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lunedì 2 febbraio 2026

LA VALUTAZIONE PROATTIVA

 


Ripensare

 la valutazione

 in chiave proattiva

 

Roberto Ricci

La valutazione non si limita a certificare ma ha una funzione proattiva, essenziale per sostenere studenti e insegnanti in percorsi di apprendimento equi, propri di una scuola inclusiva.
Sono i concetti forti che emergono da questa interessante conversazione tra Roberto Trinchero, Professore ordinario di Pedagogia sperimentale presso l’Università di Torino, e Roberto Ricci, Presidente INVALSI.

È un dialogo che guarda la valutazione in modo diverso, aiutando a scoprirla come prezioso strumento per fare gioco di squadra nella scuola e con la scuola, e non come atto certificativo di ciò che è stato conseguito in un percorso.

Intorno alla valutazione permangono ancora diverse ambiguità, che portano a vederla e a descriverla come un’azione il cui scopo è rilevare e certificare le conoscenze, le abilità e le competenze raggiunte da uno studente nel suo percorso formativo. Ma davvero è solo questo?

Tra gli equivoci più persistenti c’è l’idea che valutare sia un’azione che segue un percorso già compiuto. Il Professor Trinchero, ospite questo mese della rubrica L’Editoriale, nei suoi contributi scientifici propone un punto di vista diverso, affermando che la valutazione degli apprendimenti scolastici non è solo uno strumento di controllo o verifica della preparazione dello studente, ma svolge una vera e propria funzione proattiva: anticipa, guida e produce l’apprendimento […] promuove azioni di sistema, promuove i miglioramenti e non si limita solo a certificarli.

È una prospettiva che cambia lo scopo principale della valutazione, che assume un ruolo diverso, diventando strumento che valorizza l’azione formativa e il cui scopo è raccogliere informazioni valide, affidabili e utili sugli apprendimenti degli studenti al fine di monitorarne il rendimento, orientare le azioni successive, fornire occasioni di feedback migliorativo per studenti e docenti […] è un elemento cruciale per costruire buoni apprendimenti.

Perché tra valutare e agire ci sia un rapporto sinergico come quello messo in luce da questa prospettiva la valutazione non può essere il momento conclusivo di un percorso, ma ne deve costituire invece il momento iniziale. Agendo in questa direzione infatti noi rendiamo espliciti, condividiamo i criteri, le finalità, le modalità di valutazione […] stiamo anche rendendo chiaro che cosa per noi ha valore, dove è importante orientare l’attività di apprendimento.

Si definisce quindi un punto di vista nuovo, attraverso il quale la valutazione – temuta dagli allievi ma anche dalle loro famiglie, alle quali arriva un’eco negativa di quale pericolo possa implicare l’essere valutati – è parte fondamentale di un processo dinamico e generativo, un momento positivo di autoriflessione e di crescita. Questo […] è un elemento su cui lavorare in maniera seria per riuscire a far passare una nuova visione della valutazione […] amica dell’apprendimento […] e amica del funzionamento del sistema.

Approfondimenti

INVALSI

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lunedì 11 agosto 2025

GIOVANI, OSATE I SOGNI


 I giovani di oggi sono molto diversi da quelli di ieri, perché repentino è stato il cambiamento sociale degli ultimi decenni. 
Agli adulti spetta la responsabilità di non sottrarre loro la dimensione della generatività, senza la quale non c’è futuro.

Luciano Manicardi

Mentre parlava dei giovani come coloro che «in se stessi rappresentano la speranza», papa Francesco puntava il dito sulla responsabilità degli adulti nei loro confronti: «Non possiamo deluderli… prendiamoci cura delle giovani generazioni» (Spes non confundit, 12). La speranza dei giovani è anche responsabilità degli adulti. E ciò di cui gli adulti devono anzitutto prendere coscienza, e che devono conoscere, è quella che Michel Serres, parlando appunto dei giovani, ha chiamato la «nascita di un nuovo umano». 

Quelli di oggi sono giovani che, rispetto ai loro padri, hanno diversa attesa di vita, diversa famiglia, diversa sofferenza, diversa formazione – ormai monopolio dei media –, diverso spazio in cui vivere grazie alla «onniconnettività», diverso linguaggio, diverso modo di pensare e relazionarsi alla realtà, diversa temporalità, diverso rapporto con il lavoro, diversi legami dovuti alla precarizzazione delle appartenenze (nazionali, politiche, religiose, di genere). Prima responsabilità degli adulti è ascoltare, conoscere, comprendere

Solo ora cominciamo ad avere una certa conoscenza degli effetti che la familiarità quotidiana – praticamente fin dalla culla – con gli smartphone, può avere sui bambini e sugli adolescenti. Jonathan Haidt, studiando la generazione Z (i nati dopo il 1995), ha notato la crescita di fenomeni di ansia, angoscia, depressione, comportamenti autolesionistici, suicidi. Crescere avvolti nel cosiddetto mondo virtuale non aiuta certo ad affrontare il mondo reale e influenza pesantemente lo sviluppo sociale e neurologico dei bambini. Nel suo libro La generazione ansiosa, dopo aver notato che da un’infanzia fondata sul gioco si è passati a un’infanzia fondata sul telefono, l’autore sostiene che l’iperprotezione nel mondo reale e la scarsa protezione nel mondo virtuale sono alla base dell’«ansietà» di questa generazione

Ma, soprattutto, agli adulti spetta di dare fiducia e fare spazio al giovane, non di istituire paragoni e giudicare. Solo dando fiducia si crea speranza. Responsabilità sociale e culturale, oggi, è recuperare la dimensione della generatività senza la quale i giovani vengono derubati del futuro: se il mondo del lavoro, l’economia, la politica si appiattiscono sul presente, investendo e puntando su obiettivi solo di breve e brevissimo termine, le giovani generazioni ne pagano le conseguenze. Senza fiducia nel futuro viene tolta speranza ai giovani. Il deficit di generatività è connesso alla scomparsa dell’iniziazione nelle società occidentali. Le iniziazioni sono ritualizzazioni dei passaggi dell’esistenza umana che insegnano all’iniziato il prezzo del vivere, inculcando l’antico principio del «muori e divieni». 

Purtroppo, ormai in Occidente mancano (o sono in grave crisi) istituzioni deputate ad accompagnare la crescita umana del giovane. Vi è necessità di una educazione emotiva che dia strumenti al giovane per riconoscere, nominare e governare le proprie emozioni. Altrimenti succederà sempre più spesso che emozioni non riconosciute di rabbia vengano disregolate in aggressività, portando a violenze; o che emozioni non riconosciute di tristezza vengano disregolate in depressione. Così come sarebbe fondamentale una formazione al pensare, alla solitudine, al silenzio, al lavoro di conoscenza di sé, alla coltivazione dell’interiorità. 

E che cosa spetta al giovane? È fondamentale per un giovane imparare a guardarsi dal demone della facilità. Egli incontra oggi un’abbondante offerta di beni di comfort (enormemente accresciuta grazie al digitale) che danno gratificazione immediata, ma poi producono assuefazione, dipendenza e, alla lunga, noia, non gioia. Inoltre, abituano a una temporalità del tutto e subito, contraria al lavoro paziente, fatto anche di attese, correzioni e revisioni cammin facendo, tipiche di quel work in progress che è la costruzione di relazioni profonde. Relazioni in cui consistono tanto il senso quanto la felicità di una vita. 

Ha scritto frère Roger di Taizé: «Solo l’umile dono della propria persona ci rende felici». I cosiddetti beni di stimolo richiedono fatica, sforzo, impegno e risultano meno appetibili, ma solo assumendo la dimensione della fatica e dello sforzo si può costruire un sé robusto e relazioni serie. I beni di stimolo sono beni culturali, relazionali, afferenti l’ambito sociale (per esempio, il volontariato), la pratica sportiva, l’ambito spirituale. Ma per impegnare fatica e sforzo il giovane deve nutrire una passione, perché solo questa gli permette di raccogliere le proprie energie e porle a servizio del perseguimento del proprio scopo. Un consiglio ai giovani?

Coltivate creatività e immaginazione. E abbiate coraggio: osate voi stessi e il vostro desiderio.

Messaggero di Sant'Antonio

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mercoledì 18 settembre 2024

INTELLIGENZA ARTIFICIALE GENERATIVA


 L’«Intelligenza artificiale generativa» 

e il nostro futuro



- di  Ferenc Patsch *

Una urgente necessità di regolamentazione

Guardandola da un secolo futuro, la nostra epoca sarà probabilmente ricordata come quella della nascita[1] della cosiddetta «intelligenza artificiale generativa»[2]. Sebbene sia impossibile giudicare i processi attuali (a causa della mancanza di distanza storica), tutti i segnali indicano che stiamo vivendo la fase iniziale di una rivoluzione informatica e tecnologica che ha lanciato l’«intelligenza» delle macchine. Molti si chiedono cosa ci riserverà il futuro in questo senso. Di recente siamo stati costretti a imparare alcuni termini nuovi, come «algoritmo», «apprendimento automatico» (machine learning) o, più recentemente, «modelli linguistici di grandi dimensioni» (large language models), ma questo è solo l’inizio. Le nuove tecnologie stanno già trasformando le nostre vite vorticosamente e gli esperti dicono che esse hanno in serbo altre incredibili potenzialità.

Naturalmente, si parla sempre più spesso anche dei pericoli, alcuni dei quali, purtroppo, sono divenuti ben familiari in relazione ai social media: dipendenza, disinformazione, salute mentale, polarizzazione, censura ecc.[3]. Hanno ragione coloro che accolgono con entusiasmo i cambiamenti recenti o coloro che fanno previsioni apocalittiche e distopiche? È difficile orientarsi in una gamma così ampia di opinioni. In questo articolo, tuttavia, cercheremo – anche se si tratta di un’impresa ben ardua – di fornire alcuni punti di riferimento per aiutare il lettore a orientarsi. Ora che la mania di ChatGPT, di cui si parlerà più avanti, si è un po’ placata [4], è possibile fare una riflessione più equilibrata su questa vexata quaestio.

La tecnologia «smart» come arma a doppio taglio

Per capire meglio l’«intelligenza artificiale generativa», partiamo da più lontano. Ecco un esperimento di pensiero. Cosa avremmo pensato se un viaggiatore nel tempo, tornato dal futuro negli anni Settanta, avesse fatto la seguente previsione: presto ci sarà a disposizione un dispositivo di nuova invenzione che permetterà a gran parte dell’umanità di comunicare in modo rapido ed efficace, indipendentemente dalla distanza fisica, e di cooperare tra le persone [5]? Con questo apparecchio avremo accesso a quasi tutte le conoscenze dell’umanità e saremo in grado di recuperare quasi istantaneamente una grande quantità di informazioni (dati, musica, film, gran parte dei libri, dei giornali e degli articoli pubblicati ecc.). Sarà anche possibile tradurre qualsiasi testo in qualsiasi lingua in pochi secondi. Ebbene, oggi abbiamo questo strumento: è a disposizione di ciascuno di noi. I professionisti – e gli onesti scrittori di fantascienza – di solito confessano di aver sognato una cosa del genere, ma di aver pensato che ci sarebbe voluto molto più tempo per ottenerla.

Di fatto, abbiamo cognizione di quasi tutti gli elementi dell’intelligenza artificiale da 40-50 anni, eppure ora abbiamo una conoscenza tecnica nuovissima, non ipotizzabile cinquant’anni fa: come gli stessi algoritmi avrebbero potuto funzionare su macchine 10 milioni di volte più veloci. Stiamo solo iniziando a vedere l’impatto che questo nuovo strumento ha sull’istruzione (sviluppo dei bambini, ricerca scientifica, cambio dei valori), sulla cultura (giornalismo sociale, canali di comunicazione), sulla politica (discorso democratico, elezioni), sull’economia (marketing, Pil) e, non da ultimo, sulla nostra vita spirituale.

I progressi della tecnologia digitale costituiscono tutti una buona notizia? Purtroppo, come sarà sempre più evidente, non è così; c’è, indubbiamente, anche un lato negativo. Se, ad esempio, negli anni Settanta quello stesso viaggiatore nel tempo di cui sopra ci avesse detto anche che questo magico dispositivo avrebbe causato la difficoltà dei rapporti e la distrazione dei nostri figli; che alcune semplici app – chiamate «social media» – avrebbero causato un acuto disagio emotivo negli adolescenti e che la popolazione adulta avrebbe corso il rischio di un disordine da deficit di attenzione e di problemi di stress e di sonno [6], saremmo stati altrettanto entusiasti? È vero che abbiamo perfezionato il concetto pascaliano di divertissement, ma, secondo gli studiosi, i cambiamenti che abbiamo già apportato rischiano di toglierci il senso della vita e la capacità di goderne [7], per non parlare del rapporto con Dio, della preghiera e della contemplazione [8].

E se il nostro viaggiatore nel tempo ci avesse avvertito anche che le nuove tecnologie ci avrebbero resi vulnerabili alla manipolazione e alla raccolta illegale di dati (perché il misterioso dispositivo conosce i numeri delle nostre carte di credito, legge la nostra posta elettronica, tiene traccia delle nostre coordinate geografiche, e persino conta i nostri passi quotidiani, se glielo chiediamo)? Chi avrebbe immaginato che l’invenzione più potente del nostro tempo, i social media, ci avrebbe intrappolato in una «bolla» di comunicazione – una echo chamber – in cui sentiamo solo chi ha le nostre stesse opinioni, aumentando così le divisioni sociali a livelli senza precedenti? Di fatto, il dispositivo che chiamiamo smartphone ha avuto un effetto molto ambiguo: ci ha connesso a una rete di informazioni globale, da cui ora noi sembriamo essere intrappolati. Con il suo utilizzo siamo globalizzati più che mai nella storia dell’umanità, ma, nello stesso tempo, siamo anche solitari. Questo dispositivo ha risvegliato i peggiori demoni della nostra anima (pornografia, violenza), ed è così difficile separarsene che ha causato una vera e propria epidemia di dipendenza [9]. Abbiamo allora ancora voglia di festeggiare?

Ma c’è di più. Tutti i segnali indicano che siamo solo all’inizio di questa storia di trasformazione. Infatti, i social media, responsabili di gran parte dei disagi sopramenzionati, funzionavano ancora con strumenti estremamente primitivi rispetto a quelli recenti. In sostanza, la loro magia consisteva nel fatto che i motori di ricerca erano programmati per consigliare articoli di notizie o video di YouTube in base agli interessi e ai clic precedenti degli utenti (registrati anche senza il loro consenso). Ma già questi metodi primitivi hanno dato loro un potere incredibile: non solo ci hanno tenuti davanti ai nostri schermi, rubandoci anche il sonno[10], ma hanno manipolato le nostre opinioni, polarizzato il nostro discorso politico, minato la nostra salute mentale e destabilizzato le nostre società democratiche[11]. Fino a poco tempo fa avevamo a che fare solo con contenuti informativi prodotti dall’uomo; recentemente, però, è avvenuto qualche cambiamento importante.

 «The next big thing»

Il 22 novembre 2022 è stata resa disponibile una nuova invenzione tecnologica, il cui impatto futuro è destinato a fare scalpore più che mai. La startup californiana OpenAI ha dato vita a un «grande modello linguistico» alimentato da una «intelligenza artificiale», chiamato ChatGPT. Questo ha aperto un nuovo capitolo nella storia della tecnologia e, secondo alcuni, anche in quella dell’umanità. Nel giro di cinque giorni, un milione di persone si sono iscritte all’applicazione e in due mesi il numero di utenti ha superato i 100 milioni[12]. Ma cos’è questo chatbot che è passato, quasi da un giorno all’altro, dalla totale oscurità a essere un attore potenzialmente fondamentale per il futuro del mondo?

 ChatGPT è un esempio della cosiddetta «intelligenza artificiale generativa», in grado cioè di generare contenuti di pensiero simili a quelli umani, semplicemente sulla base di un addestramento sulla vasta quantità di informazioni testuali, immagini e suoni presenti in Internet. Per la prima volta nella storia della nostra specie è diventato possibile interagire direttamente come utente – anche se finora solo per iscritto – con una potente «intelligenza» non biologica (inorganica, basata sul silicio). Possiamo dialogare e chattare con essa, ed essa risponderà prontamente alle nostre domande. Anche la maggior parte degli esperti è rimasta sorpresa dalla complessità dei compiti che il chatbot può svolgere. Avendo imparato il linguaggio umano e utilizzandolo in modo abile, esso può fornire informazioni in qualsiasi lingua e su qualsiasi argomento discusso su Internet. La sua caratteristica più sorprendente e innovativa, tuttavia, è quella di fare ciò in «modo creativo», ossia esso può generare testi, immagini e video propri. È questo che ha reso la creazione di OpenAI un successo senza precedenti.

 Inoltre, ChatGPT non è l’ultimo stadio di sviluppo, ma, al contrario, solo uno dei primi passi. Dopo la sua apparizione, nuovi sviluppi si sono manifestati quasi ogni settimana: Google ha lanciato Bard, il proprio chatbot per alimentare il proprio motore di ricerca, e ha investito 300 milioni di dollari in Anthropic; GPT-4, ancora più potente del modello precedente, è ora disponibile; Google ha lanciato il potente modello linguistico PaLM 2; e Baidu, noto come «il Google della Cina», ha presentato un chatbot chiamato «Claude» ecc.[13]. In breve, è entrata nel dominio pubblico una «intelligenza», non direttamente umana, che è in grado di scrivere testi (compresi saggi e tesi scolastiche), di tradurli, di disegnare immagini, di comporre musica, e persino di creare programmi informatici con una qualità sorprendente e in continua evoluzione. Questa è una buona notizia?

 Un realismo critico e proattivo

Per alcuni, però, tutto questo non costituisce un passo in avanti, ma piuttosto un passo indietro nella storia della civiltà umana. Prima di cedere a un’euforia acritica, essi ci avvertono, va notato che ChatGPT non funziona perfettamente: a volte, per esempio, «allucina», cioè «immagina», afferma falsità, e il problema non sembra risolvibile in maniera definitiva. Inoltre, è spaventosamente facile usare la nuova invenzione per commettere frodi, producendo, per esempio, una qualità impressionante di immagini, suoni e video falsi (deep-faking). Questo ha già attirato l’attenzione dei criminali: la Federal Trade Commission statunitense ha riferito che l’anno scorso negli Stati Uniti sono state commesse frodi per un valore di 11 milioni di dollari, utilizzando l’«intelligenza artificiale» per imitare la voce di una persona o creare un avatar in movimento della stessa, truffando così parenti ignari[14]. Un celebre caso in Italia è stato quello di una signora di 83 anni, Laura Efrikian, ex moglie del cantante Gianni Morandi, truffata per una somma considerevole da criminali che, con l’aiuto dell’«intelligenza artificiale», sono riusciti a imitare la voce di un suo nipote.

 Quindi, se in futuro non vedremo qualcuno di persona, non potremo più fidarci della sua identità? Sembra proprio di sì. Ma la minaccia maggiore non sembra essere l’«intelligenza artificiale» che aiuta anche nelle frodi contrattuali e nell’evasione fiscale, bensì l’«intelligenza artificiale» che imita le relazioni intime con le persone reali («amici» e «amiche», anche intimi, robot che fanno finta di capirci, senza avere vera capacità di compassione, falsificando così le relazioni umane reali)[15]. Secondo il filosofo americano Daniel Dennett, non si tratta affatto di uno scherzo, ma piuttosto di una vera e propria «minaccia alla nostra civiltà»[16]. A questo proposito, sembra riemergere l’antica domanda: che cosa significa essere umani?

 Anche gli esperti – filosofi, teologi, storici, avvocati, economisti ecc. – sono divisi su questa domanda, come pure su ciò che sta effettivamente accadendo con l’ingresso – o meglio, con la vera e propria invasione – dell’«intelligenza artificiale» nella nostra cultura. Alcuni, che costituiscono una minoranza, cercano di sminuire la portata di tali accadimenti, affermando che si tratta solo di un altro «miracolo» di breve durata: l’umanità ha vissuto traumi maggiori nei 200.000 anni della sua storia. Altri vanno nella direzione diametralmente opposta, paragonando la diffusione dell’«intelligenza artificiale generativa» non solo all’invenzione del fuoco, della ruota o della scrittura, ma al nuovo inizio dell’evoluzione – quella inorganica –, che per loro rappresenta una nuova singolarità e anticipa un futuro inevitabilmente apocalittico (istruzione impossibile, masse di disoccupati, feudalesimo digitale fino all’estinzione dell’umanità). Ci sembra di poter rendere giustizia a Sam Altman, amministratore delegato della società madre di ChatGPT, OpenAI, il quale, quando ChatGPT ha fatto il suo debutto pubblico, ha previsto che l’importanza della loro creazione avrebbe «superato la rivoluzione agricola, la rivoluzione industriale e la rivoluzione di Internet messe insieme»[17]. Tutto questo però non può allontanarci dal nostro agire in modo responsabile.

Un punto di vista più equilibrato tra la falsa alternativa dell’allarmismo disperato e l’incoscienza credulona è un realismo informato, responsabile e proattivo. Sebbene il futuro sia, in linea di principio, imprevedibile e, soprattutto in questo caso, non abbiamo esempi analoghi per capire ciò che sta accadendo, alcune previsioni possono essere formulate in modo responsabile. La prima è che sembra che ci troviamo dinanzi a un cambiamento davvero storico, e vi ci dobbiamo preparare. L’«intelligenza artificiale», anche se non distruggerà necessariamente il nostro modo di pensare e di vivere, senza dubbio lo trasformerà entro pochi decenni su una scala senza precedenti: sconvolgerà il sistema educativo e il mondo della scienza, mettendo in discussione le nostre idee sui concetti fondamentali del lavoro intellettuale (la creatività, la proprietà intellettuale e il diritto d’autore) e ci costringerà ad adottare nuove pedagogie, dalle scuole primarie alle università; richiederà una riorganizzazione del settore sanitario e cambierà la nostra visione dell’umanità; trasformerà l’economia, soprattutto il mercato del lavoro, lanciando così una sfida agli economisti e ai politici; cambierà anche la politica, mettendo in crisi la democrazia, e la guerra, creando armamenti basati sull’«intelligenza artificiale»; e infine, e in modo più radicale, influenzerà l’intero pensiero umano, ossia ciò che consideriamo «reale» e «vero». La risposta adeguata a tutte queste sfide non sarà la disperazione, né l’arrendersi, ma il monitoraggio, la riflessione e l’agire in modo responsabile.

 Quattro argomenti a favore di una regolamentazione

L’emergere di ChatGPT, come abbiamo visto in precedenza, suggerisce che siamo all’alba di una nuova era. Quest’epoca sarà caratterizzata dal rapido sviluppo dell’«intelligenza artificiale», con conseguenze di vasta portata per quasi tutti gli aspetti della società. Non si può non riflettere su come si debba reagire.

 Certo, per il discernimento servirebbe anche la guida del magistero ecclesiastico. La Chiesa, però, di solito non è precipitosa nel dare orientamenti. Aspetta pazientemente finché maturi una riflessione ben ponderata. Questo atteggiamento ha senz’altro dei vantaggi: impedisce le reazioni avventate e permette di agire con accortezza. Ma per quanto riguarda l’«intelligenza artificiale», abbiamo la legittima sensazione che il magistero della Chiesa non possa avere lo stesso ritmo di sempre. Sono necessari tempi di reazione più brevi. Le cose accadono con velocità fulminea. Il 1983 è generalmente considerato l’anno della scoperta di Internet; e il Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali ha pubblicato il documento The Church and Internet solo nel 2002. I social media sono nati nel 1997[18]; e il Dicastero per la comunicazione ha pubblicato il documento Verso una piena presenza solo nel 2023[19]. Papa Francesco cerca di stare maggiormente al passo con i tempi. Si prevede che egli dedicherà le sue riflessioni per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 gennaio 2024, nella festa di san Francesco di Sales) al tema «Intelligenza artificiale e sapienza del cuore»[20]. Ma anche il testo del messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2024 sarà analogamente dedicato a «Intelligenze artificiali e pace»[21]. Ciò dovrebbe stimolarci ancora di più a riflettere su questo argomento.

 1) Uno degli aspetti più importanti riguarda la regolamentazione dell’«intelligenza artificiale generativa». Questo è richiesto, innanzitutto, da circostanze morali ricorrenti e urgenti, come la situazione di guerra. Alcuni esperti, tra cui Audrey Kurth Cronin, direttrice dell’Istituto per la sicurezza e la tecnologia della Carnegie Mellon University, hanno parlato già da anni di questo pericolo, sostenendo che «l’innovazione tecnologica aperta sta armando i terroristi di domani»[22]. Gli avvenimenti recenti hanno largamente confermato le preoccupazioni dei professionisti: nel conflitto israeliano Hamas ha utilizzato tecnologie economiche e facilmente accessibili, ma avanzate (reti sociali, droni, sensori e razzi «intelligenti»), per rendere più efficace la sua capacità di distruzione, aumentando il numero delle vittime degli attacchi terroristici. Questo semplice fatto dovrebbe essere un ulteriore monito per chi sta sviluppando le nuove tecnologie dell’«intelligenza artificiale generativa»: essa avrà il potere di moltiplicare l’efficacia della distruzione di massa (per esempio, creando nuovi virus mortali).

 2) Invece di creatività nella distruzione, occorrono soluzioni innovative per proteggere gli esseri umani. Sebbene tutti i principali protagonisti della rivoluzione digitale – da OpenAI a Google, passando per Microsoft e Anthropic (ora nell’orbita Amazon) – si dicano consapevoli degli immensi rischi insiti nella manipolazione di tali tecnologie da parte di malintenzionati, le dichiarazioni di buona volontà ormai non sembrano essere sufficienti. Tanto più che proprio i «grandi» non si sentono responsabili! Lo stesso Elon Musk, multimiliardario amministratore delegato della multinazionale automobilistica Tesla e proprietario e presidente di X (ex Twitter), viene ripetutamente tacciato di diffondere notizie false. Egli, in un primo tempo, ha drasticamente ridotto il sistema di verifica dei contenuti immessi in rete in nome dell’assoluta libertà d’espressione; poi ha dato spazio a meccanismi economici che premiano la divulgazione di montature false, ma suggestive, capaci di generare molte visualizzazioni; infine, recentemente, ha esortato a seguire, per quanto riguarda Israele, due siti che gli sembravano interessanti: siti antisemiti, che abitualmente diffondono falsità. Quando gli hanno fatto notare gli errori, egli ha ritirato il suo invito, che, però, era stato già letto da 11 dei 160 milioni di suoi follower[23].

 Similmente, risulta dannosa e insostenibile la politica controcorrente di Mark Zuckerberg, un altro miliardario, capo di Meta (ex Facebook), il quale, discutendo dell’«intelligenza artificiale» davanti al Congresso, ha sostenuto l’importanza di una sua regolamentazione, ma ha negato la necessità dei limiti d’accesso. In questo si può scorgere il sospetto che la brama del potere offuschi gli occhi delle persone coinvolte, impedendo loro di vedere: sarebbe irresponsabile mettere un potere così ampio nelle mani di attori potenzialmente pericolosi. In passato, questi giudizi palesemente sbagliati avrebbero infranto una volta per tutte il sogno di una possibile democratizzazione della tecnologia, e tocca a noi ora trarne le conseguenze. Purtroppo, decisioni così importanti non dovrebbero essere affidate a singoli individui, anche se non fossero del tutto male informati dal punto di vista politico e morale. Per evitare il peggio, saranno necessarie sia la trasparenza sia la responsabilizzazione (accountability) democratica di tutti gli attori principali.

 3) Naturalmente, questa assunzione di responsabilità risulta particolarmente complessa nel caso di potenti aziende multimiliardarie come il colosso americano Google (YouTube è utilizzato da 1,3 miliardi di persone ogni giorno, per una media di 70 minuti) o il gigante cinese TikTok (ormai semimonopolista dell’informazione dei ragazzi americani ed europei). Dietro queste piattaforme di social media ci sono anche algoritmi basati sull’«intelligenza artificiale» e sviluppati dai migliori scienziati comportamentali del mondo per tenerci incollati davanti allo schermo. Non c’è da stupirsi se oggi stiamo perdendo la capacità di focalizzare la nostra attenzione. In questi settori, la regolamentazione dovrebbe significare che l’obiettivo non è quello di distogliere l’attenzione a ogni costo – il che serve solo a massimizzare il guadagno personale di alcuni, mentre polarizza il resto della società –, ma piuttosto quello di informare, di rafforzare e potenziare (empowering), attivando così le nostre migliori risorse. È indispensabile, per utilizzare un neologismo del francescano Paolo Benanti, un’«algoretica», ossia dare un’etica agli algoritmi[24].

 4) La regolamentazione è necessaria non solo per combattere le guerre, i produttori di fake news e gli operatori irresponsabili dei social media, ma anche per salvare (e perfezionare) il sistema politico democratico esistente. Il modo in cui potenze straniere hanno interferito nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2017 è ben noto. È meno noto però che nelle elezioni parlamentari slovacche del 30 settembre 2023, in cui ha vinto il populista filorusso Robert Fico, sono stati utilizzati metodi molto più sofisticati. La falsa campagna, sostenuta da deep fake, era diretta principalmente contro il candidato liberale progressista Michal Simecka. Per quanto possa sembrare un episodio divertente, si tratta invece di una questione seria: mentre Facebook disinnescava un video in cui un falso Simecka annunciava che avrebbe raddoppiato il prezzo della birra in caso di vittoria, 48 ore prima dell’apertura delle urne è stato diffuso anche una clip audio di un altro falso Michal che affermava di voler comprare i voti della minoranza rom[25].

 Con l’enorme progresso della tecnologia, è possibile che non riusciamo più a credere a ciò che vediamo con i nostri occhi sullo schermo? Può darsi. Tuttavia, ci dovrebbe essere una regolamentazione. Come in passato la contraffazione di prodotti veniva punita severamente, così pure oggi la contraffazione di esseri umani dovrebbe essere condannata[26]. E questo non viola la libertà di parola, perché i bot non hanno diritto alla libertà di parola.

 La buona notizia è che l’«intelligenza artificiale generativa», per come noi la conosciamo, non è cosciente e non svilupperà autocoscienza (infatti, diversamente da noi, non comprende ciò che dice). Ma questo non significa che non possa essere pericolosa. Essa richiede perciò una continua regolamentazione, che sarà un compito permanente etico, teologico e spirituale nostro, cioè veramente umano.

 * Professore di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

La Civiltà Cattolica

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venerdì 13 settembre 2024

IL BEN VIVERE

 
La forza positiva dell’homo generativus

Riduce le diseguaglianze e si può educare 

Il Rapporto 2024 sul Ben-vivere in Italia invita a investire sulle “persone generative”, capaci di combinare abilità personali e creatività con l’intenzione di agire positivamente sulla vita degli altri

 

- di SERGIO GATTI

 Le disuguaglianze di vario genere, soprattutto quelle di reddito, minano la democrazia sostanziale. È uno dei punti più rilevanti e gravi emersi anche di recente sia nel percorso di preparazione sia nelle giornate di lavoro triestine della 50ma Settima sociale dei cattolici in Italia tenutasi lo scorso luglio. Diverse e originali le analisi proposte. Molte e molto concrete le indicazioni emerse, sia come buone pratiche replicabili sia come proposte di coinvolgimento rivolte a tutti. Non solo ai cattolici. Come si rivolgono a tutti le indicazioni che emergono dal Rapporto 2024 sul Ben-vivere e la Generatività in Italia, promosso dal Festival nazionale dell’Economia civile, sostenuto da Federcasse con il supporto di Fondosviluppo e in partnership con Avvenire.

 Il Rapporto 2024, il sesto della serie, si concentra proprio sull’analisi e sull’interpretazione delle diverse forme di disuguaglianza e giunge ad alcune prime conclusioni. La prima: se si vogliono ridurre le diseguaglianze fra Centro-Nord e Sud e fra Comuni capoluogo e comuni non capoluogo, con particolare attenzione alla questione delle aree interne dove vivono oltre 13 milioni di italiani), occorre investire sulla generatività. «Sono le persone generative che fanno la differenza e non la provenienza geografica o l’essere residenti in una determinata tipologia di comune », precisa il Rapporto che sarà edito da Ecra e che verrà presentato a Firenze il 5 ottobre prossimo in occasione della VI edizione del Festival.

 Ma come si può definire l’homo generativus?

 Quella persona che è in grado di combinare la creatività e le capacità personali con l’abilità e l’intenzione di incidere positivamente sulla vita degli altri. Tale generatività risulta sempre più un fattore decisivo a livello sia individuale (soddisfazione e ricchezza di senso di vivere) sia delle comunità (affrontare e vincere le sfide della transizione).

 Cosa significa allora investire nella generatività? Vuol dire, in sintesi, investire sulle sue cinque dimensioni caratterizzanti: a) la scelta quotidiana - da parte dei cittadini, delle aziende, delle amministrazioni - di consumare e di investire scegliendo consapevolmente il produttore di beni/erogatore di servizi che rispettino le norme della sostenibilità integrale e promuovano uno sviluppo inclusivo (il “voto col portafoglio”); b) il dinamismo familiare e professionale; c) lo spirito imprenditoriale e la creatività cooperativa; d) l’impegno sociale; e) l’impegno ambientale. Ma non basta. Secondo i curatori del Rapporto - Becchetti, Bova, De Rosa, Semplici - questo investimento deve articolarsi seguendo tre strategie fra loro intrecciate e complementari: una, sistemica o istituzionale (“dall’alto”), un’altra a livello personale (“dal basso individuale”), la terza di comunità (“dal basso cooperativa”).

 Mentre si avvicina la scadenza del 20 settembre, entro la quale i governi dei 27 paesi dell’Unione europea dovranno presentare i propri Piani di bilanci strutturali pluriennali, come richiesto dalla riforma della governance fiscale della Ue (il nuovo Patto di stabilità e crescita) è evidente il dilemma che interroga il governo italiano (non solo l’attuale): cosa sacrificare e cosa privilegiare nelle priorità di investimento strategico su tanti fronti. Cominciando proprio dalla necessità di ridurre quanto più possibile le disuguaglianze strutturali in termini di servizi di cittadinanza: istruzione, salute, casa, servizi all’infanzia e le persone non autosufficienti, mobilità e connettività, innovazione e ricerca). I Paesi ad alto indebitamento (e ad alta evasione fiscale) come il nostro, risultano più vulnerabili e maggiormente esposti agli effetti negativi delle crisi di qualsiasi genere. Se non hai abbastanza risorse per investire su nuove frontiere e neanche per fare manutenzione dell’esistente (edilizia scolastica, sanitaria, carceraria; servizi agli anziani; ricerca e innovazione…), il patrimonio materiale e immateriale del paese perde valore e funzionalità.

 Il Rapporto 2024 sul Ben-vivere accentua il proprio connotato di strumento non solo di analisi, ma anche di policy da costruire in modo partecipato e capaci di attivare «lo sviluppo integrale, integrato e integrante dei territori». Policy che hanno necessità di ancorarsi ad un più intenso e pienamente intenzionale impegno educativo di lungo periodo alla democrazia partecipata che è una delle forme più avanzate e sofisticate della fraternità. E qui ancora una volta papa Bergoglio indica la strada: «La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori?» (§103, Fratelli tutti).

 La generatività delle persone può rappresentare l’enzima capace di controbilanciare l’effetto negativo delle diseguaglianze e di avviare percorsi per la loro correzione. E di recente, Paolo Venturi direttore di Aiccon, ha ricordato come la «creazione di valore sociale nasce dall’inclusione e dall’attivazione della persona, dalla sua valorizzazione. È infatti il potenziamento della persona nella sua integralità (desiderio incluso) che permette un cambiamento tanto nei bisogni, quanto nei contesti». La definizione dell’homo generativus contemporaneo sembra in linea con la visione originale di Antonio Genovesi “inventore” a fine ‘700 della Scuola napoletana di Economia civile.

 *Direttore generale Federcasse


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venerdì 30 agosto 2024

IN DIALOGO PER UN SENSO

VOCATI 

alla

 GENERATIVITA'




 -         di LEONARDO BECCHETTI

 L’estate è un tempo prezioso di pausa dalla routine lavorativa e contemplazione della natura che ci porta a riflettere su ciò che è essenziale nella nostra vita («Se non siamo alla ricerca dell’essenziale allora cosa cerchiamo?», il bel titolo del Meeting di Rimini). Da un altro bellissimo evento “in cammino”, quello della Route degli scout adulti italiani, arriva un messaggio sintetico ma fondamentale per la nostra comunità, spesso afflitta in tanti, troppi suoi membri da povertà di senso e depressione, oltre che difficoltà economiche. La felicità esiste ma si conquista... con i piedi. Ovvero senza mettersi in cammino è impossibile da raggiungere. Sono tutti messaggi coerenti con quanto la frontiera delle scienze sociali e l’economia civile oggi raccontano e hanno imparato dell’essere umano. Siamo cercatori di senso del vivere, bisognosi di riconoscimento e affamati di relazioni. Nasciamo da un dono genitoriale che ci spinge a ricambiare verso altri e siamo dunque vocati alla generatività. I dati sugli individui in tutto il mondo confermano che queste tre variabili (senso del vivere, qualità della vita di relazioni, generatività) sono i tre capisaldi di una vita felice, soddisfacente e ricca di senso.

Ma il ritorno alle nostre occupazioni farà scontrare molti di noi con la dura realtà del fatto che gli ingranaggi sociali (vere e proprie “strutture di peccato” o semplicemente percorsi che l’ingegno delle generazioni passate non è riuscito a costruire migliori) ci allontanano da questa meta e rendono spesso i nostri cammini di vita vie povere di senso. La domanda “generativa” fondamentale alla ripresa delle attività diventa dunque questa: come orientare la rotta nella direzione giusta superando gli ostacoli che abbiamo davanti?

E come indicare vie di soluzione personale e politica per i membri delle nostre comunità sulle grandi sfide che ci aspettano (pace, transizione ecologica, intelligenza artificiale e lavoro, demografia)? Ripartiamo in Italia forti di un metodo e di alcuni capisaldi già collaudati. Abbiamo un ricco e ammirevole percorso di riflessione scandito dai festival, reti virtuose di società civile al lavoro, know how che nasce dalle esperienze sul campo di buone pratiche che si è incontrato e consolidato in una visione/spartito e in un paradigma “relazional/personalista” che colma un vuoto nella cultura contemporanea. L’obiettivo è quello di dialogare in modo sempre più fecondo su questi temi con la classe politica e con pezzi del Paese disperati, isolati e alla deriva. Per farlo, non possiamo che partire laddove troviamo le persone, ovvero da risposte ai problemi di oggi in grado di incarnare quella visione: dalla lotta alla povertà e alle diseguaglianze, dalle politiche socialmente sostenibili sulla transizione ecologica, alle strategie di de-escalation per i conflitti, alla distribuzione equa dei benefici dell’innovazione dell’intelligenza artificiale, alle risposte in sanità di fronte a una domanda che, in una popolazione che invecchia e con anni non in buona salute che aumentano, rischia di diventare progressivamente infinita.

 Il dibattito di questi giorni sullo ius scholae è un esempio di come questo possa avvenire fuori da risse ideologiche portando avanti il progresso civile nel Paese. La demografia manda in crisi la vitalità del mercato del lavoro, la tenuta dei sistemi previdenziali e pensionistici. Ma in soccorso possono e devono arrivare più giovani stranieri con meccanismi di selezione che premino coloro che con la loro vita testimoniano volontà d’investimento ed integrazione ed aspirazione a migliorare le loro opportunità nel nostro Paese. Le due parole chiave che possono tenerci sul sentiero giusto sono partecipazione e generatività. La prima non è solo condizione necessaria personale per una vita ricca, ma anche condizione necessaria sociale per una democrazia in salute. La seconda è quella che nelle edizioni passate del Festival Nazionale dell’Economia Civile, in collaborazione con “Avvenire”, abbiamo trasformato in indicatore di benessere in grado di offrire mappe di misurazione della capacità delle province italiane di creare condizioni per la fioritura di vita delle persone.

 Quante vie nuove di generatività riusciremo a creare e quante delle esistenti ad allargare? Perché è velleitario descrivere mondi ideali senza indicare in che modo concretamente dai labirinti in cui ci troviamo è possibile muovere verso di esse. L’itinerario dei grandi eventi festival prosegue e serve proprio per attivare risposte di comunità e reti mettendo in moto processi creano condizioni favorevoli per l’emersione di soluzioni non già precostituite durante il cammino. Anche la verità e il progresso civile (come la felicità) si conquistano con i piedi.

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lunedì 27 maggio 2024

INTRAPRENDENZA, UNA "VIRTU'" CHE FA CRESCERE

             Educare

ed 

educarsi all’intraprendenza 


-di Adriano Fabris

 

Voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non si coltiva l’illusione che sia possibile svincolarsi del tutto da quei limiti che definiscono la propria vita. È questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani.

 Per noi esseri umani, tuttavia, cominciare da zero non è possibile. Infatti, il passato ci vincola ben più di quanto pensiamo. E, in parallelo, il futuro ci sfugge, ben al di là delle nostre intenzioni. Così l’intraprendenza, come volontà di rompere con una situazione di fatto, si scopre, da una parte, pur sempre condizionata da ciò che siamo stati e dal contesto in cui viviamo e, dall’altra parte, inserita nell’orizzonte ben preciso di ciò che concretamente possiamo fare. In una parola: l’intraprendenza, il voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non coltiviamo l’illusione che sia possibile svincolarci del tutto da quei limiti che definiscono la nostra vita.

 La consapevolezza di tali limiti rende prudente chi vuol esercitare l’intraprendenza. Ma mentre la capacità d’intraprendere qualcosa di nuovo è una predisposizione naturale, a cui solo in parte si può educare, così non è per quella prudenza che può accompagnarla. Intraprendenti, infatti, sono coloro in grado di sopportare, e magari di amare, il rischio della novità: condottieri, esploratori, creativi. Essi vogliono andare oltre i limiti imposti da una certa situazione. La prudenza, invece, permette di contenere l’attitudine al rischio, e perciò di renderla feconda. Chi, dunque, coniuga intraprendenza e prudenza lo fa per rendere stabile la novità che intende conseguire. Il condottiero coraggioso, se vuole vincere, non può essere temerario. E dunque superare i limiti non vuol dire dimenticarli. Significa sapere che si ripresenteranno e che, rispetto a ciò, sarà necessario trovare un punto di equilibrio.

 Questo, appunto, si può insegnare. Si può insegnare la prudenza. Si può insegnare che esistono limiti e che con essi, per realizzare qualcosa che sia non solamente nuovo, ma guadagnato stabilmente, bisogna pur sempre fare i conti.

 Certo: insegnare ai nostri ragazzi, intraprendenti per natura, il senso del limite non è affatto facile. A loro piace il rischio, piace l’avventura. Perché, nella pienezza di vita che li caratterizza, è facile che si sentano quasi onnipotenti. Cominciare da zero è la loro intenzione, più o meno consapevole; sfidare chiunque voglia sottometterli a regole è una costante tentazione. L’avventura diventa un’abitudine: magari per sfuggire alla noia di un’esistenza fin troppo garantita e coccolata.

 Come educare dunque la loro intraprendenza? Come far loro capire che l’intraprendenza diventa feconda, produttiva, solo se tiene conto fin dall’inizio dei limiti ai quali andranno incontro? Ricette universali non ne esistono. Vale, anche in questo caso, l’esperienza che ognuno, genitore o amico, ha fatto: purché sia capace di ascoltare, non solamente d’imporre regole che rischiano di essere immediatamente disattese o infrante.

 Come comportarsi, allora? Per chi fa dell’intraprendenza la sua bandiera ciò che risulta semplicemente imposto – ben lo sappiamo – è un incitamento alla trasgressione. Invece, se delle regole facciamo comprendere il senso, forse allora riusciamo insieme a far capire che anche la volontà di rendere tutto nuovo è qualcosa che si realizza solo in un contesto relazionale: in una relazione con gli altri, con il mondo in cui si vive, con le speranze e i progetti da realizzare. E che in questo contesto emergono non solo i limiti che il nostro agire è destinato a sperimentare, ma anche la possibilità di oltrepassarli.

 Ben lo sanno gli audaci. Sanno, cioè, che la fortuna aiuta la loro intraprendenza. Ma sanno anche che la fortuna va conquistata e tenuta saldamente in mano. E che ciò avviene solo grazie a un esercizio di prudenza. Ai nostri ragazzi questo va detto. Affinché torni loro in mente quando, magari, vogliono compiere un sorpasso azzardato.          

  

Parole da meditare. Intraprendenza

 

-           di Enzo Bianchi

 

Nei vangeli la virtù dell’intraprendenza assume molti volti: è l’audacia profetica di Gesù che scaccia i venditori dal tempio (cf. Mc 11,15-19 e par.; Gv 2,14-22); è il coraggio risoluto con cui egli persegue il suo cammino verso Gerusalemme, raccogliendo tutte le sue forze per affrontare le difficoltà che lo attendono (cf. Lc 9,51); è la franchezza di fronte alla quale anche i suoi avversari sono costretti ad ammettere che egli «non ha soggezione di alcuno, perché non guarda in faccia a nessuno, ma insegna la via di Dio secondo verità» (cf. Mc 12,14 e par.). Ma tutti questi elementi sono approfonditi e riassunti dal «bel rischio» della fede di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,93), riprendendo un’espressione di Platone.

La bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, spendendo la sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini, cioè «amando fino alla fine» (cf. Gv 13,1), anche a costo di subire una morte ingiusta e vergognosa. È solo con l’autorevolezza propria di chi ha vissuto in questo modo che egli ha potuto chiedere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.). Sono parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato semplice e netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinunciare a difendersi e accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore. Solo chi accetta di fare questo può conoscere Gesù Cristo e cogliere se stesso in lui, intraprendendo così un cammino di vita piena e felice.

 La miglior interpretazione di queste esigenze la fornisce lo stesso Gesù, commentandole con l’affermazione che costituisce il vero fulcro della «differenza cristiana»: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35 e par.).

 Ma noi cristiani siamo ancora convinti che vale la pena perdere la vita per Gesù Cristo? Ovvero: crediamo che il suo amore vale più della vita (cf. Sal 63,4), che solo a motivo di questo amore trovano senso anche le fatiche e le contraddizioni della vita? Ecco l’intima verità del Vangelo, ecco in cosa consiste la vera audacia, la vera intraprendenza: perdere la nostra vita per amore di Gesù Cristo è ciò che può giustificare ogni nostra rinuncia, è la vera beatitudine possibile già qui e ora, nella nostra vita umanissima. Ma se non comprendiamo questo, possiamo ancora dirci cristiani?


  SPIRITO DI INIZIATIVA E INTRAPRENDENZA

PERCORSI EDUCATIVI

Lo Spirito di iniziativa e intraprendenza è la competenza su cui si fonda la capacità di intervenire e modificare consapevolmente la realtà.

Ne fanno parte abilità come il sapere individuare e risolvere problemi, valutare opzioni diverse, rischi e opportunità, prendere decisioni, agire in modo flessibile e creativo, pianificare e progettare.

Anche in questo caso, l’approccio per discipline scelto dalle Indicazioni non consente di declinarla con le stesse modalità con cui si possono declinare le competenze chiave nelle quali trovano riferimento le discipline formalizzate.

Anche questa competenza si persegue in tutte le discipline, proponendo agli alunni lavori in cui vi siano situazioni da gestire e problemi da risolvere, scelte da operare e azioni da pianificare.

E’ una delle competenze maggiormente coinvolte nelle attività di orientamento.

E’ anch’essa fondamentale per lo sviluppo dell’autoefficacia e della capacità di agire in modo consapevole e autonomo.

 Educare all’intraprendenza – Percorsi di crescita



 

 

venerdì 7 luglio 2023

POVERI DI SENSO


 LA TRAPPOLA 

DELLA POVERTÀ DI SENSO

UN NEMICO 

CHE VA TENUTO LONTANO



La via della generatività inizia con una rivoluzione interiore che ci spinge a essere il cambiamento che vogliamo vedere nella società. 

La responsabilità individuale è il pilastro di questa rivoluzione. 

- di LEONARDO BECCHETTI

 

Le devastazioni francesi di questi giorni dimostrano come una scintilla grave come l’uccisione di un giovane da parte di un poliziotto a un posto di blocco sia capace di far scoppiare un incendio nella foresta di una società dove troppe persone sono morte dentro.

La povertà di senso del vivere di troppi che non riescono a fare la rivoluzione dentro di loro e a diventare cittadini attivi e generativi è la malattia profonda delle nostre società occidentali (meno di quella italiana dove qualche anticorpo in termini di relazioni e valori ancora tiene).

C’è poco da rallegrarsi se masse di giovani diciassettenni in Francia mettono a ferro e fuoco città saccheggiando negozi di marca per portare via felpe e vestiti firmati. Anche la forma della rivolta è un segno della devastazione morale dei nostri tempi.

Le opinioni di destra e di sinistra si dividono nel sottolineare da una parte l’aspetto della responsabilità personale, dall’altra quello delle diseguaglianze sociali e delle difficoltà d’integrazione di cittadini stranieri di prima, seconda o terza generazione. Entrambe le questioni sono importanti. Gli studi su milioni di osservazioni in tutto il mondo ci dicono che la trappola della povertà di senso del vivere dipende da un insieme di fattori: basso reddito, basso livello d’istruzione, fallimento della vita di relazioni e delle istituzioni formative (ben lontano dal nostro traguardo delle comunità educanti) dove cause scatenanti personali e sociali si mescolano. Quando si precipita nella trappola l’orizzonte del futuro diventa nero e basta una scintilla per trasformare, quando si pensa di non avere nulla da perdere, la depressione individuale in rabbia sociale.

Il monito per noi è chiaro e lampante. Dobbiamo sforzarci giorno dopo giorno di costruire percorsi di ricchezza di senso del vivere allargando gli spazi di partecipazione, cittadinanza attiva, formazione, esperienze di volontariato sociale che costruiscano molteplici piste e sentieri di generatività dove la vita può fiorire. Nessuno deve sentirsi in una strada a un senso unico dove l’esclusione è l’unico destino.

Non si tratta però soltanto di un problema sociale né tanto di un problema di allargamento dei diritti perché la via della generatività inizia con una rivoluzione interiore che ci spinge a essere il cambiamento che vogliamo vedere nella società. La responsabilità individuale è il pilastro di questa rivoluzione. Il successo delle istituzioni formative (famiglia, scuola, comunità educanti) nel mettere in moto la responsabilità individuale è da questo punto di vista essenziale.

In un pezzo recente su “Avvenire” (tinyurl.com/36s5pbph) si sottolineava come nella società opulenta digitale il conflitto tra beni di comfort (che inebetiscono e creano dipendenze) e beni di stimolo (esperienze formative, di volontariato, spirituali) che allenano e consentono di godere della varietà e ricchezza della vita è diventato più aspro e fa molte più vittime tra i giovani quando le istituzioni formative sono carenti o assenti.

L’Italia è una miniera di buone pratiche da cui dobbiamo prendere spunto ed esempio, come quella di presidi e istituzioni scolastiche coraggio che in periferie invase dalla criminalità hanno costruito sentieri concreti di formazione delle competenze e di riscatto sociale. Ho avuto la fortuna di conoscerne a fondo uno come l’Istituto Superiore “Francesco Morano” di Caivano (Napoli) dove accanto al caos della piazza dello spaccio sorgono scuole tecniche modello che ogni anno inseriscono nella vita e nel mondo del lavoro centinaia di ragazzi che non si rassegnano e si “ribellano” non saccheggiando vetrine ma trasformando la loro vita in occasione di riscatto personale e sociale.

L’Italia non è ancora la Francia, ma non è detto che sia così per molto e sempre. Investiamo con generosità e forza, uniti e senza distinzione di colori politici, nella direzione dell’eliminazione delle barriere sociali e nello stimolo delle responsabilità individuali per costruire quella società ricca di vie d’uscita ed opportunità di fioritura che i giovani disperati che mettono a ferro e fuoco le città francesi vorrebbero.

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giovedì 6 ottobre 2022

LA SANTITA' DIFFUSA

Una chiamata per tutti, facendo “tutto ciò che possiamo"

 Seconda giornata di lavori, all’Augustinianum di Roma, del convegno “La santità oggi”, promosso dal Dicastero delle Cause dei Santi, sulla definizione attuale di eroicità delle virtù cristiane. Ribadita la vocazione di tutto il popolo di Dio alla santità "della porta accanto'", come la definisce il Papa nell’esortazione Gaudete et exsultate. Riccardi (Sant'Egidio): la santità è resistenza alla disumanizzazione

 - di Alessandro Di Bussolo e Antonella Palermo – Città del Vaticano

 I santi “della porta accanto”, per dirla con Papa Francesco,  i santi canonizzati, la “classe media della santità” e le vette di chi è stato eroico nell’esercizio delle virtù, ha sacrificato la vita nel martirio o ha offerto la propria vita e le proprie sofferenze nella malattia per gli altri fino alla morte. Le diverse forme di santità, alla quale tutti siamo chiamati come figli di Dio nel battesimo, sono state al centro della seconda giornata di lavori del convegno “Santità oggi” organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi all’Istituto Augustinianum di Roma, e dedicata all’ “eroicità cristiana tra perennità e attualizzazione”.

Padre Faggioni: la Lumen Gentium e la chiamata universale alla santità

Padre Maurizio Faggioni, francescano minore e docente di Bioetica all’Accademia Alfonsiana, al quale è stata affidata la relazione del pomeriggio, sulla “chiamata universale alla santità e santità canonizzabile oggi” ha citato san Paolo, quando nella Lettera agli Efesini scrive che il Padre “ci ha scelti, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità”. E poi la costituzione conciliare Lumen Gentium, che al punto 40 chiarisce che “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio” nel battesimo della fede “sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi”.

Le virtù cristiane, non esclusiva dei santi canonizzati

Padre Faggioni ha citato anche l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate di Papa Francesco, scritta nel 2018 con l’obiettivo di “far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi ‘per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità’ ”. Le virtù cristiane, che non sono una esclusiva dei santi canonizzati, ha sottolineato il relatore, “ma sono e devono essere lo stile di ogni cristiano”, possono essere esercitate, scrive il Papa “in modo ordinario e in modo straordinario”. E accanto ai santi già beatificati e canonizzati, aggiunge, “mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere”.

Suor Melone: l'idea sbagliata della santità irraggiungibile

In mattinata, intervenendo sulla “perenne attualità dei santi”, suor Mary Melone, teologa già rettore della Pontificia Università Antonianum e oggi superiora generale delle Suore Francescane Angeline, ha ricordato che nonostante il cammino della Chiesa dalla Lumen Gentium alla Gaudete et exsultate, “rimane ancora molto diffusa l’idea della santità come di un qualcosa di irraggiungibile, della eroicità delle virtù come di una condizione di superiorità che non è alla portata di tutti”. Ma deve essere chiaro, ha sottolineato la religiosa, che “l’eroicità delle virtù non può essere intesa come l’impegno con cui l’uomo si guadagna da solo, con le proprie forze, la salvezza”, ma “si configura come risposta al dono di grazia di Dio”. Eroicità per i santi, ribadisce anche nell’intervista a Vatican News, “vuol dire dare tutto ciò che possono”, e questo “è alla portata di tutti i cristiani”.

Francesco d'Assisi e i santi che parlano a tutte le lingue

Il santo, ha proseguito suor Melone, “è imitabile non tanto nei suoi singoli gesti e nei suoi comportamenti, quanto piuttosto perché egli esercita una forza di attrazione tale da spingere anche altri a cercare, sul suo esempio, la propria forma di sequela di Cristo”. E ciò che attrae nell’esempio dei santi “è la percezione di una vita bella, pienamente riuscita. Nel vissuto dei santi si coglie con immediatezza il dilatarsi delle potenzialità dell’umano ad opera dell’amore di Dio”. E ciò che li rende contemporanei ad ogni uomo, in ogni epoca, “è l’aver assunto in pienezza la forma di Cristo, il loro poter dire”, come san Paolo ai Galati, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Parlando di san Francesco di Assisi, nel giorno della sua festa, la religiosa francescana ha sottolineato la sua peculiarità “data dal fatto che ogni generazione, in ogni epoca, ha ritenuto il messaggio di Francesco attuale per il proprio tempo”, e “lo ha riconosciuto contemporaneo a sé, alla propria situazione di vita di fede”.

Perché i santi affascinano, e il loro fascino dura nel tempo, come ad esempio Francesco che ricordiamo oggi? Perché lo possiamo definire un santo per tutti i tempi?

Perché i santi hanno la capacità, in maniera più evidente ed immediata, di comunicarci la freschezza del Vangelo. Ci fanno capire nel tempo che il Vangelo ha una logica che è per l'uomo, che dà la pienezza di vita all'uomo, e questo affascina. I santi lo traducono nella loro vita, e l'uomo in ogni tempo se ne sente attratto.

Su san Francesco lei sottolineava che ogni generazione ha visto il suo messaggio attuale, per il suo tempo…

Francesco in modo particolare ha un fascino perché ha accolto alcune dimensioni del Vangelo che riescono a parlare tutte le lingue. Ieri si diceva, nell'apertura del convegno, che santi come lui riescono a parlare anche lingue di non credenti. Il suo messaggio di fratellanza universale sicuramente riesce a raggiungere il cuore di tanti e vorrei dire anche di tanti giovani. Chi ha l'occasione di andare ad Assisi vede che i luoghi di Francesco sono i luoghi forse tra i più frequentati dai giovani. Forse perché Francesco con quel suo amore semplice, libero, che la povertà esprime, riesce davvero a toccare quelle attese che sono in ciascuno di noi, ma forse particolarmente nei giovani.

 Il messaggio della povertà, però, in questi tempi del “tutto subito” è un po' più difficile da capire…

La povertà di Francesco è difficile e complessa, e la storia del francescanesimo lo attesta. Però ha un contenuto di libertà: la povertà di Francesco più che privazione è libertà dal dominio delle cose e libertà anche dalla paura. È per questo che attraversa i secoli: perché questo forma di povertà è una forma che libera il cuore.

Lei si chiedeva anche: ma se i santi sono esempio di eroicità delle virtù, come possono anche essere imitati? La loro non è una perfezione irraggiungibile?

La tentazione di considerarli irraggiungibili c'è sempre, anche perché il linguaggio non ci aiuta. L'eroicità, noi la decodifichiamo con le immagini degli eroi che la nostra cultura ci presenta. Ma per i santi vuol dire dare tutto ciò che possono, e questo è possibile per ogni uomo. C'è una santità canonizzabile che ovviamente ha alcuni criteri per un giudizio, ma questo “tutto ciò che possiamo” è alla portata di tutti. Non a caso la Gaudete et exsultate ricorda che la santità è una chiamata che riguarda tutti cristiani

Ci può spiegare cosa intendeva, dicendo che i santi possono essere imitati per generatività?

Intendo generatività come quella forza di attrazione che un santo pone. Chi va, per esempio, a visitare i luoghi dove ha vissuto un santo, di solito ne esce affascinato, colpito, sicuramente da ciò che ha scoperto e ha conosciuto ma porta via, normalmente, il desiderio di fare qualcosa di simile. E quindi l'esempio è generativo suscita un desiderio di fare la stessa cosa, secondo le proprie capacità.

Ronzani: il santo, non emancipato da Dio, ma incorporato a Cristo

Prima di suor Melone era intervenuto l’agostiniano padre Rocco Ronzani, docente dell’Istituto Augustinianum, su “L’attualità della santità in una prospettiva patristica”, sottolineando che in sant’Agostino e nei Padri, il santo non è “emancipatus” da Dio, ma “incorporato a Cristo che lo emancipa dalla schiavitù del peccato”.

Manes: le Beatitudini, manuale di santità donato da Gesù

Sempre nella sessione del mattino, due relatrici hanno affrontato il tema de “Le Beatitudini, via alla santità”. Rosalba Manes, docente di Teologia biblica della Pontificia Università Gregoriana, ha ricordato che nella Gaudete et exsultate il Papa chiarisce che Gesù ci ha spiegato, con semplicità cos’è essere santi nel discorso delle Beatitudini, perché “In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita”. E i beati sono felici grazie alla “consolazione, sazietà, visione di Dio e comunione con Lui, beni annunciati da Gesù che non riguardano il futuro ma il presente che egli è venuto a qualificare”. Gesù, ha concluso la teologa “con le Beatitudini annuncia il programma della sua vita e missione, descrive il suo stile mite, misericordioso e improntato alla giustizia, la sua vita ‘a braccia aperte’, quella che ognuno di noi con il battesimo è chiamato a vivere per fiorire in pienezza”.

Anes Bello: la piccola schiera dei santi contro il male

Dopo di lei Angela Anes Bello, già docente di Storia della filosofia alla Pontificia Università Lateranense, ha sottolineato come nelle Beatitudini Gesù non parli astrattamente di mitezza o povertà, ma di coloro che “concretamente mostrano di essere miti o poveri”. La santità, ha spiegato, “che può e deve mostrarsi già in questa vita, è finalizzata all’accordo, alla pace fra gli esseri umani, accordo che si può ottenere essendo miti, misericordiosi, giusti, pacifici, semplici, trasparenti, e tutto ciò si ottiene attraverso un processo di perfezionamento e di superamento del male”. Una parola che non è presente nel discorso di Cristo, “ma tutti gli atteggiamenti descritti dimostrano la necessità di una lotta contro le tendenze negative, contro quello che sant’Agostino definisce il male morale”. L’ideale non è la sofferenza, ha concluso Anes Bello, “come sembrerebbe ad una lettura superficiale, ma l’ideale è un modo migliore che non si ottiene senza sofferenza. Se tutti accettassero di essere miti, misericordiosi, giusti, non ci sarebbero più persecuzioni. Ma il male continua ad essere presente nel mondo, la santità è propria di coloro che sono il sale della terra, una piccola schiera che può diventare sempre più numerosa se ci si mette alla sequela della Parola”. 

Riccardi: la santità è resistenza alla disumanizzazione

Di santità degli scartati e di chi vive accanto a loro si è occupato nell'ambito del convegno lo storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi. Il suo è stato un attraversamento di figure che hanno testimoniato una vita rifiutata o accanto a poveri ridotti a “immondizia che non ha valore”. Cosa significa parlare di santità in un mondo dove gli slums ospitano il 31% della popolazione mondiale e ci abita il 72% della popolazione subsahariana? E' stato mosso da questo interrogativo l’intervento del fondatore della Comunità di Sant’Egidio che, dopo aver citato Papa Francesco, è tornato a ciò che hanno scritto sul tema don Tonino Bello, san Giovanni Crisostomo, il cardinal Wojtyla. Si è soffermato in particolare sull’esperienza di chi ha finito i propri giorni nei campi di sterminio nazisti, segno di quella che ha definito “corrente impetuosa di santità”, “vittoria disarmata della santità sulla disumanizzazione di un sistema di disprezzo e di odio che voleva nullificare l’uomo”. Padre Massimiliano Kolbe, Titus Brandsma sono solo alcuni esempi.

Suor Emmanuelle e fratel Carlo, apostoli degli scartati

Di suor Emmanuelle, al secolo Madeleine Cinquin, religiosa di Sion, soprannominata ‘l’angelo degli straccivendoli’ poiché ha vissuto a lungo in mezzo ai bambini di una bidonville a Il Cairo, Riccardi ha parlato ampiamente ricordando quanto lei usava ripetere: "I poveri mi hanno insegnato il Vangelo che avevo letto sulla carta". È alla luce di storie come questa che lo storico della Chiesa ha scandito come sia “insensata la contrapposizione tra spiritualità e solidarietà”. Infine il pensiero è andato alla fede e alla preghiera di tanti rifugiati morti nelle traversate in mare: “un mondo inesplorato”, ha affermato. E, ancora, alla recente canonizzazione di fratel Carlo di Gesù, importante proprio perché additava alla Chiesa degli inizi del '900 “la dislocazione in mezzo agli scartati come via alla santità”. Studiare questa santità inutile, è stato l’invito di Riccardi, con pazienza e finezza spirituale perché non vadano disperse queste gocce di vita e di sangue.

  Vatican News