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giovedì 2 ottobre 2025

CIVILTA' IN DECLINO

 

La sopravvivenza
della nostra civiltà è a rischio:

 la crisi della fede non è che un sintomo. 

L'assenza di fede e speranza

 nuoce enormemente 

alla salute mentale dei ragazzi

 

-di Vito Mancuso

 

L’arcivescovo di Torino ha scritto qualche giorno fa su questo giornale: “La scarsa adesione dei giovani all’esperienza cristiana mi fa pensare che la Chiesa oggi non è più percepita come risorsa spirituale”. Duemila anni fa Plutarco, storico, filosofo e sacerdote del tempio di Delfi, si chiedeva: “Perché sono deserti i templi degli Dei?”. Con parole diverse è la medesima constatazione. Altrove Plutarco aveva riferito dell’urlo straziante che annunciava al mondo la morte del dio Pan, il più pagano degli Dei, quindi la morte del paganesimo, constatando il lento ma inarrestabile declino della civiltà classica: aveva visto bene, perché quattro secoli dopo il declino sarebbe culminato nelle invasioni barbariche e nell’insediamento di un’altra civiltà …

 Civiltà in declino

Oggi quella civiltà che si era insediata e che con una parola sola possiamo chiamare europea, cioè la nostra civiltà, mostra a sua volta i segni di un declino forse altrettanto inarrestabile. Una delle prime attestazioni del declino dell’Europa cristiana risale a due secoli fa, quando Hegel nelle sue lezioni all’Università di Berlino affermava: “Ci potrebbe venire l’idea di istituire un paragone con il tempo dell’Impero Romano quando il razionale e necessario si rifugiava solo nella forma del diritto e del benessere privato, perché era scomparsa l’unità generale della religione e altrettanto era annullata la vita politica generale, e l’individuo, perplesso, inattivo e sfiduciato, si preoccupava solamente di se stesso e non di ciò che è in sé e per sé, che era abbandonato anche nel pensiero”. 

Religione e politica

Per Hegel, e prima ancora per Plutarco, il declino della religione va di pari passo con il declino della politica. Entrambe segnalano lo stato di salute dello spirito umano rispetto alla storia: quando lo spirito è in salute produce una religione e una politica che fanno evolvere la storia e la natura; quando invece lo spirito è debole e malato, sono la storia e ancor più la natura a prendere il sopravvento riducendo ogni cosa a una spietata lotta di sopravvivenza dell’uno contro l’altro. “Bellum omnium contra omnes”, per usare la celebre espressione di Thomas Hobbes: “Guerra di tutti contro tutti”. Continuava Hegel: “Come Pilato domandò: «che cos’è la verità?», così al giorno d’oggi si ricerca il benessere e il godimento privato. È oggi corrente un punto di vista morale, un agire, opinioni e convinzioni assolutamente particolari, senza veridicità, senza verità oggettiva. Ha valore il contrario: io riconosco solo ciò che è una mia opinione soggettiva”. E concludeva: “Noi non sappiamo, non conosciamo niente di Dio”. 

 Il volere soggettivo

Non è forse così? Credo che ognuno di noi abbia l’attestazione quotidiana di questo stato di cose per il quale vale sono il volere soggettivo, nella completa assenza di un canone oggettivo che normi l’etica, l’estetica, l’educazione e le altre espressioni della soggettività umana. È rimasto solo il diritto a tenerci insieme, ma esso lo può fare e lo fa solo grazie alla forza. Il risultato è che la nostra civiltà è attraversata da litigiosità e conflittualità crescenti, siamo in preda all’ira e alla collera, a una aggressività senza limiti che genera querele, cause, sentenze, ricorsi, appelli senza fine, e uno stato generale di ansia, di paura, di panico (termine che deriva da Pan, a significare che il vecchio dio, in realtà, non è per nulla morto). Mancando la religio, manca l’humanitas; e mancando l’humanitas, mancano le condizioni per capirci, a partire dalle parole e dalle buone maniere, e così vivere insieme se non proprio da soci, per lo meno da buoni vicini. Ma noi non siamo buoni vicini gli uni con gli altri, siamo stranieri: stranieri morali, il grado più alto di estraneità. E siamo ridotti così perché, come diceva Hegel, “non conosciamo più niente di Dio”.

La risorsa del divino

Una civiltà è tanto più forte quanto più conosce il divino, ed è tanto più debole quanto più lo ignora. Non si tratta ovviamente di una conoscenza catechistica e dottrinaria; si tratta piuttosto di quella esperienza concreta ed esistenziale che porta l’essere umano ad avere nel centro del proprio cuore un altare, uno spazio ideale che gli fa riconoscere e venerare qualcosa di più importante del proprio interesse particolare o “godimento privato”. La comune condivisione di tale altare fa di una massa anonima di singoli un insieme di soci, una società; e i singoli in questo modo trascendono il proprio interesse particolare e danno origine a una civiltà, termine che in latino, significativamente, si dice “humanitas”.   

Religio, societas, humanitas

Oggi però l’assenza di “religio” va di pari passo con l’assenza di “societas” e di “humanitas”. Tutto il mondo ne soffre, ma in particolare l’Occidente, il territorio più secolarizzato e quindi più sradicato. Il problema sollevato dall’arcivescovo di Torino ha quindi una dimensione che va ben al di là della sola dimensione religiosa: non si tratta cioè della sopravvivenza di una particolare religione e dell’istituzione che la rappresenta; si tratta, ben più in profondità, della sopravvivenza di una civiltà, la nostra, e della salute psichica ed esistenziale di ognuno di noi, a partire dai nostri ragazzi che sono le prime vittime di questa mancanza di ideali, di speranza, di visioni, di fiducia.

C'era un tempo in cui il cristianesimo pensava di potersi proporre come rimedio ai mali del mondo, oggi invece esso è parte del problema. L’aveva constatato ormai quasi vent’anni fa il cardinale Carlo Maria Martini: “Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà… che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più questi sogni” (da “Conversazioni notturne a Gerusalemme”). 

La gravità della crisi appare dal fatto che nella Chiesa sembrano proprio mancare le menti in grado di avvertire le dimensioni del problema. Ancora si ritiene che basti qualche ritocco qua e là, qualche mezza apertura più di facciata che di sostanza, come quelle proposte dal pontificato di papa Francesco. La situazione però è quella fotografata dall’arcivescovo di Torino: “Viviamo un cristianesimo che non offre veri cammini di spiritualità”. Ma se una religione non offre veri cammini di spiritualità a cosa serve? È come tenere aperto un ristorante che non offre da mangiare. 

L’importanza dell’utopia

Concludo riportando ancora il pensiero del cardinal Martini: “Mi ha sempre entusiasmato Teilhard de Chardin, che vede il mondo procedere verso il grande traguardo, dove Dio è tutto in tutto… L’utopia è importante: solo quando hai una visione lo Spirito ti innalza al di sopra di meschini conflitti”. L’ultima cosa a cui sono interessato sono i meschini conflitti. Se mi sono permesso di riprendere e commentare le affermazioni dell’arcivescovo di Torino è per contribuire a intravedere una nuova utopia, visto che quella che per secoli governava le menti cristiane, cioè la cristianizzazione del mondo, è finita. Oggi nessuno più può lecitamente sperare che tutto il mondo diventi cristiano. Per questo non è più sostenibile affermare che “non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo”. È superato non solo l’assioma “extra Ecclesiam nulla salus” (non c’è salvezza fuori della Chiesa), ma lo è anche quello ancora più decisivo “extra Christum nulla salus”.

La salvezza (dal peccato, dal nichilismo, dal male, dalla cattiveria, dalla guerra interiore che divora i nostri cuori) giunge a tutti coloro che la cercano invocando i nomi che ognuno conosce e vivendo secondo lo spirito dell’amore e della giustizia. È lo Spirito a volere così, quello Spirito che guida il mondo e che sempre parla tramite i suoi grandi profeti, da Gioacchino da Fiore a Teilhard de Chardin e Carlo Maria Martini e tanti altri nomi benedetti. 

 La Stampa 

 

domenica 2 ottobre 2022

CITTA' DEL FUTURO. UTOPIA O PERSONA?


Nella ricerca della «città ideale» 

prevarrà l'utopia o la persona?

 

- di Leonardo Servadio

 

L’idea di un abitato che ruota attorno alla 'macchina' ha lasciato il campo a visioni ispirate al Rinascimento con l’aggiunta del 'giardino' ottocentesco. Quanto pesa la tensione all’equità

    La tensione tra equilibrio e sostenibilità nei nuovi grandi progetti urbanistici È un po’ come un ibrido tra la Grande muraglia cinese e il monolito di 2001 Odissea nello Spazio. Un artefatto lineare lungo 170 chilometri con le pareti esterne a specchio che riflettono la sabbia del deserto: è The Line, il progetto per una “città ideale” elaborato per l’Arabia Saudita dallo studio di architettura Morphosis. Sarebbe alta 500 metri: tra i maggiori grattacieli al mondo, ma questa dimensione scomparirebbe rispetto alla straordinaria lunghezza, e sarebbe larga 200 metri e ospiterebbe ben nove milioni di persone. Le pareti esterne a specchio isolerebbero la lunghissima città-monolito dai raggi solari dardeggianti tra le dune e da lontano farebbero apparire la sua presenza come quella di un miraggio. Sarebbe composta da due edifici paralleli tra i quali, ombreggiato dalle alte pareti laterali, correrebbe un giardino rutilante di vegetazione. Grazie a velocissimi treni capaci di percorrere tutta la lunghezza in venti minuti per l’assenza di curve, che sarebbe possibile vivere a un’estremità – poniamo quella che s’inoltra sul mare – e lavorare all’alta estremità.

Si è parlato molto di questo progetto quando è stato rivelato nel gennaio 2021 e ancora di più quando i suoi disegni di massima hanno cominciato a circolare quest’estate. Il lungo profilo argenteo che si posa sul deserto appare come qualcosa di assurdo, pretenzioso, astratto. Ma l’idea di città lineare non è nuova, è anzi conseguente all’inizio della civiltà dei trasporti motorizzati: Arturo Soria la propose per la Madrid della fine dell’800. Convinto che il modello tradizionale urbano fondato su espansioni concentriche rendesse difficili i trasporti, pensò che uno stradone assiale carrabile dotato anche di ferrovia avrebbe facilitato i trasferimenti e propose di disporre abitazioni e luoghi di lavoro ai lati di quello. Cominciò anche a costruirla, ma lo sviluppo della Ciudad Line al si arrestò per problemi amministrativi e economici, così che questa oggi resta come uno dei quartieri periferici della capitale spagnola, inglobato nell’espansione concentrica del tessuto urbano. Anche Le Corbusier formulò una proposta di città lineare per Algeri, ma non poté realizzarla. Oggi il progetto saudita si presenta come la punta estrema della visione della città intesa come gigantesca macchina, in cui i due termini – gigantismo e macchinosità tecnologica – divengono inscindibili espressioni della ricchezza e del potere sulla natura e su chi resta emarginato dai luoghi del privilegio.

Già Antonio Sant’Elia, in perfetto stile futurista, aveva elaborato il concetto di città-macchina nel suo manifesto del 1914. Quanto l’età delle macchine abbia sconvolto il modo di avvicinarsi all’urbanistica è dimostrato in modo evidente da Brasilia, che dal 1960 ha sostituito Rio de Janeiro quale capitale dello stato latinoamericano: malgrado l’eleganza delle architetture firmate da Oscar Niemeyer e la grandiosità del disegno urbano elaborato da Lucio Costa – come una vasta ansa che segue l’andamento del lago Paranoá – si sviluppa su un’ossatura di autostrade a più corsie che fanno dell’automobile l’elemento privilegiato, in spazi nei quali il pedone si sente emarginato e schiacciato: del resto è stata concepita in quegli anni Cinquanta in cui Detroit era la Mecca dell’industria e l’automobile era il fattore principe dell’economia.

Questo tipo di visione urbana si contrappone alle città ideali di epoca rinascimentale, tutte a “misura d’uomo” quali Palmanova, col suo disegno di perfetta geometria incentrato sull’esagonale Piazza Grande dalla quale per gemmazione origina tutto il tessuto urbano; o Terra del Sole raccolta attorno alla Piazza d’Armi nella quale si confrontano il palazzo del Pretorio, sede del potere civile, e la chiesa di Santa Reparata, espressione del potere religioso; o Sabbioneta, disposta con geometrica regolarità entro l’abbraccio della muraglia. In tante città italiane sviluppatesi in quel periodo si riconosce il tentativo di trovare una forma geometrica che privilegi il centro quale nucleo originario, sede dell’autorità che regge l’abitato e spazio in cui la cittadinanza si poteva riunire tutta assieme: attorno a questo l’abitato si estendeva come se fosse un organismo vivente.

Oggi si nota che, per quanto persistano qua e là visioni da città-macchina, non sono necessariamente queste che informeranno gli abitati del futuro. Si trovano anzi visioni più vicine a quelle rinascimentali, con la novità dell’ansia del ritorno alla natura pur nel tempo della tecnologia. Di qui che tanti progetti di nuovi nuclei si focalizzino sul desiderio di inglobare alberi e prati tra gli edifici e sopra di essi, sulle orme dell’idea ottocentesca di città-giardino. Tra i tanti progetti di nuove città, ecco Amaravati, elaborata da Foster + Partners, che sarà la nuova capitale dello stato indiano di Andhra Pradesh, sul fiume Krishna: 13 piazze, rappresentanti i 13 distretti dello stato, si allineeranno una di seguito all’altra, accompagnate da sinuosi canali e percorsi ciclopedonali alberati, per culminare nella piazza centrale dominata da un’alta antenna che segnerà la sede del governo statale.

E in Canada lo studio Partisans progetta di trasformare il villaggio agricolo di Innisfil, non lontano da Toronto, in una città modello di impianto radiocentrico chiamata The Orbit, in cui coltivazioni e abitazioni convivano nei medesimi spazi. In Messico, Stefano Boeri è stato incaricato di sviluppare vicino a Cancun una Smart Forest City dotata di 7,5 milioni di piante, specchi d’acqua e boschi. Presso Chengdu in Cina lo studio Oma ha disegnato un insediamento di 4,6 chilometri quadrati suddiviso in sei quartieri intesi a essere totalmente liberi da automobili. E per le Maldive, in zone che si ritiene possano finire sommerse dalle acque tra qualche decennio, lo studio Waterpractice ha ideato la prima “cittàisola galleggiante”, articolata in 5.000 abitazioni flottanti tra loro raccordate. G li organismi delle città ideali rinascimentali erano murati, fortilizi atti a difendersi da pericoli esterni; le città ideali novecentesche erano innervate di motori e esse stesse intese come grandi macchine.

Tra i progetti attuali solo The Line si distingue per l’eccezionale artificiosità, tale per cui molti dubitano che mai potrà essere veramente realizzata sebbene il suo committente, il principe Mohammed bin Salman, non manchi del potere economico necessario e sebbene sulle coste del Golfo Arabico siano già sorte tante città lussuose irte di grattacieli. Gli altri progetti urbanistici attuali hanno tutti un’impostazione nettamente favorevole alla ricerca di un nuovo equilibrio tra costruito e natura, e qua e là si ravvisa anche il desiderio di ottenere edifici accoglienti non solo per le classi agiate. Lo studio danese di Bjarke Ingels (Big) ha ben tre nuovi insediamenti urbani in progetto e tra loro si segnala Telosa, intesa per sorgere in una zona desertica presso la costa occidentale degli Usa: sarà incentrata su un’alta torre chiamata Equitism. Il fondatore, il miliardario Marc Lore, intende acquistare un terreno di 60mila ettari e farne dono alla città in cui si aspetta che possano vivere circa 5 milioni di persone. La sua idea è che la comunità potrà ricavare utili a sufficienza per sostenere la qualità della vita anche delle fasce più deboli della popolazione: di qui il nome della torre inteso come un manifesto di equità.

C’è in questo qualcosa che riecheggia i temi cari all’utopismo ottocentesco di un Owen o di un Fourier. Una reazione alle città ipercapitalistiche dei grattacieli sempre più alti e costosi: l’auspicio è che oggi tali tematiche siano contemperate da equilibrio, oltre che dalla ricerca di equità, quale quello espresso dalla dottrina sociale della Chiesa, che a inizio Ottocento ancora non era stata esplicitata in un corpus sistematico, com’è avvenuto dalla Rerum novarum in poi. Perché i progetti urbani sono sempre anche progetti sociali ed economici, e non solo disegni più o meno originali di carattere architettonico.

 

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