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mercoledì 16 luglio 2025

IL FANATISMO RELIGIOSO


Nazi-sionisti 

contro nazi-islamisti

C’è un lato oscuro

 nell’ebraismo 

che nasce 

dalla sua radice politica:

 l’israelismo.

Il ministro della sicurezza nazionale di Israele Itamar Ben Givr non poteva essere più chiaro nel dichiarare l’obiettivo: “Una sospensione totale degli aiuti umanitari”. Motivando così l’affermazione: “Fermare gli aiuti ci porterà rapidamente alla vittoria”. La vittoria che ha in mente è indicata da questa parola ebraica: herem, “sterminio totale”, in tedesco Endlösung, “soluzione finale”, il termine che inaugurò la Shoah. Altri ministri del governo Netanyahu, premier compreso ovviamente, sono su questa linea. Ciononostante alcuni sostengono che non si può e non si deve parlare di “genocidio”. Che nome dare allora a questa volontà di far morire di fame un intero popolo? Come nominare questo sterminio sistematico? È possibile trovare un altro nome che non sia genocidio per questa ferocia perseguita lucidamente da questi nazi-sionisti con la kippah che mirano ad annientare tutta la popolazione di Gaza e ci stanno riuscendo? 

Si professano religiosi e non si deve pensare che facciano finta: lo sono veramente. Come lo sono i nazi-islamisti di Hamas. Tutti estremamente religiosi. Ma ora qui non è in gioco l’islam, bensì l’ebraismo: che razza di religione è, se produce esseri come Ben Givr e non pochi altri come lui, tutti rappresentati dai partiti religiosi che sono l’anima e il fondamento del governo Netanyahu? La religione ebraica ha una duplice essenza: spirituale e politica. La prima è propriamente l’ebraismo, la seconda è ciò che io denomino “israelismo”. Per descrivere la dimensione spirituale dell’ebraismo mi rifaccio a questo antichissimo testo rinvenuto su un coccio risalente alle origini del popolo ebraico e che riprendo da Amos Oz: “Non fate così e servite il vostro Signore. Giudicate lo schiavo e la vedova. Giudicate l’orfano e lo straniero. Supplicate per il bambino, supplicate per il povero e la vedova. La vendetta in mano al re, l’umile e il servo proteggete. Lo straniero supportate”. 

Commento magistrale di Oz: “Questo messaggio, scritto in un inequivocabile ebraico di tremila anni fa, contiene imperativi morali e di equità nati in seno a una cultura che esige giustizia per i deboli e i perdenti […] Il nocciolo della questione sta proprio nel servo, nella vedova, nell'orfano, nello straniero, nel povero, nel disgraziato, in chi ha bisogno”. Questo stare dalla parte dei deboli nel nome dell’etica è ciò che Oz denomina “fiamma interiore dell’ebraismo”. È il medesimo messaggio veicolato dall’ebreo Gesù che legava intrinsecamente amore di Dio e amore del prossimo. 

Nella Bibbia ebraica però è presente da subito e in modo altrettanto decisivo anche l’essenza politica che io definisco israelismo. Ha scritto al proposito Joseph Klausner, raffinato intellettuale nonché prozio di Amos Oz: “Un semplice dato di fatto non deve essere dimenticato, anche se molti studiosi ebrei con un senso di «missione» e quasi tutti i teologi cristiani lo trascurano; questo fatto è che l’ebraismo non è solo una religione, ma anche una nazione - una nazione e una religione nello stesso e unico tempo”. Qui a prevalere non è la coscienza morale, ma la ragione politica; non è la comunione con gli stranieri, ma la supremazia; non è la solidarietà con i più deboli, ma la forza e il potere. 

Esattamente per questo motivo nella Bibbia ebraica, accanto alla spiritualità della solidarietà, vi è un’ideologia del potere e dell’oppressione nazionalista e razzista verso altri popoli che partorisce i molti Ben Givr. Di tale israelismo vi sono ampie attestazioni nella Bibbia. Prendiamo il libro del Deuteronomio, la cui ideologia è tra le più settarie e le più violente della letteratura biblica e in genere del mondo antico. All’inizio del settimo capitolo Mosè si rivolge al popolo che sta per entrare nella terra promessa, allora chiamata Canaan, in seguito dai romani Palestina, e in quel momento abitata da altri popoli, ordinando il seguente comportamento verso i popoli che vi risiedono: “Dovrai distruggerli completamente, non dovrai fare un patto con loro e non dovrai averne pietà” (Deuteronomio 7,2). Per quale motivo? “Perché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio. Te scelse il Signore tuo Dio per essergli un popolo, possesso particolare tra tutti gli altri popoli che sono sulla terra” (Deuteronomio 7,6). Secondo l’ideologia deuteronomistica l’elezione divina comporta l’amore per Israele e, contemporaneamente, l’odio per gli altri popoli: “Tu divorerai tutti i popoli che il Signore tuo Dio è per dare in tuo potere, non avrai pietà di loro” (Deuteronomio 7,16). 

L’israelismo rappresenta il lato oscuro dell'ebraismo (ogni religione, anzi ogni realtà, ha il proprio). Questa ideologia vorace e generatrice di ingiustizia e di violenza è la base dell'azione politica che ai nostri giorni in Israele guida l’attuale governo nella guerra di sterminio contro la popolazione di Gaza e i cosiddetti “coloni” nei loro sistematici furti della terra dei palestinesi in Cisgiordania. Governo e coloni si sentono autorizzati a perpetrare questo eccidio e questi furti della proprietà altrui sulla base delle pagine bibliche che propagandano l’israelismo.

Ma una cosa deve essere chiara: come esistono le fake news, così esistono le “fake scriptures”. Quelle pagine violente e cariche di odio delle Scritture ebraiche non hanno nulla a che fare con la vera essenza dell’ebraismo, espressa dal coccio di tremila anni fa e da molte altre pagine bibliche. 

La coscienza morale dei credenti che considerano la Bibbia il loro libro sacro deve ristrutturare completamente l’esegesi e l’ermeneutica dei testi, in modo tale che non possano più nascere persone come Ben Givr che ritengono di essere autenticamente religiose perché impediscono gli aiuti umanitari e fanno morire di fame un intero popolo. È questo, a mio avviso, il compito che la coscienza morale detta alle chiese e alle comunità ebraiche che intendono essere davvero fedeli alla fiamma interiore dell’ebraismo. E che soprattutto spetta a quei politici che dichiarano pubblicamente la loro fede nel Dio rivelatosi ad Abramo dicendogli che in lui saranno benedette “tutte le famiglie della terra” (Genesi 12,3).

Vito MancusoLa Stampa 13 luglio 2025

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lunedì 20 maggio 2024

FANATISMO e CORAGGIO


 Lo Spirito Santo ti dà il coraggio che tu e i tuoi non pensavate di avere, ma non crea fanatici dello scontro con chi è diverso. Lo Spirito Santo crea l’armonia della Chiesa, ma ci salva dal pericolo di diventare replicanti.

 

-        di  Pierangelo Sequeri

 

Proviamo a tirare una riga dritta, che vada a collegare un po’ ruvidamente gli spunti che sono venuti dal papa a Verona, per questa Pentecoste. La guerra non è figlia del coraggio: è figlia del fanatismo. In tutte le sue forme, micro-sociali o macro-geografiche, la scelta dell’aggressione violenta cerca di coprire la vergogna di non avere pretese confessabili e argomentabili.

Il fanatico è un codardo in preda all’esaltazione: cerca di chiuderti la bocca, prima che tu possa chiamare in causa la sua coscienza. Non possiamo certo dire che, in questo momento, non ci sia bisogno di una scossa di disincanto a questo riguardo.

 Tra fanatismo e coraggio lo spessore si è fatto sottile: praticamente inesistente. Per fortuna che la modernità doveva essere l’età della ragione. In realtà, dimentichi dello Spirito, abbiamo finito per scoprire anche un fanatismo della ragione, che non ha niente da invidiare a quello della religione che già conoscevamo. Uno dei rischi più incombenti della cosiddetta IA (“intelligenza artificiale”) è proprio il fatto che essa rappresenta, virtualmente, il modello perfetto di una ragione fanatica (ossia, quella che non vuole sentire altre ragioni se non le sue).

 Il politicamente corretto, l’ossessione woke, la cancel culture, la manipolazione gender, hanno cura di presentarsi come frutti avanzati del “coraggio illuministico” di una psiche che non tollera il “ragionevole contraddittorio”: e perciò giustifica a priori il suo silenziamento, il suo annientamento, la sua eliminazione. Coraggio del pensiero progressivo o codardia della coda di paglia? Ecco un motivo urgente per aprire con forza un varco generoso alla ricomposizione di una civiltà dello Spirito. Dove sapienza del cuore e affezione dell’altro non si separano mai dalle ragioni del vero. E fino a che si tengono insieme, viene scongiurato il pericolo che qualcuna delle tre debba venire sacrificata.

 Lo Spirito infatti è di tempra forte e di manualità fine nella gestione dei contrari: capace di attraversarli senza scandalizzarsi, individuando di volta in volta la postura necessaria alla loro giusta collocazione. Si tratta, a volte, di ammorbidire ciò che è rigido, altre volte di rinforzare ciò che appare cedevole. A volte si tratta di scaldare ciò che è freddo, e altre volte di raffreddare ciò che va in ebollizione.

 La comunità cristiana, in questo momento esatto, deve apprendere di nuovo questa capacità dialettica dello Spirito, riportandola vigorosamente al proprio interno: «Lo Spirito Santo – dice il Papa – è il protagonista della nostra vita». Negli ultimi anni questa evidenza è più che sbiadita. Bisogna decisamente vergognarsi – riconoscere ed espiare – per il grado di fanatismo che è cresciuto dentro la grande comunità ecclesiale. E per dirla proprio tutta, in un mondo dove l’algoritmo socializza l’odio in una misura finora sconosciuta, prorompendo poi nella vita reale in forme ingovernabili, il nuovo inizio dell’evangelizzazione sarà proprio l’azione di uomini e donne coraggiosi che fanno vedere i luoghi in cui lo Spirito è già arrivato (e nessuno gli ha dato retta).

 La Pentecoste spalanca porte e finestre. Gli Apostoli incominciano a parlare, resi coraggiosi e profondi – e al tempo stesso lievi e lieti – dallo Spirito. Prima sorpresa. Ma i loro interlocutori sono stati già dotati dallo Spirito di auricolari speciali, che rendono comprensibile il vangelo nella propria lingua. Seconda sorpresa. La porosità delle culture è infinitamente maggiore – grazie allo Spirito – di quanto i professoroni delle differenze (che i teologi rischiano di imitare) non ci abbiano inculcato finora. Naturalmente, la cosa marcia se dici qualcosa: se fai discorsi che generano storia e cultura, se abiti lo spazio dei tuoi interlocutori e accetti di argomentare di verità: e non soltanto di reclutare aderenti e militanti.

 Dobbiamo forse istituire un premio speciale per ogni comunità cristiana che proclama apertamente di prendere distanza dal fanatismo delle appartenenze e delle tradizioni, per ritrovare il coraggio lieto e roccioso della “conversazione nello Spirito”? La sinodalità punta in questa direzione, a volerla sviluppare: un coraggio della fede che si dedica appassionatamente alla ricerca di tutti i Cornelio (Atti 10) che hanno ricevuto lo Spirito, senza che ancora nessuno glielo abbia confermato, e vanno a ingrossare l’immensa moltitudine di coloro che considerano il giudizio di Dio una questione d’onore. Perché credono nel loro cuore – grazie allo Spirito – che Dio ama senza fare «eccezione di persona». Lo Spirito questo fa, nella storia che rimane prima della venuta del Signore.

 

www.avvenire.it




 

domenica 18 ottobre 2020

LIBERTA, FANATISMO E RISPETTO

 Ancora violenza 

per le vignette 

di «Charlie Hebdo»


di Giuseppe Savagnone*

Ancora una volta, a più di cinque anni dal massacro dei giornalisti di «Charlie Hebdo», la vicenda delle vignette su Maometto segna il tragico esplodere del fanatismo islamico, con l’assassinio del professore francese, decapitato a Conflans-Sainte-Honorine, nella periferia di Parigi, per aver mostrato ai suoi studenti quelle vignette in un corso sulla libertà di espressione.

Libertà vs oscurantismo

E tuttavia, al di là dell’orrore per questo atto assurdo, sarebbe forse opportuna una riflessione sul significato di ciò che è accaduto e sulle reazioni che – allora, come oggi, sono state non solo di commossa solidarietà per le vittime, ma anche di orgogliosa celebrazione del valore in nome del quale esse sono cadute: la libertà di pensiero.

«Uno dei nostri compatrioti è stato assassinato oggi perché ha insegnato la libertà di credere o di non credere», ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron. E, riferendosi all’assassino: «Voleva abbattere la Repubblica, l’Illuminismo, la possibilità di rendere i nostri figli cittadini liberi. Questa battaglia è nostra. Non riusciranno a passare (…). L’oscurantismo e la violenza che lo accompagna non vinceranno, non ci divideranno».

La sola fede che oggi ci unisce

Sono gli stessi toni che nel 2015 echeggiarono, non solo in Francia, ma in tutti i Paesi europei. Furono moltissimi, allora, a gridare lo slogan «Je suis Charlie». Non è solo una convinzione: è una fede. La reazione unanime che, senza eccezioni, ha unito, allora come oggi, i cittadini di questa Europa secolarizzata e disincantata, rivela che la fede non è stata sostituita del tutto da un cinico utilitarismo, come hanno spesso sostenuto degli osservatori che usavano come unico parametro le religioni tradizionali. È la fede nella libertà.

La logica dell’insulto

Eppure, forse bisognerebbe cercare di capire perché un valore così alto abbia potuto suscitare una reazione di odio tanto violenta. In effetti pochi parlano del contenuto delle vignette satiriche di «Charlie Hebdo». Quelle su Maometto lo ridicolizzano, ma soprattutto lo offendono. Come quella, per esempio, che lo rappresenta nelle sembianze di un maiale (animale, tra l’altro, che l’islam ritiene impuro).

In effetti, i loro autori erano specializzati nel deridere, nel modo più volgare e provocatorio, le fedi altrui. Ne ho avuto sotto gli occhi una dove le persone della Trinità cristiana erano raffigurate nell’atto di avere un amplesso sessuale a tre, con organi genitali bene in vista e nell’atto della penetrazione reciproca. Devo dire che non solo non mi ha fatto ridere, ma mi ha spinto a domandarmi chi – credente o meno – potesse divertirsi davanti a quelle immagini oscene. Una critica? Se c’era, era mascherata dall’irrisione della bestemmia.

Noi cristiani non spariamo a chi ci dà uno schiaffo, porgiamo l’altra guancia. E condanniamo con fermezza ogni forma di violenza. Ma non posso non pensare che è ben misera una libertà di pensiero e di espressione che si esercita offendendo gratuitamente la fede degli altri.

 Troppa libertà, o troppo poca?

Forse il problema della nostra cultura dominante non è, come dicono alcuni, di avere adottato un’idea troppo ampia di libertà, ma, al contrario, di averne una troppo ristretta. Ridotta alla pura e semplice autonomia individualistica, questa libertà diventa autoreferenziale e si trasforma in un buco nero, che inghiotte ed annulla tutto il resto. E la fede in essa assume, paradossalmente, la forma di una religione rigorosamente monoteista, il cui idolo non ammette la concorrenza di altre divinità senza sentirsene minacciato.

Una libertà che diventa un idolo

Senza negare la libertà come autonomia, è urgente riscoprire quelle sue forme, oggi dimenticate, che consentono alla stessa autonomia di avere il suo pieno significato. La libertà non è fine a se stessa. Quando si eleva a valore esclusivo si suicida. Si è liberi per qualcosa che non è la libertà stessa. Eliminare ogni valore, almeno ipotetico, che la superi e verso cui essa possa tendere, significa condannarla a vagare nel nulla. Come oggi avviene nella società consumistica, che fa credere alle persone di essere libere perché possono fare e soprattutto comprare quello che le mode e la pubblicità di volta in volta propongono, salvo a sostituirlo l’anno successivo.

Apertura alla verità e rispetto

In quest’ottica essere liberi significa essere aperti alla ricerca della verità, ovunque essa si presenti, smascherando le falsificazioni presenti in tante false credenze, ma senza escludere di trovare in esse anche qualcosa di valido. Questo implica che, pur senza condividerle, si rispettino le convinzioni degli altri. Anche quelle che non si condividono. Anche quelle religiose.

Come insegnava un grande intellettuale laico, Norberto Bobbio, c’è un abisso tra la laicità, che rivendica il diritto di non credere, e il laicismo, che contesta quello di credere e deride la fede altrui.

Il vuoto insostenibile dell’indifferenza

Queste considerazioni ovviamente non diminuiscono di un grammo il peso della mia condanna per chi ha risposto a questa violenza intellettuale con una fisica immensamente più grande. Esse mirano soltanto a incrinare la totale indifferenza dell’opinione pubblica occidentale nei confronti di ciò che la “sua” libertà colpisce e distrugge.

Anche dal punto di vista di chi si proponesse di fronteggiare l’islam come un nemico incombente, secondo la logica dello “scontro di civiltà”, una strategia che desertifica, dal punto di vista spirituale, il nostro continente, è una follia. Agli eccessi del fondamentalismo non si può illudersi di rispondere con il vuoto. Dovrebbe far riflettere la triste esperienza di tanti giovani europei che, in un recente passato, sono andati a combattere per l’Isis, perché si sono trovati a scegliere tra il fanatismo di quella realtà politico-religiosa, che comunque prometteva un senso alla loro vita, e il nulla.

Perciò condivido lo sdegno del presidente Macron e di tutte le persone civili per il barbaro omicidio di Conflans-Sainte-Honorine. Ma rivendico il diritto di dire che una libertà che si crede tale solo quando distrugge con una risata ciò che non è lei stessa non mi basta, anzi mi fa paura.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu



 

domenica 25 dicembre 2016

LA SFIDA DEL NATALE AL TEMPO DEL TERRORISOMO

Possiamo ancora celebrare il Natale? 

di Giuseppe Savagnone

        In un racconto della tradizione ebraica si parla di un discepolo che un giorno si recò dal proprio rabbi per confessargli di avere la terribile tentazione di farsi cristiano. «E se fosse davvero venuto?», era la domanda che lo tormentava.
Il rabbi era seduto vicino a una piccola finestra, coperta da una tenda. Non disse nulla ma, con una mano, scostò la tenda e guardò fuori. In strada c’erano un mendicante cencioso che chiedeva l’elemosina, una prostituta che aspettava qualche cliente, un uomo che picchiava un bambino. Lasciò ricadere la tenda e disse: «No, non è venuto».
Del Messia i profeti avevano parlato come di colui che avrebbe, a nome di Dio, instaurato un regno di pace e di giustizia destinato a durare per sempre. Come si legge nel libro di Isaia: «Egli sarà giudice fra le genti/e arbitro fra molti popoli./Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,/ delle loro lance faranno falci;/una nazione non alzerà più la spada/contro un’altra nazione,/non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4).
Se si guarda a questa promessa, non si può non restare increduli davanti alla fede dei cristiani, espressa nella festa del Natale, secondo cui il Messia è già venuto nel mondo duemila anni fa. Proprio in questi giorni la cronaca ci parla di fatti che fanno apparire questa festa come un’illusine, se non addirittura come un ipocrita “buonismo”.

Possiamo ancora credere nel Natale oggi, dopo quello che è successo a Berlino? Ma la domanda si può riprendere e moltiplicare: possiamo ancora credere nel Natale dopo quello che è accaduto ad Aleppo? dopo le atroci torture agli ostaggi da parte dei membri dell’Isis a Dacca? dopo la strage di Nizza? dopo quella del Bataclan a Parigi? ……..

Leggi:                            LA SFIDA DEL NATALE