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venerdì 28 agosto 2026

IL PARADOSSO EVANGELICO

 

Pietro sulle montagne russe,

alle prese con il paradosso evangelico



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXII domenica del tempo ordinario (anno A)

Ger 20,7-9; Sal 62/63; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Dopo l’elogio, il rimprovero. Potremmo restare sconcertati da questa apparente incoerenza comportamentale nei confronti di Pietro da parte di Gesù. Il cui contegno sembra, nell’odierna pagina evangelica, troppo umorale ed estremamente volubile, se paragonato a quello descritto nella pagina evangelica di domenica scorsa.

In quella scena, immediatamente precedente a quella illustrata oggi, Gesù aveva lodato Pietro perché, nel profondo della sua coscienza credente, s’era lasciato ispirare da Dio nel dare la giusta risposta all’interrogativo del Maestro di Nazareth: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro, difatti, gli aveva risposto: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente». Possiamo immaginare il trasporto iniziale dell’apostolo nel proferire il titolo messianico per eccellenza: «Tu sei il Cristo», in esso riecheggiando le convinzioni e le speranze di tanti israeliti di quell’epoca, la loro attesa di un condottiero che guidasse finalmente il popolo eletto alla riscossa contro i suoi nemici.

Possiamo immaginare il disappunto affiorato nello sguardo di Gesù, che una tale idea messianica non condivideva e non aspirava a impersonare, essendo egli venuto piuttosto non per comandare ma per servire, non per uccidere ma per offrire la propria vita, non per primeggiare alla maniera dei re e dei principi di questo mondo bensì per essere l’ultimo e il più piccolo. Giacché questa è, in verità, la logica di Dio: nel suo Regno, quello che indichiamo con la metafora del Cielo, la scala valoriale terrena si capovolge, cosicché gli ultimi diventano i primi e i più piccoli risultano i più grandi. Non per niente Gesù, nel brano matteano di domenica scorsa, ordina ai discepoli di non andare in giro a dire che egli è il Cristo, se del suo messianismo anche loro devono rischiare di propagandare un’erronea concezione politica e militare. Per questo – possiamo continuare a immaginare, assecondando il metodo degli esercizi spirituali insegnato da Ignazio di Loyola – il povero Pietro aveva corretto in estemporanea il tono della sua risposta, aggiungendo che Gesù è pure «il Figlio del Vivente», per dire che quel suo messianismo dovrà rivelarsi coerente con la chiaroveggente e lungimirante volontà di Dio Padre suo, più che a qualsivoglia umana attesa contingente. Un’autocorrezione che Gesù apprezza, intuendo che è giustappunto suggerita a Pietro proprio da Dio.

Ora, invece, nel prosieguo di quello stesso episodio accaduto presso Cesarea di Filippo, e perciò presumibilmente solo dopo pochi minuti dall’averlo elogiato, Gesù rivolge a Pietro parole durissime: «Va’ dietro a me. Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Come a dirgli: è meglio se continui a lasciarti ispirare da Dio, perché appena cominci a pensare a prescindere da quella santa ispirazione, torni a sbagliare, interpretando di nuovo il mio messianismo in termini errati, secondo logiche soltanto umane, troppo umane. E, così, invece di essermi di aiuto nella missione messianica, ti dimostri d’intralcio (questo significa la frase idiomatica: «mi sei di scandalo»). Perciò, dopo averti posto come fondamento della mia Chiesa (come fondamento, non come primo), ti avverto anche di non fare passi più lunghi della tua gamba e di mantenerti nell’atteggiamento del discepolo, cioè di chi segue il suo Maestro senza presumere di poterselo lasciare alle spalle (questo vuol dire la frase idiomatica: «va’ dietro a me»).

Pietro avrà avuto la sensazione di chi ai nostri giorni viene spinto controvoglia a farsi un giro sulle montagne russe, ora su ora giù all’improvviso, con lo stomaco in subbuglio. Il brusco cambiamento di Gesù, tuttavia, è ben motivato: il suo rimprovero è la riprova del fatto che Pietro e gli altri apostoli continuavano a fraintendere il senso autentico del messianismo di Gesù. Il quale, a sua volta, insiste a dir loro che, per essere suoi veri discepoli, devono seguire le sue orme, devono accompagnarlo nel suo percorso pasquale verso l’offerta di sé: «Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno». E quando proprio Pietro, cioè colui che ormai era stato vocato a rappresentare l’intera comunità radunata attorno a Gesù, forse proprio in quanto ringalluzzito da quella straordinaria chiamata, palesa la sua incapacità di capire come stanno davvero le cose («Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»), il Maestro lo ammonisce aspramente: Pietro non deve azzardarsi a sentenziare ciò che Dio dovrebbe volere o non volere.

Ma il monito rivolto a uno vale per tutti: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”». Ogni discepolo, per essere tale, allora come oggi, deve immedesimarsi in Gesù, condividere la sua missione per come egli la riceve dalla volontà del Padre, nei termini in cui egli la intende e la vive, in vista del servizio verso tutti e non del governo sugli altri. Si tratta di un’esperienza radicale, che occorre fare personalmente. Ne va della nostra vita, anche se – nell’ottica del paradosso evangelico – viviamo per sempre solo se ci aggreghiamo al Cristo nel suo passaggio attraverso le strettoie della morte. Vale a dire “giocandoci” l’esistenza, assieme al Cristo.

Essere suoi discepoli, infatti, significa configurarci a lui, senza perderci, semmai ritrovandoci. Senza annullare la nostra identità, piuttosto riscoprendola nei suoi reali contorni. Confrontandoci con Cristo Gesù, vivendo in lui, con lui, grazie a lui, veniamo a sapere chi veramente siamo e dobbiamo essere, qual è la nostra vocazione, a quale compito siamo chiamati.

Nella comunione spirituale col Cristo recuperiamo la capacità di comprendere e di accettare, al modo di Gesù, Figlio del Dio Vivente, la volontà del Padre. È quel che Paolo scriveva nella sua lettera ai Romani, come leggiamo nella seconda lettura di oggi: «Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 

Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

www.tuttavia.eu

mercoledì 29 luglio 2026

VOLONTARI PER CRESCERE

 


Il volontariato, scuola 
di relazioni


TEMPO DONATO 

PER CRESCERE


-         di STEFANO VICARI

Molti adolescenti oggi raccontano di sentirsi soli. Non sempre usano questa parola. A volte lo dicono con il ritiro, con l’insonnia, con l’irritabilità, con la fatica a uscire o con il bisogno continuo di essere rassicurati. È una solitudine che può convivere con centinaia di contatti, messaggi continui e una presenza digitale permanente. Si può essere sempre raggiungibili e sentirsi raramente cercati. Avere molti contatti e non sapere a chi rivolgersi quando si sta male.

Le ragioni sono molte. Ma un punto appare evidente: molti adolescenti sono poco aiutati a costruire relazioni nella vita reale. Le loro giornate sono spesso piene di attività, ma molte seguono una logica competitiva. Riuscire, emergere, dimostrare, ottenere risultati. Così anche la relazione rischia di trasformarsi in confronto, esposizione e ricerca di conferme.

L’estate, con la chiusura della scuola e la sospensione dei ritmi abituali, può offrire uno spazio diverso. Non per riempire ogni momento con nuovi impegni, ma per domandarci quali esperienze proponiamo ai ragazzi per stare con gli altri. Non basta chiedere loro di spegnere il telefono. Occorre offrire alternative credibili, luoghi in cui la relazione non passi attraverso un profilo, un’immagine, un voto o un like; luoghi in cui si possa essere presenti senza esibirsi, collaborare senza dover vincere, sentirsi parte senza essere continuamente valutati.

Il volontariato può essere uno di questi luoghi. Non una terapia contro la solitudine, non un dovere morale o un titolo da spendere nel curriculum. Il suo valore sta nell’offrire ai ragazzi e alle ragazze uno spazio in cui la relazione si sperimenta, non si predica.

Chiede di esserci per qualcuno, di donare tempo, di incontrare una realtà diversa dalla propria.

Donare tempo significa uscire, almeno per un momento, dalla logica del rendimento. Significa fare qualcosa che non produce subito un vantaggio personale e non si misura in voti, follower o riconoscimenti. In una fase della vita in cui l’identità è ancora in costruzione, sentirsi utile a qualcuno diventa una forma concreta di riconoscimento. Non quello fragile dello sguardo digitale, che approva e dimentica in pochi secondi, ma quello più profondo di una relazione reale, di qualcuno che ti aspetta, che ha bisogno della tua presenza e che si accorge se non ci sei.

Anche lo sport, il teatro, la musica e la vita associativa possono costruire legami. Nel volontariato, però, la relazione nasce intorno a un compito condiviso. Nel confronto con i bisogni, i tempi e le fragilità dell’altro, un ragazzo può scoprire capacità che non sapeva di avere e limiti con cui imparare a fare i conti.

Il volontariato permette inoltre di sottrarsi alla frammentazione continua.

Molti adolescenti vivono giornate interrotte da notifiche, messaggi e video brevi. Donarsi agli altri richiede invece continuità nello stare, ascoltare, aspettare, tollerare la fatica e la lentezza.

Anche da qui passa la crescita. La libertà non coincide con l’assenza di legami, ma con la capacità di scegliere a che cosa dedicare tempo, attenzione ed energie.

Bisogna però evitare ogni strumentalizzazione. Non si entra in una casa di riposo, in un doposcuola o in un’associazione soltanto perché “fa bene” agli adolescenti. Il volontariato è prima di tutto un gesto gratuito verso persone e bisogni reali. Proprio per questo educa, perché chiede rispetto, discrezione, continuità e responsabilità.

L’altro non è uno strumento per sentirsi migliori, ma una persona da incontrare.

Non tutti i ragazzi sono pronti nello stesso modo. Un adolescente molto chiuso, ansioso o depresso non va spinto bruscamente in un’esperienza a cui non è preparato. Non si cura la solitudine imponendo socialità.

Servono gradualità, ascolto e adulti capaci di accompagnare. Le possibilità, del resto, sono molte: bambini, anziani, persone con disabilità, tutela dell’ambiente, cura degli animali, doposcuola, associazioni sportive, iniziative civiche o parrocchiali. Ciò che conta è che l’esperienza sia autentica e non sia, invece, trasformata in una nuova prestazione da fornire. Ai genitori si chiede allora non di “imporre” il volontariato, ma di aprire possibilità. Gli adulti hanno il compito di proporre ai figli incontri, responsabilità e occasioni in cui misurarsi con il mondo reale. Scuola, associazioni, parrocchie, società sportive e istituzioni locali possono creare contesti seri e continuativi, nei quali i ragazzi siano accompagnati a comprendere il senso di ciò che fanno. I ragazzi non hanno bisogno soltanto di meno schermi. Hanno bisogno di più mondo. Di adulti che li aiutino a incontrarlo. Di esperienze che insegnino loro che il tempo non è soltanto qualcosa da consumare, riempire o perdere.

 Il tempo può essere donato. E quando viene donato, smette di essere vuoto per diventare relazione, responsabilità e libertà.

www.avvenire.it

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giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

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martedì 24 febbraio 2026

FRANCESCO E LE SUE OSSA

 


"Fratelli e sorelle,

mi avete chiamato qui.

Avete aperto una teca, avete acceso luci, avete disposto fiori.
Porterete i vostri figli, le vostre preghiere, le vostre attese.

E io vi domando - non per rimprovero, ma per amore:
che cosa venite a cercare?

Le mie ossa?
Io le ho lasciate volentieri alla terra.
Non sono mai state il luogo dove Dio abitava.

Io ho conosciuto un sepolcro vuoto.
E da lì ho imparato che "Dio non si trattiene".

Se il Signore è risorto, perché lo cercate tra le cose ferme?
Se Cristo vive, perché lo volete custodire?

Quando camminavo per le strade, non avevo nulla da mostrare.
Né reliquie, né segni, né potere.
Avevo solo una Parola che bruciava nel cuore e dei poveri che mi insegnavano a capirla.

Mi dite che la fede ha bisogno di vedere.
Io vi dico che "la fede ha bisogno di servire".

Mi dite che l’uomo cerca un contatto.
È vero.
Ma il contatto che salva non è con le ossa dei santi, è con la carne viva dei fratelli feriti.

Avete riempito le chiese di cose da guardare perché avevate paura di ascoltare.

Ascoltare è pericoloso.
Perché chi ascolta il Vangelo non può più restare come prima.

Guardare è più facile.
Si può guardare, piangere, commuoversi e poi tornare a casa senza cambiare nulla.

Ma il Signore non ha detto: “Beati quelli che hanno toccato” bensì: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”

Io non vi chiedo di distruggere nulla.
Vi chiedo di non fermarvi qui.

Se vi inginocchiate davanti alle mie ossa ma restate in piedi davanti al povero, non avete capito nulla di me.

Se baciate una teca ma evitate il lebbroso di oggi, 
avete tradito il Vangelo.

Se cercate in me un intercessore
per non ascoltare il Cristo vivente,
mi state usando come un alibi.

Non fate di me un oggetto sacro.
Io volevo essere un fratello.

Non chiedetemi miracoli.
Chiedetevi per chi siete disposti a perdere la vita.

La vera reliquia non è ciò che resta di un santo morto.
La vera reliquia è una Chiesa che vive povera, libera e fedele.

Se uscite di qui più miti,
più giusti,
più attenti agli ultimi,
allora benedico il vostro cammino.

Ma se uscite soltanto consolati
e non convertiti,
chiudete pure la teca.

Io non abito lì.

Io vi aspetto per strada."

giovedì 4 dicembre 2025

NONOSTANTE TUTTO


 Volontari, l’esercito 

dei “nonostante”

Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi sono i motori del volontariato. È il nostro "grazie" ai 4,7 milioni di italiani che si spendono gratuitamente per gli altri e per il bene comune: oggi, nonostante tutto. Le dieci parole sono tratte dal magazine di novembre, "Volontario perché lo fai?”: un numero schierato, che difende con forza le ragioni e il senso del “noi ci impegniamo”. Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, che vi riproponiamo qui nella sua versione originale

 di Sara De Carli

 A muovere l’azione volontaria, le ricerche ce lo dicono da qualche anno, non è più la solidarietà. In un tempo segnato dalla cifra dell’impotenza, il “voler cambiare il mondo” suona per lo più come utopia. E se c’è chi sceglie rage-bite come “parola dell’anno”,  noi diciamo che il volontariato è l’antidoto più potente alla rabbia, al cinismo, alla rassegnazione. Come scrive su VITA Riccardo Guidi, «il volontariato è una delle più preziose strategie collettive per reagire alla frustrazione attraverso la cura». E come ci ha ricordato Andrea Cardoni, citando il poeta Angelo Maria Ripellino durante la presentazione del magazine che abbiamo fatto a Firenze, «siamo tutti dei “nonostante” sferzati dal vento, che cercano di resistere alle sofferenze della vita».

Il numero di VITA dedicato ai volontari, “Volontario, perché lo fai?” è un numero schierato: una scelta di campo e un grandissimo “grazie” ai milioni di volontari che in Italia, ogni giorno, si dedicano agli altri e al bene comune. Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi rappresentano i motori del volontariato: da “comunità” a “frustrazione”, da “desiderio” a “immaginazione”.

Le dieci firme che riflettono sui nuovi motori del volontariato

Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo e sempre attuale testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, Il nostro impegno, qui nella versione originale condivisa dalla Fondazione don Primo Mazzolari. Ripartiamo da qui, ripartiamo da noi.

Il nostro impegno

Ci impegniamo

noi e non gli altri

unicamente noi e non gli altri

né chi sta in alto né chi sta in basso

né chi crede né chi non crede.

Ci impegniamo

senza pretendere che altri s’impegni con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

 Ci impegniamo

senza giudicare chi non s’impegna

senza accusare chi non s’impegna

senza condannare chi non s’impegna

senza cercare perché non s’impegna

senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.

Sappiamo di non poter nulla su alcuno né vogliamo forzar la mano ad alcuno, devoti come siamo e come intendiamo rimanere al libero movimento di ogni spirito più che al successo di noi stessi o dei nostri convincimenti.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo si muta se noi ci mutiamo si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi

Noi non possiamo nulla sul nostro mondo, su questa realtà che è il nostro mondo di fuori, poveri come siamo e come intendiamo rimanere e senza nome. Se qualche cosa sentiamo di potere — e lo vogliamo fermamente — è su di noi, soltanto su di noi.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo

si muta se noi ci mutiamo

si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura

imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi.

L’ordine nuovo incomincia se alcuno si sforza di divenire un uomo nuovo.

La primavera incomincia col primo fiore

la notte con la prima stella 

il fiume con la prima goccia d’acqua  

l’amore col primo sogno. 

Ci impegniamo  perché… 

Noi sappiamo di preciso perché c’impegniamo: ma non lo vogliamo sapere, almeno in questo primo  momento, secondo un procedimento ragionato, l’unico che soddisfi molti anche quando non  capiscono, proprio quando non capiscono. 

Questo sappiamo e più che agli altri lo diciamo a noi stessi: 

Ci impegniamo  perché non potremmo non impegnarci. 

C’è qualcuno o qualche cosa in noi — un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia — più forte  di noi stessi. 

Nei momenti più gravi ci si orienta dietro richiami che non si sa di preciso donde vengano, ma che  costituiscono la più sicura certezza, l’unica certezza nel disorientamento generale. Lo spirito può aprirsi un varco attraverso le resistenze del nostro egoismo anche in questa maniera,  disponendoci a quelle nuove continuate obbedienze che possono venire disposte in ognuno dalla coscienza, dalla ragione, dalla fede. 

Ci impegniamo 

per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita, una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore, un utile che non sia una delle solite trappole generosamente offerte ai giovani dalla gente pratica. Si vive una sola volta e non vogliamo essere «giocati» in nome di nessun piccolo interesse. 

non ci interessa la carriera 

non ci interessa il denaro 

non ci interessa la donna se ce la presentate come femmina soltanto 

non ci interessa il successo né di noi stessi né delle nostre idee 

non ci interessa passare alla storia. 

Abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il freddo della carta e dei  marmi 

non ci interessa né l’essere eroi né l’essere traditori davanti agli uomini se ci costasse la fedeltà a noi stessi. 

Ci interessa  di perderci per qualche cosa o per qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci. 

ci interessa 

di portare un destino eterno nel tempo  

di sentirci responsabili di tutto e di tutti 

di avviarci, sia pure attraverso lunghi erramenti, verso l’Amore, che ha diffuso un sorriso di poesia  sovra ogni creatura, dal fiore al bimbo, dalla stella alla fanciulla, che ci fa pensosi davanti a una culla  e in attesa davanti a una bara. 

Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo 

Ci impegniamo 

non per riordinare il mondo  

non per rifarlo su misura  

ma per amarlo 

per amare 

anche quello che non possiamo accettare  

anche quello che non è amabile  

anche quello che pare rifiutarsi all’amore  

poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è, insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore  dell’Amore. 

Ci impegniamo 

perché noi crediamo all’Amore,  

la sola certezza che non teme confronti,  

la sola che basta per impegnarci perdutamente.

 La fonte della citazione è P. Mazzolari, Impegno con Cristo, ed. critica a cura di G. Vecchio, EDB, Bologna, 2007. La foto in apertura è di Anffas. La foto di don Primo Mazzolari è di LaPresse

VITA

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mercoledì 10 settembre 2025

SANTI NELLA VITA

 

Acutis e Frassati: 

primi della classe? 

No, santi nella vita. 

Consigli ai docenti di oggi

 

Giovani, belli, benestanti, sportivi, capaci di coinvolgere e aggregare, appassionati, in ricerca, attenti agli ultimi. Piergiorgio e Carlo hanno tanti aspetti in comune. Entrambi hanno frequentato le scuole dei gesuiti, rispettivamente a Torino e Milano. Nel colloquio con i docenti, che li hanno conosciuti o ne hanno approfondito la testimonianza, alcuni tratti comuni e appunti per far nuova anche la scuola.

 -di Laura Galimberti

 “Altro da fare”

Non erano proprio secchioni. I due giovani avevano tanto “altro da fare”. Lo confermano documenti e docenti. Così capitava che Carlo, alunno “comunque brillante”, non eseguisse a volte i compiti di matematica per impegni non ben specificati. Istituto Leone XIII, Milano, quarta ginnasio: “Non era particolarmente appassionato alla mia materia” racconta la sua docente di matematica, Maria Capello. “A volte arrivava in ritardo. L’anno è finito con una leggera insufficienza. Ho dato 5 ad un santo! Solo dopo ho scoperto quali erano gli impegni. Faceva il bene, senza dirlo, senza mai vantarsene. A settembre aveva recuperato egregiamente, ma non ho avuto neanche il tempo di dirglielo”. Lo conferma Antonio Bertolotti, suo docente nel 2005 di italiano: “Un ragazzo normale, nella media. Le materie umanistiche erano quelle in cui si muoveva meglio. Di quanto faceva oltre la scuola non avevo percezione. La sua scomparsa è stato un evento dirompente. Da lì abbiamo iniziato a riannodare i fili”.

Frassati: bocciato e rimandato due volte in latino al Liceo classico Massimo d’Azeglio passa all’Istituto Sociale. Accetta l’insuccesso, va oltre. “Bellissima la lettera che Piergiorgio scrive al padre: la sua voglia di riscattarsi, di andare avanti” racconta Antonello Famà, storico docente di religione nella scuola. Sarà questo poi uno dei suoi motti: “vivere non vivacchiare”.

In ricerca profonda

“Domande, domande e quel suo sorriso. Una curiosità sempre positiva” ricorda Fabrizio Zaggia, docente di religione di Carlo in IV ginnasio. “Vai a posto! Dobbiamo iniziare la lezione – gli dicevo ogni tanto, anche se poi spesso ero io a cambiare la lezione a partire dalle sue domande”. Concorda anche Bertolotti, ora preside della secondaria inferiore del Leone XIII. “Alla quindicesima domanda lo mandavo al suo banco. Spaziava da temi trattati in classe, all’attualità. Sembrava davvero interessato a quel che pensavo e voleva comunicarmi anche i suoi interessi. Ricordo in particolare la sua grafia, piccolissima. Era piuttosto produttivo nei temi: 5 o 6 pagine. Ogni tanto mi innervosivo nel correggerli. Era una scrittura da grande, non aveva tratti infantili”. Al cambio d’ora entrava l’insegnante di matematica. Le domande ora erano per lei: “Era giovane per quegli interrogativi, pensavo. Spesso si fermava a pregare nella cappella del liceo. Così faceva anche in parrocchia, abbiamo saputo dopo”.

Frassati, all’Istituto Sociale dal 1913, incontra diversi interlocutori che saranno estremamente preziosi per il suo percorso: si avvicina agli Esercizi Spirituali, che vivrà tante volte a Villa Santa Croce. Poi la preghiera, l’eucarestia giornaliera. Una fede attiva, incarnata nella storia, nella carità.

Ragazzi per gli altri

“Tre, due, uno: Menga mettiti nel gruppo!”. È la battuta iniziale del breve cortrometraggio curato da Carlo e realizzato con la sua classe, su proposta del prof di religione, per partecipare ad un concorso sulla promozione del volontariato. “Hanno bocciato il video di un santo” sorride il prof. Non abbiamo vinto ma in quel progetto Carlo è stato capace di coinvolgere tutti. Ricordo la sua grande disponibilità: Non si preoccupi: giro, monto e scelgo le musiche – mi diceva. Ha inserito anche qualche breve secondo della colonna sonora di Mission di Morricone. Era attento che nessuno venisse escluso, in particolare introversi e più deboli. Amico di tutti. Deciso nelle sue idee, ma mai arrabbiato o prepotente”. “Sereno” aggiunge Bertolotti “una persona di cui fidarsi. I compagni, e le compagne in particolare, con lui parlavano e si confidavano volentieri”.

A salire in montagna con Piergiorgio sono stati sempre tanti gli amici. Fonda con alcuni di loro la “Compagnia dei Tipi Loschi”, che tra scherzi e goliardia aspirava a rapporti profondi e autentici, fondati su preghiera e fede. “Gioia di vivere e profondità nelle relazioni, sono tratti perfettamente conciliabili in loro” sottolinea Famà, giovani aggregatori naturali di relazioni.

Attenti agli ultimi

Entrambi escono dalle zone di comfort in cui sono nati. I privilegi? Servono per aiutare gli ultimi. Piergiorgio al Sociale conosce la Società di San Vincenzo. “Entra nelle case dei poveri di Torino degli anni ‘20. Ne sente la puzza. Non si tappa il naso ma abbraccia quelle situazioni. Non l’estetica della carità, ma la condivisione, l’attenzione concreta alle periferie di cui ha parlato Papa Francesco” spiega Famà. “Lo studio si accende dopo, al Politecnico. Sceglie ingegneria mineraria. Vuole lavorare accanto ai minatori per migliorarne le condizioni di vita”.

“Chi incontrava aiutava” racconta la prof. Capello di Carlo. “Si faceva prossimo, senza mai voltarsi indietro. Dava quello che poteva: un sacco a pelo, una coperta ai poveri. A chi non aveva bisogno, offriva il suo sorriso. Una vita spesa per gli altri”. “Il processo di canonizzazione? Non accolto positivamente dai suoi compagni” confida Bertolotti “in particolare dai più brillanti. La santità mette addosso un po’ di inquietudine, soprattutto se è quella del compagno del banco accanto”.

 Consigli ai docenti di oggi

Testimonianze che mettono in discussione genitori, docenti, educatori, davanti ai tanti giovani che si incontrano, unici, speciali, tutti possibili santi.

Osservare, ascoltare

“Ci sono cose importanti per i ragazzi, più dei compiti e dello studio. Dobbiamo imparare ad ascoltare. Hanno messaggi preziosi che nell’immediato non capiamo” spiega la Capello. A partire da quelli possiamo poi trovare strade per stimolare interessi e ricerca per favorire la maturazione di ciascuno”. “Dietro ogni ragazzo c’è un mistero. Il Signore è al lavoro, anche se noi non vediamo” aggiunge Zaggia.

L’alunno al centro, per promuovere il suo magis

“I giovani di oggi vivono spesso l’apprendimento in forma passiva, sono sdraiati. L’approccio che hanno rispetto all’informatica è quello dell’uomo raccoglitore” sottolinea Bertolotti. “Non serve sforzo. La filosofia del copia e incolla è analoga a quella dell’uomo di Neaderthal. Non sono curiosi, perché non sono e non si sentono al centro del processo di apprendimento ma in mezzo al mare magnum, in cui sono convinti che basta allungare la mano per prendere quel che serve.

Altro regresso è quello comunicativo: non sanno formulare il pensiero né comunicarlo. Non c’è sequenzialità logica anche nei loro messaggi WhatsApp. Tanto l’intelligenza artificiale risolve il problema! Carlo non era uno sdraiato. Faceva tanto altro. Toglieva il coperchio al mondo che gli stava davanti. Ai ragazzi dico non buttate via il tempoanche quello scolastico!”.

“Dobbiamo aiutare i ragazzi a recuperare questo desiderio di conoscere, scoprire” aggiunge Famà. “ritrovando il giovane come soggetto dell’azione educativa, della riflessione anche di noi professori, da aiutare e supportare nei momenti di difficoltà, cogliendone e e promuovendone l’unicità. Il magis, della pedagogia ignaziana, non è concetto teorico ma relativo” sottolinea Famà. “Ciascuno ha il suo magis. L’eccellenza di oggi invece è una proposta escludente. Dio ha su ognuno di noi un progetto individuale, particolare, diverso che non taglia fuori nessuno”.

Una didattica esperienziale

“È importante favorire iniziative in contesti diversi. Far vivere ai ragazzi esperienze vere li aiuta a capire meglio se stessi, gli altri e aiuta anche noi a crescere con loro” spiega la Capello. “Sono tanti i progetti attivi nelle scuole della Compagnia: volontariato e cammini vogliono valorizzare relazioni e imparare a guardare il mondo con occhi nuovi”.

A servizio del prossimo

“Dalla scatola gentile, alla catena alimentare, alle raccolte per diverse iniziative solidali. Sono tanti gli strumenti che mettiamo in atto fin dai più piccoli” spiega il prof. Zaggia. “Poi i ragazzi crescono e così le proposte, che nella rete delle scuole dei gesuiti sono strutturali. Esperienze a Scampia, in Africa, per calarsi nelle realtà, mettersi in gioco, donare gratuitamente il proprio tempo, cambiare sguardo. All’estero sono oramai esperienze curricolari”.

Attenzione alle fragilità

“Ancora dobbiamo imparare a riconoscere e abbracciare le fragilità, come hanno fatto Piergiorgio e Carlo. Non solo dal punto di vista caritativo ma anche dell’azione politica” aggiunge Famà. “Creare opportunità, dialogare e promuovere giustizia sociale”.

Dalle cattedre al sagrato di San Pietro, i docenti domenica saranno lì accanto all’altare, pronti a reimparare da due studenti “brillanti” l’arte della vita piena.


Fonte: Gesuiti
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