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venerdì 15 ottobre 2021

LA CULTURA DEL SOSPETTO


 

-          di Massimo Recalcati 


Si possono individuare due matrici fondamentali di quella deviazione mentale che possiamo definire con il termine complottismo, ossia la tendenza ad immaginare azioni malvagie ordite e compiute da altri in maniera organizzata per colpire una comunità, un paese, un popolo o la nostra stessa libertà individuale. Entrambe queste matrici si riferiscono ad un funzionamento infantile del pensiero. La prima è quella dell’animismo; la seconda quella del meccanismo di proiezione. La prima definisce un atteggiamento magico-superstizioso, tipico dei popoli primitivi, che consiste nell’attribuire intenzionalità — anima — agli eventi della natura che, in particolare, rivelano la nostra impotenza: una tempesta o una siccità non sono semplici fenomeni naturali, ma manifestazioni di una volontà soprannaturale. L’esito è quello di attribuire un senso recondito a qualcosa che in sé non ne ha alcuno. 

Dietro una pioggia insistente che danneggia i raccolti si può così leggere l’intenzione di entità superiori che puniscono ( o anche compensano interrompendone la calamità) gli esseri umani per le loro azioni. L’impotenza dell’uomo a governare la natura trova nel pensiero animista una sorta di rifugio irrazionale e superstizioso. Non è difficile cogliere come questo atteggiamento si possa rintracciare nelle tendenze complottiste del pensiero oggi particolarmente attive: quando l’umano è confrontato a qualcosa che lo sovrasta e che scompagina il senso ordinario delle cose, egli può tendere a fantasticare l’esistenza di causalità misteriose per ricostruire in qualche modo la trama lacerata del senso. 

La seconda matrice infantile del pensiero complottista consiste nel meccanismo della proiezione. Con questo meccanismo, come ha mostrato Melanie Klein, il bambino reagisce ad eventi ostili. Per esempio, se urtando una sedia si fa del male, egli tende ad attribuire alla sedia una cattiva volontà apostrofandola: “cattiva!”, “ brutta!”. In questo caso la proiezione rivela chiaramente la sua finalità difensiva: il bambino anziché subire passivamente il dolore provocatogli dall’urto con la sedia attribuisce proiettivamente alla sedia una intenzionalità malevola. Invece di rimproverarsi per non essere stato sufficientemente accorto nell’evitare la sedia, egli immagina che essa si sia messa volontariamente di traverso. Più di preciso, il meccanismo psichico della proiezione esteriorizza quei moti pulsionali che il bambino avverte come una sorta di minaccia interna poiché sovrastano la sua capacità di padroneggiarli. Accade, per esempio, anche nelle zoofobie. La paura del cavallo del piccolo Hans — studiato da Freud — è, in realtà, la proiezione della sua angoscia di fronte al carattere ingovernabile della pulsione sessuale e, più in generale, della vita stessa. Questa proiezione si rivela efficace nel difendere il soggetto perché trasforma l’indeterminatezza dell’angoscia che non ha un oggetto definito, in paura verso un oggetto definito. Mentre, infatti, l’angoscia è diffusa e paralizzante in quanto, appunto, manca di un oggetto definito, la sua localizzazione esterna in un oggetto pauroso — il cavallo — consente di circoscriverla e di disinnescarla. È il vantaggio notevole procurato dalla fobia: evitando l’oggetto della paura si neutralizza l’oggetto dell’angoscia. 

L’evento-Covid è stato ed è ancora straordinariamente potente nel provocare angoscia insieme ad un profondo sentimento di impotenza poiché il virus si è rivelato una presenza maligna impossibile da localizzare e, dunque, presente minacciosamente ovunque. Di qui la mobilitazione delle più forti tendenze animiste e proiettive dalle quali deriva il pensiero complottista. Animismo e proiezione sorgono sempre dalla constatazione dell’impotenza dell’essere umano e dalla sua difficoltà a riconoscere la propria inadeguatezza di fronte all’imponderabile. Nel caso della pandemia la strategia fobica (distanziamento sociale, misure igieniche, comportamenti prudenti, ecc) si è rivelata insufficiente ed ha suscitato in molti una regressione complottista del pensiero. La fantasia che dei oscuri (grandi interessi finanziari, industrie farmaceutiche, trame politiche, alleanze internazionali, minaccia cinese) possano alimentare la credenza in un virus fasullo, prolungando le legislazioni autoritarie emergenziali che privano i cittadini dei loro diritti fondamentali, è un chiaro esempio di pensiero proiettivo di tipo animista. Invece di affrontare consapevolmente la precarietà oggettiva della nostra condizione che il Covid ha messo drammaticamente rilievo, appare meno angosciante attribuire questo incubo a forze oscure che come le potenze sovrannaturali dell’uomo primitivo scorazzano nel mondo generando disastri e godendo della cattiva sorte dell’uomo. Invece di rafforzare un difficile legame di fratellanza nell’ora più buia della tempesta della malattia, meglio ricorrere alla proiezione paranoide che ci tutela dal compiere un gesto di oltrepassamento del proprio Ego in nome del bene comune. Individuando nella volontà igienista della vaccinazione di massa la perfidia di uno Stato sadico al servizio del sistema e del potere, il complottismo preserva l’innocenza del bambino di fronte alla sedia che lo colpisce ingiustamente o quella dell’uomo primitivo che attribuisce la tempesta o la siccità alle forze sovrumane di dei senza pietà.

 

La Repubblica



 

mercoledì 11 novembre 2020

IL MORBO E LA SUA URGENZA FILOSOFICA

    «Quando il lockdown sarà diventato clausura non imposta ma scelta consapevole, allora del sospetto di trame occulte non sapremo più che farcene, ne rideremo come di don Ferrante...» 

Ogni pandemia modifica società e storia. Occorre riflettere sul Covid e la sua diffusione. Solo assumere ciascuno le proprie responsabilità, a tutti i livelli, consente di costruire futuro

 -          di SERGIO GIVONE

      

Ad accomunare l’attuale Covid–19 alle molte pestilenze della storia è un fatto del tutto evidente: ancora una volta abbiamo a che fare con una epidemia che tende inevitabilmente a evolvere in pandemia. Questa è la natura del morbo, che infatti si trasmette per contagio e ci espone gli uni agli altri in un mondo dove tutto è relazione. Per cui la vittima è a suo modo carnefice, l’infettato è anche portatore dell’infezione. Detto ciò, un’ulteriore osservazione s’impone, ed è che i fenomeni pandemici hanno sempre comportato autentiche svolte e rivoluzioni nei modi di essere, negli atteggiamenti e negli stili di vita.

Se la cosiddetta peste di Giustiniano (541–542) annuncia la fine dell’Impero Romano e inaugura il Medioevo, la peste nera del 1348–1350 fa da incubatrice del passaggio all’Evo Moderno. Saranno pure ingenue o addirittura risibili le litanie circa la necessità di cambiare registro a seguito della peste; ma se è vero che l’essere umano resta sempre uguale a se stesso, e non c’è catastrofe che possa farlo più responsabile o quanto meno più accorto, è anche vero che dopo la peste, qualsiasi peste, sia quella descritta da Tucidide sia quelle di cui ci hanno raccontato Boccaccio o Defoe o Manzoni, niente è più come prima.

Chiediamoci dunque che cosa la pandemia, nella sua manifestazione più recente e tuttora in corso, abbia da dirci sia rispetto al nostro passato sia rispetto al nostro presente e al nostro futuro. E quindi: non solo come affrontarla con misure efficaci, ma prima ancora come pensarla adeguatamente. Ciò appare tanto più necessario e urgente, quanto più la pandemia, a ogni suo irrompere nel mondo umano come se provenisse da un altro mondo, sembra avere questa caratteristica: coglierci impreparati, lasciarci senza parole, umiliare qualsiasi pretesa di invulnerabilità. Per averne la conferma basterà riandare a opere eminenti dedicate al tema dalla letteratura negli ultimi cent’anni: da Il morbo scarlatto di Jack London a La peste di Camus fino al recente La strada di McCarthy.

Al primo manifestarsi della forma in cui la peste si è presentata ai nostri giorni, cioè il coronavirus, qualcuno ha evocato, quasi fossero strumenti non solo di comprensione del fenomeno, ma anche di liberazione dai suoi effetti perniciosi, categorie filosofiche che appartenevano a quella philosophia naturalis un tempo abbracciante sia la teoria politica sia la medicina e che oggi sono state rimesse in circolazione dalla biopolitica. Vengono da qui quelle che appaiono vere e proprie pratiche salvifiche: tra le quali, in particolare, lo “stato di eccezione” (cioè la sospensione di alcune libertà fondamentali dell’individuo, da cui il lockdown) e l’“immunità di gregge”. Espedienti che si sono rivelati fin da subito un grande equivoco, ma che hanno dato luogo a un dibattito assai curioso e a tratti surreale.

Tanto lo stato di eccezione quanto l’immunità di gregge appartengono a una filosofia diciamo pure destinale, una filosofia della necessità (e non della libertà) che predica l’abbandono al destino. Secondo una prospettiva del genere avremmo a che fare – questo in sostanza è il ragionamento – con un’epidemia che non può non diventare pandemia e che perciò può essere sconfitta solo per esaurimento della sua carica virale. E quindi una cosa vale l’altra: sia la pena mortificante della reclusione di massa sia il vitalismo idiota della sfida al virus sono in funzione del decorso della malattia. Sembrano due strategie opposte, ma così non è. In entrambi i casi l’idea è che per fermare l’infezione sia necessario lasciarla sfogare. Certo, un conto è che ciò avvenga in una situazione di promiscuità dal sapore vagamente libertino e un conto è che lo stesso risultato sia ottenuto previo obbligo di clausura, distanziamento sociale e separazione.

Tuttavia la concezione di fondo è sostanzialmente identica e rimanda appunto a una filosofia dove i comportamenti sono dettati dal potere centrale e non assunti liberamente, responsabilmente: una filosofia della necessità, appunto. Necessità è quella che soggiace sia alla clausura dello stato di eccezione (dove la libertà è sacrificata sull’altare della protezione totale) sia all’anarchia dell’immunizzazione perseguita attraverso una sorta di autosacrificio (dove a immolarsi è colui che infettandosi pretende di salvare se stesso e gli altri). In un caso come nell’altro si resta all’interno di una logica sacrificale.

Purtroppo, né lo stato di eccezione né l’immunità di gregge funzionano, come si è visto fin da subito per quel che riguarda l’immunità di gregge e come si sta constatando ora con la seconda ondata del contagio per quel che riguarda lo stato di eccezione. L’immunità di gregge non funziona semplicemente perché i suoi costi sono troppi alti. Il che vale per i costi sociali e ancor più per i costi morali. Senza contare che mettere a repentaglio la propria vita per salvarla non sembra essere una grande idea. A sua volta lo stato di eccezione non funziona in quanto questa misura comporta una specie di eterogenesi dei fini. Perseguendo la protezione dei cittadini attraverso metodi coercitivi, questa strategia di contenimento induce inevitabilmente a trasgressioni inconsulte e raggiunge esiti di segno contrario.

Né dell’una né dell’altra si può dire che siano di per sé cattive teorie. E neppure che siano buone teorie, però male applicate. Semplicemente, sono teorie che non hanno presa sul fenomeno in questione, perché non sono in grado di spiegarlo, di comprenderlo. Stiamo parlando del Covid, della pandemia di cui facciamo attualmente esperienza, della peste del nostro tempo. Che sarà pure un destino. Il nostro destino, però. Cioè tale da doversene assumere la responsabilità, pena un esiziale farsi succubi di esso.

È proprio la tragica realtà di questo virus a farcelo capire, se vogliamo capire. Il virus non è caduto dal cielo. E neppure ci è stato mandato in punizione dei nostri peccati. Ma indubbiamente si è sviluppato là dove il processo di violenta antropizzazione del mondo mostra il suo lato perverso e ci chiama in causa, inchiodandoci alle nostre responsabilità. Ecco, dunque, la parola–chiave: responsabilità, responsabilità per il destino, che poi significa responsabilità nei confronti di tutti gli altri e del luogo da tutti condiviso, la terra (alla quale siamo affidati e che ci è stata affidata). Possiamo dimenticarcene nel momento in cui si tratta di affrontare la pandemia? E magari illuderci di risolvere il problema a colpi di diktat anonimi, invece che farci carico responsabilmente dei nostri comportamenti?

Cominceremo a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel magari quando il lockdown sarà diventato clausura non imposta, scelta consapevole. Allora della filosofia del sospetto (sospetto che il Covid nasconda trame occulte e quanto meno un intento liberticida da parte di misteriose forze antidemocratiche) non sapremo più che farcene. Ne sorrideremo come oggi sorridiamo di don Ferrante e del suo prendersela con le stelle.

 www.avvenire.it

venerdì 11 settembre 2020

LA CULTURA DEL SOSPETTO

 

Tramonto della fede?


 di Giuseppe Savagnone *

 

In gran parte dell’Europa secolarizzata la fede cristiana, che per quasi duemila anni ne era stata l’anima, è ormai presente solo come fenomeno residuale e in continua decrescita. In un’intervista all’«Osservatore Romano» dello scorso 2 settembre, il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea ha detto che a suo avviso la pandemia di coronavirus avrà come effetto di accelerare di dieci anni il processo di abbandono della pratica religiosa. Una previsione che ha riscontro nella preoccupata lettera della presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, in cui si invitavano i vescovi ad «aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale, per far fronte ad «un certo smarrimento (in particolare, una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi)» registrato tra i fedeli, molti dei quali non sono ritornati in chiesa anche dopo la fine del lockdown. 

La “cultura del sospetto”

La crisi della fede religiosa si inserisce, in realtà, in una più ampia trasformazione culturale, le cui radici sono profonde, e che ha reso problematica ogni certezza. Gli studiosi della recente storia del pensiero hanno più volte individuato in tre grandi protagonisti di questa storia – Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud – i «maestri del sospetto» che, ognuno per la sua parte, in questi ultimi centocinquant’anni hanno contribuito in modo decisivo a smascherare la falsità di rappresentazioni concettuali che avevano per secoli dominato l’immaginario collettivo dell’Occidente.

Il crollo di queste costruzioni illusorie – con la denunzia della sottile rete di interessi, di meccanismi psicologici, di abitudini inveterate, che stava dietro di esse – ha reso sempre più difficile, agli uomini e alle donne di oggi, aderire non solo alle «grandi narrazioni» religiose e metafisiche, ma a qualsiasi verità. Il sospetto è diventato – anche per tante persone semplici, abituate in un passato non troppo remoto a fidarsi senza riserve di quello che dicevano persone di cultura, esponenti della gerarchia ecclesiastica, scienziati, giornalisti, governanti – un atteggiamento radicato, che rende molto difficile la dedizione incondizionata a cause ideali, ma anche, più semplicemente, la fiducia in ciò che viene proposto da altri come vero.

La crisi delle autorità morali e culturali

Proprio coloro che, per motivi diversi, spesso di ordine socio-economico, non hanno potuto fruire di un’istruzione adeguata, e che prima erano i più disponibili ad accettare senza dubbi di sorta l’autorità morale e culturale dei “dotti”, sono ormai i più restii ad accettare questa autorità.

Colpisce leggere sui social i commenti francamente volgari e ingiuriosi che molti indirizzano contro una figura, in altri tempi da tutti ascoltata con rispetto, come quella del Sommo Pontefice. È solo un esempio. Già il Sessantotto aveva segnato la “morte dei maestri”. Allora questo fenomeno era inserito in un più ampio tentativo di combattere l’autoritarismo e di costruire un sistema nuovo. Oggi di quelle prospettive non resta nulla, se non la disinvolta scelta di trattare tutti, nelle discussioni, come propri pari, prescindendo dalla diversità di competenze che differenzia un interlocutore dall’altro.

Uno vale uno?

È la logica del populismo. Uno vale uno. Ogni pretesa differenza è una prevaricazione. Molti ricordano il confronto televisivo tra Pier Carlo Padoan, professore di Economia presso l’Università La Sapienza e già direttore per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale e la sottosegretaria 5stelle all’economia del governo Conte 1 (confermata poi nel Conte 2), Laura Castelli, diplomata in ragioneria e con laurea triennale in economia aziendale, in cui, a proposito del rapporto tra spread e tassi dei mutui, quest’ultima zittì il suo interlocutore con un veemente: «Questo lo dice lei!». Una battuta che la stessa Castelli poi ha spiegato: «Non è che perché uno ha studiato più di un’altra, quello che ha studiato ha per forza ragione».

Contro le competenze

È la stessa logica per cui molti, che non hanno mai aperto un libro di teologia, i quali sui social ripetono che papa Francesco è eretico, perché a loro avviso non si colloca nella tradizione della Chiesa cattolica.

La stessa logica per cui fiorisce oggi un movimento di “terrapiattisti” che sostiene la totale falsità delle tesi scientifiche ispirate alla teoria copernicana e vede in esse il frutto di un complotto internazionale.

La stessa logica che ha ispirato il movimento di rifiuto dei vaccini, basato sulla premessa che la classe medica è costituita nella stragrande maggioranza da incompetenti e mascalzoni, interessati solo a far guadagnare le case farmaceutiche.

Accusa che sta adesso viene rinnovata a proposito del coronavirus, che, secondo i “negazionisti”, sarebbe un’invenzione finalizzata a soddisfare oscuri interessi economici (ritorna il tema delle case farmaceutiche, desiderose di arricchirsi vendendo mascherine e sanificanti).

Una nuova forma di fede

Eppure, a ben vedere, questa “cultura del sospetto” comporta anch’essa, suo malgrado, una fede e delle certezze. Ne troviamo l’eco sui social, negli stessi messaggi ingiuriosi rivolti a studiosi o a rappresentanti del mondo politico e della Chiesa. Chi accusa la “casta” di mentire deve farlo appellandosi a qualche “ragione”. E c’è sempre qualcuno, in possesso di qualche titolo che giustifica la sua pretesa, che si presenta come “esperto fuori dal coro” e denunzia il conformismo e la malafede dei suoi colleghi. Si tratta quasi sempre di figure che, per varie ragioni (che non è certo qui il caso di analizzare) sono rimaste marginali nei loro rispettivi ambiti, o che hanno poi sentito il bisogno di mettere meglio a fuoco la loro posizione  “anticonformista”.

Emblematico il caso del prof. Zangrillo, primario al San Raffaele, che aveva sostenuto, con grande sconcerto del mondo scientifico, che il coronavirus era ormai «clinicamente morto», che ha dovuto recentemente ammettere, in un momento in cui il suo più famoso paziente ha dovuto essere ricoverato per polmonite, di avere usato «una espressione probabilmente stonata nel modus». 

Anche senza appigli

Ma anche quando nessuno offre appigli per giustificare le loro certezze, terrapiattisti, negazionisti, no vax, sostenitori dell’invasione incontrollabile di immigrati, questa fede ce l’hanno, e così radicata da rifiutare di discuterla. Si ha un bel dire che ci sono dei dati scientifici, delle statistiche ufficiali, che basterebbe documentarsi per capire dove sta l’equivoco. Nulla da fare. «Sono tutte balle», rispondono. E chi vuole sostenerne la verità è, ai loro occhi, un complice dell’inganno, che sicuramente nel fare questo ha i suoi vantaggi.

Da una fede all’altra

La fede, cacciata dalla porta, è rientrata dalla finestra. Ma è una fede malata, ben diversa da quella del cristianesimo, sempre accompagnata dal richiamo alla ragione. Non sembra sia stato un buon affare per l’Europa il passaggio dall’una all’altra. Episodi storici di intolleranza – penso all’Inquisizione o al caso Galilei – non devono far perdere di vista i costanti richiami del magistero della Chiesa – esemplari i documenti del Concilio Vaticano I e del Concilio Vaticano II, ma anche l’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II – alla valorizzazione dell’intelligenza, della scienza, della ricerca critica della verità.

Un compito per la Chiesa

Forse proprio la Chiesa dovrebbe saper riscoprire l’attualità del concetto di fede maturato nella sua millenaria tradizione e riproporlo come alternativa autentica umana, oltre che cristiana. Non per difendere la propria posizione, ma per rendere un servizio agli uomini e alle donne di questa società. Non è detto che ciò basterebbe a fermare il processo di scristianizzazione in corso. Ma sarebbe – questo sì – un modo nuovo, creativo, di riproporre la sua presenza pastorale.

 

·        Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu