppare l’abilità del contatto vero e profondo, non tutti sono in grado di originare intenzioni. Anche quando sono presenti e consapevoli, le intenzioni sono oggetti difficili da condividere.  

 Una personalità incapace di originare intenzioni nella relazione è cieca alle intenzioni dell’altro, sviluppa la relazione su basi diverse dal seme etico della consapevolezza. La sua relazione si struttura su stimoli, desideri, guadagni, meccanismi reattivi. 

Come si maturano le intenzioni? Conoscendo se stessi, entrando in contatto diretto con se stessi. Come si scoprono le intenzioni di un altro? Conoscendo direttamente l’altro. Se non si originano o, pur avendo originato intenzioni, non si condividono, non si è in grado di concepire-vedere il fine comune. Se le intenzioni non coincidono, non si avviano collaborazioni.

 Se le intenzioni coincidono, nasce l’affinità, è probabile che si veda un fine comune. Se le abilità sono sufficienti a sostenere il fine, nasce la collaborazione. Il meccanismo funzionale può essere descritto da due formule. 

 Formula 1

Attenzione + intenzioni condivise + affinità + fine comune + abilità =  Risultato

Questa è la formula della relazione, questa è la magia della relazione.

Le intenzioni condivise sono la via maestra della collaborazione, la collaborazione porta i risultati. La nuova relazione inserisce nella formula proprietà di grande valore come l’appartenenza, la lealtà, la visione di un futuro comune migliore. 

 Formula 2

Attenzione + intenzioni condivise + affinità + fine comune + abilità + risultato + appartenenza + lealtà = Visione di un futuro condiviso migliore.

Il tentativo di collaborare può sollecitare i difetti e le fragilità della relazione. Il sintomo di collaborazione immatura o incompleta è la resistenza. La resistenza è invisibile, nascosta, ma gli effetti sono lamentarsi e criticare. La resistenza indica la presenza di un un’intenzione o di un fine diverso dal fine condiviso. Spesso questa divergenza non è consapevole nella persona che la origina. A volte è consapevole, ma non condivisa. A volte la ragione della resistenza alla collaborazione non ha origine in un’intenzione o in un fine divergente, ma si colloca nel timore di non possedere le abilità per realizzare lo scopo e ottenere il risultato. 

 Le critiche e le lamentele rivelano in tempi non sospetti le intenzioni nascoste; non c’è un fine comune per cui collaborare e convergere.  Oppure il fine è diverso, non è lo stesso per chi critica e si lamenta. Si sente di non essere all’altezza del compito e la resistenza ha la funzione di mascherarlo. Il sintomo principale della collaborazione funzionale è l’entusiasmo. Un’energia alta, intensa e coinvolgente, la creatività e l’affinità sono fluide e spontanee.  

 Capita che l’affinità si condensi da sola, naturalmente e spontaneamente. Ne siamo dotati potenzialmente, come il neonato che emette una vocale o una consonante. Ma per apprendere la lingua madre si attraversa un processo più complesso. 

Il modello di collaborazione tra conduttori richiede l’apprendimento, l’esercizio, l’applicazione con gli educatori, con noi formatori, con i colleghi conduttori, docenti e maestri e con la Scuola per poi portarlo nella conduzione. 

 Una forma immatura di collaborazione non porta alla realizzazione dei fini comuni, a un futuro insieme; la forma immatura sviluppa un legame insano, per emergere dal quale si dovranno spezzare delle relazioni. Una collaborazione immatura crea legami su basi e su ragioni personali, manca e fallisce nella parte più importante del nostro lavoro di relazione, emancipare, rendere liberi e autonomi gli altri. Una forma immatura di relazione non è capace di creare un legame su base impersonale, su base di unione incondizionata tra individualità consapevoli.  

 * Direttore per la ricerca del Centro Studi Podresca, ricercatore, docente e formatore nei master per l’abilitazione alla docenza.

Cofondatore di Scienze delle abilità umane, innovazione per la persona e la società, un sistema inedito di ricerca e formazione.

Autore dei percorsi di studio Abilità nella vita, Abilità della persona, Mente funzionale e Scuola delle abilità. Coautore dei percorsi formativi Business Synergy, Abilità di relazione e della materia di studio Abilità personali per bambini e ragazzi.

Relatore al Meeting Europeo Development of Human Abilities in Education.

Ha portato il suo contributo in occasione dell’Expert Group Meeting (Bruxelles 2012) e dei convegni presso le Nazioni Unite The role of families in social development (New York 2014) e The role of families in the future we want (New York 2015).

Vice presidente di Vitae ONLUS, Associazione di Volontariato per la Qualità dell’Educazione.

 Autore dei libri: La mia vita, La vita è mia, Scoprire chi sono io, Nel labirinto della mente, La teoria dell’essere vol. I-II, Le abilità personali nell’educazione, Il paradigma della comprensione, Intensivo sull’Essere Consapevole. 

Coautore dei libri: Scienze delle abilità umane, Volontà creativa, L’arte di educare e del testo didattico Le abilità per imparare.


 

 

martedì 17 dicembre 2024

IL CONIGLIO GENEROSO

UNA FAVOLA PER PICCOLI

 e ... GRANDI


-In un bosco incantato viveva 

un piccolo coniglio 

di nome Nico.


Nico era famoso per la sua generosità e la sua disponibilità ad aiutare tutti gli animali del bosco. Se lo scoiattolo Anna aveva bisogno di noci, Nico le raccoglieva; se la volpe Luca aveva il rifugio rotto, Nico lo riparava; e se la tartaruga Tonia aveva bisogno di compagnia per attraversare il fiume, Nico era lì, portandola sulla sua schiena

Il coniglio lavorava instancabilmente, saltando da una parte all'altra per soddisfare i bisogni degli altri. Anche se tutti lo apprezzavano, molti cominciarono a dare per scontato il suo aiuto. Un giorno, mentre aiutava la giraffa Lilli a decorare il suo albero più alto, Nico scivolò e cadde. Non fu una caduta grave, ma rialzandosi sentì dolore alle zampe posteriori. Quel dolore non era solo fisico; era anche il peso di sentirsi sempre necessario per gli altri, ma mai curato.

Quella notte, mentre riposava nella sua tana, Nico guardò la luna e sospirò. "Amo aiutare i miei amici, ma non ho più forze. Nessuno si ferma a pensare a come mi sento o se anch'io ho bisogno di aiuto."

Il giorno seguente, quando il castoro Bruno gli chiese aiuto per costruire la sua diga, Nico respirò profondamente e rispose:

— Mi dispiace, Bruno, ma oggi ho bisogno di tempo per me. Sono stanco e voglio riposare.

Bruno lo guardò sorpreso, ma poi annuì. Da quel momento, Nico iniziò a dire "no" quando sentiva di averne bisogno. Invece di aiutare tutti continuamente, si dedicò a prendersi cura della propria tana, a godersi i raggi del sole e a saltellare per il bosco senza preoccupazioni.

Col tempo, gli altri animali capirono che Nico non poteva fare tutto per loro. Alcuni cominciarono ad aiutarsi a vicenda invece di dipendere sempre da lui. Si organizzarono persino per aiutare il coniglio quando ne aveva bisogno, portandogli carote fresche o occupandosi della sua tana.

La vita di Nico migliorò. Capì che aiutare è una cosa meravigliosa, ma prendersi cura di sé è altrettanto importante. 

E tutto il bosco fiorì con uno spirito di collaborazione ed equilibrio.

Morale: Essere generosi è meraviglioso, ma dobbiamo ricordare che anche i cuori più grandi hanno bisogno di riposo e cura. Aiutare gli altri non deve significare dimenticarsi di aiutare se stessi.

Al buon intenditore, poche parole!


 

Dal Web

venerdì 31 maggio 2019

A SCUOLA: ANZITUTTO COLLABORARE, NON COMPETERE

La scuola dovrebbe essere un luogo di collaborazione e cooperazione e non un sistema competitivo. La maggior parte dei nostri insegnanti è consapevole dell’importanza della collaborazione (pur operando in condizioni materiali molto difficili), ma ci sono ancora una serie di “cattive abitudini”, talvolta involontarie, che finiscono per mettere al centro forme di competizione non opportune. In particolare, abbiamo individuato due tendenze che potremmo facilmente correggere per trasformare la didattica della competizione (presunta) in didattica della collaborazione (reale).
Il primo punto di attenzione sono le prove standardizzate (test Invalsi per cominciare): svolgere un test non significa instillare la competizione nei cuori e nelle menti dei ragazzi, ma unicamente rilevare dati uniformi sul territorio nazionale; questa è un’esigenza legata alla pianificazione di politiche ed interventi educativi, non ha nulla a che vedere con la competizione tra studenti. Eppure, la percezione comune è quella di una sorta di gara tra scuole e tra alunni. Se riuscissimo a cambiare questo stereotipo, avremmo già fatto un grande passo avanti verso una didattica maggiormente collaborativa.
Il secondo punto di attenzione è costituito dai messaggi che i ragazzi ricevono a casa, dai genitori. La famiglia, in modo indiretto, ha un ruolo importante nella costruzione di un ambiente scolastico: spesso sono proprio i genitori a istituire un sistema di confronti e classifiche. Invece di compilare l’elenco dei voti di tutta la classe, meglio focalizzare l’attenzione sulle attività di gruppo svolte dai ragazzi.

da: Portale bambini.


venerdì 17 maggio 2019

Mattarella: L'EUROPA DEVE RECUPERARE LO SPIRITO DEGLI INIZI

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rilasciato la seguente intervista ai media vaticani. Le domande sono state formulate da Andrea Tornielli, Direttore della Direzione editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede e da Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore Romano”.
D)  Colpisce la dimensione esistenziale presente nei suoi discorsi, nei quali emerge sempre di più il senso dell'urgenza rispetto alla crisi delle relazioni: il tessuto sociale appare talvolta sfibrato, i legami spezzati, e anche la solitudine diventa la cifra distintiva delle città. È questa secondo lei una priorità rispetto ai problemi del Paese, e anche una questione che la politica deve affrontare?
R) Sì, è questa la principale preoccupazione che credo occorra nutrire: un’Italia che recuperi appieno il senso e il valore del sentirsi comunità di vita. L’Italia registra, al suo interno, una gran quantità di iniziative, e comportamenti, di grande solidarietà; e questa realtà è nettamente prevalente. Ma affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui. Sono fenomeni minoritari, sempre esistiti, in realtà, ma sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione. Non si tratta di una condizione peculiare del nostro Paese: appare così in tutta Europa e anche in altri continenti.
Vi si aggiunge un aspetto, diverso, e da non confondere con quello che ho appena indicato: le conseguenze del profondo disagio sociale, provocato dalla crisi economico-finanziaria del decennio passato e, a ben riflettere determinato, non soltanto in Italia, anche dal trasferimento di risorse, sempre più ingenti dall’economia reale alla finanza speculativa; dal forte aumento della distanza tra i molto ricchi e la gran parte della popolazione.
Anche i mutamenti nel mondo del lavoro, conseguenti alla globalizzazione e alle nuove tecnologie – entrambe, peraltro, condizioni, per tanti aspetti, positive – contribuiscono a far sorgere incertezza, e insicurezza, nel tessuto sociale.
Si sono generate, come dicono gli studiosi, periferie esistenziali, non soltanto territoriali. Ambiti di sofferenza e di disagio, frutto dello smarrimento che viene avvertito diffusamente. Smarrimento accentuato dal venir meno di soggetti aggreganti in vari versanti della società – dalle varie realtà associative ai partiti politici - o dalla loro diminuita capacità di attrazione e rappresentanza.
E’ necessario evitare che questi fenomeni, così diversi fra di loro, si possano saldare, determinando situazioni di paura, di avversione reciproca, di conflittualità tra persone, tra gruppi sociali, tra territori all’interno di ciascun Paese. Condizione che, come già qualche segnale indica, si trasferirebbe in ambito internazionale.
A fronte di tutto questo però, vorrei ripetere, vi è la fiducia ispirata da quanto di positivo si registra, ed è ampio, nella nostra società.
D) Come definirebbe oggi i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano? Qual è secondo lei il contributo che la Chiesa dà alla vita della nazione?
R) Le relazioni sono ottime sotto ogni profilo e - come recita la Costituzione - ciascuno nel proprio ordine. La collaborazione è piena, in ogni ambito e settore in cui le attività, della Santa Sede e quelle dello Stato italiano, si incontrano, in sede interna e in sede internazionale.
Per quanto riguarda il contributo della Chiesa alla vita dell’Italia, occorre, naturalmente, distinguere, come soggetti e come operatività, le due, diverse dimensioni in cui si presenta la Santa Sede e la Chiesa italiana.
Sul primo versante, il magistero di Papa Francesco riceve grande attenzione ed esercita influenza significativa sui nostri cittadini, anche per l’affetto che questi nutrono nei suoi confronti. Francesco è subito diventato un punto di riferimento per gli italiani.
Per parte sua la Chiesa italiana fornisce un contributo, di grandi dimensioni, alla società del nostro Paese, non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale.
La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità.
D) Papa Francesco all'inizio di questo 2019 ha compiuto già due viaggi in Paesi a maggioranza musulmana. Negli Emirati Arabi ha firmato con il Gran Imam di Al Azhar una impegnativa Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Quanto è importante questo dialogo tra le religioni per la pace nel mondo?
R) Le religioni rivestono un ruolo crescente sulla ribalta internazionale. Se questo è sempre avvenuto in altri Continenti, oggi lo si vede accresciuto anche in Europa. Questo aumento di influenza è di grande rilievo per assicurare al mondo comprensione reciproca e pace. I leader religiosi godono di prestigio e hanno un forte seguito nelle varie popolazioni. Il rispetto reciproco e il dialogo tra le diverse fedi - che parlano di pace e di fratellanza - rappresentano condizioni essenziali; e costituiscono il principale antidoto all’estremismo che cerca di strumentalizzare il sentimento religioso.
Sono sempre esistiti questi tentativi di strumentalizzarlo a fini politici e di potere. Il terrorismo di matrice islamista fa parte di questo antico fenomeno, purtroppo amplificato dagli strumenti moderni, nelle conseguenze della sua strategia e attività criminale; che ha colpito, ancora, negli ultimi giorni in Burkina Faso, in Iraq, in Afghanistan. Ad esso si aggiungono violenze e attentati di stampo suprematista, come quello di Christchurch, in Nuova Zelanda, contro fedeli musulmani.
La dichiarazione sulla fratellanza umana firmata da Papa Francesco e del Grande Iman di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose.
Così come lo è stato il gesto di Papa Francesco a Bangui: far salire con sé, sulla papamobile, l’Imam di quella città, nel corso della sua visita nella Repubblica Centrafricana, in occasione dell’apertura del Giubileo. E’ stato un grande gesto, di grande efficacia comunicativa e di grande apertura. Esortare a riscoprire le radici autentiche, e profonde, delle fedi religiose - e operare perché tra esse ci sia un clima di dialogo e di fraternità - significa lavorare, concretamente, per la costruzione della pace nel mondo e per la sicurezza di tutti.
La forza degli Stati contro il terrorismo è necessaria e può contrastarlo efficacemente ma è la formazione delle coscienze e delle mentalità che può cancellarlo definitivamente.
D)Papa Francesco ha detto: “Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all'Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone”. Quanto è importante ritrovare il senso dell'Europa come comunità e che cosa si può fare perché le nuove generazioni lo riscoprano?
R) Nel mese di gennaio, a Berlino, il Presidente tedesco Steinmeier mi ha prospettato l’idea di un appello per la partecipazione al voto nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo: ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente.
Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici, regolato dal criterio del dare e dell’avere, ma è una comunità di valori. Questa convinzione è l’unica che corrisponda, davvero, alla storica scelta dei fondatori dei primi organismi comunitari.
Questo viene percepito, forse talvolta inconsapevolmente, ma con effettività, soprattutto da due generazioni: i più anziani, che ricordano qual era la condizione dell’Europa prima di quella scelta, e i più giovani, che possono viaggiare liberamente da Trapani a Helsinki e da Lisbona a Stoccolma.
Vede, tutti dovrebbero riflettere cosa hanno provocato due atroci guerre mondiali, combattute soprattutto in Europa; e cosa rappresentava vivere in un’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, dal muro di Berlino, dall’angoscia, sempre presente, di un conflitto nucleare devastante. Da giovane sono stato a Berlino, era ancora divisa. Mia moglie e io desideravamo visitare uno splendido museo, il Pergamon, che si trovava a Berlino Est: abbiamo attraversato la frontiera, il muro e nel mio ricordo è incancellabile il senso di oppressione che si provava; e come si percepisse la grave lacerazione della città.
Talvolta si dimentica il valore delle condizioni in cui ci troviamo e quel che sono costate di fatica e di sacrifici: bisogna sempre pensare che queste condizioni, per quanto imperfette, sono da preservare e da consolidare; e non sono scontate e irreversibili. Credo che questo sia ben compreso dalle nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, del roaming europeo, dei voli low cost e dell’Erasmus. Giovani che, anche senza dichiararlo, si sentono europei oltre che cittadini ciascuno del proprio Paese. Avvertono questa “casa comune”.
Questo non vuol dire che nell’Unione tutto vada bene. La percezione delle sue istituzioni, da parte di larghe fasce di elettorato europeo, non sempre è positiva, anche se è spesso l’egoismo degli Stati – e non quindi quelle istituzioni – a frenare il sogno europeo. Per qualche aspetto l’andamento della vita dell’Unione - anche per il freno posto da parte di alcuni paesi - dà l’impressione di essersi fermata, come in ordinaria amministrazione; quasi appagata dalla condizione raggiunta, come se il disegno europeo fosse già compiuto. Questo ha, sensibilmente, appannato il disegno storico, la prospettiva e la tensione ideale dell’integrazione.
Papa Francesco, con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale civile, morale.
D) Non trova che l'Italia sia talvolta rappresentata male dai mass-media, qualche volta anche dalle istituzioni? Può dirci come vede il nostro Paese dal suo punto di vista privilegiato?
R) Per il mio ruolo, svolgo molte visite in altri Paesi e ricevo al Quirinale molti capi di stato. Registro sempre, ovunque, un gran desiderio di Italia, una richiesta di collaborazione fortemente insistita. Questa riguarda ogni campo: culturale, scientifico, politico, economico, anche militare per la difesa della pace (il nostro contingente più ampio è in Libano, apprezzato da tutte le parti fra loro contrapposte, cui garantisce l’assenza di violenze). L’immagine dell’Italia e l’opinione che se ne ha all’estero sono di gran lunga più positive di quanto noi stessi nutriamo.
Ma quel che vorrei sottolinearle soprattutto è la sensazione, incoraggiante, che ricevo dalla nostra società, nelle tante visite, che compio nelle nostre città e nei nostri territori, e nelle numerose occasioni di incontro che ho giorno per giorno qui al Quirinale. E’ un punto di osservazione privilegiato e completo. Il nostro Paese è pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune.
Naturalmente, come ovunque, vi è anche ben altro. Vi sono, come accennavo all’inizio, comportamenti gravi e da censurare con severità. Ma, tra i piatti della bilancia, è di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere. Motivo, questo, per cui sono riconoscente ai nostri concittadini.