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mercoledì 17 dicembre 2025

PRESEPE A SCUOLA ?

 

PRESEPE

 E CROCIFISSO 

NON OFENDONO NESSUNO



Caro Aldo,

i segni cristiani stanno scomparendo ovunque. Non vi è più un crocifisso nelle scuole, negli uffici pubblici (raramente) se ne intravede qualcuno caso mai nascosto da un quadro o calendario. Nei tempi forti del nostro Cristianesimo (Avvento Natale-Quaresima Pasqua) per non urtare la sensibilità di altre religioni non si può più fare il presepe nelle scuole, guai a proporlo. Non si dice più calendario dell’Avvento ma calendario natalizio. Noi cristiani dobbiamo adeguarci alle sensibilità altrui, quindi dobbiamo togliere ciò che identifica il nostro credo. Niente segni cristiani. Lei che ne pensa di tutto questo?

Luca Barretta

 

Risponde Aldo Cazzullo

Caro Luca,

Le dico la verità: sono affezionato ai simboli cristiani, anche nei luoghi pubblici. So che in Francia ad esempio non è così, fin dall’Ottocento una legge impone la laicità anche negli aspetti simbolici. E sicuramente la laicità dello Stato è un valore importante, a maggior ragione adesso che la popolazione italiana e in genere europea non è più certo rappresentata esclusivamente da cattolici: avanzano altre fedi, soprattutto avanza la secolarizzazione.

Tuttavia, ripeto, sarò di parte, ma non capisco che cosa possa esserci di offensivo in un uomo crocifisso: non un persecutore ma un perseguitato, non un carnefice ma una vittima. È vero che in nome della croce si sono commessi orribili delitti, ma non è certo colpa di Gesù, una figura luminosa, di grande interesse anche per le altre religioni. Ricordiamoci sempre che Gesù era ebreo, anche se per gli ebrei è un falso Messia, e che la sua figura è molto importante per l’Islam. Ci sono punti impressionanti di contatto tra la storia di Gesù e quella di Buddha, e se è per questo anche con quella di San Francesco.

È proprio Francesco a inventare il presepe. Il bue e l’asinello nei Vangeli approvati dalla Chiesa non ci sono; li inventa lui, perché ama talmente tanto gli animali che vuole che anche loro abbiano una parte nel presepe, nella rappresentazione della nascita di Gesù.

Il presepe nasce a Greccio nel 1223, in un contesto che più umile non si potrebbe, tra pastori veri che recitano in qualche modo se stessi, che partecipano alla grande speranza della nascita del Salvatore. Davvero non capisco cosa ci possa essere di offensivo in tutto questo. Dio è uno solo per i cristiani, per gli ebrei, per i musulmani. Personalmente avverto il grande fascino dell’ebraismo e dell’Islam, e credo che il dialogo tra le culture e le fedi sia proficuo; noi cristiani possiamo e dobbiamo affrontarlo consapevoli di noi stessi, dei nostri principi, dei nostri valori. Compresa la fede, per chi ha il dono di averla. Per secoli i diritti umani e la storia della Chiesa hanno seguito percorsi divergenti.

Ma ormai è nata una civiltà umanista e cristiana, che tiene insieme il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna e il valore di ogni persona, che è al centro del mondo e della storia. Non a caso si parla di personalismo cristiano. Senza il cristianesimo non si capisce l’Europa, e certo non si capisce l’Italia.

 

Corriere della Sera

venerdì 20 dicembre 2024

ALBERO o PRESEPE ?



* Lo storico del cristianesimo Cassese ripercorre la felice convergenza nella tradizione tra le statuine di origine mediterranea e le fronde decorate di ascendenza nordeuropea. 




-di Michele Cassese 

 Anche stavolta, con il ritorno del Natale, assistiamo alle solite diatribe sul presepe. Viene spontaneo pensarle come parte anch’esse, ormai, delle tradizioni natalizie. Allestirlo o no, nelle scuole che vedono ormai una buona parte degli alunni avere un’appartenenza religiosa non cristiana, o non averla affatto? Fare il presepe per obbligo di legge, come aveva proposto una senatrice, e sanzionare i dirigenti scolastici inadempienti? O delegare la scelta all’autonomia decisionale dei singoli istituti scolastici, sancita dalle norme italiane? È in gioco la cultura italiana o la laicità dello Stato? E, in una prospettiva più ampia, la formazione degli studenti include o esclude la dimensione religiosa? 

Proviamo a tornare sull’argomento come parte di una discussione seria e importante. Il problema, a mio parere, non va affrontato secondo un’ottica di obbligo o divieto, ma va inquadrato nell’orizzonte socio-antropologico in cui collochiamo l’espressione religiosa nella scuola. Non è banale chiedersi che valore abbia fare il presepe, o festeggiare pubblicamente la Pasqua, la fine del Ramadan, la ricorrenza del Purim o il capodanno cinese. Si avverte oggi una sensibilità nuova nell’esprimere sé stessi e nel comunicare, per cui gesti e segni acquistano per chi li compie un’importanza assai rilevante. L’uso del tricolore nei cortei o sui palazzi pubblici, la bandiera della pace sul balcone, ma anche fare un gesto di saluto o scrivere su un pezzo di carta i propri desideri sono indice del «bisogno di esprimere le cose importanti con azioni fondate sui segni e la speranza che in queste azioni la realtà cambi» (F.-J.Nocke). Quali “cose importanti” e quali speranze di cambiamento, è necessario chiedersi, sono espresse dal presepe? Ne siamo consapevoli? 

 Va ricordato che la cultura, nel suo pieno significato antropologico, comprende in sé intrinsecamente anche l’aspetto religioso, come ci hanno insegnato i nostri padri greco-latini. Religione difatti è un “rispetto rigoroso” di ciò che è tramandato dall’antico (Cicerone), un legame tra un me e un tu, una relazione con le realtà meta-fisiche o nascoste, ma anche con quelle umane, terrestri (Lattanzio). Essa è dunque espressione di un rapporto con altre realtà, avvertito come esigenza personale e sociale. 

Vorrei ricordare qui la testimonianza resa dal presidente Sandro Pertini nel 1981 a un gruppo di giovani a Selva di Val Gardena. In quell’occasione dichiarava apertamente che, pur non avendo un’appartenenza religiosa, era fiero della sua fede politica e sociale, fatta di valori per i quali aveva lottato. Perciò li invitava ad avere una propria fede, di qualsiasi segno o espressione, religiosa o meno, su cui fondare l’esistenza e per cui spendere la vita. Una tale fede va espressa anche pubblicamente come propria identità e appartenenza, e va condivisa con i concittadini, pur senza imporla, nel modo più opportuno. Laicità non è laicismo, non significa assenza di espressione religiosa, né agnosticismo, o eliminazione dal contesto pubblico della propria identità, ma possibilità di esternare sé stessi, i propri punti di riferimento, ed è di conseguenza accoglimento, da parte della società, di ogni specificità. 

 Tale visione plurale è sostenuta dalla nostra Costituzione (Art.8), che attesta la libertà di organizzazione e manifestazione per le confessioni religiose diverse da quella cattolica. È un principio importante nella realtà multiculturale e multireligiosa italiana e di altri Paesi europei, in cui si è fatta oggi più rilevante la presenza di donne e uomini, provenienti da altre culture religiose, che vivono l’esigenza di esprimersi pienamente, sia pur in integrazione e sintonia «con l’ordinamento giuridico italiano» e «le norme del diritto internazionale generalmente riconosciute» (Art. 10). 

Questa libertà di manifestazione religiosa dovrebbe estendersi anche all’ambiente scolastico, lasciandone agli organi della scuola l’organizzazione, in una programmazione il più inclusiva possibile. 

 Quindi non limitiamoci a promuovere nella scuola la libertà per la parte cattolica di allestire il presepe e l’albero di Natale. Osserviamo come l’albero, pur presente fin dai primi secoli del cristianesimo, è stato valorizzato soprattutto dal Nord Europa, e particolarmente dalla tradizione protestante. Ciò non ci ha impedito negli ultimi due secoli di cooptarlo con spontaneità nella nostra cultura del Sud dell’Europa, più legata alla tradizione cattolica. Ciò permette la coesistenza – anche in molte nostre chiese – dell’albero natalizio, simbolo di Cristo Luce del mondo, e del presepe, espressione scenica della venuta di Cristo come Salvatore, proposta 9 secoli fa da Francesco d’Assisi e fatta propria da tutto il mondo cattolico. Due sensibilità religiose cristiane diverse si manifestano insieme a Natale, due segni, propri di diverse culture, possono essere affidati a ogni nuova generazione come veicoli di ‘cose importanti’ e di speranza. 

 Come i cristiani festeggiano le loro ricorrenze religiose, così anche gli altri scolari e studenti dovrebbero poter fare memoria e celebrare una festa della loro tradizione religiosa. Ciò permetterebbe di far conoscere ai propri compagni ciò che è “importante” nella loro cultura, e quali sono le loro speranze. Chi professa la fede ebraica potrebbe proporre una delle sue grandi feste, come la Pasqua, il Capodanno o il giorno dell’espiazione (Purim). Gli islamici potrebbero festeggiare il “Piccolo o Grande Bayram”, la “festa della fine del digiuno”, o quella della nascita di Maometto; gli induisti la festa “Makar Sankranti” o “Pongal”, i buddisti la festa della nascita o dell’illuminazione di Budda, i cinesi il loro Capodanno; per gli africani sarebbe interessante trovare una forma per festeggiare l’“Essere Supremo” o gli antenati defunti. Certamente le modalità vanno studiate e preparate, in una programmazione a lungo termine, accurata e partecipata. Niente sarebbe più dannoso che un affastellarsi di feste, in cui il folklore prevalesse sulla trasmissione di significati. 

 Si potrebbe così contribuire in modo rilevante alla formazione umana e “culturale” degli studenti. I ragazzi sperimenterebbero la libertà di manifestazione della sensibilità e identità religiosa apprese nelle famiglie d’origine; e diverrebbe possibile conoscere in modo esperienziale la cultura altrui e il valore della diversità, che non è annullamento delle singole identità culturali e religiose, quanto educazione al rispetto, arricchimento reciproco e soprattutto ampliamento di orizzonti culturali: tutti compiti specifici della scuola. 

 Per i cristiani protestanti e cattolici, infine, sarebbe una messa in atto di quel dialogo interreligioso a cui essi fortemente si rifanno; mentre per i cattolici in particolare sarebbe un esercizio di fedeltà all’insegnamento del Concilio Vaticano II (cfr. Nostra Aetate) e alle indicazioni spirituali e pastorali di papa Francesco (cfr. Fratelli tutti, n. 271). 

 Fonte: Avvenire 

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sabato 23 dicembre 2023

NON C'E' POSTO PER GESU'

 UN PRESEPE CHE ... DISTURBA

e una laicità che desertifica




- di Giuseppe Savagnone*

 

Dibattito sul presepe

Sta facendo discutere una proposta di legge – presentata al Senato, l’11 dicembre scorso, da una parlamentare di FdI, Lavinia Mennuni – che “vieta di vietare”, nelle scuole pubbliche, l’allestimento del presepe, così come ogni altra esibizione di «simboli religiosi, storici e culturali, i quali sono espressione valoriale della tradizione identitaria del popolo italiano».

 Per quei dirigenti o quei collegi di docenti che ostacolassero simili iniziative scatterà, qualora il DDL venisse approvato, «un procedimento disciplinare secondo le norme».

 Va subito precisato che il testo non rende il presepe «obbligatorio», come impropriamente hanno denunciato alcuni quotidiani (lo stravolgimento dell’informazione evidentemente non è una prerogativa solo dei giornali di destra…), ma esclude solo che se ne vieti la realizzazione, là dove essa venga richiesta da genitori o studenti.

 Resta l’inopportunità di un intervento che, oltre a violare palesemente il principio dell’autonomia dei singoli istituti, pretende di tutelare una identità culturale blindandola con sanzioni giuridiche. «Bisogna certamente tener presenti le tradizioni del Paese, ma imporle per legge è fuori luogo» ha commentato sobriamente Antonello Giannelli, presidente nazionale dell’Associazione presidi (Anp).

 Altri hanno discusso la proposta della senatrice di FdI entrando nel merito, con una presa di posizione che sembra riguardare non solo la proposta della senatrice, ma anche la legittimità della presenza del presepe nelle scuole pubbliche. Come Gianna Fracassi, segretaria Cgil scuola: «Tutti si devono ricordare che viviamo in un Paese laico, la scuola è laica».

 Perché, al di là della goffaggine del rimedio proposto, il problema esiste davvero e anche quest’anno, in qualche istituto si ripropone. Motivazione ricorrente: rispetto nei confronti degli studenti non cristiani. Ma il problema riguarda, a monte, il Natale.

 È dello scorso ottobre la proposta dell’Istituto universitario europeo di Fiesole di sostituire la denominazione tradizionale di questa ricorrenza con quella di «Festa d’Inverno», sempre con l’obiettivo di evitare ogni esclusione e discriminazione.

 E già nell’ottobre 2021, in un documento interno – poi ritirato – della Commissione europea, intitolato «Linee guida per la comunicazione inclusiva», si consigliava di evitare la parola «Natale», sostituendola con quella, più neutra, «vacanze».

 Il problema della laicità (e del modo di intendere la fede)

Qualche considerazione. La prima riguarda il rapporto tra segni religiosi e laicità della scuola. Principio di per sé inoppugnabile, ma che può essere interpretato in diversi modi.

 La logica a cui sembra ispirarsi la segretaria della Cgil scuola è quella della cosiddetta “laicità alla francese”, che nega l’uso del velo – anche là il problema è nato nelle scuole – e che per legge confina la sfera religiosa nell’intimo delle coscienze, escludendone le manifestazioni esteriori. Nella convinzione di realizzare, così, una perfetta imparzialità dello Stato e di garantire a tutti la stessa partecipazione alla cittadinanza.

 Ma veramente rispettare le persone significa costringerle a rinunziare alla piena esplicazione della propria fede? Le religioni non sono solo esperienze spirituali intime, ma pretendono di plasmare integralmente la vita di coloro che le professano. E dietro la “neutralità” di questa laicità c’è una precisa ideologia, che nega loro questo diritto in nome della pretesa dello Stato di essere l’unico protagonista della vita pubblica.

 Ma gli esseri umani vanno rispettati e riconosciuti non solo nella loro vita interiore, bensì in tutta la ricchezza della loro esperienza, per cui appartengono a concrete comunità e ne condividono le pratiche, le tradizioni, i costumi. Considerare lo spazio pubblico come un territorio neutro, da cui escludere le identità culturali e religiose presenti in una società, significa in realtà destinarlo ad essere non «di tutti», ma di nessuno

 Tradizione cristiana del popolo italiano e musulmani

Questo vale a maggior ragione quando è in gioco la tradizione culturale e religiosa di un popolo. Un paese non può e non deve, per un malinteso rispetto nei confronti degli altri, abdicare alla propria identità culturale e spirituale.

 L’Italia non può diventare un contenitore vuoto, tanto più che la maggior parte di coloro chiedono di essere accolti hanno invece una forte identità religiosa. Sarebbe un suicidio che non gioverebbe neppure al dialogo, perché per dialogare bisogna essere innanzi tutto se stessi.

 In realtà appare fondato il sospetto che la sempre più diffusa rinunzia alla nostra tradizione non derivi tanto dal rispetto verso gli altri, quanto da uno svuotamento interiore della nostra società, la cui sola religione, ormai, è il consumismo, con i suoi onnipresenti simboli pubblicitari (la cui pervasività nessuno contesta).

 Peraltro, che le resistenze nei confronti del presepe abbiano poco a che fare col rispetto verso i credenti di altre religioni lo dimostra il fatto che i musulmani – i quali ne rappresentano di gran lunga la percentuale maggioritaria – in realtà non possono minimamente sentirsi offesi dalla nostra celebrazione del Natale, perché condividono con i cristiani la fede nel mistero della nascita verginale di Gesù.

 Nel Corano la sola Sura dedicata a una donna lo è a Maria e vi viene narrata la scena dell’annunciazione e del concepimento del Signore (sia pure come profeta e non come Figlio di Dio). Sono gli europei, non i musulmani, a non crederci più.

 Il migrante è Gesù

Colpisce, poi, che a ergersi a difesa del presepe e del Natale sia, in Italia, un partito della destra al governo. Non è una novità, peraltro. Salvini si è più volte presentato ai comizi con il vangelo o il rosario in mano, per rivendicare la sua missione di tutore dei valori cristiani.

 Il punto è che l’ispirazione evangelica di una linea politica va misurata non sulla ostentazione di simboli esteriori, bensì sui suoi contenuti. Ora, quella dei partiti al governo su un problema fondamentale – quello dell’accoglienza degli stranieri – non è compatibile con lo spirito del messaggio di fraternità universale di Gesù. Come in pochi altri casi, su questo punto non si tratta di interpretazioni, ma della lettera stessa dei vangeli.

 In quello di Matteo, al ca.25 (34-40 e 43-46), parlando del giudizio finale, Cristo dice ad alcuni: «“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.

 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato (…)”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato (…)”? Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

 Agli altri, che chiama «maledetti», dice fra l’altro: «Ero forestiero e non mi avete ospitato». «Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero (…) e non ti abbiamo assistito?”. Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”».

 L’attacco dei giornali di destra alla Chiesa

Una riprova di questa radicale divergenza è la recente campagna diffamatoria condotta dai giornali di destra nei confronti di quei vescovi che, nello spirito della loro missione, hanno dato dei contributi economici all’attività della Ong Mediterranea di Luca Casarini. La quale però non ha potuto mai esibire alcun minimo elemento di illegalità, al di fuori dell’accusa – da provare – di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina».

 In realtà questo furioso attacco alla Chiesa mira a screditarla agli occhi dei fedeli, gettando dei dubbi sulla destinazione delle loro offerte. L’obiettivo evidente è di costringerla a mutare la propria linea nei confronti dei migranti, che è in aperto contrasto con quella, ostile e difensiva, a cui il nostro governo ispira, da quando è in carica, la sua politica.

Da qui le leggi volte ad ostacolare l’attività di soccorso delle navi delle Ong e scoraggiare così le partenze, lasciando annegare i naufraghi. Da qui gli accordi con governi non democratici per trattenere i migranti in campi di concentramento sulle coste dell’Africa. Da qui il progetto di spedire quelli che arrivano in un campo di detenzione in Albania.

 La Chiesa, però, non si è lasciata intimidire. La CEI ha risposto dando la sua incondizionata solidarietà ai vescovi attaccati e rivendicando la piena correttezza della loro scelta di sostenere economicamente l’attività di salvataggio dei naufraghi nel mediterraneo. Ha inoltre bollato come «strumentale e improprio» l’uso che gli organi di informazione della destra hanno fatto delle chat relative alla vicenda, con uno stile giornalistico che, hanno sottolineato, «merita sdegno e disappunto».

 Ma soprattutto papa Francesco, qualche giorno fa, durante una udienza generale in Sala Nervi , ha voluto esprimere con chiarezza il suo punto di vista: «Saluto anche il gruppo di “Mediterranea Saving Humans”, che è qui presente, e che va in mare a salvare i poveretti che fuggono dalla schiavitù dell’Africa. Fanno un bel lavoro questi: salvano tanta gente, tanta gente».

 La solitudine del bambino Gesù

Prese di posizione pubbliche, fatte da rappresentanti autorevoli della comunità ecclesiale, certo non compatibili con il concetto di laicità che vorrebbe relegare la fede nella sfera interiore e privata, senza alcuna ricaduta nella vita sociale e politica. Ma questo – almeno secondo i vescovi italiani e Bergoglio – non è il cristianesimo.

 Non meno radicale, anche se di segno opposto, l’equivoco di quanti invece pretendono di difendere i valori della tradizione cristiana. Forse la senatrice Mennuni, nel fare la sua proposta relativa al presepe, non aveva presente il passo di Matteo sull’accoglienza dei forestieri. Avrebbe scoperto che la linea del suo partito è in radicale contrasto con quella tradizione.

 Così, stretto fra una secolarizzazione che lo vuole espellere dalla vita pubblica e una strumentalizzazione che lo riduce a un mero “simbolo identitario”, svuotato del suo reale contenuto religioso, il presepe rischia davvero di perdere il suo significato. O forse può ancora averne uno, quello di estrema testimonianza che Dio viene percepito dagli uomini come uno straniero. E che, alla fine, il clandestino è Gesù.

 * Scrittore ed Editorialista.

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu

 

 

giovedì 21 dicembre 2023

UN DONO PREZIOSO E GRATUITO


In ogni Natale che celebriamo, Gesù, il Figlio di Dio incarnato, nasce per noi e viene a raggiungerci nel nostro quotidiano, per illuminarlo e dargli pienezza di senso. I presepi, che tanto apprezziamo, rappresentano la nascita del Salvatore proprio così: Gesù nasce nei dintorni di una piccola città, nella quotidianità della gente, condividendo ristrettezze, emarginazioni e difficoltà.

 Solo uno sguardo attento e senza pregiudizi avrebbe potuto riconoscere il Salvatore nel bambino della grotta di Betlemme. Questo è stato lo sguardo di Maria e di Giuseppe e poi quello dei pastori e dei magi. A noi spetta prolungare questo sguardo, riconoscendo e accogliendo il Figlio di Dio incarnato e offrendogli un posto al centro della nostra vita. Ossia, «spalancando le porte» proprio a Colui al quale le porte sono state chiuse quando stava per venire al mondo!

 Affacciamoci, quindi, alla grotta di Betlemme. Rivolgiamo il nostro sguardo silenzioso al bambino deposto nella mangiatoia; e adoriamo con spirito devoto il Figlio di Dio che si fa nostro fratello e che, da Figlio unico, condivide con noi il Padre. È questo il dono prezioso e gratuito da accogliere e da celebrare a Natale.

 Gesù viene per tutti. Non c’è nessuna realtà umana in cui Lui non voglia essere presente, per redimerla, per trasformarla, per portarla al Padre, per renderla più umana e più divina tramite l’azione del Suo Spirito. La realtà del presepe è la prova evidente di questa unione stretta fra umanità e divinità. Un’unione che ci attrae, che ci rallegra e che ci porta all’incontro con gli altri. Il Natale è una celebrazione di accoglienza, non di esclusione; un tempo di cura e di attenzione, non di indifferenza e di emarginazione; un invito alla crescita, non alla rassegnazione. È Dio stesso, fatto uno di noi, che include e abbraccia tutti senza eccezione.

 Questi pensieri sembrano contrastare, in modo evidente, con ciò che vediamo attorno a noi e che ogni giorno ci viene riferito in diretta dai media. Va ribadito, allora, che lo sguardo verso il presepe non ci allontana dalla realtà che ci circonda. In essa vediamo guerre, disuguaglianze, sfruttamenti, attentati alla vita innocente, femminicidi, emarginazioni, malattie, sfregi alla creazione, lutti… Nel presepe, come sulla Croce, in un modo ugualmente reale, Gesù si identifica e si rende presente in tutte le situazioni umane di sofferenza, per consolare e per redimere.

Quest’anno, in modo particolare, osiamo portare e celebrare il Natale negli sterminati campi di battaglia dove, ogni giorno, l’umanità è sconfitta. Chiediamo il miracolo di vedere, al di là delle trincee e dei fili spinati, dei fratelli e delle sorelle, uomini e donne, anziani e bambini amati dal Signore. Allora potranno nascere e crescere desideri di pace e di riconciliazione e, al posto della violenza delle bombe, potranno moltiplicarsi opere di giustizia e di carità.

 È tempo, quindi, in questo Natale, di ricordare l’essenziale, e l’essenziale è la certezza che il Figlio di Dio è venuto e continua a venire in mezzo a noi. L’essenziale è sentire la vicinanza di un Dio che vuole farci compagnia. Sosteniamoci a vicenda con creatività e affetto, immaginando modi di renderci presenti ai nostri fratelli, soprattutto a quelli che sono più soli. E che la vicinanza di Gesù bambino rafforzi in noi la speranza: la speranza che proprio in questo tempo siamo chiamati a vivere e a testimoniare.

Che la luce di Betlemme illumini e guidi tutti!

 Civiltà Cattolica

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UN ASINO E UN BUE


Mentre Giuseppe e Maria erano in viaggio verso Betlemme, un angelo radunò tutti gli animali per scegliere i più adatti ad aiutare nella stalla la Santa Famiglia.

Per primo, naturalmente, si presentò il leone. “Solo un re è degno di servire il Re del mondo”, ruggì. “Io mi piazzerò all’entrata e sbranerò tutti quelli che tenteranno di avvicinarsi al Bambino!”. “Sei troppo violento” disse l’angelo.

Subito dopo si avvicinò la volpe. Con aria furba e innocente, insinuò: “Io sono l’animale più adatto. Per il figlio di Dio ruberò tutte le mattine il miele migliore e il latte più profumato. Porterò a Maria e Giuseppe tutti i giorni un bel pollo!” “Sei troppo disonesta”, disse l’angelo.

 Tronfio e splendente arrivò il pavone. Sciorinò la sua magnifica ruota color dell’iride: “Io trasformerò quella povera stalla in una reggia più bella del palazzo di Salomone!”. “Sei troppo vanitoso” disse l’angelo.

 Passarono, uno dopo l’altro, tanti animali; ciascuno magnificando il proprio dono. Invano.

 L’angelo non riusciva a trovarne uno che andasse bene. Vide, però, che l’asino e il bue continuavano a lavorare, con la testa bassa, nel campo di un contadino, nei pressi della grotta.

 L’angelo li chiamò: “E voi non avete niente da offrire?”. “Niente”, rispose l’asino e afflosciò mestamente le lunghe orecchie. “Noi non abbiamo imparato niente oltre all’umiltà e alla pazienza. Tutto il resto significa solo un supplemento di bastonate!”. Ma il bue, timidamente, senza alzare gli occhi, disse: “Però potremmo di tanto in tanto cacciare le mosche con le nostre code”.

 L’angelo finalmente sorrise: “Voi siete quelli giusti!”


 


giovedì 14 dicembre 2023

QUALE NATALE ?

 Ciò che chiamiamo speranza



-         di José Tolentino Mendonça*

 

A proposito del Natale, tutto questo patrimonio simbolico che è diventato cultura è stato, un giorno, culto.

Quella che oggi è un’esaltazione fiabesca tendenzialmente non ben identificata è stata narrazione evangelica ben esplicita; lo spazio oggi concesso a Babbo Natale era dato un tempo al presepio; gli auguri tradotti in una grammatica civile ebbero dapprima un’espressione teologica definita; il ruolo propulsivo oggi esercitato dal commercio già fu svolto, in modo esclusivo, dalla religione.

È impossibile non rilevare una riduzione, o una pretesa sostituzione. Nella misura in cui si secolarizzano, le società pretendono che la circolazione tra culto e cultura s’interrompa, come fosse cosa buona un’operazione di puro e semplice cancellamento delle origini.

Si fa urgente sottoporre a un dibattito critico questa maniera di pensare. Se la cultura cancella la memoria del culto, si devitalizza, azzera qualcosa di antropologicamente decisivo. La cultura necessita di alleanze per rafforzarsi come contenitore dell’esperienza umana. Il caso dei simboli è paradigmatico. L’ampiezza della loro risonanza dipende da un rapporto matriciale che persiste.

La cultura ha di che guadagnarci nel riconoscere il qualificato contributo umano offerto dal culto e nel mantenere una circolarità che ci aiuti tutti a plasmare cammini significativi verso quella che chiamiamo speranza.

 

*Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione

www.avvenire.it 

giovedì 30 novembre 2023

IL PRESEPE DI FRANCESCO

 Francesco racconta il presepe in un libro

Un volume della Piemme in coedizione con la Libreria Editrice Vaticana raccoglie una serie di testi, riflessioni, discorsi e omelie che il Papa ha dedicato alla rappresentazione della Natività. Di seguito il testo integrale dell’introduzione firmata dal Pontefice

 

 Due volte ho desiderato andare a visitare Greccio. La prima per conoscere il luogo dove san Francesco d’Assisi ha inventato il presepe, qualcosa che ha segnato anche la mia infanzia: nella casa dei miei genitori a Buenos Aires non mancava mai questo segno del Natale, prima ancora dell’albero.

La seconda volta sono tornato volentieri in quella località, oggi in provincia di Rieti, per firmare la Lettera Apostolica Admirabile signum sul senso e il significato del presepe oggi. In entrambe le occasioni ho avvertito sprigionarsi una particolare emozione dalla grotta ove si ammira un affresco medievale che ritrae la notte di Betlemme e quella di Greccio, messe dall’artista come in parallelo.

L’emozione di quella vista mi spinge ad approfondire il mistero cristiano che ama nascondersi dentro ciò che è infinitamente piccolo. In effetti, l’incarnazione di Gesù Cristo resta il cuore della rivelazione di Dio, anche se si dimentica facilmente che il suo dispiegarsi è così discreto al punto da passare inosservato.

 La piccolezza, infatti, è la strada per incontrare Dio. In un epitaffio commemorativo di sant’Ignazio di Loyola troviamo scritto: «Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo, divinum est». È divino avere ideali che non siano limitati da niente di ciò che esiste, ma ideali che siano allo stesso tempo contenuti e vissuti nelle cose più piccole della vita. Insomma, non bisogna spaventarsi delle cose grandi, occorre andare avanti e tenere conto delle cose più piccole.

 Ecco la ragione per cui salvaguardare lo spirito del presepe diventa una salutare immersione nella presenza di Dio che si manifesta nelle piccole, talora banali e ripetitive, cose quotidiane. Saper rinunciare a ciò che seduce, ma porta su una brutta strada, per capire e scegliere le vie di Dio, è il compito che ci attende. A tal proposito, è un grande dono il discernimento, e non bisogna mai stancarsi di domandarlo nella preghiera. I pastori nel presepe sono quelli che accolgono la sorpresa di Dio e vivono con stupore l’incontro con Lui, adorandolo: nella piccolezza riconoscono il volto di Dio. Umanamente siamo tutti portati a ricercare la grandezza, ma è un dono saperla trovare davvero: saper trovare la grandezza in quella piccolezza che Dio tanto ama.

 Nel gennaio 2016 incontrai i giovani di Rieti proprio nell’oasi di Gesù Bambino, poco sopra il Santuario del presepe. A loro, e oggi a tutti, ricordai che nella notte di Natale due sono i segni che ci guidano nel riconoscere Gesù. Uno è il cielo pieno di stelle. Sono tante, un numero infinito, quelle stelle, ma fra tutte spicca una stella speciale, quella che spinge i Magi a partire dalle proprie case e iniziare un viaggio, un cammino che essi non sapevano dove li avrebbe condotti. Succede così anche nella nostra vita: in un certo momento qualche “stella” speciale ci invita ad assumere una decisione, a fare una scelta, a iniziare un cammino. A Dio dobbiamo con forza chiedere di farci vedere quella stella che ci spinge verso qualcosa in più rispetto alle nostre abitudini, perché quella stella ci porterà a contemplare Gesù, quel bimbo che nasce a Betlemme e che vuole la nostra piena felicità.

 In quella notte resa santa dalla nascita del Salvatore troviamo un altro segno potente: la piccolezza di Dio. Gli angeli indicano ai pastori un bambino nato nella mangiatoia. Non un segno di potenza, di autosufficienza o di superbia. No. Il Dio eterno si annienta in un essere umano indifeso, mite, umile. Dio si è abbassato perché noi potessimo camminare con Lui e perché Lui potesse mettersi al nostro fianco, non sopra e lontano da noi.

 Stupore e meraviglia sono i due sentimenti che emozionano tutti, piccoli e grandi, davanti al presepe che è come un Vangelo vivo che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta è che esso parli alla vita.

 Il primo biografo di san Francesco, Tommaso da Celano, descrive la notte del Natale del 1223, di cui quest’anno festeggiamo l’VIII centenario. Quando Francesco arrivò, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non esisteva nessuna statuina: il presepe venne realizzato e vissuto da quanti erano presenti.

 Sono certo che il primo presepe, che realizzò una grande opera di evangelizzazione, possa anche oggi essere l’occasione per suscitare stupore e meraviglia. Così, ciò che san Francesco iniziò con la semplicità di quel segno permane fino ai nostri giorni, come una genuina forma della bellezza della nostra fede.

 




Vatican News

 

sabato 24 dicembre 2022

IL VERO PRESEPIO E' DENTRO DI NOI

«Dio ha tanto amato 

il mondo 

da dare il suo 

Figlio unigenito»

 

Le opere di Giotto, Botticelli e de La Tour ci ricordano il valore di questa storia incontrata molte volte: è come se Dio deponesse una stella nelle nostre mani vuote.

                                                                  - di JOSÉ TOLENTINO DE MENDONÇA *

 Anno dopo anno, la storia della nascita di Gesù ci viene incontro mescolando fede e sentimento, associando ethos e pathos, coniugando il contingente con l’eterno, il dialetto umano con il teatro di Dio. Abbiamo incontrato questa storia molte volte, e la verità è che sentiamo che ancora non ci ha detto tutto quello che ha da dirci. È il prodigio delle grandi narrazioni: anche una volta raccontate continuano a essere un segreto che spetta a ciascuno svelare. Per qualche ragione il presepio è questa macchina antitragica che trasmette l’impressione che Dio si pone alla portata di tutti. È universale e locale, spirituale e materiale, scenografico e storico. Ed è come se deponesse una stella nelle nostre mani vuote.

Partiamo da tre rappresentazioni della scena del Natale che probabilmente tutti abbiamo visto e che danno un contribuito decisivo al canone della pittura a occidente: la pioniera Natività di Giotto, la cosiddetta Natività mistica di Botticelli e Il neonato di Georges de La Tour. Un trittico che si offre alla nostra meditazione. Su Giotto (1267-1337) c’è quel racconto del Vasari che narra come, all’età di dodici anni, egli fosse un pastore di pecore che andava spargendo disegni sulle pietre. Lo avrebbe visto uno dei grandi pittori toscani dell’epoca, Cimabue, che lo ingaggiò come apprendista nella sua bottega. Eppure, forse ancor più decisivo sarebbe stato l’incontro con la traccia lasciata dalla figura di san Francesco d’Assisi (1181-1226). Li separano quattro decenni, ma Giotto conierà alcune delle immagini più celebri di quel giovane mendicante innamorato di Dio che aveva ispirato una delle riforme spirituali di maggior impatto nel percorso storico del cristianesimo, e i cui effetti incrociano il nostro presente. Era stato il Poverello, la notte di Natale dell’anno 1223, nella povera contrada di Greccio, a organizzare la prima rappresentazione dal vivo della nascita di Gesù. Como spiega il suo cronista Tommaso da Celano, Francesco voleva «vedere con gli occhi del corpo» il bambino nato a Betlemme, «i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Fece vestire gli abitanti di Greccio con le vesti degli antichi pastori, dei magi, di Giuseppe e di Maria. Era il trionfo degli umili. Veniva così a fissarsi la tradizione del presepio nel suo nucleo essenziale. Ma vi si inscriveva allo stesso tempo un insegnamento che non può essere dimenticato: tutti gli abitanti di Greccio (e, per estensione, di tutta la terra) possono essere attori nella narrazione plasticamente espressa nel presepio. Nessuno è escluso. Secondo le belle parole della testimonianza di Tommaso da Celano, un qualsiasi borgo sperduto poteva trasformarsi in «una nuova Betlemme», poiché quella «notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali ». Di quella notte, quando un’intera popolazione celebrò una gioia nuova, il pittore Giotto ripropose la memoria in un affresco della Basilica inferiore di Assisi. Uno dei caratteri dell’arte di Giotto è che egli rappresenta i santi come esseri umani dall’apparenza comune. Contemplando la sua natività, in effetti, avvertiamo di essere posti davanti a una storia vera, non davanti a una favola. Tutto è imponente, vasto e splendente come il blu della volta celeste o del manto di Maria. Ma tutto è anche vero e vernacolare: la madre prende realisticamente il figlio tra le sue braccia, e nella scena inferiore le aiutanti lo fasciano e nutrono come si fa con un neonato per proteggerlo. Sono modi di tenere al riparo la fragilità della vita nuda di Dio, che nel presepio si fa Dio con noi, un Dio che si può toccare. E costituiscono, al tempo stesso, pezzi di una storia che appartiene a ogni vivente, la parabola universale dell’esistenza. È chiaro che il presepio rappresenta, nel suo gioco di miniaturizzazione e ingrandimento, una meditazione sull’infanzia di Gesù. Ma è simultaneamente la possibilità, per l’essere umano, di un’infanzia ritrovata. Nella sospensione cosmica che il presepio visualizza graficamente, comprendiamo allora che la nostra stessa creazione non è terminata.

Gli angeli scendono ad abbracciare gli uomini

Una delle raffigurazioni più commoventi del presepio è quella che molti critici ritengono essere l’ultima grande opera firmata da Sandro Botticelli. Essa data da un periodo abitualmente descritto come di profondi rivolgimenti e di ricostruzione spirituale, quando l’autore, confrontandosi con la predicazione apocalittica del Savonarola, ripensa tutto il suo percorso precedente. Sotto l’impatto della dottrina del frate domenicano, Botticelli abbandonerà i temi profani divenuti emblematici della sua opera per dedicare gli ultimi anni esclusivamente alla pittura sacra. È in tale contesto che appare, nel 1501, la Natività mistica. Si tratta, sotto il profilo artistico, di un’operazione complessa, dal momento che qui si procede a una volontaria regressione nella costruzione della prospettiva, la quale si fa di nuovo più prossima all’iconografia medievale, in una deliberata ricerca della struttura ieratica. Da un lato, abbiamo il ritorno a una tradizione iconografica che si riteneva superata. Dall’altro, però, ci troviamo di fronte al coraggio di rappresentare il presepio con una modalità innovatrice. Alle prese con il mistero dell’incarnazione, Botticelli non è semplicemente interessato a raccontare ciò che fu: si arrischia a descrivere quello che è e che sarà. Combina la descrizione della prima venuta di Cristo, qual è raccontata nei Vangeli dell’Infanzia, con la visione della seconda venuta di Cristo, che il cristianesimo professa. Per questo, abbiamo in questo suo dipinto la venuta e anche il ritorno; l’inizio del tempo messianico, e il compimento; la memoria, e anche la speranza. In alto, la danza dei dodici angeli, in un girotondo sotto la cupola dorata che allude alla rigenerazione spirituale, alla concordia tra il mondo e le sfere celesti. Sul tetto della stalla, altri tre angeli che aprono il libro e rivelano che in quel luogo il Verbo si è fatto carne. Al centro della rappresentazione c’è Gesù Bambino, deposto nella mangiatoia, sorvegliato dall’asino e dal bue, e che tende le braccia a Maria. Al suo fianco, Giuseppe che sonnecchia. Maria e Giuseppe insegnano in questo modo ad accogliere quello che viene da Dio e che non comprendiamo, o capiremo solo più tardi. A loro si associano i magi e i pastori, condotti da un angelo a Gesù. Per cogliere il significato del presepio serve uno sguardo spirituale.

Penso spesso alla lezione di questi ultimi. Essi corsero a vedere un Bambino che era nato tra le privazioni di una stalla e ritornarono per la loro strada lodando Dio, ricolmi di gratitudine per il segnale che era stato dato loro. Possiamo a ragione domandarci: “Ma che cosa videro?”, “Che cosa mai contemplarono di talmente straordinario o grande da essere capace di riempire il loro cuore?”, “Non era esposta ai loro occhi, in fondo, semplicemente la vita vulnerabile; un’esistenza condizionata dalle evidenti difficoltà materiali e logistiche che il presepio offre; la vita avvolta negli stracci di un’estrema fragilità?”. Eppure, i pastori e i magi usciranno da quella visione quasi danzando, intonando inni! Non restano lì in attesa di contemplare l’opera compiuta: ne salutano il principio. Rimangono estasiati ad assistere allo sbocciare del fiore. Accolgono la grandezza del dono e niente più, inginocchiandosi davanti al suo umilissimo apparire. Quel Bambino spoglio di ogni forza, munito unicamente di quanto le braccia con un abbraccio possono fare, trasforma radicalmente la storia, instaura la vittoria sul male. E non per nulla in questo dipinto ci sono sette piccoli demoni che, alla vista del Principe della Pace, si ritirano, vinti, nelle fessure delle rocce. E compare allora un insolito e straordinario registro iconografico: in basso, nel primo piano del quadro, tre angeli vengono ad abbracciare gli uomini. Davvero Botticelli rilegge il presepio come un abbraccio. Ma quale tipo di abbraccio? Se facciamo caso al simbolismo delle vesti degli angeli (bianco, verde e rosso), è l’abbraccio della fede, della speranza e della carità. Ma è l’abbraccio dato al fango e alla stella che ogni essere umano porta in sé, alla sete e alla sorgente, al desiderio e al viaggio, alla coscienza e alla vertigine, alla polvere che muore e a un granello di infinito. Questo abbraccio dilata in noi l’idea dell’amore.

La nudità di Dio che si fa carne

Anche quello di Georges de La Tour (1593-1652) è un caso curioso. Egli è molto differente dai suoi contemporanei. Ha ricevuto committenze pubbliche come gli altri, e tuttavia non fu mai associato alla rappresentazione di un potere o alla monumentalità celebrativa. Pensò la pittura come un incontro dell’essere umano con sé stesso; desiderò l’arte come un evento contemplativo la cui essenza non si distanza, per esempio, dalla preghiera. E tradusse tutto questo illuminando i suoi dipinti dall’interno con la luce di una fiamma. A ragione Pascal Quignard dice che quella candela tremula nella sua opera, e da cui questa dipende, è l’immagine stessa di Dio. I suoi quadri diventano, conseguentemente, esercizi spirituali, carichi di mistero, solitudine e silenzio. In essi intuiamo che il Verbo non può essere accolto che nel silenzio.

I chiaroscuri e i notturni di de La Tour testimoniano l’importanza che nel suo percorso formativo ebbe Caravaggio. Mentre, però, de La Tour si avvicina a lui, allo stesso tempo se ne allontana. I suoi dipinti religiosi prendono le distanze dalla grandezza delle figure del Caravaggio o dalla sua drammatica mise en scène, talora violenta: sono, al contrario, più quotidiane, più silenti, a noi così vicine da sembrare disposte a confondersi con noi. Non stupisce che ci sia chi interpreta quel capolavoro che è Il neonato (datato al 1645 circa) non come una raffigurazione sacra ma come un momento familiare attorno a un bebè qualsiasi. Ci troviamo, tuttavia, davanti a una duplice operazione: de La Tour spoglia e semplifica – è certamente vero –, ma al fine di rimuovere quel velo che può essere rappresentato dalla teatralizzazione del divino. Se quel neonato è il Figlio di Dio, noi lo capiremo non dalla forza, ma dall’umiltà; non dall’imposizione di un discorso, ma dal vagito silenzioso che riempie lo spazio; non dall’esplicitazione enfatica dei personaggi in gioco, ma dalla liturgia senza parole dei loro corpi, in una gravità nuda. La gravità e la nudità del Dio che si fa carne. Tornano in mente i versi di Fernando Pessoa: «Egli è l’Eterno Bambino, il dio che mancava. / Egli è l’umano che è naturale, / egli è il divino che sorride e gioca. / È per questo che io so con assoluta certezza / che egli è il vero Gesù Bambino».

La fiaba e la storia

«Non si comprende nulla del presepe, se non si comprende innanzi tutto che l’immagine del mondo, cui esso presta la sua miniatura […] è un’immagine storica». In un saggio sul presepio, il filosofo Giorgio Agamben lo contrappone alla natura e alle dinamiche tipiche delle fiabe: queste sono l’espressione del meraviglioso, mentre quello ha, come sua materia prima, la storia. Nel presepio, dice Agamben, siamo restituiti all’univocità e alla trasparenza degli avvenimenti storici. Il presepio funziona come un fotogramma della storia. Fissa realmente il tempo in un’immagine precisa, e non con il linguaggio del mito o l’artificio della favola, ma nello spoglio intervallo (che il filosofo definisce «intervallo messianico») tra due istanti. L’immaginario è così vinto dalla realtà, con quella concretudine che si respira nello straordinario prologo del Vangelo secondo Giovanni: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria». O nel vertiginoso incipit della Prima Lettera di Giovanni, così costruito: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta». Questa testimonianza di una visione storicamente attivata mostra che il presepio non è solo un dato cronologico appartenente a duemila anni fa, bensì rappresenta, come scrive Giorgio Agamben, «un evento kairologico». Kairologico vuol dire che non si tratta solo di un momento puntuale: è piuttosto l’occasione opportuna, il tempo favorevole e la condizione necessaria perché la storicità prenda il volo e faccia sussultare il mondo.

Il presepio in cui Dio nasce

Ora, partendo esattamente dalla irremovibile storicità dell’avvenimento che il presepio rappresenta, ne concludiamo che ogni uomo è il presepio in cui Dio nasce. I presepi che vengono allestiti, e poi tranquillamente messi via, i presepi ai quali riserviamo una scadenza determinata (e non al di là di questa), i presepi che soltanto illustrano l’inoffensiva nostalgia dei simboli, non sono veri presepi. Il presepio siamo noi. È dentro di noi che un Dio nasce. Dentro questi gesti che in uguale misura sono rivestiti di speranza e di ombra. Dentro le nostre parole e il loro traffico sonnambulo. Dentro il riso e l’esitazione. Dentro il dono e l’attesa. Dentro il calore della casa e nell’addiaccio imprevisto. Dentro il pendio e dentro la pianura. Dentro la lampada e nel grido. La nostra stirpe è quella degli appena nati. Quale che sia la nostra età o la stagione che ci troviamo a vivere, la verità è che noi siamo, fino alla fine, una cosa al suo inizio. E il presepio conferma che la nascita è struttura fondante della vita.

 *Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione

 www.avvenire.it

 

mercoledì 25 dicembre 2019

NATALE. IL VERO VOLTO DELL'UMANO

 La vera felicità – ci insegna il presepe – sta nello spogliarsi di pretese di autosufficienza, nella grandezza di chi sa inginocchiarsi davanti al Mistero e rialzarsi con uno sguardo più attento a capire la realtà e a spendersi con generosità per renderla migliore per tutti.

di GUALTIERO BASSETTI*

   Natale. Davanti al mistero di questa notte santa, avverto tutta la responsabilità di rivolgermi a voi con una parola che possa raggiungervi personalmente e – se possibile – accompagnarvi per un tratto del vostro cammino. Un cammino spesso non facile. Ho davanti agli occhi le stanchezze e le disillusioni, le incertezze e l’ansietà di tanta gente, provata dalla preoccupazione per il venir meno di un modello di lavoro e di sviluppo e, a un livello ancor più profondo, per la difficoltà a riconoscersi con una propria identità, nell’appartenenza a una famiglia e a una comunità. Ne sono segno la caduta delle nascite, l’invecchiamento demografico del Paese, e la stessa emigrazione di tanti giovani verso l’estero. In un simile contesto, forse anche la voce della Chiesa troppe volte si è fatta flebile, nella fatica a interpretare questa stagione alla luce dell’esperienza e della speranza cristiana.
   «Siamo un popolo di stressati, perché non abbiamo un traguardo, una prospettiva – riconosceva qualche giorno fa Giuseppe De Rita, a margine della presentazione del Rapporto del Censis –. Ci manca il futuro e per questo il presente diventa faticoso, fastidioso». Alla mancanza di prospettive, si aggiunge spesso l’incapacità di un rapporto di fiducia con gli altri. A ben vedere, si tratta di due facce della stessa medaglia, che dice di uno sfilacciamento personale e sociale: lo sguardo miope sulla realtà rende ciascuno attento e sensibile solamente a quelle che sono avvertite come le proprie urgenze personali, che diventano così il principale – se non l’unico – criterio di valutazione e di scelta. In realtà, come osserva Sergio Belardinelli, sappiamo che «la forza di una cultura sta invece nella capacità di relazionarsi continuamente con ciò che è 'altro', senza perdere la consapevolezza della propria identità; nella capacità di tendersi il più possibile verso l’altro, senza spezzare i legami che si hanno con se stessi, con la propria storia e la propria tradizione». 
    Identità, cultura, relazioni, appartenenza. Per non fermarci alla retorica e dare contenuto e orizzonte a queste parole, torniamo a Betlemme, riprendiamo i sentieri che conducono alla Natività. Al nostro cuore inquieto, il Bambino Gesù offre come risposta la sua persona, la relazione con Lui, da cui nasce il volto umano di ciò che siamo, la possibilità di vivere l’esistenza quotidiana in modo nuovo. Davanti all’umiltà del presepe cadono violenza e inganno, odi e calunnie; si avverte la ricchezza di conoscersi meglio per arrivare a guardarsi in modo diverso e tendere a formare comunità. La storia del Natale di Gesù ci insegna a conservare, anche nei momenti più difficili, la fiducia e il coraggio. Fiducia e coraggio con cui guardare la storia dalla parte di chi la soffre davvero; a farlo – come suggeriva papa Francesco nell’omelia natalizia di un paio d’anni fa – con gli occhi di Maria e di Giuseppe: «Il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui.
     In mezzo all’oscurità di una città che non ha spazio né posto per il forestiero che viene da lontano, in mezzo all’oscurità di una città in pieno movimento e che in questo caso sembrerebbe volersi costruire voltando le spalle agli altri, proprio lì si accende la scintilla rivoluzionaria della tenerezza di Dio».
    Pensiamoci. Le chiusure e le contrapposizioni, oltre che sterili, finiscono per togliere l’aria a tutti.      Il subbuglio del mondo non è una tragedia, ma qualche cosa che mormora dentro, che cerca di richiamare la nostra attenzione, la reclama. Non disertiamo le responsabilità che la vita ci ha affidato; torniamo a fare con passione e competenza la nostra parte, sapendo che ricostruire un tessuto identitario e comunitario non è opera che s’improvvisa.
    La vera felicità – ci insegna il presepe – sta nello spogliarsi di pretese di autosufficienza, nella grandezza di chi sa inginocchiarsi davanti al Mistero e rialzarsi con uno sguardo più attento a capire la realtà e a spendersi con generosità per renderla migliore per tutti. Buon Natale a ciascuno di voi.

*Gualtiero Bassetti
Cardinale Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale