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mercoledì 6 gennaio 2021

RIAPRIRE LE SCUOLE? UNA NECESSITA'


 Il pediatra: le lezioni possono (e devono) riprendere in presenza

«In aula non si corre alcun rischio»

Villani (Cts): zero focolai, contagi di origine domestica. Si guardi alla realtà dei fatti

Intervista ad Alberto Villani

-         VIVIANA DALOISO   

Vaccinato contro il Covid il 28 dicembre, diviso ormai da mesi tra le corsie della “sua” pediatria al Bambino Gesù (che dirige da anni) e le riunioni del Cts, Alberto Villani è uno di quelli che non vuol sentir parlare di “rischio contagio” a scuola.

Professore, eppure alcune Regioni stanno già correndo ai ripari. E anche i presidi, i sindacati, tutti sono perplessi.

La scuola è un luogo sicuro, lo sostengo da sempre. Di più, è un luogo protetto: non solo non ci si contagia, ma standoci il maggior tempo possibile ci si espone meno al contagio, fuori. La scuola italiana, in particolare, è un unicum a livello mondiale per come sono state studiate, impostate e garantite le misure anticontagio: il distanziamento tra gli studenti, le mascherine, gli ingressi e le uscite. Rispettate queste regole, nelle aule il rischio contagio è pari a zero: e non è una mia opinione, come Bambino Gesù l’abbiamo dimostrato attraverso uno studio (anche questo unico al mondo) condotto su due plessi scolastici romani che vanno dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori, un campione di oltre mille studenti.

Come si è svolto?

Abbiamo monitorato ciclicamente la situazione dei contagi da settembre fino a fine novembre, con tamponi e controlli a tappeto. Risultato: zero focolai, pochi casi (su 3.431 tamponi effettuati ne sono risultati 11 positivi, ndr), la quasi totalità legati al contesto domestico e non scolastico.

A proposito di controlli a tappeto, perché ancora non decollano nelle scuole? Questo non sarebbe un modo di garantire il ritorno alle lezioni in presenza e insieme la sicurezza?

La verità è che per le stesse ragioni che ho appena spiegato, non ce n’è bisogno. Se ho a scuola ragazzi senza sintomi, con la mascherina, ben distanziati, non c’è alcun motivo per cui debba screenarli a tappeto: non ci saranno contagi. Il tampone sarà invece utile se ci sono contagi in famiglia, se sono stati a contatto con un positivo fuori dalla scuola o se presentano sintomi: quando cioè se ne presenti la necessità.

È ciò che si muove appena fuori dalla scuola, allora, che andrebbe monitorato meglio?

Non è questione di monitoraggi, ma di comportamenti. Quello che mi preoccupa maggiormente è la variante umana di questo coronavirus, non quella inglese: ci sono ancora troppe persone di ogni età, e purtroppo tra queste ci sono anche i ragazzi, che non rispettano le regole comportamentali e sociali necessarie a impedire la trasmissione del virus.

A proposito di “variante inglese”, è vero che colpisce di più i minori? I timori legati alla riapertura delle scuole secondo lei dipendono da questo?

Le prime evidenze scientifiche ci dicono che è più contagiosa: non più mortale, non più sintomatica, semplicemente più capace di diffondersi. Non mi stupisce, d’altronde: questo è il lavoro che fa ogni virus, cerca di sopravvivere il più possibile. Se si rispettano le regole di cui dicevamo poco fa, un virus più contagioso è uguale a uno meno contagioso: non si trasmette, punto. A scuola, dove si rispettano le regole, non si corrono rischi maggiori.

Professore, qualcuno obietta che si stia commettendo un errore nel vaccinare prima gli anziani che bambini e ragazzi, visto che questi ultimi sono più responsabili della circolazione del virus...

Le gerarchie delle priorità, quando si parla di vaccini, vengono stabilite in base al rischio: chi rischia di più viene vaccinato prima. Gli anziani e i malati rischiano di morire: ecco perché si parte da loro. Quanto al fatto che i ragazzi siano più responsabili della circolazione del virus, non è così: chi non rispetta le regole, a ogni età, ne è responsabile.

La scuola quando tornerà alla normalità?

Se per normalità si intende una scuola con classi pollaio, plessi fatiscenti, nessuna attività all’aperto, nessun rapporto con il territorio che la circonda, poche attività sportive, io spero che non ci si torni mai più. Il Covid ci ha messo davanti agli occhi una scuola dimenticata, trascurata e fonte di diseguaglianze. Se i nostri ragazzi torneranno in aula senza le mascherine? Ci arriveremo, certo, quasi certamente da settembre. Ma le priorità del Paese dovrebbero essere altre.

www.avvenire.it

 

venerdì 13 novembre 2020

VIRUS. CONTAGI A SCUOLA O ALTROVE?

I contagi della seconda ondata? 

Nel tempo libero, non a scuola

Bar, ristoranti, palestre, mezzi di trasporto sembrano essere diventati più pericolosi con la ripartenza dell’epidemia. Così anche tra le professioni. A rischio le fasce deboli.

Uno studio condotto sui telefoni cellulari negli Usa, e pubblicato su Nature, indica come maggiormente responsabili della diffusione gli spazi ristretti, al chiuso e affollati. Una ricerca in Norvegia sui lavori più colpiti: ristorazione, tassisti, guide turistiche. Meno tra gli insegnanti

 di VIVIANA DALOISO e FRANCESCO RICCARDI

È la domanda delle domande, quella a cui riuscivamo (forse) a rispondere ai primi di agosto, quando in Italia si contavano poco più di 300 contagi al giorno, e su cui oggi brancoliamo totalmente nel buio: dove si prende, il Covid? La risposta messa nero su bianco dall’Istituto superiore di sanità è più o meno questa: non lo sappiamo. Più precisamente «continua ad aumentare il numero di casi non riconducibili a catene di trasmissione note – recita l’ultimo monitoraggio della Cabina di regia, su cui mercoledì si è deciso il cambio di colore di un altro pezzo di Paese –: 74.967 questa settimana contro i 49.511 di quella prima». P er capire di cosa stiamo parlando, in termini concreti, serve ricordare che mediamente ogni persona intrattiene rapporti considerati a rischio con almeno altre 10: significa che nel corso dell’ultima settimana abbiamo avuto potenzialmente quasi un milione di persone a spasso senza la minima percezione di essere potenziali diffusori e senza poterli intercettare. Questo spiega bene perché, saltato completamente il sistema di tracciamento, l’unica soluzione per raffreddare la curva sia la mitigazione del contagio attraverso le chiusure generalizzate: non sappiamo più da dove viene e dove va il virus, riduciamo il più possibile circolazione e contatti finché i contagi non tornano a scendere. La strategia, intendiamoci, probabilmente funzionerà: i primi, timidi segnali di rallentamento della curva si sono concretizzati già negli ultimi giorni. Ma i costi delle misure adottate in termini sociali ed economici sono, di nuovo, altissimi. E rieccoci al punto allora, alla domanda a cui una volta usciti da questa seconda fase critica il governo e le autorità sanitarie dovranno saper rispondere: dove si prende, il Covid? Meglio, dove gli abbiamo permesso di circolare indisturbato e di minare tutto il vantaggio che avevamo costruito nel corso degli ultimi sei mesi? Saperlo, ormai è chiaro, diventa decisivo per non trovarci più nella situazione di oggi.

Risposte ne sono state ipotizzate molte. In queste ore, per esempio, un’inchiesta della Procura di Cagliari è tornata a mettere a tema la spinosa questione delle discoteche aperte quest’estate in Sardegna (ma fino a dopo Ferragosto lo sono state anche nel resto del Paese): in quel caso, non sarà difficile da accertare, gli assembramenti indiscriminati nei locali e la circolazione dei turisti su un territorio in buona sostanza rimasto Covid-free sono stati decisivi per la ripartenza dell’epidemia. Col disastro in termini di vite umane ed emergenza sanitaria che per l’isola questo ha comportato. Dal punto di vista scientifico, tuttavia, dati sui luoghi dove il contagio corre di più in Italia non ne abbiamo e non ne abbiamo mai avuti. È una delle lacune lamentate più volte nel corso delle ultime settimane dai più svariati gruppi di studio indipendenti sul Covid ed esplicitata dal presidente dell’Accademia dei Lincei Giorgio Parisi in un articolo pubblicato alla fine di ottobre su Scienza in rete: «Quanto influiscono sui contagi in Italia i ristoranti, le cene in famiglia, la riunione in ufficio, la convivenza familiare, le feste?

Quali sono le attività più a rischio, oltre ovviamente quelle che già si conoscono: la sanità, la preparazione dei salumi, i centri di distribuzione postale?» si chiedeva Parisi, ricordando che l’unico monitoraggio effettuato con precisione (ma anche qui con diversi limiti) è stato da settembre quello sulla scuola, che per altro ha dimostrato di non essere affatto un luogo di propagazione sostenuta dell’epidemia: 3,5% i focolai riconducibili alle classi, e ancora ieri la ministra Azzolina lo ha ricordato con forza. «Senza dati precisi – proseguiva Parisi – come fare a valutare gli effetti positivi o negativi di provvedimenti come la chiusura dei centri commerciali durante il weekend o delle scuole elementari?». O, aggiungiamo noi, dei parchi e dei lungomare, che pure nelle ultime ore sono tornati sotto i riflettori dei media scatenando infinite polemiche: ci si contagia al parco? Ci si contagia sul lungomare affollato di Napoli? E sui mezzi pubblici? Un altro abisso inesplorato, su cui pure si sono consumate infinite polemiche e recriminazioni.

Che un tracciamento dei contagi utile alle decisioni politiche per il contenimento dell’epidemia sia possibile lo dimostra uno studio americano pubblicato da Natureproprio in queste ore e condotto dagli esperti della Stanford University e della Northwestern University. Il team ha utilizzato i dati anonimi raccolti grazie ai telefoni cellulari, per mappare i movimenti di 98 milioni di persone provenienti da diversi quartieri delle più grandi città statunitensi. Risultato: ristoranti, bar, caffè e palestre sono risultati i luoghi in cui il rischio di contagio è risultato più elevato. Spazi ristretti e al chiuso, affollati, dove pur mantenendo le distanze il virus evidentemente si propaga facilmente. Di più: visto che nei modelli informatici costruiti per analizzare i dati gli esperti americani hanno inserito anche le fasce reddituali diverse della popolazione presa in esame, lo studio ha potuto osservare anche l’evidente disparità nel rischio di infezione in base allo stato socioeconomico degli utenti. Chi è più povero è costretto a muoversi di più e a frequentare, per esempio, supermercati e discount più affollati, si ammala anche più facilmente. Sulla base di tutto ciò, il team è arrivato a prevedere la probabilità di nuove infezioni in un dato momento, luogo o tempo: è stato cioè per la prima volta costruito un modello di trasmissione del virus identificando le potenziali sedi e le popolazioni ad alto rischio. E le simulazioni hanno previsto con precisione il conteggio giornaliero poi confermato dei casi in dieci delle più grandi aree metropolitane, tra cui Chicago, New York e San Francisco (arrivando a individuare 553mila località distinte raggruppate in 20 categorie chiamati “punti di interesse”). Insomma, una miniera inestimabile di dati che sono stati messi a disposizione delle autorità per capire quando e cosa chiudere, e per quanto tempo, per ottenere una determinata riduzione dei contagi.

Maniacale? Tutt’altro, visto che è proprio sulla precisione dei dati scientifici che può essere costruita una strategia efficace (e meno penalizzante del lockdown generalizzato) di lotta al virus. Dall’inizio dell’epidemia, per esempio, li ha forniti per la Germania con grafici dettagliati il Koch Institute, confermando anche qui la maggiore circolazione del Covid nei luoghi del tempo libero (birrerie, ristoranti) e in famiglia. Alle professioni a maggiore rischio, invece, e a come si possano modulare le aperture o chiusure di determinate attività per contenere i contagi si sono dedicati anche quattro ricercatori norvegesi (K. Magnusson, K. Nygard, L.Vold e K. Telle) in uno studio svolto per conto dell’Istituto norvegese di sanità pubblica, che ha il pregio addirittura di distinguere tra prima e seconda ondata della pandemia.

L’indagine in questo caso è stata condotta su un campione di 3,5 milioni di cittadini norvegesi tra i 20 e i 70 anni confrontati con gli oltre 12mila che hanno contratto il virus (0,3%). I risultati evidenziano come nella fase di avvio dell’infezione, tra il 26 febbraio e il 17 luglio, i più colpiti (con una probabilità da 1,5 a 3,5 volte) siano stati in particolare i professionisti del settore sanitario: dagli infermieri ai medici, dai fisioterapisti ai dentisti, evidentemente non ben protetti o sopraffatti dall’arrivo dei primi malati. Assieme, al di fuori della sanità, a tassisti e gui- datori di autobus. Al contrario, insegnanti e studenti, personale impiegato nell’assistenza all’infanzia, così come baristi, camerieri, commessi dei negozi, addetti alle pulizie, istruttori di fitness e parrucchieri non hanno subito un aumento del rischio, o addirittura presentavano un rischio ridotto rispetto agli altri cittadini in età lavorativa. Lo scenario, invece, è cambiato completamente durante la seconda ondata della pandemia, con baristi, camerieri, addetti ai servizi di ristorazione, guide turistiche, assistenti di viaggio e ancora i tassisti a registrare una maggiore probabilità (da 1,5 a 4 volte) di contrarre la malattia rispetto alla popolazione nella medesima età lavorativa. Il rischio è rientrato invece nella media dei cittadini per il personale sanitario, gli autisti di autobus e si conferma tale di nuovo anche per gli operatori dell’assistenza all’infanzia, gli insegnanti, gli studenti, gli istruttori di fitness, i commessi dei negozi, i parrucchieri.

I ricercatori, in questo caso, ribadiscono come gli insegnanti non presentino un rischio superiore di contrarre il coronavirus rispetto alla generalità della popolazione: come a dire che la scuola non è un ambiente particolarmente “pericoloso”. Un dato, quest’ultimo confermato anche dal bollettino dell’Istituto di sanità pubblica della Norvegia, pubblicato l’11 novembre, in cui si evidenzia come appena il 3% dei contagi sia avvenuto a scuola, mentre la maggior parte si registri in ambito familiare, sul lavoro appunto o in eventi privati. In Norvegia gli immigrati sono sovrarappresentati fra i contagiati: sono il 15% dei residenti, ma il 37% dei positivi (di cui un 10% di ritorno in particolare dalla Polonia) e addirittura il 50% dei ricoverati, quelli cioè con i sintomi più gravi o non in grado di curarsi autonomamente in casa, sono nati all’estero. A ulteriore riprova di quanto pesino anche nella tutela della salute fattori come la povertà, il lavoro a bassa remunerazione nel settore dei servizi, l’abitare in appartamenti piccoli e sovraffollati, il minore grado di istruzione. In Italia è successo? I dati sui centri d’accoglienza dicono di no, ma anche in questo caso servirebbero più riscontri, raccolti in più ambiti. Serve una strategia con cui ricominciare, passato questo momento drammatico. Per costruirla si può e si deve chiedere alla scienza più di quello che abbiamo fatto finora.

 www.avvenire.it

 

 

 

 

 

 


mercoledì 11 novembre 2020

IL MORBO E LA SUA URGENZA FILOSOFICA

    «Quando il lockdown sarà diventato clausura non imposta ma scelta consapevole, allora del sospetto di trame occulte non sapremo più che farcene, ne rideremo come di don Ferrante...» 

Ogni pandemia modifica società e storia. Occorre riflettere sul Covid e la sua diffusione. Solo assumere ciascuno le proprie responsabilità, a tutti i livelli, consente di costruire futuro

 -          di SERGIO GIVONE

      

Ad accomunare l’attuale Covid–19 alle molte pestilenze della storia è un fatto del tutto evidente: ancora una volta abbiamo a che fare con una epidemia che tende inevitabilmente a evolvere in pandemia. Questa è la natura del morbo, che infatti si trasmette per contagio e ci espone gli uni agli altri in un mondo dove tutto è relazione. Per cui la vittima è a suo modo carnefice, l’infettato è anche portatore dell’infezione. Detto ciò, un’ulteriore osservazione s’impone, ed è che i fenomeni pandemici hanno sempre comportato autentiche svolte e rivoluzioni nei modi di essere, negli atteggiamenti e negli stili di vita.

Se la cosiddetta peste di Giustiniano (541–542) annuncia la fine dell’Impero Romano e inaugura il Medioevo, la peste nera del 1348–1350 fa da incubatrice del passaggio all’Evo Moderno. Saranno pure ingenue o addirittura risibili le litanie circa la necessità di cambiare registro a seguito della peste; ma se è vero che l’essere umano resta sempre uguale a se stesso, e non c’è catastrofe che possa farlo più responsabile o quanto meno più accorto, è anche vero che dopo la peste, qualsiasi peste, sia quella descritta da Tucidide sia quelle di cui ci hanno raccontato Boccaccio o Defoe o Manzoni, niente è più come prima.

Chiediamoci dunque che cosa la pandemia, nella sua manifestazione più recente e tuttora in corso, abbia da dirci sia rispetto al nostro passato sia rispetto al nostro presente e al nostro futuro. E quindi: non solo come affrontarla con misure efficaci, ma prima ancora come pensarla adeguatamente. Ciò appare tanto più necessario e urgente, quanto più la pandemia, a ogni suo irrompere nel mondo umano come se provenisse da un altro mondo, sembra avere questa caratteristica: coglierci impreparati, lasciarci senza parole, umiliare qualsiasi pretesa di invulnerabilità. Per averne la conferma basterà riandare a opere eminenti dedicate al tema dalla letteratura negli ultimi cent’anni: da Il morbo scarlatto di Jack London a La peste di Camus fino al recente La strada di McCarthy.

Al primo manifestarsi della forma in cui la peste si è presentata ai nostri giorni, cioè il coronavirus, qualcuno ha evocato, quasi fossero strumenti non solo di comprensione del fenomeno, ma anche di liberazione dai suoi effetti perniciosi, categorie filosofiche che appartenevano a quella philosophia naturalis un tempo abbracciante sia la teoria politica sia la medicina e che oggi sono state rimesse in circolazione dalla biopolitica. Vengono da qui quelle che appaiono vere e proprie pratiche salvifiche: tra le quali, in particolare, lo “stato di eccezione” (cioè la sospensione di alcune libertà fondamentali dell’individuo, da cui il lockdown) e l’“immunità di gregge”. Espedienti che si sono rivelati fin da subito un grande equivoco, ma che hanno dato luogo a un dibattito assai curioso e a tratti surreale.

Tanto lo stato di eccezione quanto l’immunità di gregge appartengono a una filosofia diciamo pure destinale, una filosofia della necessità (e non della libertà) che predica l’abbandono al destino. Secondo una prospettiva del genere avremmo a che fare – questo in sostanza è il ragionamento – con un’epidemia che non può non diventare pandemia e che perciò può essere sconfitta solo per esaurimento della sua carica virale. E quindi una cosa vale l’altra: sia la pena mortificante della reclusione di massa sia il vitalismo idiota della sfida al virus sono in funzione del decorso della malattia. Sembrano due strategie opposte, ma così non è. In entrambi i casi l’idea è che per fermare l’infezione sia necessario lasciarla sfogare. Certo, un conto è che ciò avvenga in una situazione di promiscuità dal sapore vagamente libertino e un conto è che lo stesso risultato sia ottenuto previo obbligo di clausura, distanziamento sociale e separazione.

Tuttavia la concezione di fondo è sostanzialmente identica e rimanda appunto a una filosofia dove i comportamenti sono dettati dal potere centrale e non assunti liberamente, responsabilmente: una filosofia della necessità, appunto. Necessità è quella che soggiace sia alla clausura dello stato di eccezione (dove la libertà è sacrificata sull’altare della protezione totale) sia all’anarchia dell’immunizzazione perseguita attraverso una sorta di autosacrificio (dove a immolarsi è colui che infettandosi pretende di salvare se stesso e gli altri). In un caso come nell’altro si resta all’interno di una logica sacrificale.

Purtroppo, né lo stato di eccezione né l’immunità di gregge funzionano, come si è visto fin da subito per quel che riguarda l’immunità di gregge e come si sta constatando ora con la seconda ondata del contagio per quel che riguarda lo stato di eccezione. L’immunità di gregge non funziona semplicemente perché i suoi costi sono troppi alti. Il che vale per i costi sociali e ancor più per i costi morali. Senza contare che mettere a repentaglio la propria vita per salvarla non sembra essere una grande idea. A sua volta lo stato di eccezione non funziona in quanto questa misura comporta una specie di eterogenesi dei fini. Perseguendo la protezione dei cittadini attraverso metodi coercitivi, questa strategia di contenimento induce inevitabilmente a trasgressioni inconsulte e raggiunge esiti di segno contrario.

Né dell’una né dell’altra si può dire che siano di per sé cattive teorie. E neppure che siano buone teorie, però male applicate. Semplicemente, sono teorie che non hanno presa sul fenomeno in questione, perché non sono in grado di spiegarlo, di comprenderlo. Stiamo parlando del Covid, della pandemia di cui facciamo attualmente esperienza, della peste del nostro tempo. Che sarà pure un destino. Il nostro destino, però. Cioè tale da doversene assumere la responsabilità, pena un esiziale farsi succubi di esso.

È proprio la tragica realtà di questo virus a farcelo capire, se vogliamo capire. Il virus non è caduto dal cielo. E neppure ci è stato mandato in punizione dei nostri peccati. Ma indubbiamente si è sviluppato là dove il processo di violenta antropizzazione del mondo mostra il suo lato perverso e ci chiama in causa, inchiodandoci alle nostre responsabilità. Ecco, dunque, la parola–chiave: responsabilità, responsabilità per il destino, che poi significa responsabilità nei confronti di tutti gli altri e del luogo da tutti condiviso, la terra (alla quale siamo affidati e che ci è stata affidata). Possiamo dimenticarcene nel momento in cui si tratta di affrontare la pandemia? E magari illuderci di risolvere il problema a colpi di diktat anonimi, invece che farci carico responsabilmente dei nostri comportamenti?

Cominceremo a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel magari quando il lockdown sarà diventato clausura non imposta, scelta consapevole. Allora della filosofia del sospetto (sospetto che il Covid nasconda trame occulte e quanto meno un intento liberticida da parte di misteriose forze antidemocratiche) non sapremo più che farcene. Ne sorrideremo come oggi sorridiamo di don Ferrante e del suo prendersela con le stelle.

 www.avvenire.it

giovedì 15 ottobre 2020

CORONA-VIRUS, DIDATTICA A DISTANZA E INCLUSIONE

  TRA SFIDE ed OPPORTUNITA'

 di Pasquale Moliterni, 

Università di Roma 

“Foro Italico”  

 La crisi del Coronavirus rappresenta una sfida ed un’opportunità per sviluppare una didattica della prossimità e della vicinanza ai bisogni e alle possibilità di ogni studente, nessuno escluso. Si è resa ancora più evidente la necessità di una rivoluzione didattica per creare una scuola inclusiva, in cui la cultura, fonte di umanizzazione della persona, sia accessibile a tutti. Questo è possibile attivando processi mediatori pedagogici, didattici e educazionali, costitutivi della professionalità di ogni docente. Per una didattica più partecipata, sia a distanza che in presenza, sono necessari investimenti per ridurre il divario digitale e per incrementare l’organico dei docenti e dei professionisti dell’educazione, favorendo lo sviluppo di un ecosistema educativo.

Leggi: CORONAVIRUS, DAD, INCLUSIONE






 

venerdì 11 settembre 2020

LA CULTURA DEL SOSPETTO

 

Tramonto della fede?


 di Giuseppe Savagnone *

 

In gran parte dell’Europa secolarizzata la fede cristiana, che per quasi duemila anni ne era stata l’anima, è ormai presente solo come fenomeno residuale e in continua decrescita. In un’intervista all’«Osservatore Romano» dello scorso 2 settembre, il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea ha detto che a suo avviso la pandemia di coronavirus avrà come effetto di accelerare di dieci anni il processo di abbandono della pratica religiosa. Una previsione che ha riscontro nella preoccupata lettera della presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, in cui si invitavano i vescovi ad «aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale, per far fronte ad «un certo smarrimento (in particolare, una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi)» registrato tra i fedeli, molti dei quali non sono ritornati in chiesa anche dopo la fine del lockdown. 

La “cultura del sospetto”

La crisi della fede religiosa si inserisce, in realtà, in una più ampia trasformazione culturale, le cui radici sono profonde, e che ha reso problematica ogni certezza. Gli studiosi della recente storia del pensiero hanno più volte individuato in tre grandi protagonisti di questa storia – Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud – i «maestri del sospetto» che, ognuno per la sua parte, in questi ultimi centocinquant’anni hanno contribuito in modo decisivo a smascherare la falsità di rappresentazioni concettuali che avevano per secoli dominato l’immaginario collettivo dell’Occidente.

Il crollo di queste costruzioni illusorie – con la denunzia della sottile rete di interessi, di meccanismi psicologici, di abitudini inveterate, che stava dietro di esse – ha reso sempre più difficile, agli uomini e alle donne di oggi, aderire non solo alle «grandi narrazioni» religiose e metafisiche, ma a qualsiasi verità. Il sospetto è diventato – anche per tante persone semplici, abituate in un passato non troppo remoto a fidarsi senza riserve di quello che dicevano persone di cultura, esponenti della gerarchia ecclesiastica, scienziati, giornalisti, governanti – un atteggiamento radicato, che rende molto difficile la dedizione incondizionata a cause ideali, ma anche, più semplicemente, la fiducia in ciò che viene proposto da altri come vero.

La crisi delle autorità morali e culturali

Proprio coloro che, per motivi diversi, spesso di ordine socio-economico, non hanno potuto fruire di un’istruzione adeguata, e che prima erano i più disponibili ad accettare senza dubbi di sorta l’autorità morale e culturale dei “dotti”, sono ormai i più restii ad accettare questa autorità.

Colpisce leggere sui social i commenti francamente volgari e ingiuriosi che molti indirizzano contro una figura, in altri tempi da tutti ascoltata con rispetto, come quella del Sommo Pontefice. È solo un esempio. Già il Sessantotto aveva segnato la “morte dei maestri”. Allora questo fenomeno era inserito in un più ampio tentativo di combattere l’autoritarismo e di costruire un sistema nuovo. Oggi di quelle prospettive non resta nulla, se non la disinvolta scelta di trattare tutti, nelle discussioni, come propri pari, prescindendo dalla diversità di competenze che differenzia un interlocutore dall’altro.

Uno vale uno?

È la logica del populismo. Uno vale uno. Ogni pretesa differenza è una prevaricazione. Molti ricordano il confronto televisivo tra Pier Carlo Padoan, professore di Economia presso l’Università La Sapienza e già direttore per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale e la sottosegretaria 5stelle all’economia del governo Conte 1 (confermata poi nel Conte 2), Laura Castelli, diplomata in ragioneria e con laurea triennale in economia aziendale, in cui, a proposito del rapporto tra spread e tassi dei mutui, quest’ultima zittì il suo interlocutore con un veemente: «Questo lo dice lei!». Una battuta che la stessa Castelli poi ha spiegato: «Non è che perché uno ha studiato più di un’altra, quello che ha studiato ha per forza ragione».

Contro le competenze

È la stessa logica per cui molti, che non hanno mai aperto un libro di teologia, i quali sui social ripetono che papa Francesco è eretico, perché a loro avviso non si colloca nella tradizione della Chiesa cattolica.

La stessa logica per cui fiorisce oggi un movimento di “terrapiattisti” che sostiene la totale falsità delle tesi scientifiche ispirate alla teoria copernicana e vede in esse il frutto di un complotto internazionale.

La stessa logica che ha ispirato il movimento di rifiuto dei vaccini, basato sulla premessa che la classe medica è costituita nella stragrande maggioranza da incompetenti e mascalzoni, interessati solo a far guadagnare le case farmaceutiche.

Accusa che sta adesso viene rinnovata a proposito del coronavirus, che, secondo i “negazionisti”, sarebbe un’invenzione finalizzata a soddisfare oscuri interessi economici (ritorna il tema delle case farmaceutiche, desiderose di arricchirsi vendendo mascherine e sanificanti).

Una nuova forma di fede

Eppure, a ben vedere, questa “cultura del sospetto” comporta anch’essa, suo malgrado, una fede e delle certezze. Ne troviamo l’eco sui social, negli stessi messaggi ingiuriosi rivolti a studiosi o a rappresentanti del mondo politico e della Chiesa. Chi accusa la “casta” di mentire deve farlo appellandosi a qualche “ragione”. E c’è sempre qualcuno, in possesso di qualche titolo che giustifica la sua pretesa, che si presenta come “esperto fuori dal coro” e denunzia il conformismo e la malafede dei suoi colleghi. Si tratta quasi sempre di figure che, per varie ragioni (che non è certo qui il caso di analizzare) sono rimaste marginali nei loro rispettivi ambiti, o che hanno poi sentito il bisogno di mettere meglio a fuoco la loro posizione  “anticonformista”.

Emblematico il caso del prof. Zangrillo, primario al San Raffaele, che aveva sostenuto, con grande sconcerto del mondo scientifico, che il coronavirus era ormai «clinicamente morto», che ha dovuto recentemente ammettere, in un momento in cui il suo più famoso paziente ha dovuto essere ricoverato per polmonite, di avere usato «una espressione probabilmente stonata nel modus». 

Anche senza appigli

Ma anche quando nessuno offre appigli per giustificare le loro certezze, terrapiattisti, negazionisti, no vax, sostenitori dell’invasione incontrollabile di immigrati, questa fede ce l’hanno, e così radicata da rifiutare di discuterla. Si ha un bel dire che ci sono dei dati scientifici, delle statistiche ufficiali, che basterebbe documentarsi per capire dove sta l’equivoco. Nulla da fare. «Sono tutte balle», rispondono. E chi vuole sostenerne la verità è, ai loro occhi, un complice dell’inganno, che sicuramente nel fare questo ha i suoi vantaggi.

Da una fede all’altra

La fede, cacciata dalla porta, è rientrata dalla finestra. Ma è una fede malata, ben diversa da quella del cristianesimo, sempre accompagnata dal richiamo alla ragione. Non sembra sia stato un buon affare per l’Europa il passaggio dall’una all’altra. Episodi storici di intolleranza – penso all’Inquisizione o al caso Galilei – non devono far perdere di vista i costanti richiami del magistero della Chiesa – esemplari i documenti del Concilio Vaticano I e del Concilio Vaticano II, ma anche l’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II – alla valorizzazione dell’intelligenza, della scienza, della ricerca critica della verità.

Un compito per la Chiesa

Forse proprio la Chiesa dovrebbe saper riscoprire l’attualità del concetto di fede maturato nella sua millenaria tradizione e riproporlo come alternativa autentica umana, oltre che cristiana. Non per difendere la propria posizione, ma per rendere un servizio agli uomini e alle donne di questa società. Non è detto che ciò basterebbe a fermare il processo di scristianizzazione in corso. Ma sarebbe – questo sì – un modo nuovo, creativo, di riproporre la sua presenza pastorale.

 

·        Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

venerdì 4 settembre 2020

LA SPERANZA NASCE DALLA SOBRIETÀ'

 Il nuovo saggio del vescovo di Faenza-Modigliana riflette sul mondo attraversato dal Covid-19 alla luce della Laudato si’.

 Occorre rivedere i luoghi comuni su democrazia, libertà, giustizia sociale, sostenibilità: non sulla base di elucubrazioni astratte, ma dei problemi reali dell’uomo di oggi. 

di STEFANO ZAMAGNI

Chi si sentisse orfano di un libro di riflessione teologico– politica calato nella realtà di questo nostro tempo, scritto in modo esemplarmente chiaro e a tutti accessibile, non dovrebbe perdersi il nuovo saggio di Mario Toso, vescovo di Faenza-Modigliana, già rettore della Pontificia Università Salesiana e segretario del pontificio Consiglio di Giustizia e Pace. Ecologia integrale, dopo il coronavirus (Frate Jacopa, pagine 253, euro 17) è un libro originale e propositivo.

Originale per il taglio espositivo che l’autore, come già in altri lavori, è riuscito a confezionare: una combinazione, ben riuscita, di acume teologico, solida preparazione filosofico–politica, speciale attenzione e passione alle problematiche di una pastorale sociale calibrata sulla ecologia integrale. Propositivo perché questo scritto obbliga a rivedere non pochi dei luoghi comuni intorno a categorie quali quelle di democrazia, libertà, giustizia sociale, sostenibilità. E ciò non sulla base di elucubrazioni astratte, ma a partire – come vuole l’approccio del realismo storico fatto proprio da Toso – dai problemi reali che intrigano l’uomo di oggi: la crisi del welfare state; la scarsità crescente di beni relazionali; le minacce al principio democratico derivanti dalle nuove forme di nazionalismo e/o sovranismo; la insostenibilità del sentiero di crescita finora perseguito, soprattutto in Occidente; la testarda insistenza nel voler trattare i beni comuni – tale è l’ambiente – come se fossero beni privati o beni pubblici. Né poteva essere diversamente, stante l’accoglimento da parte dell’autore del principio teologico secondo cui è la conoscenza a fondare l’amore: l’amore che nasce dal bisogno è gracile; l’amore che nasce dalla conoscenza è sovrabbondante.

Dopo una lucida ed efficace (e perciò utilissima a fini pastorali) rilettura della Laudato si’, alla luce anche dell’ampio dibattito internazionale suscitato dalla pubblicazione nel 2015 di questo straordinario documento, Toso entra nel merito del suo tema, focalizzando l’attenzione sugli assi portanti della odierna questione ecologica. Primo, la Chiesa si prende cura non solo dell’essere umano, ma anche della natura: «Ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (49). È in ciò il senso proprio dell’espressione «ecologia integrale»: questione sociale e questione ambientale sono come le due facce di una medesima medaglia e dunque non possono essere trattate disgiuntamente, come è stato fino a tempi recenti, quando antropocentrismo da un lato e ambientalismo estremo dall’altro si contendevano la palma del vincitore.

Secondo, la critica al nuovo paradigma tecnocratico che si è venuto imponendo sulla scia della rivoluzione digitale e alle forme di potere – soprattutto finanziario – che ne sono derivate, occupa un posto centrale in questo saggio. Toso non disconosce affatto i meriti e i vantaggi associati alla nuova traiettoria tecnologica, ma non accetta che questi possano, anche solo in parte, giustificare la rinuncia al principio noto come « human in command ». L’efficienza è bensì un valore, ma di certo non quello supremo. L’efficienza appartiene all’ordine dei mezzi, non a quello dei fini. Di qui l’insistenza a guardarsi dai rischi, tutt’altro che virtuali, della «servitù digitale» verso cui ci stanno dirigendo le grandi corporation dell’high–tech.

Terzo, la stretta correlazione, ampiamente documentata, tra inquinamento e diffusione di virus quale l’attuale Covid–19 deve portarci a riflettere sul fatto – scrive Toso – che le epidemie affliggono la società attraverso le vulnerabilità che gli uomini creano per tramite delle loro relazioni con l’ambiente, con le altre specie e tra loro. Il coronavirus si è diffuso nella maniera di cui ora sappiamo perché esso ha trovato il suo fitting (adattamento) nel tipo di società che abbiamo costruito. I virus sono profughi della distruzione ambientale. Di qui l’invito accorato a mutare il modello di crescita fino ad ora adottato.

Quarto, la sostenibilità – un termine ormai inflazionato e dunque a rischio di perdita di valore – va assicurata rispetto a tutte e tre le sue dimensioni: ambientale, economica, culturale. Non solo, ma ciò deve avvenire in modo congiunto, cioè simultaneo. Il che non è affatto semplice. In particolare, la transizione economica che deve essere avviata non può riguardare solamente il passaggio dal modello di economia lineare a quello di economia circolare, ma anche il cambiamento radicale di quelle istituzioni economiche e finanziarie massimamente responsabili dell’aumento endemico delle disuguaglianze sociali. Del pari, la transizione culturale da favorire – avverte Toso – non può limitarsi alla sola denuncia del «meccanismo consumistico compulsivo e del vortice degli acquisti e delle spese superflue» ( Laudato si’ n. 203), ma deve spingersi fino all’affermazione di un nuovo stile di vita centrato sulla sobrietà. Donde la necessità di porre in atto misure e pratiche (di nudge) che favoriscano tale affermazione.

Il volume si chiude con un capitolo specificamente dedicato a “Una nuova evangelizzazione del mondo agricolo–rurale”. Toso tocca qui un nervo gravemente scoperto. Poche settimane fa, le Nazioni Unite hanno pubblicato il loro SustainableDevelopment Goals Report 2020. Vi si legge che solo quest’anno 70 milioni di esseri umani si collocheranno al di sotto della linea di povertà assoluta, un numero questo che andrà ad aggiungersi ai 750 milioni di persone che già soffrono la fame. La situazione è talmente preoccupante che il Programma alimentare mondiale ( World food program) sta predisponendo il più importante intervento mai realizzato finora. Ebbene, leggere con attenzione, alla luce di ciò, queste pagine finali del libro di Toso ci fa comprendere di quanta forza trasformatrice della realtà intorno a noi è capace il pensiero sociale cristiano. Il fatto della possibilità è sempre la combinazione di due elementi: le opportunità e la speranza. È sbagliato pensare che perché qualcosa possa realizzarsi sia necessario intervenire solamente sul lato delle opportunità, cioè sul lato delle risorse. Quel che è necessario perché la possibilità abbia a realizzarsi è insistere sull’elemento della speranza, che per il cristiano non è mai utopia né il fatalismo di chi si affida alla sorte. Essa si alimenta con la creatività dell’intelligenza politica e con la purezza della passione civile. È la speranza che sprona all’azione e alla intraprendenza, perché colui che è capace di sperare è anche colui che è capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell’esistente.

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sabato 20 giugno 2020

SCIENZIATI E CORONA VIRUS.


L’oscillazione tra apertura e paura

-          Giuseppe Savagnone
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Il riaccendersi di nuovi focolai di contagio in Cina, in Corea e in altre nazioni dove il coronavirus sembrava ormai sotto controllo, contribuisce ad alimentare l’incertezza che stiamo vivendo nel nostro paese, dove le esigenze della ripresa spingono ormai con sempre maggiore forza alla riapertura in tutti i settori, senza però poter azzerare i margini di paura. Si oscilla tra un atteggiamento, ampiamente maggioritario, di impaziente reazione contro ogni residuo limite, dopo i mesi di confinamento e di forzata inattività, e un richiamo preoccupato alla prudenza, da parte di una minoranza che evoca il rischio di una “seconda ondata”.
L’Oms contro i tifosi napoletani
Emblematica, da questo punto di vista, la reazione del direttore aggiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Ranieri Guerra, che ha definito «sciagurati» i tifosi del Napoli, che hanno salutato con un vero e proprio bagno di folla la vittoria in Coppa Italia della loro squadra, e ha ricordato il ruolo giocato nella diffusione dei contagi dalla partita dell’Atalanta all’inizio dell’epidemia in Lombardia.
Stop alla paura?
Il fatto è che gli stessi scienziati non sembrano d’accordo tra loro e, nella nuova veste di “opinion leader” assegnata loro dall’emergenza sanitaria, sembrano fare a gara nello smentirsi a vicenda, con dichiarazioni che alternano inviti alla fiducia e richiami alla cautela.
L’ultima, nella prima direzione, è quella di Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche «Mario Negri» di Bergamo, in un’intervista pubblicata sulla prima pagina del «Corriere della Sera» del 19 giugno. In essa, commentando l’alto numero di persone che ancora risultano “positive” al tampone anti-Covid in Lombardia – più di duecento al giorno – lo scienziato ha sostenuto che si tratta in realtà di «casi di positività con una carica virale molto bassa, non contagiosa». E, non spiegandolo alla gente, «si contribuisce, magari in modo involontario, a diffondere paura ingiustificata».
Una dichiarazione ancora più decisamente ottimista era stata, alla fine di maggio, su Rai Tre, quella del professor Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele, secondo cui, addirittura, «il coronavirus clinicamente non esiste più».
Il monito del direttore dello «Spallanzani»
Non possono non tornare alla mente, però, le dichiarazioni rilasciate, ancora al «Corriere» appena due settimane prima, il 2 giugno, dal direttore scientifico dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive «Lazzaro Spallanzani», di Roma – il top in questo settore –, che invitava con forza anon illudersi: «Il virus non è scomparso». E aggiungeva: «Il virus dal dicembre 2019 ad oggi ha subito pochissime e poco significative mutazioni». Il rallentamento della pandemia si deve solo al fatto «le misure di contenimento hanno avuto il loro effetto (…). Ora i medici inquadrano prima e meglio i casi, l’affinamento delle strategie di sorveglianza consente di individuare sempre più precocemente i positivi». E ammoniva, senza nominarli, i suoi colleghi “ottimisti”: «Una comunicazione errata comporta un abbassamento dei livelli di guardia e di attenzione nella popolazione, non rendendo giustizia ai morti, ai malati, agli operatori sanitari e agli italiani che hanno rispettato con impegno le regole».
Alle origini: una previsione “minimalista”…
In realtà questi dissensi fra scienziati hanno accompagnato lo sviluppo della pandemia fin dalle sue prime fasi. Anche allora si erano confrontati scienziati che davano di ciò che stava accadendo interpretazioni molto diverse, se non addirittura opposte.
È il caso di Maria Rita Gismondo, virologa responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano, che alla fine di febbraio si pronunziava con decisone contro le prime voci allarmistiche relative al coronavirus: «A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri (…). Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1!».
… E una “massimalista” forse più vicina alla realtà
In risposta, il virologo del San Raffaele Roberto Burioni, che in precedenza era stato l’uomo di punta del partito degli “allarmisti” e aveva paragonato la pericolosità del Covid 19 a quella dell’influenza spagnola – che all’indomani della prima guerra mondiale fece decine di milioni di morti –, definì sprezzantemente la Gismondo «la signora del Sacco».
Devo dire che, quando queste dichiarazioni furono rilasciate, a colpirmi molto negativamente furono l’arroganza di Burioni e la sua gratuita scortesia. Non a caso il personaggio in seguito è stato da più parti bersagliato e accusato di protagonismo. Se dovessi giudicare adesso, però, dopo più di tre mesi di pandemia, chi si avvicinava di più alla verità, sarei costretto a riconoscere che, pur esagerando, le previsioni dell’antipatico Burioni corrispondevano più da vicino a quello che è effettivamente accaduto in Italia e in tutto il mondo.
Un’occasione per gli scettici
Che pensare di tutto questo? Alcuni ne hanno tratto l’occasione per ribadire il loro disprezzo per la scienza e la categoria degli scienziati nel suo insieme. Con la variante di chi si è limitato ad accusare quelli del comitato tecnico-scientifico creato dal premier Conte di essere al servizio del potere in cambio di “poltrone” e di denaro. Fino al punto che ci sono stati dei “complottisti” che hanno sostenuto essere la pandemia un’invenzione montata ad arte per limitare i diritti democratici e creare un clima di paura.
Sono gli stessi critici che, ispirandosi alla logica del sospetto tipica del populismo, avevano già prima del coronavirus rimesso in discussione i vaccini (i cosiddetti «no-vax»), negandone gli effetti positivi e denunciandone, anzi, la pericolosità per la salute.
Come tutte le denunzie basate sul sospetto, anche questa relativa ai vaccini ha avuto, in un recente passato, ampio consenso, per un certo periodo, da parte di un’opinione pubblica dimentica che terribili malattie un tempo endemiche, come il vaiolo, la poliomelite e tante altre, siano state sconfitte e siano scomparse praticamente dal nostro paese, grazie alla vaccinazione di massa contro di esse.
E comunque un disorientamento
Questa volta, in realtà, sono stati pochi a seguire i “negazionisti” e a dubitare in blocco della scienza. Come probabilmente saranno pochi a rifiutare il vaccino, quando finalmente sarà disponibile.
Resta il fatto che il dissenso tra gli scienziati ha disorientato e continua a disorientare molti. Ma forse, invece di un radicale scetticismo, degno dei «terrapiattisti » (ci sono anche questi, fra i nemici della scienza), questo dissenso può indurre un salutare senso critico nei confronti di un tipo di sapere che in passato spesso era stato considerato assoluto e infallibile. «È scientificamente dimostrato», si sentiva spesso dichiarare, in una discussione, come argomento decisivo a favore di una tesi.
Contro il relativismo, un sano senso della relatività
Il coronavirus è stata un’occasione per renderci conto che “la scienza” è un’astrazione: esistono gli scienziati, con le loro preziose competenze, che li rendono capaci di leggere molto più in profondità di tutti gli altri i dati offerti dall’esperienza, ma che sono pur sempre esposti, in questa lettura, a mille condizionamenti caratteriali, culturali, sociali. Anche il sapere scientifico scaturisce da una interpretazione inevitabilmente soggettiva, né potrebbe essere altrimenti, visto che a elaborarlo sono dei soggetti, “situati” in un punto nella realtà e capaci di guardarla solo a partire da questa loro collocazione.
Soggettività e oggettività coincidono grazie al dialogo
Ma questo non vuol dire che ciò che vedono non esista e che le loro affermazioni siano false. La soggettività non esclude l’oggettività, anzi senza soggetti che guardano le cose da un preciso punto di vista – il loro –, nessun sapere oggettivo sarebbe possibile. È dal conflitto dei punti di vista e dal loro confronto che emerge la verità. Lo diceva il prof. Ippolito in un’altra sua dichiarazione: «Non è il momento di polemizzare, in ogni cosa detta c’è un pezzetto di verità ma le informazioni vanno lette nel loro complesso».
Per sconfiggere il coronavirus dobbiamo imparare ancora tante cose. 
Una di queste è che, per capire come stanno le cose, bisogna dialogare.



martedì 24 marzo 2020

IL "TEMPO SOPSESO" CHE STIAMO VIVENDO - Comunicato AIMC

PANDEMIA, SCUOLA, DIDATTICA, IMPEGNO CIVILE ED ECCLESIALE, ASSOCIAZIONE ... 

La  pandemia  da  coronavirus  che  sta  interessando  l’intera  popolazione  mondiale  sta  portando  a provvedimenti  di  emergenza  che  stanno  profondamente modificando  la  quotidianità  di  ciascuno.  Stiamo vivendo  un  “tempo  sospeso”  nell’attesa  che  il  peggio  possa  passare  ma  nessuno  di  noi  sa  esattamente immaginare quale possa essere il “peggio” rispetto  a quello che stiamo vedendo e ascoltando nei mezzi  di informazione e nei social. È stato ripetuto più volte che siamo coinvolti in una guerra che nessuno ha voluto e che non ha precedenti per l’umanità. La memoria storica e letteraria va alle epidemie di peste, alla febbre  spagnola, al secondo conflitto mondiale, ma la pandemia da coronavirus è unica e nessuno di noi ha vissuto niente di paragonabile. Le vie e le piazze delle città, dalle metropoli ai paesini, della nostra meravigliosa Italia danno un’inedita immagine di assenza. Assenza di auto, di persone, di “normalità”, di vita. 
Un Paese con le serrande abbassate, un Paese chiuso, un’Europa chiusa, un mondo che giorno dopo 
giorno si sta chiudendo in se stesso. Un mondo che stentiamo a riconoscere e in cui il rapporto con l’altro, l’andare verso l’altro, ricevere un abbraccio, darsi la mano è vietato, ma ancor prima ci fa paura. In  questo tempo sospeso fra ciò che è stato, ciò  che è e ciò che non sappiamo come sarà, a tutti noi italiani si chiede  di essere ancor più parte della comunità nazionale,cittadini responsabili che compiono gesti responsabili  offrendo il proprio personale contributo al bene comune nazionale e mondiale. Come in tutte le guerre c’è una prima linea e una retrovia: in prima linea ci sono i professionisti della sanità e le forze dell’ordine e di sicurezza. Non chiamiamoli oggi eroi perché lo sono da sempre, il loro sacrificio è da sempre per l’altro. 
L’importante sarà ricordarcelo anche dopo e ringraziarli rispettandoli. C’è tutto il mondo del volontariato che  da  sempre  è  la  colonna  vertebrale  etica  di  questo  Paese,  come  le  attività  produttive  che  ne  sono  il cuore  economico.  Ci  sono,  poi,  i  singoli  cittadini  che  devono  fare  la  propria  parte,  in  questo  momento restando responsabilmente a casa e limitando all’indispensabile le occasioni di contatto esterno e, dopo, contribuendo, ciascuno per la propria funzione, alla ripartenza della nazione. 
Nelle emergenze i principi democratici devono ancor di più ispirare l’azione di chi ha l’onere della decisionalità per il bene comune. I ruoli e le funzioni costituzionali vanno rispettati e garantiti ancor di più quando  si  ragiona  in  termini  di  limitazioni  di  alcuni  diritti  costituzionali  per  la  salvaguardia  della salute pubblica.  Non  è  il  tempo  delle  contrapposizioni  partitiche,  la  responsabilità  democratica  chiama  a  corresponsabilità tutte le forze politiche a supporto  delle difficili decisioni del Governo. Il giusto equilibrio fra libertà  e  diritti  personali  e  interessi  e  bene  della  comunità  ancor  di  più  deve  essere  inderogabilmente rispettato. 
Questo tempo è, per chi come noi è credente, quello di far risuonare delle nostre preghiere tutte le chiese, vuote ma sempre aperte, per affidarci all’abbraccio paterno e alla consolazione del Signore. Papa Francesco  con  l’esempio  e  la  Parola  ci  invita  ad  essere  gli  uni  vicino  agli  altri  come  fratelli,  uniti nella comunità cristiana nell’affidarci spiritualmente al nostro Credo. 
In questo tempo inimmaginabile i più deboli, i soggetti fragili sono quelli più a rischio. L’infanzia e la giovinezza  devono  avere  la  giusta,  doverosa  e  necessaria  attenzione.  La  presidenza  nazionale dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC)  ritiene che “fare scuola” oggi come non mai significhi “essere scuola”. La scuola non è “solo” un luogo fisico, è un contesto di crescita formalizzato in cui si cresce quotidianamente educandosi e istruendosi in una continua sinergia educativa con le famiglie. Come detto, siamo  in  una  situazione  imprevista,  inimmaginabile  fino  a  meno  di  20  giorni  fa.  Non  ci  sono  regole  già scritte o procedure da applicare, non ci sono esperienze consolidate da “riutilizzare”. 
Una sospensione delle attività didattiche con l’attivazione di una didattica a distanza sostitutiva non 
era prevista dal CCNL, dal testo Unico e da nessunanorma precedente all’emergenza sanitaria. Un intero Paese  “sospeso”  non  si  era  avuto  nemmeno  negli  anni drammatici  della  II  Guerra  mondiale  quando  le scuole  restarono  aperte.  Non  è,  quindi,  il  tempo  di richiamarsi  solo  alle  norme  ma  al  buon  senso  e  alla deontologia  e  all’etica  dei  professionisti  di  scuola.  Non  è  un  caso  che,  responsabilmente,  in  tutt’Italia i docenti dalla scuola dell’infanzia alla secondaria  superiore si sono attivati, fin dall’inizio, per mantenere i contatti con i propri alunni “improvvisandosi” gestori di learning objects e di classi virtuali. Va sottolineato, infatti, che non si deve confondere la competenza abbastanza diffusa che esiste nella scuola italiana  nella didattica multimediale con quello che si sta facendo oggi che è e-learning, didattica a distanza con l’ausilio del digitale. Saper fare un power point o utilizzare al meglio la LIM non significa, infatti, essere in grado di progettare, realizzare e gestire percorsi curricolari con l’utilizzo di modalità e-learning. La diversità non è formale  è  sostanziale.  Nonostante  le  difficoltà  i  docenti  non  si  sono  tirati  indietro  e  la  comunità professionale sta mostrando alto senso di responsabilità nonostante molto sia affidato alla limitatezza delle dotazioni personali. 
Quello che però va salvaguardato, in questo periodo, è il senso  del fare e essere scuola nel tempo dell’emergenza  che  stiamo  vivendo  ma  che  soprattutto  stanno  vivendo  i  nostri  alunni/studenti.  Sarebbe sbagliato non considerare il trauma che, seppur ancora non esplicitato, stanno subendo in modo diverso dagli adulti. La paura, la mancanza di socialità inpresenza, l’impossibilità di praticare sports, il confrontarsi con la morte, la convivenza familiare anomala per tempi e forma sono aspetti che incidono profondamente su  tutti  e  ancor  più  sui  soggetti  in  età  evolutiva. I  docenti  devono  essere  vicini  ai  propri  allievi,  devono applicare  il  principio  fondamentale  dell’I  care,  devono  prendersi  cura  professionalmente  delle  loro  classi ponendo  l’accento  più  sull’elemento  educativo  che  su  quello  di  istruzione  della  scuola.  Soprattutto  è importante che la didattica a distanza non aumenti  la distanza fra la scuola e gli alunni dell’ultimo  banco, quei bambini e bambine, ragazze e ragazzi che hanno normalmente bisogni educativi speciali e che ora, nel bisogno  educativo  speciale  diffuso  della  collettività,  gridano  silenziosamente  la  loro  presenza.   Parlargli, essere  vicini,  ascoltarli,  farsi  presenti  al  loro  bisogno  anche  non  espresso:  questo  viene  assolutamente prima dell’assegnare compiti, spiegare contenuti, procedere con il percorso curricolare. 
La didattica a distanza sta chiamando a corresponsabilità le famiglie che forse mai come in questo periodo stanno vivendo la “quotidianità” della didattica, gli sforzi e l’attenzione dei docenti per i propri figli. Da questo dovremo ripartire quando tutto sarà finito. 
Questo è un anno zero: l’anno della scuola che viaggia anche grazie ai tanti vituperati  smartphone che  adesso,  finalmente,  si  riscoprono  come  device per  la  didattica;  l’anno  in  cui  il  tempo  scuola è  senza tempo; l’anno in cui l‘alunno entra nella cucina del docente e il docente entra nel salotto dell’alunno. Va da sé che anche per la valutazione e per il concetto di validazione dell’anno scolastico e della legalità del titolo di studio non può che essere un anno zero. 
La  valutazione  non  potrà  che  essere  intesa  nella  sua  prioritaria  valenza  formativa  e  le  votazioni tradizionali andranno ripensate se non sospese. Per gli esami, costituzionalmente obbligatori, si dovranno probabilmente utilizzare forme semplificate in videoconferenza così come le università hanno fatto per le sedute  di  laurea.  In  tempi  “nuovi”  vanno  adottati  parametri  “nuovi”  adattando  l’esistente  a  contesti  e esigenze mutati. 
Quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che, finita l’emergenza, perché con l’aiuto del Signore 
questa emergenza finirà, niente potrà essere come prima. Sarà l’economia della post-pandemia, saranno la sanità  e  il  welfare  della  post-pandemia,  sarà  la  società  della  post-pandemia,  sarà  la  cultura  della  postpandemia,  saranno  la  politica  e  la  democrazia  della post-emergenza,  dovranno  essere  l’educazione  e  la scuola nell’epoca della post-pandemia. Noi, come Associazione Italiana Maestri Cattolici ci saremo e come 75 anni fa abbiamo dato il nostro contribuito alla rinascita dell’Italia e della sua scuola post-fascista e postbellica  così  ci  impegneremo,  grazie  all’impegno  volontario  di  tutti  i  nostri  soci  e  di  tutte  le  nostre realtà territoriali, per riaprire ad un futuro diverso e migliore tutto il Paese. 
#Insieme ai nostri alunni e alle loro famiglie ce la faremo !
24 marzo 2020
La Presidenza nazionale AIMC