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martedì 28 luglio 2026

FEDI E RELIGIONI


 UN 

MULTIVERSO

 GLOBALIZZATO


Paolo Montesperelli e Renzo Salvi in conversazione con Franco Garelli

In un tempo che sembra essersi fatto breve per ogni fenomeno sociale, quando la cronaca si frantuma nei social ed il giornalismo consuma le sociologie, è singolare – e quasi fa meraviglia – imbattersi in studi e ricerche che sono globali per dimensione e configurano interpretazioni profonde. È il caso del volume Le religioni nel mondo globale, edito da il Mulino, scritto a due mani da Franco Garelli e Stefania Palmisano, che si cimenta sulla presenza e influenza delle fedi nel globo, sui loro lati nobili e su quelli oscuri, sulle tensioni che innescano e sulle speranze che alimentano. È un lavoro sociologico coraggioso e per vari aspetti sorprendente, illuminante. 

Parlarne – come si fa in queste pagine – con Franco Garelli che s’è più volte cimentato su interpretazioni di lungo periodo come su molti aspetti della materia, significa incrociare anche, ancora una volta, una delle firme che tutt’ora arricchiscono Rocca e che ha avuto presenze nei Corsi di studio e frequentazioni con la Citta della sin dagli anni Settanta. Il suo è un punto di vista condiviso nel tempo e condivisibile nell’oggi. In dialogo… 

MAPPE, TENDENZE, MUTAMENTI 

La ricerca, un’indagine lunga che ora si specchia in un libro, si confronta anzitutto con un compito impegnativo, quello di aggiornare il panorama delle fedi nel mondo, di fare una mappatura delle principali religioni ai primi decenni del Terzo millennio. Non mancano, per altro, mappe e cartografie… Che cosa emerge al riguardo? 

Il dato che più colpisce è il 75% della popolazione del globo che ancor oggi professa una fede religiosa, contando quanti si identificano nel cristianesimo (la religione più seguita), nell’islam (in forte crescita), nell’induismo, nel buddhismo, nell’ebraismo e così via. C’è inoltre una cartografia di come le grandi religioni sono distribuite nei vari continenti, da cui si ricava il profilo religioso delle macro-aree mondiali. Si tratta tuttavia di una realtà non statica, in quanto ovunque il paesaggio spirituale (come quello culturale ed economico) non cessa di modificarsi, in rapporto ai molti cambiamenti – di varia natura, politica, demografica, migratoria ecc. – che si registrano nella vita dei popoli… 

Il dinamismo maggiore è quello dell’islam, che negli ultimi decenni ha aumentato la sua presenza soprattutto in Asia e in Africa, mentre la cristianità presenta delle evoluzioni divergenti: vive un’epoca grigia in Occidente a fronte di una maggior vivacità nel Sud del mondo (e in parte in Oriente). In parallelo, l’induismo (terza religione per nu mero di fedeli) rimane fortemente ancorato dopo più di tre millenni al territorio indiano, dove è sorto e si è sviluppato, diversamente da quel che accade al buddhismo che mani festa una spiccata vocazione internazionale. 

Per contro, l’“altra religione” (l’insieme de gli atei e degli agnostici) è in questa epoca in grande spolvero, ed è ben rappresentata oltre che in Europa soprattutto nell’estremo Oriente, nella grande Cina e in Giappone. 

Ma ciò non toglie che proprio Pechino – in un clima di realpolitik – stia rivalutando il ruolo che le religioni storiche (confucianesimo, taoismo, buddhismo) giocano nella cultura cinese popolare. 

Dopo uno studio comparativo così ampio, avete individuato un denominatore comune alle religioni? Insomma, che cosa è la religione, almeno dal punto di vista sociologico? Ecco una delle questioni ‘sociologicamente’ calde, più difficili da affrontare; perché circoscrivere oggi il fenomeno religioso è un’impresa improba, in quanto – oltre alle grandi religioni universali (già studiate a suo tempo da Max Weber) – si sono aggiunte sulla scena mondiale varie forme religiose nuove e inedite, che dunque ampliano di molto il quadro. Tra queste la New Age, le nuove spiritualità, la ripresa delle tradizioni animistiche, realtà ‘religiose’ che non prevedono la trascendenza, per non parlare delle religioni digitali o delle ‘Chiese dell’intelligenza artificiale’. 

Come dunque definire la religione – questo abbiamo dovuto chiederci ancora una volta – in modo ampio ma non indeterminato, con un criterio che non riflettesse soltanto la situazione occidentale, che potesse applicarsi alle grandi religioni ma che, nello stesso tempo, potesse comprendere anche il nuovo che avanza in questo campo, evitando, inoltre, di inglobare in questo concetto realtà spurie o comunque non pertinenti? 

Così nella nostra proposta, si ha una ‘religione’ quando si verificano due condizioni base: anzitutto quando è presente un’idea alta e ampia di sacro, per cui i soggetti si confrontano, a seconda dei casi, con una realtà trascendente o con una presenza cosmica, o ancora con un ideale di pienezza spirituale capace di dare un senso profondo alla propria esistenza; e in secondo luogo, quando questo riferimento offre alle persone una risposta ai grandi interrogativi dell’esistenza, relativi sia alla sfera individuale che a quella collettiva. 

AMBIVALENZE E SPERANZA NELLE RELIGIONI 

Papa Francesco sosteneva, e il pensiero è ripreso da papa Leone, che tutte le religioni custodiscono il desiderio di pace. Però anche oggi alcune sembrano alimentare i conflitti, altre la concordia. Si può individuare, o perlomeno quale prevale fra queste due tendenze? Nel caso, in nome di quali caratteristiche di questa o quella? 

Il desiderio di pace è certamente nel Dna delle grandi religioni, anche se il loro forte intreccio con le vicende del mondo (pensiamo a quel che succede a Gaza, nell’Ucraina, nel Corno d’Africa o nel Sud Est Asiatico ecc.) le espone sovente a situazioni ambivalenti. 

Per cui si può dire che il fattore religione presenta sia un lato buono, sia un lato oscuro. In quello oscuro troviamo il mentaliste, le stragi e le forme di genocidio di cui si macchiano stati e popoli che coltivano ideali religiosi, i connubi impropri tra religione e regimi politici di nuovo ricorrenti in varie parti del mondo; oltre alle tendenze nazionalistiche esasperate e conflittuali appoggiate da vari gruppi religiosi. Tuttavia, a fronte di un volto religioso che inquieta e divide il mondo, ve n’è un altro che agisce in senso contrario, che cerca di offrire speranza, che si pone come un potente fattore di solidarietà, che si fa carico delle sfide planetarie che gravano sull’umanità, che interviene non solo per ridurre povertà e angoscia umane, ma anche per rigenerare le perso ne e creare comunità. È il lato migliore delle religioni, ciò che spiega la loro attrattività nel corso della storia. 

In questo quadro, dunque, le religioni non sono solo una risorsa di senso per gli individui, ma delle potenti realtà che operano a livello geo-politico, richiamano i grandi della Terra alle loro responsabilità, cercano di pro muovere i valori della pace e della pacifica convivenza, lottano per ridurre la fame nel mondo e le diseguaglianze, per favorire un ordine mondiale in cui non ci si siano più scarti: né umani né ambientali. 

ATTIVISMI, CONTRADDIZIONI, SECOLARISMI 

 

All’interno della prospettiva ampia che deriva da questo studio, come e quanto sta cambiando la religione cristiana, nelle sue varianti, nella fase attuale di forte attivismo del movimento “Maga” negli Stati Uniti e di movimenti simili in altri Paesi? 

Forse è troppo dire che la religione cristiana sta cambiando, ma senza dubbio le forme più esasperate che in qualche modo si richiamano a questa radice religiosa sono quelle che più sembrano dominare la scena pubblica mondiale. Pensando agli Usa abbiamo tutti in mente l’immagi ne dello studio ovale della Casa Bianca in cui Trump (in una scenografia da Ultima cena) è attorniato da un gruppo di pastori evangelici raccolti in preghiera a sostegno del suo ruolo e della sua missione nel mondo. È l’emblema della cultura Maga, che si serve della religione non solo per “rifare l’America nel nome di Dio” (contro la cultura woke e le posizioni liberal), ma anche per affermare nel mondo la propria visione della realtà e i propri disegni di grandezza. 

Ma derive cristiane problematiche si trovano anche nel singolare sodalizio in atto da tempo tra Putin e il patriarca Kirill della Chiesa ortodossa di Mosca, il cui scopo è rilanciare il mito della grande Russia nel mondo. Un legame che crea molte ferite per il cristianesimo ortodosso, alle prese dunque con una stagione difficile. 

Tuttavia, proprio queste ferite ci dicono che la realtà ortodossa non è tutta allineata su queste posizioni, alla stessa stregua di quanto succede altrove sia in campo protestante che cattolico. È ciò che accade negli Stati Uniti, ad esempio, dove anche tra i cattolici e i protestanti conservatori c’è un ripensamento su un uso improprio della religione a fini politici. 

SECOLARISMO, SECOLARIZZAZIONE 

In passato si riteneva che le società, almeno quelle occidentali, fossero destinate ad una progressiva secolarizzazione. Questa ricerca rileva uno scenario molto più complesso del previsto. Che senso ha parlare di secolarizzazione nel presente, anche soltanto nel presente delle culture occidentali? 

La secolarizzazione persiste in alcune aree del globo, in particolare da noi in Occidente, per l’affermarsi di una società moderna che si è via via emancipata dal fattore religioso, diventando culturalmente maggiorenne. Altre zone mondiali paiono invece avviate verso una modernità che non rappresenta la tomba della religione perché il sentire religioso resta diffuso, quasi naturale. Inoltre, gli stessi paesi occidentali riflettono in questo campo situazioni diverse: da un lato c’è la crisi delle tradizioni cristiane, con una secolarizzazione che si presenta come un processo di scristianizzazione, e però, dall’altro, c’è una vivacità religiosa dovuta sia alle fedi importate dai migranti, sia alla domanda da parte dei vari gruppi di popolazione autoctona di forme nuove di spiritualità (anche di matrice orientale). 

Insomma, c’è un grande ripensamento – anche tra gli studiosi – circa la categoria della secolarizzazione. Ed in parallelo si riflette su nuovi approcci interpretativi, come quello che mette in rapporto la domanda e l’offerta religiosa (per cui la gente si attiva se le fedi sanno aggiornarsi e farsi attraenti); o si analizza la tendenza attuale, presente nelle grandi religioni, a giocare un ruolo pubblico di rilievo anche nelle società in cui si riduce la loro pre sa sulle coscienze: perché nell’epoca delle passioni tristi, esse hanno comunque un patrimonio di risorse (valori, buone prassi, movimenti di base) da spendere per il bene comune. 

TODOS, TODOS… PARVUS GREX ” 

All’interno e in base a questa ricerca si osserva che il baricentro territoriale del cristianesimo si sta spostando verso il sud del mondo. Quali sono le conseguenze attuali anche sul piano culturale? E quali sono quelle immaginabili per un futuro in cui potrebbero convivere, nel cristianesimo, la lettura della fede come possibile orientamento per un “piccolo gregge” – già ne parlò Joseph Ratzinger, da vescovo, in una conversazione radiofonica in Germania – e dall’altro lato la chiamata a “todos, todos!” che è stata il segno della presenza di Jorge Mario Bergoglio

Un cristianesimo che si ricentra al Sud del mondo segnala una ventata di novità e nuovi equilibri nella cristianità intera. 

Le Chiese dell’America Latina e dell’Africa (e in prospettiva dell’Asia) contano assai di più rispetto al passato, chiedono maggior autonomia e considerazione, hanno più risorse umane e spirituali per meglio ripensa re l’inculturazione della fede alle loro latitudini, consolidando il distacco dal modello cristiano occidentale loro proposto nel passato. Da un lato immettono nel la cristianità una ventata di giovinezza e di forze fresche, dall’altro attestano le nuove frontiere della fede cristiana. Per ché si tratta di comunità cristiane chiamate a confrontarsi non più o non tanto (come accadeva o accade in Occidente) con le questioni della laicità e con il fenomeno dell’ateismo e dell’indifferenza religiosa; ma con mondi per vari aspetti ‘furiosamente’ religiosi, rappresentati – a seconda dei casi – da una miriade di sette e di movimenti pentecostali (in America Latina), da un islam bellicoso ed in espansione (in Africa), da culture e tradizioni religiose di lungo corso e assai di verse (in Asia). Le comunità cristiane in espansione nel mondo, agiscono dunque in contesti religiosi e politici conflittuali, dove la concorrenza con identità religiose diverse si fa quotidiana e dove le ragioni dell’identità possono avere la meglio rispetto alle ragioni dell’ecumenismo. 

Forse è questo il tipo di cristianesimo a cui alludeva papa Francesco quando parlava di una fede di popolo, mentre in Europa la presenza cristiana sembra oggi più affidata a quelle minoranze creative sovente evocate da Benedetto XVI. 

L’ultima parte del libro che stiamo facendo scorrere è dedicata alle sfide maggiori che le religioni hanno di fronte, rispetto alle quali esse possono dare un contributo decisivo per rendere il mondo più giusto ed armonico. 

Tra le sfide maggiori vi è quella che giunge da una quota sempre più rilevante di donne, che in tutte le religioni lamentano le discriminazioni di genere, segnalano che la fede “al femminile” può rendere più umano e fecondo il campo religioso e per ciò chiedono alle rispettive Chiese/religioni di meglio interpretare su questo tema i libri sacri. Alcune fedi, come le confessioni protestanti (nel cristianesimo) sono all’avanguardia su questo terreno, mentre altre, sia di matrice occidentale che orientale, continuano a riprodurre antichi e oscurantisti equilibri. 

Un’altra sfida rilevante è la salvaguardia dell’ambiente, un campo di impegno che – al pari di altri, relativi alla pace, alla giustizia sociale, alla lotta per ridurre la fame nel mondo – rientra tra le azioni umanitarie richieste alle religioni dal messaggio etico e spirituale a cui si ispirano. Al riguardo alcune religioni hanno operato una vera e propria conversione ecologica, dopo secoli in cui hanno sacralizzato l’uomo come il vero dominus dell’universo. Ma in questo campo agisce da tempo anche un ecologismo spirituale di matrice laica che vede nella terra e nel cosmo un’anima da rispettare e custodire. 

Un’ulteriore sfida alle Chiese e alle religioni proviene dal fenomeno del nuovo ateismo, la cui crescita numerica si accompagna al fatto di maturare una nuova coscienza. Ovunque infatti le persone atee o agnostiche avvertono di avere una propria consistenza, chiedono di essere riconosciuti non più come “un vuoto”, come una realtà in difetto di Dio, ma come l’espressione di un’altra cultura. 

Sono molte, insomma, le sorprese ‘conoscitive’ che emergono da questa ricerca e da questo studio: tutte ci aiutano a comprendere meglio come il fattore religioso agisce sulla scena mondiale e perciò contribuiscono a meglio orientarci nell’universo complesso nel quale ci troviamo a vivere.

Alzogliocchiversoilcielo

Rocca

venerdì 12 dicembre 2025

LA RISORSA DEI MIGRANTI

 


La Santa Sede:

 migranti risorsa 

per la pace, 

superare stereotipi

 e polarizzazioni

 

Nel suo intervento al Consiglio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), l’arcivescovo Ettore Balestrero, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, invita a un’“analisi oggettiva e completa” dei movimenti migratori, che ne consideri cause e conseguenze. 

Chi è costretto a lasciare la propria casa, sottolinea, incarna il “volto umano della globalizzazione”, spesso sostenuto, nelle aree più remote e carenti di servizi, da organizzazioni religiose

 

-         -di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

-          

La voce grossa dei dibattiti odierni finisce per ammutolire, attraverso "stereotipi e narrazioni", chi potrebbe farsi portavoce di "relazioni pacifiche tra le nazioni". I migranti, ovvero non “problemi da risolvere” né “opportunità da sfruttare”, ma il vero e autentico “volto della globalizzazione”. È questa la posizione della Santa Sede, espressa dall’arcivescovo Ettore Balestrero, osservatore permanente vaticano presso le Nazioni Unite e le altre Organizzazioni Internazionali a Ginevra, nel suo intervento del 10 dicembre alla 116.ma sessione del Consiglio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Considerare oggettivamente i migranti

L’intervento dell’arcivescovo si apre da un dato: 304 milioni di migranti internazionali nel mondo. Chi lascia il proprio Paese è, prima di tutto, “un essere umano”, ricorda Balestrero, la cui dignità e i cui diritti devono costituire il fulcro della cooperazione internazionale e delle politiche in materia. Per questo, occorre superare discussioni permeate da pregiudizi e visioni divisive, che impediscono una “considerazione oggettiva e completa della migrazione”, delle sue cause e delle sue conseguenze.

Il volto umano della globalizzazione

Tali contrasti ignorano inoltre i contributi positivi che i migranti apportano alle società. Se da una parte, come ricordava Papa Benedetto XVI, essi “hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l’identità nazionale”, dall’altra rappresentano il volto umano dei processi di globalizzazione e possono promuovere l’armonia internazionale.

I diritti degli Stati e di chi migra

Balestrero ribadisce il diritto di ogni Stato di proteggere i propri confini. Esso, tuttavia, deve andare di pari passo con il rispetto della dignità di coloro che li raggiungono. Come sottolineava Papa Leone XIV, quando chi cerca protezione subisce maltrattamenti “non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato”.

 Le piaghe delle rotte pericolose e dei trafficanti

La Santa Sede ribadisce profonda preoccupazione per la vulnerabilità dei migranti, spesso costretti a percorrere "rotte pericolose". Un presagio che trova conferma nel dato drammatico del 2024: almeno 8.939 persone hanno perso la vita durante gli spostamenti dai propri Paesi di origine. “L’anno più letale mai registrato”, osserva l’arcivescovo, ricordando che ogni decesso rappresenta un fallimento dell’umanità, degli Stati e della comunità internazionale. Un’altra piaga connessa alle migrazioni è lo sfruttamento operato da trafficanti e contrabbandieri che “approfittano della disperazione a scopo di lucro”. In questo senso, la Santa Sede accoglie con favore l’impegno dell’OIM nel proseguire le attività di prevenzione, soccorso e assistenza alle vittime.

L'apporto delle organizzazioni religiose

Balestrero riconosce inoltre il valore dell’adozione di “un linguaggio concordato e consensuale nel Programma e Bilancio dell’OIM per il 2026”, così da evitare definizioni ambigue o prive di un significato condiviso nel diritto internazionale e tra gli Stati membri. Nel contesto migratorio, spiega l’arcivescovo, un ruolo decisivo è svolto dalle organizzazioni religiose. La loro presenza capillare e di lunga data, “anche nelle aree più remote e carenti di servizi”, rappresenta un sostegno concreto alle persone in movimento. Un aiuto che ha preceduto il momento in cui la migrazione è divenuta una "questione internazionale". Un impegno che continua “anche dopo che l’attenzione dei media è svanita”, grazie alla promozione di una rete globale lungo le rotte migratorie. Con un unico obiettivo, già delineato da Papa Francesco: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, senza distinzioni. L’arcivescovo conclude ribadendo ciò che i migranti non devono essere: questioni da dirimere o “opportunità” da cui trarre vantaggi personali. Per questo, gli sforzi congiunti della comunità internazionale devono puntare a “promuovere il rispetto della loro dignità e permettere loro di viverla pienamente”.

Vatican News

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martedì 11 marzo 2025

RIARMIAMOCI e PARTITE !

 


Quando una cultura invecchia e comincia a perdere i suoi obiettivi, sorge un conflitto tra coloro che vorrebbero eliminarla per stabilire dei nuovi modelli culturali e coloro che vorrebbero invece mantenere il vecchio modello con il minor numero possibile di cambiamenti». 

- di Alessandro D’Avenia

 Nel 1953 il mondo era appena uscito dalla guerra e diviso in due sfere di influenza e deterrenza, americana e sovietica, e Philip Dick (per il provocatorio Carrère, che gli ha dedicato una bellissima biografia, il più grande scrittore del '900) pubblicava «I difensori», un racconto in cui l'umanità, impegnata in una guerra tutt'altro che fredda tra Russi e Americani, vive e lavora sottoterra per alimentare lo scontro affidato ai robot in superficie, dove c'è solo un ammasso di macerie tossiche sotto un cielo incolore. I difensori del titolo sono i «Plumbei», robot intelligenti (le nostre intelligenze artificiali) coperti di piombo anti-radiazioni: combattono e aggiornano gli umani sullo stato della guerra in cui i Russi stanno prevalendo grazie alle mine intelligenti (i nostri droni). Un gruppo di tecnici e soldati americani deve risalire in superficie per risolvere un'anomalia: non è mai accaduto dall'inizio dello scontro a causa della radioattività sostenibile dagli umani solo per pochi minuti. Una volta arrivati su, il gruppo ha però una sorpresa: il mondo là fuori è splendido e nuovo, non c'è la guerra, notizie e immagini che giungevano sottoterra erano create ad arte dai robot con dei modellini. 

 Perché i difensori hanno agito così? Ci serve saperlo nello scenario odierno. 

 I robot rispondono come farebbe un'intelligenza artificiale progettata esclusivamente per il bene dell'uomo: «Non appena abbandonaste la superficie, la guerra cessò. Avete ragione, siete stati ingannati. Avete lavorato duro nel sottosuolo, mandando su cannoni ed armi, e noi li distruggevamo non appena arrivavano. Ci avete creati per continuare al vostro posto la guerra mentre voi umani vi rifugiavate nel sottosuolo per sopravvivere. 

Ma prima che noi potessimo continuare la guerra, era necessario analizzarla per determinare quali ne fossero gli scopi. Scoprimmo che le culture passano attraverso delle fasi. Quando una cultura invecchia e comincia a perdere i suoi obiettivi, sorge un conflitto tra coloro che vorrebbero eliminarla per stabilire dei nuovi modelli culturali e coloro che vorrebbero invece mantenere il vecchio modello con il minor numero possibile di cambiamenti». 

 È ciò che accade anche oggi in Occidente, nello scontro tra globalizzazione e multipolarismo, tra élite e popolo, tra progressisti e conservatori. 

 Ma seguiamo l'analisi antropologica del robot: «Il conflitto interno minaccia di coinvolgere la società in una guerra contro sé stessa, gruppo contro gruppo. Le tradizioni vitali possono andare perdute, non solo alterate e riformate, ma distrutte completamente in questo periodo di caos e di anarchia. È necessario perciò che l'odio all'interno di una civiltà venga incanalato verso l'esterno, un gruppo esterno, in maniera che la cultura stessa possa sopravvivere alla sua crisi. La guerra ne è il logico risultato». 

 Insomma per non distruggersi, ricompattarsi e salvare le strutture che l'hanno costituita come tale (oltre all'economia che ne è conseguenza operativa nella storia umana sono la combinazione di educazione, religione e forme di appartenenza a un gruppo), una cultura divisa preferisce cercare un nemico al di fuori invece di soluzioni nuove alla crisi interna. 

Vale per popoli, città, famiglie, coppie, singoli: per paura e pigrizia non affrontiamo le ombre ma le proiettiamo fuori, odiando negli altri ciò che non va in noi, convinti che, distrutto il nemico, risolveremo la crisi che invece sarà ancora lì, peggiore di prima, dopo che il fumo della battaglia si sarà diradato. 

 La logica di ferro, anzi di piombo, del robot prospetta la soluzione: «La guerra, per una mente razionale, è assurda. Ma, in termini di bisogni umani, svolge una funzione d'importanza vitale ed insostituibile. E continuerà a svolgerla finché l'Uomo non sia cresciuto al punto da eliminare totalmente l'odio dentro di lui». I robot confidano in un'evoluzione umana lineare: «In questi otto anni abbiamo osservato importanti mutamenti nella mente degli uomini: la fatica ed il disinteresse stanno gradatamente prendendo il posto dell'odio e della paura. Ma l'inganno deve continuare, almeno per un altro po'. Non siete ancora pronti per la verità». 

 Robot, creati per proteggere gli uomini, hanno quindi fatto (con un po' di Imagine) la scelta più logica: interrompere la guerra e preparare la Terra per una umanità nuova. 

 Per tutta risposta gli Americani vogliono approfittare della scoperta per impadronirsi della Terra prima degli ignari Russi, e così si affrettano a tornare sottoterra, ma i robot hanno distrutto il tunnel di collegamento. Sono quindi costretti a rimanere in superficie dove incontrano proprio un gruppo russo venuto su qualche mese prima. Si preparano allo scontro, ma i robot li fanno ragionare: i Russi sono disarmati e le armi non servono più, per sopravvivere devono non solo smettere di combattersi, ma unirsi e aiutarsi, per procurarsi da vivere: «la necessità di risolvere i problemi quotidiani dell'esistenza vi insegnerà come tirare avanti nello stesso mondo. Non sarà facile, ma ce la farete». 

 Solo obiettivi di bene comune possono distogliere culture internamente in crisi dalla soluzione bellica, ma i robot ignorano che l'uomo non smetterà mai di proiettare le proprie ombre su un nemico esterno, perché Caino è sempre in noi e cerca sempre un Abele a cui attribuire il proprio male. 

 Lo storico Emmanuel Todd in «La sconfitta dell'Occidente», proseguendo il suo «Breve storia dell'umanità» e svincolandosi dalla lettura, dominante e riduttiva, della storia in chiave prettamente economica, dimostra che la crisi riguarda le strutture che hanno unito alcuni popoli in quello che chiamiamo Occidente. Oggi infatti, esaurito il collante della sofferenza postbellica, la globalizzazione economica mette in concorrenza le culture che finiscono col ripiegarsi su se stesse. Emergono così gli egoismi nazionali, incarnati da oligarchie di potere che generano la loro controparte: i populismi; la diplomazia è resa inutile dalla logica dei rapporti di forza economici, militari e tecnologici. L'alternativa è creare l'unità su basi più profonde, di impegno comune sulle emergenze: povertà, fame, istruzione, sanità, inquinamento. Come ha detto papa Francesco: «La fame nel mondo finirebbe, se non si fabbricassero armi per un anno», ma questa scandalosa evidenza è considerata alla stregua della fantascienza di Dick: fantasie. Infatti dopo le attuali mosse americane, gli attuali leader dell'UE - invece di riscoprire lo specifico europeo che non è la potenza militare ma una diplomazia che provi a ricostruire un'unità culturale dagli Urali all'Atlantico, come auspicavano e provarono a fare alcuni leader europei alla fine della guerra mondiale e dopo la caduta del comunismo - hanno proposto il riarmo e l'ombrello nucleare di marca francese, togliendo i vincoli di bilancio al debito che peserà ulteriormente sulle future generazioni. Ma all'Europa non basterà un esercito comune per unirsi, così come non è bastata una moneta comune. 

Che cosa hanno veramente in «comune» un irlandese, un italiano, un francese, un ungherese, un rumeno... che li spingerebbe a difendere anche con il proprio corpo l’Europa come gruppo vitale di appartenenza? La mancanza di una risposta è la nostra crisi interna. 

 Di certo, se la NATO finirà, bisognerà rendersi finalmente indipendenti anche sul piano difensivo, ma questo scenario, per quel che capisco, è tutt'altro che certo. L'antropologo Jared Diamond ha dimostrato, prima in «Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere» e poi in «Crisi. Come rinascono le nazioni», che le civiltà, invece di affrontare le crisi interne, che spesso neanche vedono, prese dalla smania di salvarsi fanno scelte irrazionali con cui invece si danno il colpo di grazia: «Tutti si trovano ad affrontare crisi e spinte al cambiamento: dai singoli individui ai gruppi, alle aziende, alle nazioni, al mondo intero. Per affrontarle positivamente è necessario un processo di cambiamento selettivo: non essendo possibile né auspicabile che individui e nazioni cambino completamente, abbandonando ogni aspetto della loro identità passata, la sfida diventa, tanto per le nazioni quanto per le persone in crisi, capire quali parti della loro individualità stiano funzionando bene e non vadano modificate, e quali necessitino di cambiamento. L’obiettivo è individuare nuove soluzioni in armonia con le capacità e caratteristiche di ciascuno». 

 È l'occasione di una nuova unità, ma non vedo nelle leadership attuali la capacità di un cambiamento selettivo, ma la coazione a ripetere soluzioni già bollate dalla storia come fatali, soluzioni che, per essere sostenute, costringeranno i nostri figli a lavorare sottoterra se non a combattere sul campo.

Lo avevano capito i robot del '53. Noi?   

 Corriere della Sera

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giovedì 30 gennaio 2025

LA PACE IN UN MONDO IN FRANTUMI


La pace possibile

 in un mondo in frantumi


Nel volume "Cercando un Paese innocente”, Pasquale Ferrara, direttore generale per gli affari politici al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, spiega come la guerra tenda a far salire alla ribalta due atteggiamenti polarizzanti: realismo e pacifismo. Ferrara suggerisce che non siamo costretti a scegliere: il realismo utopico può essere il punto di convergenza tra i due atteggiamenti, e quindi il punto di partenza per un nuovo modo di costruire la pace - in Yemen, in Ucraina, in Sudan, in Palestina

 -         di Maria Barletta

 “È più pazzo il pazzo, o il pazzo che lo segue?” (Obi-Wan Kenobi, Guerre Stellari – Episodio VI – Una nuova speranza). La domanda retorica di un Maestro Jedi in esilio ha più a che fare con il nostro mondo di quanto potrebbe sembrare, così come una citazione pop ha più a che fare con un libro di geopolitica di quanto avvenga di solito.

 È quel che rende diverso il libro “Cercando un Paese innocente” (edito da Città Nuova) di Pasquale Ferrara, direttore generale per gli affari politici al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, con il sottotitolo “La pace possibile in un mondo in frantumi”: l’abilità di trattare tutti i temi geopolitici scottanti e controversi che dominano il nostro presente non solo con la profondità e l’acutezza derivanti dalla lunga esperienza in diplomazia, ma anche con una curiosità intellettuale contagiosa ed una sensibilità umana che non teme di rifarsi alla delicatezza di una poesia di Montale, all’universalità di Shakespeare, alla saggezza di Yoda. Anche il titolo tratto da Ungaretti e l’epigrafe da Charlie Brown non sono velleità letterarie o strizzatine d’occhio, ma i primi segnali dello spirito audace e a volte controcorrente delle riflessioni e delle proposte avanzate.

 Oltre a muoversi tra le tante questioni (la crescente tensione tra le potenze mondiali, le responsabilità della globalizzazione, le crepe dell’ordine internazionale…) che compongono lo stato di policrisi in cui siamo immersi, quasi come in un quadro di Escher senza vie di fuga, Ferrara si preoccupa in particolare di affrontare il modo in cui noi stessi, come società e come individui, pensiamo a tali questioni e a come immaginiamo – o non riusciamo a immaginare – di venirne a capo. Un tema su tutti: la guerra, che tende a far salire alla ribalta due atteggiamenti polarizzanti: realismo (lettura del mondo in termini di puri rapporti di forza) e pacifismo (rifiuto della violenza e ricerca, a tutti i costi o quasi, di soluzioni che vi mettano fine il prima possibile).

 Il realismo è spesso considerato l’atteggiamento più maturo e razionale, mentre il pacifismo un’illusione, una presa in giro, nel migliore dei casi un’utopia. Tuttavia, prima o poi vale la pena chiedersi: se si corre a rotta di collo verso un precipizio, è più realista chi cerca di frenare o chi tira dritto, magari pensando che la caduta non farà così male o che tanto qualcun altro ne uscirà anche peggio? Allo stesso tempo, se la cautela nel valutare soluzioni di pace è giusta, non c’è niente di più realista del constatare che la pace si fa sempre con i nemici – quel che viene fatto passare per impensabile prima o poi dovrà avvenire.

 Ma Ferrara fa ben più che parteggiare per l’uno o per l’altro: suggerisce invece che non siamo costretti a scegliere, riallacciandosi al realismo utopico di Morten Tønnesen. Un cambiamento radicale dello status quo risulta spesso molto più arduo da concepire rispetto alla sua continuazione, ma a ben vedere quel che è davvero irrealistico è pensare che qualunque data situazione sia perpetua, indefinitamente sostenibile: “un realista utopico è colui che […] ha il coraggio di lottare per idee e stati desiderabili (non importa come siano le prospettive a breve termine) e che ha la consapevolezza che lo status quo è solo un fenomeno passeggero”. Questo è tanto più vero per le situazioni di conflitto, per cui sarebbe nel migliore interesse anche della parte (più) offesa pensare alla pace, cioè al futuro. Il realismo utopico può essere il punto di convergenza tra i due atteggiamenti/schieramenti, e quindi il punto di partenza per un nuovo modo di costruire la pace – in Yemen, in Ucraina, in Sudan, in Palestina.

 Una delle suggestioni più affascinanti del libro è il suggerimento che la distanza tra la realpolitik e Gabriel García Márquez è tanto breve o ampia quanto vogliamo, o lasciamo, che sia. Che il realismo di una certa concezione delle relazioni internazionali e il realismo magico di un Nobel per la letteratura possano esistere nella stessa dimensione può apparire ingenuo solo a chi non segue attentamente le argomentazioni di Ferrara, che non sorvola affatto su errori e mancanze dell’ordine internazionale, ma nemmeno lascia che schemi di pensiero ottusi o tarlati da cinismo inibiscano la volontà di continuare a immaginare soluzioni etiche ed efficaci.

 Si scopre così che le linee di frattura che ci separano e rendono tanto fragili possono essere attraversate – quando non colmate – da persone (in politica, diplomazia, nella società civile) animate da partecipazione, sollecitudine, buona volontà, disposte ad esporsi per permettere che si crei fiducia reciproca – da cui il dialogo, da cui la pace, da cui la salvezza.

Vita


venerdì 6 maggio 2022

GLOBALIZZAZIONE IN CRISI


 - di Giuseppe Savagnone*

Le guerre dimenticate

Gli osservatori dicono che nel mondo, quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ce n’erano già in corso ben 169 di cui nessuno parlava. E non perché fossero meno disastrose e sanguinose di quella che sta devastando l’ex repubblica sovietica: per menzionarne solo una – quella che nello Yemen, dal 2014, vede contrapposto il fronte sciita, supportato dall’Iran, e quello sunnita, sostenuto dall’Arabia Saudita con l’appoggio dagli Stati Uniti – , l’ultimo rapporto dell’Onu, pubblicato lo scorso novembre, parla di 150mila persone che hanno perso la vita negli scontri armati e per i bombardamenti aerei, e addirittura di 377mila se si considerano le vittime degli effetti indiretti del conflitto, come la scarsità di acqua e di cibo.

La guerra in Ucraina, per quanto violenta e disumana, ha causato finora un numero di morti misurabile, al massimo in poche decine di migliaia (includendo anche le perdite militari russe). Nulla di lontanamente paragonabile a quella yemenita. Eppure, agli occhi di noi occidentali sta risultando molto più significativa e sconvolgente di tutte le altre messe assieme.

È vero, essa si combatte in Europa. Ma anche quelle nate dalla dissoluzione della ex Jugoslavia si sono svolte sul suolo europeo, senza avere la risonanza del conflitto ucraino. È vero anche che in quest’ultimo, checché ne dicano i negazionisti, ci sono state atroci esecuzioni di civili, stupri, devastazioni che hanno commosso e indignato l’opinione pubblica. Ma violenze inaudite sui civili hanno accompagnato e accompagnano anche le altre guerre del passato (si pensi alle “pulizie etniche nella ex Jugoslavia e del presente). Per restare al caso dello Yemen (uno su 169…), secondo l’Undp, l’Agenzia per lo sviluppo dell’Onu, in questo conflitto dimenticato «nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni».

E tuttavia nessun premier, tanto meno il presidente americano, ha denunziato con tanta accorata indignazione i crimini e le atrocità perpetrate verso gli innocenti nel corso del conflitto yemenita o delle altre guerre. Nessun parlamento si è reso disponibile ad ascoltare la voce delle vittime, nessun fronte comune è stato creato, da parte dei governi dei Paesi democratici, per indire sanzioni contro gli aggressori o per fornire armi agli aggrediti. Né l’opinione pubblica ha percepito sia pure una lontana eco dei drammi umani che si stavano consumando e che continuano ogni giorno a svolgersi sotto i nostri occhi indifferenti.

La sola reazione del mondo occidentale, dell’Europa in particolare, è stato l’allarme per l’arrivo dei profughi di queste guerre, considerati un peso insostenibile per la nostra economia e una minaccia per la nostra civiltà, tanto da essere paragonati a barbari invasori da fermare alle frontiere con tutti i mezzi. Ancora una volta non può non sorprendere la diversità di atteggiamento verso i profughi ucraini, che gli stessi personaggi politici impegnati in prima linea da anni nella chiusura ai migranti, hanno accolto a braccia aperte e definito «veri profughi», contrapponendoli a quelli «falsi» provenienti da tutte le altre guerre. E qui si trattava di più di cinque milioni di persone, e non di alcune decine di migliaia!

Sono dati che forse dovrebbero farci riflettere sul peso che hanno i mezzi di comunicazione nella nostra percezione della realtà. In questo senso, sicuramente ha avuto un peso determinante nel coinvolgimento del mondo occidentale la spettacolarizzazione del conflitto ad opera del presidente ucraino Zelens’kyi, che ha fatto il giro dei parlamenti dei Paesi democratici per sostenere la sua causa.

Una svolta epocale

Ma l’immagine non è solo una proiezione esterna alla realtà: essa contribuisce a costituirla. Così, proprio a causa della risonanza politica e mediatica che sta avendo, questa guerra è effettivamente diversa dalle altre. Al punto che si può con fondamento affermare che essa, a differenza di tutte le altre scoppiate dopo 1945, ha ormai assunto i connotati di un conflitto mondiale.

In esso ha un ruolo decisivo il rilancio della Nato. L’incontro di Bruxelles del 24 marzo, guidato da Biden, segna una svolta per gli equilibri in Europa. La Nato, originariamente una alleanza militare con la finalità di far fronte all’Unione Sovietica – e perciò ritenuta da molti ormai superflua dopo la fine di quest’ultima (nel 2017 Donald Trump la definì ormai «inutile») alla luce dei nuovi sviluppi collegati alla crisi ucraina «diventa improvvisamente il modello di una nuova costruzione occidentale» (Giuseppe Sarcina, «Corriere della Sera» online del 24 marzo).

Si tratta, come dice il titolo dell’articolo di Sarcina, di «una svolta epocale», di cui sembra perfettamente consapevole il presidente degli Stati Uniti, Biden, il quale, già durante il viaggio verso l’Europa, aveva detto: «Ci sarà un nuovo ordine mondiale là fuori, e dobbiamo guidarlo. E dobbiamo unire il resto del mondo libero nel farlo».

E in effetti, al successivo vertice della Nato, tenuto alla fine di aprile in Germania, a Ramstein (significativamente una base militare americana), sono stati invitati 14 paesi che non sono membri della Nato. Oltre a Ucraina, Svezia e Finlandia, l’invito è stato esteso ai partner del pacifico – Giappone, Corea del Sud, Australia – , a Israele e ad alcuni paesi africani come il Kenya e la Tunisia. Una conseguenza immediata di questo rilancio dell’Alleanza atlantica – legata al suo carattere militare – è il potenziamento della spesa che i Paesi membri dovranno destinare agli armamenti. Si era già da tempo in quest’ordine di idee, ma ora la corsa a rafforzare i rispettivi eserciti è diventata molto più stringente.

Ma non è questa la novità più decisiva per il futuro. Le dimensioni planetarie assunte dal conflitto in Ucraina sembrano destinate a spaccare il mondo in un modo paragonabile solo alla guerra fredda. Da una parte la Nato, dall’altra non solo la Russia, ma Paesi come la Cina, l’India, l’Iran, il Brasile, molti Stati africani…

La globalizzazione tra luci e ombre

La contrapposizione distrugge l’unità del pianeta non solo a livello politico, ma anche a quello economico. Le sanzioni stanno scatenando un effetto a catena della cui portata si sta cominciando a rendersi conto. Dall’inizio di questo secolo, sotto l’egida della World Trade Organization (WTO), l’organizzazione mondiale del commercio, il mondo ha conosciuto una crescente interdipendenza tra le economie dei diversi Paesi continenti, senza barriere divisorie.

Ciò ha comportato indubbi vantaggi, di cui forse è superfluo parlare, perché sono sotto gli occhi di tutti, ma anche dei problemi, a cui spesso l’opinione pubblica ha fatto meno caso. Il più evidente, di cui si parla molto in questi giorni a proposito delle fonti energetiche, è la dipendenza che si è creata verso altri Paesi. Proprio perché la globalizzazione metteva in seconda linea le divisioni politiche ed esaltava i vantaggi economici della interdipendenza, essa ha creato situazioni paradossali – come quella del condizionamento di Germania e Italia dalla Russia per le forniture di gas – , che nel secolo scorso erano impensabili.

Ma ci sono altre ombre non meno rilevanti. Si pensi al fenomeno della de-localizzazione delle aziende, che ha permesso ai produttori dei Paesi più evoluti economicamente di trasferire le loro catene produttive in quelli più poveri, approfittando così della minore tutela che essi garantivano ai lavoratori, in termini di salari e di diritti e, conseguentemente, dei minori costi. Da qui profitti alti e prezzi sul mercato relativamente bassi.

Un fenomeno che, come contraccolpo, ha avuto l’indebolimento della forza contrattuale della classe operaia negli stessi Paesi ricchi e il contenimento dei salari. La concorrenza di mano d’opera a bassissimo costo ha avvantaggiato i produttori, ma svantaggiato i lavoratori e reso molto meno efficaci le rivendicazioni dei sindacati. Per non parlare del trasferimento di produzioni e di materiali inquinanti che i Paesi del primo mondo hanno potuto effettuare al di fuori dei propri confini, scaricandone gli svantaggi su quelli del terzo mondo e godendone così i vantaggi senza pagarne il prezzo.

 Cosa sta succedendo

Come ha osservato Federico Rampini sul «Corriere della Sera» del 29 aprile scorso, tutto questo quadro, con le sue luci e le sue ombre, oggi è in crisi. All’ultimo vertice del G20, gli alleati occidentali hanno disertato l’intervento del rappresentante russo. E la distanza tra la Nato e i suoi rivali politici sta già avendo gravissime conseguenze sui loro rapporti economici.

In conseguenza di ciò, tutti cercano di recuperare una relativa autosufficienza, per quanto possibile. Ciò significa anche che molte produzioni dovranno essere riportate nei confini dei rispettivi Paesi di appartenenza, o almeno in quelle di fedeli alleati. Ma questo ridarà forza alle richieste degli operai e ai loro sindacati. Con l’evidente valenza positiva di tutto ciò, ma anche con la creazione di nuovi scenari problematici a cui fare fronte.

Osserva Rampini: «Come negli anni Settanta — quando ancora l’Occidente produceva in casa buona parte dei beni industriali — rischia di ripartire una spirale prezzi-salari-profitti, alimentata da un’implicita lotta fra capitale e lavoro sulla ripartizione del reddito nazionale». Un maggiore ruolo in questo processo di ridefinizione delle rispettive economie lo avranno sicuramente gli Stati. Nel recente passato scavalcati dalla

globalizzazione, essi ora – in un mondo in cui le alleanze politiche e militari tornano ad essere decisive, sostituendo o almeno condizionando le interdipendenze economiche – sembrano destinati a riconquistare un potere determinante.

Lo stanno già avendo nella imposizione delle sanzioni e nel far fronte alle loro conseguenze. Insomma, la guerra in Ucraina, al di là delle sue proporzioni geografiche, politiche e militari di “conflitto locale”, si sta rivelando una “guerra mondiale” per le sue conseguenze. Anche quando sarà finita, il mondo non sarà più quello di prima.

A noi non è dato influire direttamente sul corso di questi eventi. Ma possiamo almeno tutelare la nostra dignità di esseri pensanti cercando di capire cosa sta succedendo. Perché – dobbiamo rendercene conto – sta succedendo a tutti noi, e non solo agli ucraini e ai russi. Di questo è giusto essere consapevoli.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu



venerdì 11 marzo 2022

BUONI, BELLI, GLOBALIZZATI

La pace è uno stile

 che sorge dal cuore


Non è più il tempo di una fede acritica nel progresso. Ce lo dice la guerra, lo hanno detto gli ultimi due secoli e questi primi decenni di millennio lo confermano: affinché il mondo che verrà sia davvero auspicabile è necessario, insieme, l’evolvere nel bene dell’uomo interiore Riflessione sul filo della Quaresima.  Il nostro incedere verso un futuro migliore, in cui essere “buoni, belli e globalizzati”, impatta sui drammi che la natura e la storia di volta in volta ripropongono uguali

«La polvere, il sangue, le mosche, l’odore / per strada e fra i campi la gente che muore / e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è / e tu, tu la chiami guerra e non ti chiedi perché» (F. De André, “Terzo intermezzo”, dall’album Tutti morimmo a stento, 1968). Abbiamo iniziato la santa Quaresima (mercoledì 2 marzo nel rito romano, domenica 6 in quello ambrosiano) col suggestivo rito delle ceneri. A ciascuno di noi, mentre il celebrante ci cospargeva il capo di cenere, veniva ricordato: Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris, «Ricordati uomo che sei polvere e in polvere ritornerai». La cenere del culto si è posta come segno di fronte alla polvere e alla cenere che le immagini televisive hanno proiettato sui nostri schermi nei reportage dall’Ucraina. Case distrutte, famiglie lacerate e divise, persone massacrate, la chiamiamo guerra e non ci chiediamo perché e vorremmo non conoscerla né sperimentarla.

Non ancora abbiamo dimenticato la fila di camion militari coi morti a causa del Covid e le numerose persone che ci hanno lasciato per la pandemia. Essa, come la guerra, rivolge il suo monito a noi mortali, ricordandoci il nostro essere polvere e cenere. Abbiamo fatto di tutto per uscirne: l’impegno degli addetti alla sanità, la febbrile e feconda attività di ricerca, la scelta di accettare il vaccino onde arginare l’ondata di dolore e di morte e cercare di sconfiggerla. Ma, proprio mentre cominciavamo a tirare un sospiro di sollievo, ecco di nuovo lo stesso monito da una catastrofe che non è naturale, ma decisa e perseguita dalla volontà umana. Come ha detto papa Francesco nell’Angelus della I domenica di Quaresima: non chiamiamola con l’eufemismo «operazione militare», si chiama «guerra», con tutto il tragico che tale parola significa e racchiude. Alla pietas dei camion militari del bergamasco è subentrata la violenza dei cingolati e dei meccanismi di morte nei cieli e per le strade dell’Ucraina.

L’immane potenza del negativo

Di fronte all’irrompere di quella che G. F. W. Hegel chiamava l’«immane potenza del negativo» non abbiamo a che fare soltanto con la condizione umana e la sua caducità, ma con lo stesso essere dell’uomo, che si scopre fragile, mortale, finito, ma in questa autocoscienza della morte sta anche la sua grandezza. Miseria e nobiltà: «un tutto davanti al nulla, un nulla di fronte al tutto» (Blaise Pascal). Questa «corda tesa fra l’angelo e la bestia» (ancora Pascal), con tutta la sua paradossale esistenza, l’uomo, è chiamata alla lotta, al conflitto, alla guerra, ma contro la bestia che è in lui stesso e che lo spinge a compiere azioni efferate e violente verso gli altri. Uno dei sensi del percorso quaresimale risiede proprio nella lotta contro il peccato che alberga in noi, onde sconfiggere le bestie che tendiamo a essere.

Ma di più, insieme alla coscienza della nostra radicale infermità e mortalità, dovremmo imparare da questi veri e propri “segni dei tempi” a relativizzare il mito dei tempi moderni: l’idea di progresso, alla luce dell’insegnamento della dialettica dell’Illuminismo, di un acuto pensatore come Gennaro Sasso ( Tramonto di un mito. L’idea di “progresso” fra Ottocento e Novecento, il Mulino, Bologna 1984) e di papa Benedetto XVI, nell’enciclica Spe Salvi (2007): «Già nel XIX secolo - scriveva il Papa - esisteva una critica alla fede nel progresso. Nel XX secolo, Theodor W. Adorno ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba. Ora, questo è, di fatto, un lato del progresso che non si deve mascherare.

L’ambiguità del progresso

Detto altrimenti: si rende evidente l’ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male, possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male. Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore (cf Ef 3,16; 2Cor 4,16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo» (corsivo mio). Le vicende umane non seguono un andamento lineare per il quale il futuro è sempre necessariamente migliore del presente e del passato: così pensava l’uomo moderno, nel suo incedere «col bel ramo di palma in mano», secondo i primi versi del poema di F. Schiller Die Künster, ai quali Franz Rosenzweig, nella sua Urzelle opponeva proprio la figura dell’«io polvere e cenere», che si erge dai relitti del mondo moderno, rivendicando la propria radicale «unicità». A sorprendere il pensatore ebreo non è tanto il fatto che quest’uomo post-moderno faccia ancora filosofia, ma che egli sia ancora qui e ora, urlando la propria paura di fronte alla sofferenza e alla morte: Individuum ineffabile triumphans. E questo perché, parafrasando John Donne, ogni morte di uomo ci diminuisce, in quanto partecipiamo dell’umanità e la campana a morto suona sempre per ciascuno di noi.

Un futuro migliore

Il nostro incedere verso un futuro migliore, nel quale avremmo dovuto essere tutti “buoni, belli e globalizzati”, laddove negli anni ‘60 desideravamo essere tutti “buoni, belli e comuni-sti”, viene bruscamente interrotto dalle tragedie che la natura e la storia di volta in volta ripropongono. Trovare il coraggio di uscirne e superarle spetta alla nostra capacità di conoscenza e al nostro orientamento al bene: scienza ed etica, prospettive alle quali la fede in particolare cristiana deve guidarci. Perché non imparare la lezione della pandemia, che abbiamo affrontato e contrastato con la nostra preghiera, la nostra solidarietà, il nostro impegno nella ricerca e nel servizio verso i più fragili e non porre immediatamente fine a questa assurda (il papa l’ha definita «folle») guerra? No! La guerra non è, come voleva Hegel, l’«astuzia della ragione», ma la sua pazzia e se di astuzia si tratta, è quella del serpente che da sempre rema contro l’alleanza fra Dio e l’umanità e fra noi dividendoci diabolicamente gli uni dagli altri.

Ci è stato anche detto che la pace nasce dentro ciascuno di noi. Certamente la denuncia delle ingiustizie (e le guerre sono sempre e comunque ingiuste) deve essere perseguita profeticamente e in Russia molti lo hanno fatto e lo stanno facendo anche a costo della loro libertà, ma essa va accompagnata dalla fatica quaresimale del lavoro su noi stessi e dalla vigilanza anche sul nostro linguaggio e sul nostro stile, che sia da “operatori di pace”, ossia secondo il Vangelo.

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