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giovedì 4 dicembre 2025

NONOSTANTE TUTTO


 Volontari, l’esercito 

dei “nonostante”

Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi sono i motori del volontariato. È il nostro "grazie" ai 4,7 milioni di italiani che si spendono gratuitamente per gli altri e per il bene comune: oggi, nonostante tutto. Le dieci parole sono tratte dal magazine di novembre, "Volontario perché lo fai?”: un numero schierato, che difende con forza le ragioni e il senso del “noi ci impegniamo”. Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, che vi riproponiamo qui nella sua versione originale

 di Sara De Carli

 A muovere l’azione volontaria, le ricerche ce lo dicono da qualche anno, non è più la solidarietà. In un tempo segnato dalla cifra dell’impotenza, il “voler cambiare il mondo” suona per lo più come utopia. E se c’è chi sceglie rage-bite come “parola dell’anno”,  noi diciamo che il volontariato è l’antidoto più potente alla rabbia, al cinismo, alla rassegnazione. Come scrive su VITA Riccardo Guidi, «il volontariato è una delle più preziose strategie collettive per reagire alla frustrazione attraverso la cura». E come ci ha ricordato Andrea Cardoni, citando il poeta Angelo Maria Ripellino durante la presentazione del magazine che abbiamo fatto a Firenze, «siamo tutti dei “nonostante” sferzati dal vento, che cercano di resistere alle sofferenze della vita».

Il numero di VITA dedicato ai volontari, “Volontario, perché lo fai?” è un numero schierato: una scelta di campo e un grandissimo “grazie” ai milioni di volontari che in Italia, ogni giorno, si dedicano agli altri e al bene comune. Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi rappresentano i motori del volontariato: da “comunità” a “frustrazione”, da “desiderio” a “immaginazione”.

Le dieci firme che riflettono sui nuovi motori del volontariato

Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo e sempre attuale testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, Il nostro impegno, qui nella versione originale condivisa dalla Fondazione don Primo Mazzolari. Ripartiamo da qui, ripartiamo da noi.

Il nostro impegno

Ci impegniamo

noi e non gli altri

unicamente noi e non gli altri

né chi sta in alto né chi sta in basso

né chi crede né chi non crede.

Ci impegniamo

senza pretendere che altri s’impegni con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

 Ci impegniamo

senza giudicare chi non s’impegna

senza accusare chi non s’impegna

senza condannare chi non s’impegna

senza cercare perché non s’impegna

senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.

Sappiamo di non poter nulla su alcuno né vogliamo forzar la mano ad alcuno, devoti come siamo e come intendiamo rimanere al libero movimento di ogni spirito più che al successo di noi stessi o dei nostri convincimenti.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo si muta se noi ci mutiamo si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi

Noi non possiamo nulla sul nostro mondo, su questa realtà che è il nostro mondo di fuori, poveri come siamo e come intendiamo rimanere e senza nome. Se qualche cosa sentiamo di potere — e lo vogliamo fermamente — è su di noi, soltanto su di noi.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo

si muta se noi ci mutiamo

si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura

imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi.

L’ordine nuovo incomincia se alcuno si sforza di divenire un uomo nuovo.

La primavera incomincia col primo fiore

la notte con la prima stella 

il fiume con la prima goccia d’acqua  

l’amore col primo sogno. 

Ci impegniamo  perché… 

Noi sappiamo di preciso perché c’impegniamo: ma non lo vogliamo sapere, almeno in questo primo  momento, secondo un procedimento ragionato, l’unico che soddisfi molti anche quando non  capiscono, proprio quando non capiscono. 

Questo sappiamo e più che agli altri lo diciamo a noi stessi: 

Ci impegniamo  perché non potremmo non impegnarci. 

C’è qualcuno o qualche cosa in noi — un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia — più forte  di noi stessi. 

Nei momenti più gravi ci si orienta dietro richiami che non si sa di preciso donde vengano, ma che  costituiscono la più sicura certezza, l’unica certezza nel disorientamento generale. Lo spirito può aprirsi un varco attraverso le resistenze del nostro egoismo anche in questa maniera,  disponendoci a quelle nuove continuate obbedienze che possono venire disposte in ognuno dalla coscienza, dalla ragione, dalla fede. 

Ci impegniamo 

per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita, una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore, un utile che non sia una delle solite trappole generosamente offerte ai giovani dalla gente pratica. Si vive una sola volta e non vogliamo essere «giocati» in nome di nessun piccolo interesse. 

non ci interessa la carriera 

non ci interessa il denaro 

non ci interessa la donna se ce la presentate come femmina soltanto 

non ci interessa il successo né di noi stessi né delle nostre idee 

non ci interessa passare alla storia. 

Abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il freddo della carta e dei  marmi 

non ci interessa né l’essere eroi né l’essere traditori davanti agli uomini se ci costasse la fedeltà a noi stessi. 

Ci interessa  di perderci per qualche cosa o per qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci. 

ci interessa 

di portare un destino eterno nel tempo  

di sentirci responsabili di tutto e di tutti 

di avviarci, sia pure attraverso lunghi erramenti, verso l’Amore, che ha diffuso un sorriso di poesia  sovra ogni creatura, dal fiore al bimbo, dalla stella alla fanciulla, che ci fa pensosi davanti a una culla  e in attesa davanti a una bara. 

Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo 

Ci impegniamo 

non per riordinare il mondo  

non per rifarlo su misura  

ma per amarlo 

per amare 

anche quello che non possiamo accettare  

anche quello che non è amabile  

anche quello che pare rifiutarsi all’amore  

poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è, insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore  dell’Amore. 

Ci impegniamo 

perché noi crediamo all’Amore,  

la sola certezza che non teme confronti,  

la sola che basta per impegnarci perdutamente.

 La fonte della citazione è P. Mazzolari, Impegno con Cristo, ed. critica a cura di G. Vecchio, EDB, Bologna, 2007. La foto in apertura è di Anffas. La foto di don Primo Mazzolari è di LaPresse

VITA

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sabato 23 agosto 2025

LA PORTA STRETTA


 -24 agosto 2025-

XXI Domenica del Tempo Ordinario C

*Lc 13, 22-30*


Commento del Card. Pierbattista Pizzaballa, 

Patriarca L. di Gerusalemme


Il tema centrale del brano di Vangelo di oggi (Lc 13, 22-30) è quello della salvezza.

Gesù è diretto a Gerusalemme, e passa per città e villaggi. Lungo la via, un tale gli chiede: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13,23). Ancora una volta la risposta di Gesù va oltre la domanda: non è importante sapere quanti sono quelli che si salvano, se sono pochi o tanti. L’importante è salvarsi.

E la salvezza, come sempre, ha qualcosa di paradossale, che non rientra negli schemi della nostra logica umana e che Gesù lascia trasparire attraverso il racconto che offre come risposta, piena di paradossi.

C’è una porta stretta (“Sforzatevi di entrare per la porta stretta” - Lc 13,24), che però fa entrare molta gente, da oriente ad occidente, da settentrione a mezzogiorno (“Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio” - Lc 13,29).

C’è qualcuno che sembrerebbe avere tutte le credenziali per entrare (“comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza” - Lc 13,26), eppure rimane fuori (“Voi, non so di dove siete” - Lc 13,27).

Ci sono ultimi che saranno primi, e primi che saranno ultimi (Lc 13,30).

Ci soffermiamo solo su una particolarità presente nel testo, quella che riguarda la porta, e la sua chiusura.

Molti, dice Gesù, cercheranno di entrare, ma troveranno la porta chiusa (“molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” - Lc 13,24).

Costoro busseranno, ma la porta non si aprirà. Ci si potrebbe aspettare che il motivo della porta chiusa sia l’orario: ad un certo punto la porta si chiude e, chi arriva in ritardo, rimane fuori.

Ma non è così.

Chi arriva, trova la porta chiusa e bussa, e non gli viene aperto non perché sia tardi. Per entrare, infatti, non è mai troppo tardi, e c’è sempre una possibilità ulteriore, l’occasione dell’ultima ora.

La porta non viene aperta a chi pensa di avere dei meriti, a chi dà per scontato di averne il diritto.

“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, hai insegnato nelle nostre piazze” (Lc 13,26). Per costoro, che pensano di avere il biglietto assicurato, la porta rimane chiusa. E non per una sorta di rivalsa, non per puntiglio, ma solo per il fatto che la salvezza è donata per grazia, e l’accoglie solo chi sa di non meritarla.

Un esempio di tutto questo è riportato più avanti nel Vangelo di Luca, al capitolo 23: Gesù è appeso alla croce e uno dei due malfattori, crocifisso accanto a lui, gli chiede di essere ricordato quando sarà nel suo regno. In qualche modo, sta bussando alla porta. Non ha nessun merito, sembrerebbe essere arrivato ben oltre il tempo limite. Eppure, per lui la porta si apre: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).

Quindi la porta non è stretta perché dobbiamo guadagnarci l’ingresso attraverso opere di giustizia, attraverso una grande ascesi. Si tratta semplicemente di riconoscere che siamo piccoli e poveri. Tutto ciò che ci viene chiesto, come al malfattore crocifisso, è di ammettere il nostro peccato e il nostro bisogno di redenzione: questa è la “parola d'ordine” che apre la porta.

Gesù chiama “operatori di ingiustizia” (Lc 13,27) coloro che rimangono fuori dalla porta. Il testo però non fa pensare che abbiano fatto qualcosa di male. L’ingiustizia che li condanna a rimanere estranei al Signore è proprio quella di sentirsi giusti. È l’unica ingiustizia che impedisce la salvezza.

Verso costoro, Gesù ha dunque parole pesanti: “Non di dove siete” (Lc 13,27). Ovvero non vi conosco, non appartenete al mio Regno, non condividete la mia logica, il mio modo di vedere la vita, di vivere la fede.

Al contrario, i lontani, che arrivano come dei poveri senza meriti, loro sederanno alla mensa del Regno.

Oriente, occidente, settentrione e mezzogiorno (Lc 13,29): cioè da ogni parte, perché ogni punto di partenza è buono per camminare verso la porta che apre al banchetto del Regno.

A patto però di rimanere come il ladrone sulla croce del capitolo 23, che può solo implorare ciò che può solo essere gratuito, che può solo essere donato.

+ Pierbattista

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domenica 28 giugno 2020

CHI ACCOGLIE VOI ACCOGLIE ME

Vangelo

Mt 10, 37-42
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa".

Commento di don Federico Bareggi, AE AIMC  di Saronno



venerdì 24 giugno 2016

LA FECONDITA' DELL'AMORE


           
                  
        L’AMORE
    CHE  DIVENTA FECONDO

don Giulio Cirignano

Se i capitoli quattro e ottavo della esortazione apostolica di papa Francesco sull’amore nella famiglia sono quelli che hanno attirato maggiormente l’attenzione anche gli altri  meritano di essere letti con calma e assimilati con gioia. In particolare segnaliamo il capitolo quinto. Si parla dei figli e di molte altre cose. L’intero discorso è soffuso di straordinaria tenerezza. E’ questo l’aspetto che colpisce immediatamente. Invitiamo alla lettura. Può essere di stimolo, allora, citare alcune espressioni. Le riportiamo senza commento, solo per il gusto di far percepire con quanto amore il Papa pensa alla esperienza familiare. Il discorso inizia dai figli.
 I figli oggi: in prima battuta sono fonte di viva preoccupazione proprio per il tipo di società che noi adulti abbiamo messo in piedi, confusionaria e caotica, come le nostre strade e piazze intasate dal traffico. Sembra  non vi sia tempo per pensare, parlare, ammirare. Solo la logica consumistica pare farla da padrone, con   continui consigli per gli acquisti! Quelli del Papa sono consigli per la vita........
              
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