Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post

martedì 16 dicembre 2025

LA STRAGE DI SYDNEY

 

L'odiosa strage razzista antisemita di Sydney ci lascia una piccola speranza:  l'eroico gesto del fruttivendolo musulmano che disarma a mani nude il terrorista musulmano e salva la vita degli ebrei.  

 

di Enrico Franceschini

 Un passante ha immortalato in un video filmato con il telefono la sequenza in cui Ahmed ha sorpreso l'attentatore e lo ha disarmato impedendogli di uccidere ancora.

 Un fruttivendolo arabo disarma il terrorista antisemita del massacro nel giorno di Hanukkah a Bondi Beach, evitando che l'attentatore faccia ancora più vittime. Un attacco ideato per dividere le comunità religiose in buoni e cattivi, in giusti e dannati, trova nel gesto eroico di un cittadino comune l'ispirazione per ritrovarsi uniti contro quello che dovrebbe essere il nemico di tutti: la violenza dettata dall'odio razziale. L'eroe di questa tragica "festa delle luci" macchiata da tenebre color sangue si chiama Ahmed Al Ahmed: ha 43 anni, è sposato, padre di due figli, gestore di un negozio di frutta e verdura a Sutherland, sobborgo alla periferia di Sidney.

 È stato lui a balzare addosso a uno dei due terroristi, per poi strappargli il fucile e metterlo in fuga, prima di essere ferito dai colpi del complice appostato più lontano. «È ancora in ospedale e non sappiamo cosa stia succedendo in sala operatoria - racconta suo cugino Mustafa - ma i medici dicono che se la caverà. Nelle prossime ore ci permetteranno di visitarlo. È un eroe, davvero un eroe». Le stesse parole usate da Chris Minns, premier dello Stato del South New Galles, del quale fa parte Sidney, rendendo omaggio all'altruistico gesto: «È la scena più incredibile che abbia mai visto. Un uomo inerme si avvicina a un uomo armato, che aveva appena sparato all'impazzata, e da solo lo disarma, mettendo a rischio la propria vita per salvare quella di innumerevoli persone. Ahmed Al Ahmed è un vero eroe. Non ho alcun dubbio che, con il suo coraggio, ha salvato la vita a molta gente».

Ripresa con il telefonino da un testimone, la scena è finita sui social, diventando virale in tutto il mondo. Ahmed si infila tra due vetture parcheggiate, avvicinandosi all'attentatore che ha il fucile puntato sulla folla della spiaggia. Gli arriva addosso da un lato, lo prende per il collo, ingaggia un corpo a corpo riuscendo a togliergli il fucile automatico e poi glielo punta contro. Ma ha il sangue freddo di non sparare a sua volta. Caduto a terra, il terrorista si rialza, zoppicando si allontana. Ahmed allora appoggia il fucile a un albero, per dimostrare alla polizia sopraggiunta nella zona della strage di non essere coinvolto nel commando di attentatori: un altro segno che, pur in frangente drammatico, non ha perso la testa. A quel punto, tuttavia, risuonano altri colpi d'arma da fuoco. Il secondo terrorista continua a sparare, ferendo Ahmed a una mano e a un braccio. Poco più tardi, le forze dell'ordine catturano il terrorista in fuga e uccidono l'altro. Caricato su un'ambulanza, Ahmed viene ricoverato in ospedale, ma i sanitari affermano che non sembra in pericolo di vita.

 Il premier israeliano Netanyahu ha prima parlato di «eroismo ebraico», ma poi si è corretto: «Abbiamo visto l'azione di un coraggioso musulmano». Il tabloid inglese Sun e vari siti di news affermano infatti che Ahmed è musulmano e il nome suggerisce che sia di origine araba. Di sicuro c'è che, nella fuga generale da una spiaggia trasformata in tiro a segno, un uomo di mezza età ha fatto la scelta opposta, rischiando di andare incontro alla morte, inerme, senza altro che le proprie braccia per cercare di immobilizzare un terrorista.

 Una figura in maglietta bianca e calzoni scuri che attacca a mani nude un killer e lo disarma: sembra un film, invece è la realtà. «Un eroe», lo definisce anche il primo ministro australiano Anthony Albanese.

 Un fruttivendolo arabo che insorge in difesa degli ebrei. Una parabola di Hanukkah: un raggio di luce per trafiggere le tenebre.

Da Repubblica

Immagine


sabato 3 agosto 2024

GUERRA o TERRORISMO ?

Tre livelli di lettura 

delle ultime vicende

 della guerra di Gaza

-di Giuseppe Savagnone 


L’uccisione a Teheran del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, può essere letta a diversi livelli. Ce n’è uno militare, dove essa costituisce un clamoroso successo di Israele, dopo la frustrazione della mancata vittoria nella campagna di Gaza.

 Uno dei due capi supremi di Hamas, responsabili dell’eccidio del 7 ottobre 2023, che Netanyahu aveva giurato di eliminare, è stato raggiunto dalla vendetta dello Stato ebraico, che in questo modo ha restituito credibilità all’efficienza delle sue forze armate e dato alimento alla speranza di quella “vittoria totale” che il premier israeliano ha fin dall’inizio indicato come la sola conclusione possibile di questa guerra.

 C’è poi il piano politico. Anche qui siamo davanti a un successo indiscutibile dello Stato ebraico, che non solo ha decapitato Hamas, ma ha soprattutto umiliato e screditato il proprio grande nemico, l’Iran, agli occhi della comunità internazionale e dei suoi stessi sudditi, dimostrando di poter colpire chi vuole nel cuore stesso di Teheran.

 A questo livello, però, la valutazione si fa più complessa. Perché, con questo omicidio mirato, Israele ha colpito proprio il leader più disponibile al negoziato per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi e con cui effettivamente in Qatar aveva in corso un dialogo.

 Così facendo, potrebbe aver fatto un favore a Yahya Siwar, il capo di Hamas nella Striscia, il più intransigente e sanguinario – è soprannominato «il macellaio di Gaza» – sostenitore, al contrario di Haniyeh, della linea dura.

 Soprattutto, il governo israeliano con questo atto ha evidenziato di non avere alcun interesse ai negoziati di pace in corso. «Come può avere successo la mediazione quando una parte assassina il negoziatore dell’altra parte? La pace ha bisogno di partner seri», ha scritto su X lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Than, che, col sostegno degli Stati Uniti, ha guidato in questi mesi gli sforzi di mediazione del Qatar.

 L’uccisione di Haniyeh è un’evidente dimostrazione che per Netanyahu l’unica pace possibile è quella che potrà seguire la distruzione dei suoi nemici. Come del resto ha spesso detto pubblicamente, mettendo in difficoltà il suo grande alleato, il presidente americano Biden, che invece continua a far finta di non aver sentito e  a chiedere al premier israeliano un accordo immediato sul cessate il fuoco.

 Lo ha fatto anche nel recente incontro a Washington, ricevendo in cambio vaghe assicurazioni, che però gli ultimi eventi hanno clamorosamente smentito. Questo attacco è stato un evidente schiaffo alla diplomazia americana. Si capisce la freddezza del commento da parte del segretario di Stato Antony Blinken, da mesi impegnato a mantenere aperto il dialogo: «Si tratta di qualcosa di cui non eravamo a conoscenza e in cui non eravamo coinvolti».

 C’è però un risvolto amaro anche per Israele: far fallire i negoziati – o, come minimo, rimandarli a tempo indeterminato – significa rinunziare al ritorno a casa degli ostaggi e dover affrontare l’ira dei loro parenti, che da mesi incalzano Netanyahu perché faccia di più in questo senso.

 Certo, se alla fine Hamas sarà davvero distrutta, non ci saranno più i loro carcerieri a trattenerli. Ma quanti saranno ancora vivi e in grado di  gioire di questa liberazione?

C’è infine un livello di lettura dell’evento di Teheran su cui in questi giorni nessuno sembra interessato a soffermarsi, e che forse merita una riflessione, che riguarda la trasformazione radicale di ciò che intendiamo per “guerra”.

 Una trasformazione che non è cominciata con l’uccisione del capo politico di Hamas, ma che trova in essa, come del resto in tutta la “guerra di Gaza”, la sua perfetta esemplificazione.

 Guerra e terrorismo

Le guerre sono sempre state espressione di violenza e di sopraffazione reciproca. Un tempo, però erano anche legate a una costellazione di valori oggi spesso dimenticati, o perfino contestati, ma che erano importanti per gli uomini di altre epoche precedenti la nostra: coraggio, onore, lealtà, fedeltà.

 Non è un caso che nel Medioevo la figura del combattente sia stata identificata con quella del cavaliere e sia stata tanto nobilitata da rendere possibile il sorgere, addirittura, di ordini monastici cavallereschi.

 Si collega a questo il fatto che la violenza della guerra fosse regolamentata da una serie di norme etiche e religiose, che la sottraevano all’arbitrio e alla gratuita crudeltà, per inserirla in un vero e proprio rituale che prevedeva  la “cortesia” perfino verso il nemico e comunque sempre la protezione, o almeno il rispetto, nei confronti del debole. Tutto questo non escludeva, evidentemente, gli abusi. Ma erano considerati e condannati da tutti come tali.

 A partire dall’età moderna, poi, i conflitti bellici hanno avuto come soggetti gli Stati, che li hanno gestiti attraverso eserciti composti da combattenti specializzati o comunque nettamente identificati e ben distinti dalla popolazione civile.

 Da qui la regola fondamentale del diritto internazionale, secondo cui quest’ultima non doveva essere mai coinvolta. Anche qui, ai princìpi non corrispondeva sempre la pratica. Ma essi erano avvertiti come vincolanti e la loro violazione non annullava, anzi evidenziava l’importanza della stessa regola.

 Molto diverso dalla guerra è il terrorismo. Per sua natura, esso è sottratto ad ogni legge morale giuridica Il terrorista può compiere qualunque eccesso per raggiungere il suo scopo. I valori tradizionali a cui la guerra deve fare riferimento  e che sono legati al rispetto del nemico per lui non sono vincolanti. L’importante è il successo dell’azione.

 E la prima regola che il terrorismo non riconosce è la distinzione tra militari e civili.  Esso colpisce indifferentemente gli uni e gli altri, anzi, più spesso i secondi, che sono maggiormente vulnerabili.

 Il motivo è che, mentre la guerra mira a sconfiggere l’avversario sul piano propriamente militare, distruggendo il suo apparato bellico, il terrorismo non punta su questo bensì a terrorizzare il nemico. 

 Anche il modo di operare è molto diverso da quello della guerra, almeno nella sua forma più antica, in cui gli avversari si affrontavano guardandosi in faccia in faccia. E anche nei suoi sviluppi successivi, il nemico era comunque un essere umano in carne ed ossa, la cui uccisione veniva percepita in tutta la sua violenza.

 Il terrorista, invece, colpisce solitamente senza avere presente il volto della sua vittima. Non distingue uomini, donne e bambini. La bomba – il mezzo classico dell’attentato terroristico – viene piazzata in un luogo affollato, e il terrorista si allontana evitando di chiedersi che cosa ne sarà delle persone innocenti che ha appena intravisto e che fra poco moriranno.

 Dalla guerra al terrorismo di Stato

Il punto è che, a partire dal secolo scorso, è diventato sempre più arduo distinguere nettamente guerra e terrorismo. Già le due grandi guerre mondiali, soprattutto la seconda, hanno reso difficile parlare di uno scontro fra eserciti che risparmia la popolazione civile. Dopo è diventato impossibile.

 Durante la prima i militari furono ancora il 90% dei morti; nella seconda il 50%. Nella guerra del Vietnam solo il 10% (il 90% dei morti furono civili). Ma già nel corso della seconda guerra mondiale la fine del conflitto fu raggiunta con il massacro di 140.000 persone inermi – uomini, donne e bambini – nelle città di Hiroshima e di altre 74.000 in quella di Nagasaki.

 La motivazione ufficiale portata dal governo degli Stati Uniti è stata la necessità di spingere il Giappone alla resa, evitando altre vittime nella guerra. Ma l’intento di terrorizzare il nemico colpendo indiscriminatamente i civili è tipico del terrorismo…

 Anche la logica del confronto diretto tra esseri umani, costretti a percepire la gravità del loro atto distruttivo dagli effetti che esso provoca sotto i loro occhi, è venuta meno nelle guerre odierne.

 Il progredire della tecnologia, che ha permesso di colpire a distanze sempre maggiori i propri bersagli, risparmia a chi uccide la vista dei corpi straziati delle vittime. I piloti che hanno sganciato le due bombe atomiche sul Giappone, i  militari russi che lanciano i loro micidiali missili sulle case degli innocenti abitanti delle città ucraine, possono tornare a casa e pranzare tranquillamente con le loro famiglie

 Questa deriva della guerra verso il terrorismo ha purtroppo oggi una conferma evidente nella guerra di Gaza. Hamas, il 7 ottobre, ha compiuto un massacro spaventoso di persone innocenti. E i razzi lanciati dagli Hezbollah sui kibbutz israeliani non hanno avuto come destinatari dei soldati nemici, ma povera gente  di cui chi azionava questi ordigni non sapeva neppure chi fosse. Questa non è guerra.

 Ma anche la risposta dello Stato ebraico ha avuto la connotazione del terrorismo, più che quella della guerra. L’embargo sui rifornimenti alimentari,  i bombardamenti a tappeto di ospedali, moschee, scuole, abitazioni, hanno avuto lo scopo di sconfiggere Hamas, ma nella consapevolezza che a essere colpita innanzi tutto  era la popolazione civile.

 E lo stesso principio a cui si è ispirato Israele uccidendo il capo  politico (non militare, anzi impegnato nei colloqui di pace) del gruppo terroristico –  colpire il nemico anche non combattente,  ovunque si trovi, ottenendo il massimo effetto psicologico – ricorda più un terrorismo di Stato che non un’azione di guerra. E su questa logica si baserà anche la probabile risposta iraniana.

 Nasce allora spontanea la domanda se sia veramente fondata la frequente contrapposizione tra le azioni belliche dei nostri Stati – a cominciare da Israele – e quelle di gruppi come Hamas, in base al fatto che questi sono terroristi.

 E se la pretesa che quella  dei primi possa essere una “guerra giusta”- come proprio nel caso di Israele spesso viene ripetuto – non nasconda la triste verità che la guerra giusta non è più possibile perché la guerra ormai somiglia troppo al terrorismo.

*Scrittore ed Editorialista. Pastorale Cultura Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu


venerdì 13 ottobre 2023

IL DIRITTO DI ISRAELE

 


-         di Giuseppe Savagnone*

 

Solo un gruppo di terroristi?

Davanti alla violenza selvaggia dell’attacco di Hamas a Israele appaiono pienamente giustificati l’orrore e l’incondizionata solidarietà della quasi totalità del mondo occidentale. Una solidarietà che si è immediatamente estesa anche alle reazioni dello Stato ebraico nei confronti dei suoi aggressori. «Israele ha il diritto di difendersi», è stata la frase che è risuonata sulla bocca di politici, di intellettuali, e che anche papa Francesco ha fatto sua.

 C’è però, in questa affermazione inoppugnabile, qualcosa di non detto, che andrebbe chiarito e che riguarda i destinatari e le modalità di questa azione di difesa.

 «Schiacceremo i terroristi, come l’Isis», ha promesso Netanyahu. La domanda, però, è se davvero siamo davanti solo a un gruppo di terroristi, di cui i due milioni di persone che vivono nella striscia di Gaza, controllata da Hamas (un milione e duecentomila sono rifugiati palestinesi) sarebbero «ostaggio», come ha sostenuto Giuliano Ferrara alla fiaccolata per Israele.

 In realtà, la recente storia di Gaza mette fortemente in dubbio questa narrazione. Gli israeliani (che nel 1967 l’avevano strappata all’Egitto con la “guerra dei sei giorni”), nel 2005 si erano ritirati, lasciandola al controllo dell’Autorità nazionale palestinese, con cui il governo di Tel Aviv, negli accordi di Oslo, aveva stretto un patto già dal 1993. Ma nelle elezioni che si erano tenute l’anno dopo, nel 2006, a vincere non è stata questa frangia, più moderata, bensì proprio il movimento islamico estremista di Hamas, che da allora è al potere.

 Un esito dovuto al crescente discredito dell’Autorità palestinese, che, sotto la guida del vecchio presidente Abu Mazen, ha da tempo perduto ogni grinta nella rivendicazione dei diritti del popolo palestinese ed è sempre più affogata nella corruzione. Tanto che oggi, anche in Cisgiordania, l’altro territorio della Palestina dove Abu Mazen è rimasto ancora al potere, evita da anni di indire nuove elezioni perché tutti i sondaggi predicono, in caso si svolgessero, la sicura vittoria di Hamas.

 Neanche a Gaza, in realtà, ci sono state, dopo il 2006, nuove elezioni. E sicuramente non si tratta di un regime liberale, come dimostra la sistematica repressione dei diritti delle donne – sulla stessa linea dell’Iran, lo Stato islamico sciita a cui Hamas è più vicino – e in generale di tutti gli oppositori.

 Un popolo di disperati

Ma a compattare dietro il suo governo il popolo della Striscia è venuto in soccorso, contro le proprie intenzioni, proprio Israele che, per reazione ai risultati elettorali del 2006, ha imposto un embargo totale sulla regione, con un soffocante controllo delle persone e dei beni in entrata o in uscita, determinando una condizione avvilente di dipendenza e un ulteriore impoverimento degli abitanti.

 La Croce Rossa internazionale ha dichiarato l’illegalità di questa politica, che comportava una «punizione collettiva per le persone che vivono nella Striscia di Gaza» – due milioni di esseri umani –, trasformandola in quella che  lo scorso anno l’organizzazione non governativa Human rights watch ha definito «una prigione a cielo aperto», ma senza esito.

 Così, la rabbia sociale – esasperata da queste misure spietate e dalla colpevole inerzia dell’Autorità palestinese – , ha spinto le nuove generazioni nelle braccia di Hamas che, a questo punto, ha finito per esprimere la disperazione di un popolo senza speranza. Alla fine, oggi è questo popolo il vero bersaglio dell’azione di “difesa” di Israele.

 Lo è, del resto, anche per motivi logistici. «Bisogna liberare Gaza anche con le bombe, anche con i carri armati, anche con l’esercito», ha gridato tra gli applausi scroscianti Giuliano Ferrara nel suo infiammato discorso.

 Ma, in un territorio che è fra i più densamente popolati del mondo, con due milioni di persone stipate su una superficie di 360 km quadrati, le bombe sono inevitabilmente destinate a colpire prevalentemente i civili. Il bilancio di sei giorni di raid aerei sulla Striscia è di più di 1.500 morti, di cui 500 bambini.

 Così è stato peraltro per l’embargo imposto da Israele nel 2007. Così è adesso per il blocco totale di carburante, acqua e luce con cui lo Stato ebraico ha risposto all’attacco di Hamas. A soffrire non sono certo solo i “terroristi”, ma la povera gente, uomini, donne e bambini, che sono allo stremo. Anche gli ospedali comunicano di non riuscire più a fare funzionare, senza elettricità, le loro apparecchiature, a cominciare da quelle delle sale operatorie e dalle incubatrici per salvare la vita ai neonati.

 È strano che tanti acuti osservatori occidentali – giornalisti, personalità politiche, intellettuali – giustamente inorriditi davanti alla “strage degli innocenti” perpetrata da Hamas, non abbiano nulla da obiettare, anzi in molti casi plaudano, a questo massacro dei bambini e delle donne palestinesi.

 Su questa linea di spietata violenza verso la popolazione si colloca anche l’ultimo ordine dato dal comando militare israeliano, che ha intimato lo sgombero entro 24 ore del nord della Striscia. In questo modo, la povera gente di questa zona – un milione di esseri umani, di cui molti erano già stati cacciati dalla loro terra, presa dagli israeliani, e vivevano lì da rifugiati – viene costretta, da un giorno all’altro, ad abbandonare le proprie case, le proprie povere attività lavorative, il proprio mondo.

 Un antiterrorismo che somiglia al terrorismo

Ma con questo siamo anche davanti alla risposta alla seconda domanda, quella relativa alle modalità. Qualche giorno fa, un quotidiano fuori dal coro ha titolato: «Scatta l’antiterrorismo. Assomiglia molto al terrorismo». Dove la differenza tra guerra e terrorismo è che la prima è pur sempre soggetta a delle regole, stabilite a livello internazionale, e ha come bersaglio il personale militare nemico, per distruggerlo, mentre il secondo regole non ne ha e, piuttosto che a sconfiggere un esercito mira a terrorizzare la popolazione civile.

 Ora, in realtà questa è la tattica di Hamas, che non può certo competere con l’apparato militare di Israele, ma – come ha fatto anche nell’ultimo attacco –  si propone di colpire l’avversario seminando paura. Ma finisce per essere molto simile a questa anche la tattica dello Stato ebraico, che sa bene di non poter colpire al cuore i combattenti di Hamas –  protetti da una rete i 45 km di gallerie sotterranee fortificate – con i suoi raid aerei, ma infligge alla popolazione palestinese, oltre alle bombe, una serie di privazioni e di disagi, nella speranza (rivelatasi, come si è visto prima, fallace) di distaccarla dall’organizzazione armata, senza rendersi conto di fare così proprio il suo gioco.

 Rientra in questo stile anche il ricorso, da parte dell’aviazione israeliana, ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, come le bombe al fosforo bianco, vietate dalle convenzioni internazionali perché provocano tremende ustioni e, in chi sopravvive, gravi patologie.

 Se i bambini ebrei bruciati da Hamas destano il nostro orrore, non meno ne provoca il pensiero che ce ne siano tanti palestinesi che stanno subendo in questi giorni la stessa sorte. Una tragica simmetria di mostruosità, che però, assurdamente, non trova riscontro nelle valutazioni dell’opinione pubblica occidentale, giustamente scossa dalla prima, stranamente insensibile alla seconda.

 L’importanza della memoria

Ma i drammatici eventi di questi giorni vanno compresi alla luce di una storia, che non può certo essere invocata per attenuare l’assoluta condanna delle atrocità commesse da Hamas, anche se aiuta a capire la loro origine.

 Una storia che comincia nel 1947, quando una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì la costituzione e la convivenza di uno Stato ebraico e di uno palestinese. Gerusalemme sarebbe stata invece una zona internazionale.

 Anche se né palestinesi né israeliani hanno mai accettato questa spartizione, i primi perché si sentivano derubati di una terra che per quasi duemila anni avevano abitato e da cui ora erano cacciati, i secondi perché vedevano in essa la possibilità di un ritorno alle loro origini e la volevano tutta.

 In realtà, più di settantacinque anni dopo, quella risoluzione resta disattesa. Lo Stato palestinese non è mai nato e i territori che avrebbero dovuto essere suoi, secondo la risoluzione dell’ONU, sono illegalmente occupati da Israele, tranne la striscia di Gaza e parte della Cisgiordania, che però non hanno neppure una continuità territoriale. Quanto a Gerusalemme, essa è stata proclamata da Israele, nel 1980, capitale di Israele.

 Per di più, nei territori che ancora restano ai palestinesi e che sono sotto il suo controllo, il governo israeliano, in questi anni ha moltiplicato i nuovi insediamenti di coloni, violando ulteriormente la risoluzione dell’ONU.

 Dal 2002, poi, il governo israeliano, con una decisione condannata dalla Corte di Giustizia e dall’Unione Europea, eretto in Cisgiordania un muro fortificato di più di 300 km che separa i più importanti territori palestinesi della Cisgiordania da Israele, separando le famiglie e le comunità che abitano e lavorano da una parte e dall’altra del muro.

 Le Nazioni Unite hanno esplicitamente dichiarato illegali, in più occasioni, queste evidenti prevaricazioni, senza che però né Israele, né i suoi alleati – primi fra tutti gli Stati Uniti – ne tenessero alcun conto.

 Ultimamente, poi, il presidente Netanyahu – alle prese con pesanti accuse di corruzione e bisognoso, per sfuggire al processo, di rafforzare il consenso della destra estrema, ne ha avallati altri, andando questa volta contro il parere anche del presidente Biden, che vanamente ha cercato di dissuaderlo. Poi il diluvio. Che però, come dovrebbe essere chiaro, non è venuto “a ciel sereno”.

 Per combattere i mostri

«Il sonno della ragione genera mostri», ha scritto Goya. Dall’una e dall’altra parte, in questo spietato conflitto ne sono stati scatenati parecchi, con costi umani spaventosi. Non si risolve il problema cancellando la memoria e riducendo tutto, come si cerca di fare, a un fenomeno di “terrorismo”.

 Hamas non è l’Isis, perché ha dietro di  sé un popolo i cui diritti sono stati riconosciuti dall’ONU e sistematicamente calpestati.

 A sua volta, non si può pretendere di partire, come fa Hamas, dalla premessa che Israele non ha il diritto di esistere. Solo un reciproco riconoscimento – che a Oslo, per un momento sembrava essere stato realizzato – può costituire una vera soluzione. 

 Bisogna rafforzare, sia da parte israeliana che da parte palestinese, le frange – che pure esistono – delle persone ragionevoli, in grado di riaprire il dialogo. Ogni giustificazione di comportamenti disumani, da una parte e dall’altra, è un favore fatto alla festa dei mostri.

 *Scrittore ed Editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu

 

sabato 27 aprile 2019

IL VERO SCONTRO NON E' TRA LE RELIGIONI, MA DENTRO DI ESSE


di Giuseppe Savagnone

L’opinione pubblica italiana e l’Islam

Gli ultimi sanguinosi attentati contro le chiese cristiane, nello Sri Lanka, hanno dato luogo, su una parte della stampa e sui social, a una ridda di commenti aspramente ostili sia nei confronti dell’islam che di quanti, in Occidente, hanno nei suoi riguardi un atteggiamento dialogico.
Un bell’esempio lo troviamo sul quotidiano «Libero» del 23 aprile, in un pezzo firmato dal direttore, Vittorio Feltri: «Il pensiero unico progressista è che i figli di Allah spesso non sono figli di puttana, bensì bravi ragazzi fedeli di una religione nobile che hanno varie ragioni per odiare noi che non adoriamo il loro Dio».
Da qui una conseguenza sconsolante per un onesto giornalista: «Guai a fare un titolo che definisca bastardi gli attentatori».
Vari esempi di giornalismo tollerante
Su questo veramente i fatti sembrano contraddire il brillante opinionista. Perché proprio il suo giornale, quando ne era direttore Maurizio Belpietro (ora alla guida di un altro foglio della medesima linea, «La Verità»), all’indomani dell’attentato di Parigi del novembre 2015, uscì con il titolo, a caratteri di scatola, «Bastardi islamici» e, accusato di «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone», è stato poi assolto con formula piena dal Tribunale di Milano.
Così come era stato già assolto qualche tempo prima, anche questa volta perché «il fatto non sussiste», per aver pubblicato una foto dell’attacco terroristico al giornale parigino Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, titolando «Questo è l’Islam».
Magari sarà perché i giudici che hanno emesso quelle sentenze non aderiscono compitamente a quel «pensiero unico» secondo cui «i figli di Allah spesso non sono figli di puttana», ma da esse non traspare proprio quel filo-islamismo cieco che Feltri denunzia a gran voce.
Anche se, con franchezza, mi chiedo come avrebbe reagito la mia sensibilità di cristiano se, sotto le foto dell’attentato del 15 marzo scorso contro due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove sono morti 50 fedeli islamici e altri 50 sono stati feriti, un quotidiano avesse apposto il titolo: «Questo è il Cristianesimo». Oppure «Bastardi cristiani».
Una distinzione dentro l’Islam
Certo, questo suppone si possa far distinzione tra quei seguaci dell’Islam che interpretano la loro fede in modo compatibile col dialogo tra diverse religioni, escludendo il ricorso alla violenza fisica o verbale, e quelli che invece possiamo definire, con una formula un po’ sbrigativa ma abbastanza fedele, “fanatici”.
Il caso delle autorità musulmane dello Sri Lanka
Che ce ne siano della prima categoria, e ai massimi vertici della gerarchia religiosa musulmana, lo dicono le reazioni agli attentati dello Sri Lanka.
Su di essi si è chiaramente pronunziato il Consiglio dei saggi musulmani, sotto la presidenza del Grande Imam di al-Azhar Ahmed El-Tayeb.
«Il Consiglio – si legge in un comunicato – denuncia con forza attacchi così spregevoli che vanno contro gli insegnamenti di tutte le religioni e credi, nonché contro tutte le leggi e norme sociali internazionali».
Il Consiglio sottolinea inoltre «l’urgente necessità di intensificare gli sforzi internazionali per contrastare tutte le forme di terrorismo. Gli attacchi contro civili innocenti che celebrano una festività religiosa – si legge nel comunicato – dimostrano che le persone che hanno compiuto questi attacchi non sono altro che vigliacchi disumani».
Alla strage di Colombo il Grande Imam di al-Azhar dedica anche un tweet personale: «Non posso immaginare che un essere umano possa prendere di mira persone innocenti nel giorno della loro celebrazione. Queste perverse azioni terroristiche vanno contro gli insegnamenti di ogni religione».
Anche a livello locale, i massimi leader musulmani dello Sri Lanka si sono pronunziati senza alcuna sfumatura di ambiguità: «A nome della comunità musulmana dello Sri Lanka, offriamo le nostre condoglianze al popolo della fede cristiana e estendiamo le nostre mani in segno di amicizia in solidarietà».
A questa solidarietà ha fatto riscontro una precisa richiesta: «Esortiamo il governo a fornire sicurezza a tutti i siti religiosi e a dare la massima punizione a tutti coloro che sono coinvolti in questi atti ignobili», ha detto Jamiyyathuul Ulama, leader dei teologi musulmani di tutto il Paese.
Fanatici e traditori
Tutti figli di p…, tutti bastardi, travestiti da brave persone per ingannare l’opinione pubblica mondiale?
A smentire questa ipotesi – peraltro già in sé piuttosto avventurosa – stanno ancora una volta i fatti. Raramente ci si rende conto che il bersaglio delle più efferate violenze compiute dagli islamici fondamentalisti non sono rivolte contro i cristiani, ma contro i loro correligionari illuminati e impegnati a sviluppare un dialogo con le altre religioni, prima fra tutte il cristianesimo. La logica è semplice ed è esattamene la stessa che porta personaggi come Feltri, o Belpietro, o Sallusti, a inveire, prima ancora che contro i musulmani, contro i non-musulmani che dialogano con loro. Per il fanatico, nulla vi è di più esasperante di un atteggiamento che ai suoi occhi appare un tradimento, le cui ragioni non possono che essere le più ignobili.
Lo scontro tra civiltà e inciviltà
Così, è certamente una tragedia immane che solo nel 2018 – secondo un rapporto di World Watch List – ben 4.305 cristiani siano stati uccisi per la loro fede.
Ma le cronache delle violenze intestine diffuse in tutto il mondo islamico fa sospettare che ancora di più siano i seguaci moderati dell’Islam uccisi dagli estremisti.
Il che, ovviamente, non attenua, anzi ingigantisce la tragedia, ma la situa nella sua reale prospettiva, che non è quella dello «scontro di civiltà» di cui parlava Huntington, ma della sfida all’ultimo sangue tra civiltà e inciviltà, trasversale a tutte le religioni – ci sono fondamentalisti ebrei, indù, cristiani – e che si sta svolgendo anche all’interno dello stesso cattolicesimo tra una linea aperta al confronto e all’incontro, pur senza edulcorare le diversità, e chi invece accusa la Chiesa attuale, primo fra tutti papa Francesco, di colpevoli silenzi.
I presunti silenzi della Chiesa
È la denunzia del noto politologo americanoEdward Luttwak, intervistato a La Zanzara, suRadio 24: «Il Papa fa grandi dichiarazioni quando chiunque viene ucciso ma suicristiani sta zitto».
La realtà, veramente, è un’altra. Il giorno di Pasqua, nel messaggio Urbi et orbi, Francesco ha parlato con chiarezza: «Desidero manifestare la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, colpita mentre era raccolta in preghiera, e a tutte le vittime di così crudele violenza».
E lo ha fatto di nuovo lunedì, all’Angelus, quando, tra l’altro ha detto: «Prego per le numerosissime vittime e per i feriti. Chiedo a tutti di non esitare a dare l’aiuto necessario. Auspico che tutti condannino questi atti terroristici, atti disumani, mai giustificabili».
E più tardi, sempre lunedì, in un tweet: «Uniamoci anche oggi in preghiera con la comunità cristiana dello Sri Lanka colpita da una violenza cieca nel giorno di Pasqua. Affidiamo al Signore risorto le vittime, i feriti e la sofferenza di tutti».
Gli hanno rinfacciato che il tweet sia stato postato solo il giorno dopo (ma si era già espresso a voce!), con qualche ora di ritardo rispetto a quello in occasione dell’incendio di Notre Dame. Sarà vero, ma non mi sembra ci sano gli estremi per i toni esasperati di certa stampa e certi ambienti “cattolici”…
Amici e nemici
Ma forse la vera ragione è un’altra e viene evidenziata in una critica che si trova raccolta, insieme a quella di filo-islamismo, nel sito «Dagospia»: «Il papa dedica la via crucis ai migranti, ma abbandona i cristiani perseguitati nei paesi musulmani».
Già. I migranti. Tutta la politica dei “porti chiusi” si regge su una logica che divide il mondo in “amici” – gli italiani, i turisti stranieri ricchi (nessuno respinto alle frontiere…) – e “nemici” (i migranti poveri, ricondotti acriticamente alla categoria dell’islam, anche se in realtà molti sono cristiani come noi). Rientra in questo quadro manicheo l’accusa fatta da Feltri nel suo articolo a tutti i critici della linea del nostro attuale governo: «Non hanno neanche il coraggio di ammettere che il monopolio del terrorismo ce l’hanno i cannibali dell’islam».
Se loro e solo loro sono una minaccia per il cristianesimo, va bene la visione seguita, rigorosamente in nome del vangelo, dal nostro ministro degli Interni e profeticamente anticipata da Feltri in un suo articolo di tre anni fa: «Cerchiamo almeno di rendere la vita dura agli invasori, così come fecero gli antichi romani. I quali (…) combattevano con tutte le forze allo scopo di non farsi dominare dagli stranieri incivili» («Libero», 20 maggio 2016).
Se invece la minaccia – per il Cristianesimo come per l’Islam – sono i fanatici che vogliono a tutti costi lo scontro, falsando lo spirito delle loro rispettive religioni, la vera risposta è quella che ha dato l’imam dei musulmani sufi che, a Colombo, ha invitato i cristiani, rimasti esclusi dalle loro chiese, a venire a pregare nella sua moschea.





domenica 25 dicembre 2016

LA SFIDA DEL NATALE AL TEMPO DEL TERRORISOMO

Possiamo ancora celebrare il Natale? 

di Giuseppe Savagnone

        In un racconto della tradizione ebraica si parla di un discepolo che un giorno si recò dal proprio rabbi per confessargli di avere la terribile tentazione di farsi cristiano. «E se fosse davvero venuto?», era la domanda che lo tormentava.
Il rabbi era seduto vicino a una piccola finestra, coperta da una tenda. Non disse nulla ma, con una mano, scostò la tenda e guardò fuori. In strada c’erano un mendicante cencioso che chiedeva l’elemosina, una prostituta che aspettava qualche cliente, un uomo che picchiava un bambino. Lasciò ricadere la tenda e disse: «No, non è venuto».
Del Messia i profeti avevano parlato come di colui che avrebbe, a nome di Dio, instaurato un regno di pace e di giustizia destinato a durare per sempre. Come si legge nel libro di Isaia: «Egli sarà giudice fra le genti/e arbitro fra molti popoli./Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,/ delle loro lance faranno falci;/una nazione non alzerà più la spada/contro un’altra nazione,/non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4).
Se si guarda a questa promessa, non si può non restare increduli davanti alla fede dei cristiani, espressa nella festa del Natale, secondo cui il Messia è già venuto nel mondo duemila anni fa. Proprio in questi giorni la cronaca ci parla di fatti che fanno apparire questa festa come un’illusine, se non addirittura come un ipocrita “buonismo”.

Possiamo ancora credere nel Natale oggi, dopo quello che è successo a Berlino? Ma la domanda si può riprendere e moltiplicare: possiamo ancora credere nel Natale dopo quello che è accaduto ad Aleppo? dopo le atroci torture agli ostaggi da parte dei membri dell’Isis a Dacca? dopo la strage di Nizza? dopo quella del Bataclan a Parigi? ……..

Leggi:                            LA SFIDA DEL NATALE

sabato 19 maggio 2012

NO! NO! NO!

A PROPOSITO DELL'EFFERATO ATTENTATO DI BRINDISI

NO! NO! NO!

L’esplosione di un ordigno questa mattina alle ore 7.50 all’ingresso dell’Istituto Superiore “Morvillo-Falcone” di Brindisi, che ha causato la morte di Melissa e il ferimento di numerose altre sue compagne studentesse, costituisce un fatto di una gravità assoluta.
È ancora troppo presto per avere chiarezza sulla dinamica del tragico evento, ma qualunque sia il movente e di chiunque sia la responsabilità, ciò che è certo è che le lancette dell’orologio ideale della vita della nostra Repubblica si sono fermate oggi alle ore 7.50.
La sacralità laica della scuola nella sua ritualità fatta di vita quotidiana, che coinvolge milioni di studenti, genitori, docenti e dirigenti e che è indice di civiltà e di umanizzazione di una società, è stata violentemente profanata. 
La scuola è figlia della società e della cultura in cui opera, ne subisce le influenze, le tensioni e ne vive la complessità, tentando di migliorarla, ma la “sua” extraterritorialità, che è garanzia di sicurezza per i figli e gli studenti di tutta la Repubblica, non deve essere mai violata.
Il forte sospetto che l’obiettivo della mano criminale sia stata la scuola con la chiara intenzionalità di colpire vittime innocenti, forse proprio per il notevole impegno nel diffondere la cultura della legalità, getta un’ombra ancora più cupa sulla tragedia.
L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC), riunita a Milano in Conferenza nazionale, è vicina alle famiglie delle vittime, ai docenti, al dirigente e a tutti gli alunni dell’Istituto Superiore di Brindisi e chiede che lunedì prossimo tutto il Paese si stringa intorno alla Sua Scuola e levi forte il suo no! no! no!

La presidenza nazionale AIMC

LA  SACRALITA' DELLA SCUOLA     di Ambrogio Ietto