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mercoledì 25 settembre 2024

DISARMARE LA COMUNICAZIONE


 “Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori” è il tema scelto dal Papa per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2025, reso noto oggi: invece di aggressività e volontà di dominio prevalga la diffusione della speranza

 


-Alessandro De Carolis - Città del Vaticano

 La parola “a mano armata” è sempre esistita in certo tipo di informazione. In ambito politico, sociale, economico. Schierata sul fronte di un’opinione, una ideologia, e in guerra contro le idee avversarie, chiuse in un angolo da argomentazioni che non lasciano spiragli di confronto. Da anni il Papa sta componendo invece un mosaico per una comunicazione “più umana” e il tema per la Giornata mondiale 2025 - reso noto oggi dalla Sala Stampa vaticana - aggiunge un tassello, con un titolo che suona come un appello ai professionisti del settore: “Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori”.

No al "paradigma della competizione"

In una nota si precisa che il tema scelto per il prossimo anno si sofferma sul fatto che “oggi troppo spesso la comunicazione è violenta, mirata a colpire e non a stabilire i presupposti per il dialogo”. Necessario è dunque, si legge ancora, “disarmare la comunicazione, purificarla dall’aggressività”, andando “dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social”, dove “il paradigma che rischia di prevalere è quello della competizione, contrapposizione e volontà di dominio”.

 Un messaggio credibile

La comunicazione cui Francesco invita è improntata alla speranza e per i cristiani, afferma la nota” la speranza “è una persona ed è Cristo”. Questo tipo di comunicazione, si sottolinea, “è sempre legata ad un progetto comunitario; quando si parla di speranza cristiana non si può prescindere da una comunità che viva il messaggio di Gesù in modo credibile a tal punto da far intravedere la speranza che porta con sé, ed è capace di comunicare anche oggi la speranza di Cristo con i fatti e con le parole”.

 

Vatican News

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martedì 5 settembre 2023

L'ETICA DEL VIANDANTE

 

L’umanesimo del dominio 

è un umanesimo senza futuro. 


L’Occidente ha due radici: il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana. Per quanto dischiudano orizzonti completamente diversi, entrambi descrivono un mondo dotato di ordine e stabilità. Ma noi viviamo nell’età della tecnica. 

È finito l’incanto del mondo tipico degli antichi. È finito anche il disincanto dei moderni, che ancora agivano secondo un orizzonte di senso e un fine. La tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non svela la verità: la tecnica funziona. 

L’etica, come forma dell’agire in vista di fini, celebra la sua impotenza. Il mondo è ora regolato dal fare come pura produzione di risultati. L’unica etica possibile, scrive Umberto Galimberti, è quella del viandante. A differenza del viaggiatore, il viandante non ha meta. Il suo percorso nomade, tutt’altro che un’anarchica erranza, si fa carico dell’assenza di uno scopo. 

Il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa, la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Cammina per non perdere le figure del paesaggio. E così scopre il vuoto della legge e il sonno della politica, ancora incuranti dell’unica condizione comune all’umanità: come l’Ulisse dantesco, tutti gli uomini sono uomini di frontiera. 

Oggi l’uomo sa di non essere al centro. L’etica del viandante si oppone all’etica antropologica del dominio della Terra. Denuncia il nostro modello di civiltà e mette in evidenza che la sua diffusione in tutto il pianeta equivale alla fine della biosfera. L’umanesimo del dominio è un umanesimo senza futuro. 

Il viandante percorre invece la terra senza possederla, perché sa che la vita appartiene alla natura. Così ci guida Galimberti: “L’etica del viandante avvia a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare, ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e incompiuta dimora”.

 

Commento di Davide D'Alessandro

 Ho letto in anteprima il bellissimo libro di Umberto Galimberti, forse il migliore dei suoi, L’etica del viandante, in uscita da Feltrinelli. Il viandante ricorda Georg Simmel, oggi viene e domani va, al contrario dello straniero, che oggi viene e domani resta. Al viandante, all’etica del viandante, Galimberti assegna l’ultima possibilità di vita all’interno di un universo tecnico, di un assoluto tecnico, che ha frantumato e dissolto ogni senso di stabilità, di normatività, di prevedibilità: “Consegnato al nomadismo, il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa: la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche questi scenari si sono fatti instabili, non più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma doni del paesaggio che ha reso il viandante senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo senza-confine”.

 È stato Emanuele Severino, maestro anche di Galimberti, a insegnarci che l’etica non può impedire alla tecnica, che può, di fare ciò che può. Ditelo a coloro che ancora si scaldano nel pronunciare le parole individuo, identità, libertà, cultura di massa, verità, ragione, ideologia, politica, democrazia, etica, natura, religione, storia, nazione, stato, che sono parole di un tempo che fu, parole dilaniate da un meccanismo non avente altro scopo che il proprio potenziamento, che “ha risolto l’agire dell’uomo, che è sempre stato orientato a uno scopo, in puro e semplice fare azioni descritte e prescritte dall’apparato tecnico del quale si ignorano gli scopi finali perché non percepibili o perché, là dove possono essere percepiti, non comportano alcuna responsabilità diretta di quanti operano nei singoli settori dell’apparato”.

 Galimberti, che si definisce uomo greco, ripercorre le radici occidentali, il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana, mostrando come sianoi caratterizzati da ordine e stabilità, descrive i passaggi fondamentali dell’incantamento e del disincantamento, della modernità, della post-modernità o dell’iper-modernità, approda a Nietzsche, che da profeta, aveva capito tutto prima che tutti gli altri se ne rendessero conto: “Io sono un viandante che sale su pei monti, diceva Zarathustra al suo cuore, io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo. E, quali siano i destini e le esperienze che io mi trovi a vivere, vi sarà sempre in essi un peregrinare e un salire sui monti: infine non si vive se non con sé stessi”.

 Un’altra creatura …creativa, Jiddu Krishnamurti, che amava definirsi “niente”, privo di ogni etichetta, ruolo, funzione e identificazione, libero dal conosciuto, per decenni è andato in giro per il mondo, ha tenuto discorsi raccolti in libri insuperabili, dov’è davvero possibile rintracciare il senso vero della libertà, dell’intelligenza, del vuoto e della pienezza senza pieno. Oggi anche Galimberti scrive che, per un’etica planetaria, cosmopolita, occorre rinunciare all’idea di Stato: “L’etica cosmopolita proibisce di uccidere, mentre l’etica dello Stato limita questa proibizione solo all’interno dei propri confini, sospendendola quando gli abitanti oltre confine sono percepiti come nemici. L’etica cosmopolita ritiene che i beni della terra sono a disposizione dell’intera umanità senza discriminazione, mentre l’etica dello Stato ne limita la disponibilità al rispetto della proprietà delimitata dai confini dello Stato”.

Quando Krishnamurti, morto nel 1986, sosteneva che la bandiera era soltanto uno straccetto di stoffa per farne il simbolo della divisione, del conflitto, della guerra, gli uomini di Stato, che sull’idea di Stato avevano costruito carriere e ricchezze, si voltavano dall’altra parte. Ora, nel 2023, anche Galimberti scrive che “se un tempo è stato deciso, se vuoi salvare la pace allora delega allo Stato una parte delle tue libertà, così ora, se vuoi salvare la vita dell’umanità, allora è necessario che le nazioni rinuncino a una parte dei loro interessi per salvare la Terra, accedendo a quella cultura ecologista che è alla base dell’etica planetaria”.

 Krishnamurti non è stato ascoltato e neppure Galimberti lo sarà. Le bandiere continueranno a sventolare e gli uomini, all’interno e all’esterno dei loro Stati, continueranno a fare le guerre. Soltanto pochi singoli continueranno a considerarsi viandanti, a vivere da viandanti, a osservare ciò che è e non ciò che dovrebbe essere, a vivere senza illusioni. Il futuro è adesso.

 Galimberti, L'etica del viandante, Feltrinelli editore, settembre 2023

Huffington Post 

 

lunedì 24 luglio 2023

TRE LIBIDO PERICOLOSE

  PICCOLI PASSI VERSO LA BARBARIE

La morte non è solo l’ultimo istante della vita biologica, ma è una forza costantemente all’opera nella nostra vita quotidiana. 

Siamo posti di fronte a un’esperienza umana universale, quella di tre dominanti che agiscono sulle sfere umane dell’amare, dell’avere e del volere.

 

-         di Enzo Bianchi

A più riprese ho cercato di richiamare l’attenzione su una serie di comportamenti quotidiani che ritengo di poter definire “piccoli passi verso la barbarie”: atteggiamenti personali e collettivi che mi paiono minare in profondità la qualità della vita personale e della convivenza civile. Vorrei ora avviare un itinerario di riflessione su questo imbarbarimento strisciante utilizzando come chiave di lettura quelli che la letteratura cristiana antica – ma anche la coeva sapienza ellenistica – chiamava i “vizi capitali” e che invitava a combattere attraverso la “lotta spirituale”. E vorrei farlo attingendo a quei dati della rivelazione cristiana che maggiormente si riallacciano a fenomeni antropologici universali.

La paura della morte

 Il punto di partenza lo collocherei nell’unica fondamentale paura che domina e aliena ogni essere umano: la paura della morte. Essa è alla radice di tutte le altre paure, nonostante nel contesto culturale attuale, specie in occidente, si faccia di tutto per rimuovere la realtà della morte, con il risultato che è proprio lei ad abitare le nostre vite come un’angoscia di cui non sappiamo decifrare il volto. La morte non è solo l’ultimo istante della vita biologica, ma è una forza costantemente all’opera nella nostra vita quotidiana: si manifesta come sofferenza, malattia, separazione, rottura, fine di tutto ciò che per noi è vitale, al punto da causare vere e proprie situazioni di non-vita in chi biologicamente è ancora vivo.

  Mosso dalla paura della morte, l’uomo vuole preservare con qualsiasi mezzo la propria vita, vuole possedere per sé i beni della terra, vuole dominare sugli altri. Egli pensa di assicurarsi in tal modo una vita abbondante, ritiene di poter combattere la morte con l’auto-affermazione, e giunge a considerare ragionevole e giusto ogni comportamento finalizzato a questo scopo, anche a costo di nuocere agli altri e persino a se stesso. E così finisce inevitabilmente per percorrere sentieri di morte…

  Ora, le scienze umane ci insegnano che ogni uomo si costruisce, cresce e matura mediante le relazioni con se stesso, con le cose e con gli altri; d’altra parte, questi stessi rapporti sono costantemente esposti al rischio di tre pulsioni che, se non arginate, possono giungere a possederci e a devastarci. Facendo appello alle potenzialità di volontà e desiderio insite nell’uomo, infatti, la tentazione ne mette in rilievo il “lato oscuro”, e si manifesta come una forza che mira a distorcere in senso egocentrico tutte le sfere relazionali. Siamo posti di fronte a un’esperienza umana universale, quella di tre dominanti che agiscono sulle sfere umane dell’amare, dell’avere e del volere: la dominante dell’eros (libido amandi), la dominante del possesso (libido possidendi), la dominante del potere e dell’affermazione di sé (libido dominandi).

  La libido amandi

 La libido amandi consiste innanzitutto in quell’impulso che ci spinge a sfuggire la fatica, a vivere seguendo unicamente ciò che provoca in noi sensazioni di piacere. A livello collettivo, poi, come dimenticare la tendenza, sempre più diffusa, a risolvere ogni problema mediante la soppressione della fatica fisica – cioè facendo lavorare altri al posto nostro – e a sostituire il sudore della fronte con la tecnica? Questa prima libido trova evidentemente una manifestazione privilegiata nella sfera erotica, dove la perversione del desiderio sessuale può giungere a fare del partner un mero oggetto. Lungi dall’essere ridotto a bisogno da soddisfarsi immediatamente, l’eros dovrebbe invece essere traversato dalla dinamica del desiderio: ciò significa accettare la sfida della differenza e della distanza, restare aperti al rischio dell’incontro con l’altro. La lotta esige qui la capacità di disciplinare la pulsione sessuale per non pervenire a un’assolutizzazione che ne imponga l’immediata soddisfazione; tale cammino può essere agevolato dal recupero della dimensione simbolica dell’eros stesso, oggi soffocata dietro la sua riduzione a immagine spettacolarizzata. Per il cristiano, poi, il dinamismo dell’eros deve ritrovare il suo mistero: mistero di comunione che narra l’amore fedele di Dio; mistero di comunione in cui l’uomo e la donna vivono ed esprimono il loro amore fino a celebrarlo in quella che Giovanni Paolo II osava chiamare la “liturgia dei corpi”.

La libido possidendi

 La libido possidendi è la seduzione esercitata sull’uomo da quella brama del possesso che fa leva sul fascino perverso dell’avere “tutto e subito”; oggi, in particolare, essa assume il volto di una sfrenata idolatria del denaro. A livello socio-politico, si pensi alla brama che porta a sfruttare le risorse del creato a beneficio esclusivo di un’esigua minoranza di persone, incuranti delle enormi sofferenze che ne derivano per tutte le altre. Questa forma di idolatria si manifesta nel considerare il possesso dei beni un fine in sé e nel giustificare ogni mezzo che consenta di accumularne la maggior quantità possibile, contraddicendo la loro destinazione universale. Qui la lotta spirituale esige la capacità di porre una distanza tra sé e le ricchezze, per non cadere nel terribile abbaglio di chi si lascia definire da ciò che possiede; occorre cioè uscire dalla logica angusta e angosciata del “mio” e del “tuo” per entrare nella libertà della condivisione e della comunione dei beni.

 La libido dominandi

La libido dominandi consiste nella ricerca della propria gloria e dell’affermazione di sé a spese degli altri; è quell’inebriante miraggio del potere che induce il singolo a trasformare la propria persona in assoluto. In chi è preda di tale brama svanisce ogni coscienza interpersonale, perché gli altri si trasformano in meri oggetti da dominare e ridurre in proprio potere; e l’esito politico di questa vera e propria malattia sono le forme totalitarie di cui abbiamo fatto tragica esperienza nel XX secolo… La pseudo-cultura che nutre tale brama è quella della concorrenzialità, dell’individualismo esasperato che vede nell’altro solo un ostacolo e un rivale, invece di considerarlo come un dono, una ricchezza, una possibilità di salvezza: salvezza dall’isolamento mortifero e dalla tentazione di farsi “come Dio”, salvezza come pienezza di vita nella fraternità e nella comunione.

 È significativo che nella Bibbia non troviamo tanta insistenza sugli atei, i senza-Dio, quanta ne troviamo sulla tentazione dell’idolatria che colpisce tutti, il credente come chi credente non può o non vuole definirsi. L’uomo abbandonato a sé, l’uomo che ignora o disprezza l’immagine di Dio che abita in se stesso e nel proprio simile, è idolatra, è schiavo di quelle dominanti che penetrano nel cuore umano e ne risvegliano gli elementi deteriori. Ma nessuna tentazione potrà mai distruggere la nostra libertà e la nostra responsabilità, anzi, la lotta contro questo imbarbarimento non potrà che temprarle e arricchirle.

 Enzo Bianchi

Immagine: Chi ha paura della morte?