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domenica 28 aprile 2024

LE RAGIONI DEL MERITO

 

QUALE MERITO?


Operando una profonda destrutturazione dei paradigmi che solitamente accompagnano l'opzione meritocratica, il saggio assume in chiave critica la lettura prevalentemente negativa del merito. Risolto come presupposto di vantaggio o potere individuale, se non di legittimazione delle disuguaglianze. In un orizzonte eticamente compromesso connotato di arroganza, discriminazione, selezione.

E dove i rapporti sociali, per lo più determinati in partenza, si esauriscono inesorabilmente in un gioco a somma zero. Con vincitori e perdenti.

Tali approcci, a parere dell'autore, sono ampiamente riconducibili, per la ricerca sociologica e non solo, alle conseguenze nefaste della società contemporanea. Dove a prevalere sono ideologie e culture che premiano individualismo e competizione, disuguaglianza ed esclusione. E a dettare legge restano soltanto i risultati, e con essi la ricchezza e il potere.

In tale contesto il merito è - non può non essere - valore assoluto. Indiscutibile. Da accogliere o rifiutare. Senza via di mezzo.

L'obiettivo della ricerca, al contrario, è quello di problematizzare il tema del merito, relativizzarne il valore e il significato. Porlo all'interno di una molteplicità di fattori che concorrono a diventare leva di emancipazione e di responsabilità individuale e collettiva. Fattori di cambiamento e di sviluppo.

Il tentativo è quello di sciogliere il dilemma che da qualche tempo coinvolge il mondo politico, economico e sociale. E che può tradursi nell'interrogativo: il merito è l'esito sufficientemente scontato di una società ingiusta, oppure è il prodotto e il riconoscimento di un'azione pur incerta e faticosa di emancipazione e di riscatto di individui e gruppi per costruire una società un po' più giusta e solidale?

L'intento è quello di riconoscere e apprezzare il valore di ogni scelta compiuta nell'ottica del contributo offerto al raggiungimento del bene comune.

La ricerca tematizza in particolare, i concetti di uguaglianza e di libertà attraverso un'ottica pluralista. Che privilegia approcci e dimensioni del merito secondo le categorie del riconoscimento, dell'identità e della dignità, dei bisogni e dei diritti.

Inoltre, ben oltre i confini dell'uguaglianza, il lavoro si pone il problema della distribuzione delle opportunità nei termini più comprensivi dell'equità. Ciò senza trascurare il rapporto con la giustizia, l'inclusione sociale e la differenza.

Aderendo alla proposta di ridefinizione del merito nei termini meno equivoci di meritevolezza e/o meritorietà, l'autore sviluppa un'ipotesi di intervento che chiama in causa il ruolo attivo di ogni soggetto nel realizzare se stesso e i propri valori, e l'attuazione di politiche atte a creare le condizioni migliori di uguaglianza democratica centrata sulla garanzia di agire i diritti di cittadinanza. All'interno di una società giusta, luogo di cooperazione tra persone libere e uguali, aventi pari dignità.

A cominciare dall'istruzione. Dove, partendo dal superamento del dilemma selezione-socializzazione, l'autore giudica insufficiente la soluzione dell'uguaglianza delle opportunità a favore dell'uguaglianza delle capacità. In grado di convertire opportunità e risorse in effettive libertà di scelta.

Il ruolo della scuola risiede piuttosto nello scoprire e sviluppare i talenti. Non nell'esaltazione dei soli risultati ma nella considerazione del percorso e dell'impegno nell’affrontare le difficoltà. E dove comunque, prima di riconoscerlo e premiarlo, il merito va alimentato per farlo fiorire.

L'obiettivo, allora, non è solo garantire 'i capaci e meritevoli', ma garantire le condizioni per diventare 'capaci e meritevoli'. Per sviluppare le proprie capacità. Al di là di standard predefiniti.

Riscoprire il senso e il valore della formazione scolastica, come strumento di uguaglianza sociale, e come volàno di una democrazia intesa come sforzo continuo di vivere secondo saggezza, solidarietà e ricerca del bene individuale e collettivo.

 

Le ragioni del merito: appunti per un dibattito

di Enzo Bertellini | aprile 2024

ISBN-13        979-8882700934

sabato 11 novembre 2023

A PROPOSITO DI MERITOCRAZIA


 “Il paradigma meritocratico non è riformabile: va sostituito”

 Intervista a Enrico Mauro

 

-di Rocco Gumina

 

Dall’unità d’Italia in poi, il meridione d’Italia si è configurata come una terra gravida tanto di problemi e arretratezza quanto di profeti. Fra questi bisogna annoverare don Tonino Bello, vescovo di Molfetta in Puglia, che oltre ad avanzare un pensiero volto al rinnovamento della Chiesa si è impegnato per una riforma della società. Di questa straordinaria figura parliamo con Enrico Mauro. Ricercatore di Diritto amministrativo presso l’Università del Salento, Mauro ha da poco pubblicato con le edizioni San Paolo il volume intitolato “Contro la società del sorpasso. Il pensiero antimeritocratico”.

 – Professore Mauro, quali sono stati i fattori che l’hanno condotta a scrivere un libro su don Tonino Bello?

Come scrivo nel libro, l’interesse è nato da due direzioni. Da un lato, sono nato e ho sempre vissuto nei luoghi leccesi di don Tonino (Alessano, Ugento, Tricase, Santa Maria di Leuca, Gagliano del Capo), per cui la mia biografia, sia pure indirettamente, incrocia in più punti la sua. Dall’altro lato, studio dal 2014 i disastri della visione meritocratica della società e della vita e don Tonino mi ha dato, pur senza mai usare «meritocrazia», tanti spunti su cui riflettere.

 – La nostra società pare costruita esclusivamente su dinamiche di accumulo, di conquista, di visibilità e di presunta meritocrazia. Per quali motivi urge criticare e riformare questo paradigma?

«Meritocrazia» significa competizione, egoismo, individualismo, per cui la società esposta alla meritocrazia si fa liquida, si sbriciola. E chi fa le spese di ciò è chi ha più bisogno di aiuto, di solidarietà, di prossimità, di legami. Gli altri, i ricchi, i credenti nella religione del successo possono fare quasi tutto con il denaro. Il paradigma meritocratico, cioè plutocratico-castale, non è riformabile perché è il paradigma della guerra di tutti contro tutti: c’è poco da riformare. Va sostituito: qualunque riforma farebbe restare all’interno del paradigma.

 – Nel suo volume, lei definisce la proposta di don Tonino Bello come antimeritocratica. Quali sono le caratteristiche principali del pensiero del vescovo pugliese sulla società tardocapitalistica?

Partendo dalla Bibbia, in particolare dalla logica delle beatitudini, da san Francesco (era terziario francescano) e dal Concilio, don Tonino è un critico radicale, con l’esempio ancor più che con le parole, della società utilitaristica, edonistica, materialistica, consumistica, economicistica, esibizionistica, affaristica, efficientistica, darwinistica, in breve meritocratica. Nel libro mi sono soffermato su ognuno di questi aspetti e su altri affini, ma non è il caso di riassumere il lavoro: non solo per ragioni di spazio, ma perché il lettore ha diritto a una percentuale di sorpresa che un’intervista o una recensione non deve intaccare.

 – Quest’anno ricorre il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Cosa accomuna il pensiero e l’azione del priore di Barbiana a quelle del vescovo di Molfetta?

Sto leggendo tutte le opere di don Milani, dopo aver letto asistematicamente le principali negli anni scorsi. E sto preparando, per un convegno su don Tonino, una relazione in cui tento di segnalare e commentare tutte le citazioni esplicite di don Milani nell’opera di don Tonino.

 Ma non posso rispondere in un’intervista a una domanda che meriterebbe come risposta un altro libro, anche perché il confronto tra le due figure mi pare agli inizi: conosco pochissimi articoli di rivista che affiancano le due figure; nessuno studio serio, documentato. Comunque, semplificando fino all’inverosimile, posso dire, per cominciare, che don Milani e don Tonino erano caratterialmente molto diversi e che venivano da contesti familiari incomparabili: don Tonino, come Gesù, nacque povero e dovette imparare a restare povero; don Milani, come Francesco, nacque ricco e dovette imparare a venti anni a essere povero. Un punto su cui i due non sono d’accordo è il valore educativo dello sport agonistico.

 Don Milani si liberò abbastanza presto da questa convinzione (ben prima di Barbiana «gli arnesi del ping-pong […] volarono in fondo al pozzo» e del pallone non parliamo). Don Tonino, invece, restò di quest’idea fino alla fine o quasi: solo nel periodo della malattia, forse, ci ripensò, ma non scrisse mai un testo in cui lo ammise. Però al suo medico di base e amico negli ultimissimi tempi disse, tra l’altro: «Non considerare le cose del mondo in termini di vittoria o di sconfitta: è inutile. […]».

 Tante volte, peraltro, negli anni precedenti aveva richiamato l’esortazione di Paolo (Lettera ai Romani) a gareggiare solo nello stimarsi a vicenda. Quindi, forse, si contraddiceva considerando lo stadio o il campetto una scuola di valori evangelici e costituzionali. I principali punti di contatto fra i due mi sembrano: la centralità dello studio, della scuola; il primato dei poveri; il primato dell’interiorità, che non è intimismo.

 A proposito di questo terzo punto mi pare importante dire che ci sono innumerevoli passi di don Tonino che sembrano richiamare Esperienze pastorali di don Milani: processioni, feste, sacramenti non hanno nulla di cristiano se sono fatti esteriori e non prima di tutto spirituali; quindi moltissimi che pensano di essere cristiani sono solo materialisti che frequentano la chiesa, consumatori di sacro. I cristiani dovrebbero pensare e vivere da cristiani. Non basta essere battezzati.

 – Oltre a rappresentare un argine avverso alle derive distruttive di una certa cultura capitalistica, a partire dalla nostra Costituzione si può tornare ad avanzare un progetto alternativo alle dinamiche turbocapitalistiche?

La Costituzione è un catalogo di bisognosi, di fragili, di vulnerabili. Quindi, anche se in più disposizioni richiama «merito» e concetti affini (negli articoli in cui parla di esami, concorsi, senatori a vita ecc.), è una Costituzione decisamente antimeritocratica: i principi fondamentali della società disegnata dalla Costituzione sono solidarietà, riduzione delle diseguaglianze e partecipazione, non agonismo, efficientismo, carrierismo. Poi, evidentemente, la Costituzione è rimasta prigioniera di spinte, interne, europee e globali, che vanno in altre direzioni e che non le si possono imputare.

 Quindi la Costituzione non deve tornare ad avanzare alcun progetto antiturbocapitalistico perché non dipende dalla Costituzione se ha perso forza propulsiva, sia pur conservando tutto il suo spessore ideale. Il suo spessore ideale nel tempo, cioè a causa del peggioramento dei problemi sociali e ambientali globali, mi sembra persino aumentato. Ma la sua forza propulsiva è estrinseca, cioè dipende da tutti coloro che dovrebbero attuarla. Il diritto comunitario, invece, ruotando tutto intorno al ‘valore’ della competizione, spinge in direzione crudamente meritocratica.

 La Costituzione economica italiana, cioè la parte economica della Costituzione, è rimasta soffocata dal diritto comunitario. La Costituzione, che non esclude le pubblicizzazioni di imprese (art. 43), incarica i pubblici poteri di indirizzare e coordinare le attività economiche pubbliche e private a fini sociali (art. 41.3). Il diritto comunitario, esattamente al contrario, incarica i pubblici poteri di garantire la concorrenza.

 Il che fa sì che i pesci grossi mangino i piccoli e che non ci sia nessun indirizzo e coordinamento delle attività imprenditoriali a fini sociali. Tutto è interesse privato, secondo quella becera tradizione di economia politica (Mandeville, Smith) per cui, se tutti pensano solo a sé stessi, ai propri affari, qualcosa di buono ne verrà anche per la società: dai vizi privati le virtù pubbliche, dagli egoismi privati il benessere collettivo. Invece le virtù pubbliche nascono solo dalle virtù private, non dalla competizione, non dall’agonismo, non dall’amore di sé.

 

www.tuttavia.eu

 

venerdì 6 ottobre 2023

UNA SCUOLA PER UNA SOCIETA' FELICE

Al di là del merito, si deve investire 

nella scuola per una società felice

Se c’è una variabile che risulta significativa ed importante in ogni tipo di ricerca per il benessere di un Paese quella è l’istruzione. E non parliamo dei corsi di eccellenza frequentati dagli allievi migliori, ma del livello di istruzione medio.

I nostri risultati dipendono da quattro fattori (sorte, nascita o condizioni di partenza, talento, impegno) e solo l’ultimo di questi può essere “attribuito” all’individuo

 

-         - di LEONARDO BECCHETTI

 l dibattito sul merito e la meritocrazia imperversa, alimentato anche dalla decisione di inserire il merito nel ministero dell’Istruzione da parte del nuovo governo. E continua anche su queste pagine, con gli ultimi interventi di Luigino Bruni (https://tinyurl.com/2p8zpjw6) e Andrea Lavazza (https://tinyurl.com/yrkrx2ey), a commento del recente e interessante libro La rivoluzione del merito di Luca Ricolfi (Rizzoli).

Un dato di partenza su cui tutti concordano è che, ritornando ad una nota tassonomia proposta da un economista liberale come Buchanan, i nostri risultati dipendono da quattro fattori (sorte, nascita o condizioni di partenza, talento, impegno) e solo l’ultimo di questi può essere “meritato”. Nessun dubbio infatti (anche se non infrequentemente possiamo confondere talento e merito) che Maradona o Pelè non hanno fatto nulla per meritare il talento calcistico con cui sono nati. Luigino Bruni argomenta, non senza ragioni, che anche il rendimento dell’impegno risente dell’influenza degli altri fattori (un conto è studiare in un ambiente che crea le condizioni più favorevoli per farlo, conto in un monolocale abitato da una famiglia numerosa). S e ci pensiamo la cultura dello sport paralimpico è molto attenta a creare categorie omogenee di atleti per condizioni di partenza per ogni singolo tipo di gara. In analogia con le disabilità fisiche anche le disabilità sociali molto spesso fanno sì che l’idea di partecipare tutti alla medesima gara sia un’illusione.

 Anche se dobbiamo sforzarci assolutamente di credere nella forza del libero arbitrio le storie eccellenti di realizzazioni che partono da umili origini sono statisticamente eccezioni più che la norma. I l rischio maggiore per la cultura meritocratica, quando essa si trasforma in un meccanismo che consente l’accesso ai livelli più alti d’istruzione solo ai cosiddetti “meritevoli”, è quello di generare effetti perversi indesiderati. Mi spiego. Se c’è una variabile che, in ogni tipo di ricerca, risulta significativa ed importante per il benessere di un Paese, quella è l’istruzione. E non parliamo dei corsi di eccellenza frequentati dai talenti migliori, ma del livello d’istruzione medio di un Paese che ha dietro il titolo conseguito da ciascun suo abitante. Bassi livelli d’istruzione medi in un Paese significano oggi meno crescita economica, meno anni di vita, reddito più basso (per via dei rendimenti economici della scolarizzazione), minore capitale sociale e senso civico.

 In studi ancora più recenti emerge in quasi tutti i Paesi europei una classe di “arrabbiati” che si sentono a torto o a ragione vittime della globalizzazione e alimentano complottismi, negazionismi e reazioni identitarie indebolendo la fiducia nelle istituzioni. Caratteristica comune di questa classe è il basso livello d’istruzione che aumenta il rischio di cadere in semplificazioni consolatorie che identificano nella causa dei propri mali una classe di potenti o di scienziati che trama contro il popolo. Per tutti questi motivi il primo obiettivo che le stesse élite dovrebbero perseguire per favorire lo sviluppo economico, sociale e civile di un paese riducendo al minimo conflitti e tensioni sociali non è certo quello di limitare l’accesso agli studi ma è quello dell’istruzione obbligatoria per tutti, almeno fino al termine della scuola superiore. Investendo in modo significativo per contrastare l’abbandono scolastico, una piaga che alimenta il fenomeno dei Neet (giovani che non lavorano né studiano) che assume proporzioni drammatiche nel sud del nostro paese. Purtroppo, l’investimento in istruzione che è forse la cosa più importante e un potente strumento di correzione delle diseguaglianze ex ante e di promozione delle pari opportunità non rende elettoralmente perché i suoi risultati sono differiti nel tempo. Più facile mettere qualche decina o centinaia di euro in busta paga una tantum degli elettori. Cosa che puntualmente accade in ogni legge finanziaria di destra o di sinistra.

 I sostenitori della meritocrazia hanno una freccia importante al loro arco. Dobbiamo incentivare e premiare chi genera risultati positivi per il paese. Qui parliamo di merito che va oltre il periodo scolastico. E per risultati positivi dobbiamo intenderci. Conquistare fette maggiori di torte a somma zero è indice di aggressività più che di merito, migliora la condizione di chi riesce a farlo ma non accresce il benessere di un paese. Ciò che andrebbe premiata è la generatività, ovvero la capacità della propria azione di generare impatti sociali positivi (attività che gli ultimi studi sulla felicità rivelano essere in parte già premio a sé stessa) proprio favorendo accesso ed inclusione ad esempio. L’economia civile da sempre investe anche in comunicazione per far emergere buone pratiche, premiarle, mettere in rete i generativi in modo che possano aumentare il loro impatto. Se proprio dobbiamo parlare di merito allora ci piace avere a riferimento la logica e la teoria dell’Uomo ragno: a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità.

 

www.avvenire.it

 

giovedì 3 novembre 2022

IL MERITO DELLA MERITOCRAZIA


 MERITO?

 RAGIONIAMONE AL PLURALE E NON DIVENTI IL PERNO DELLA SCUOLA

 

- di PAOLO SANTORI

 «L’idea di meritocrazia ha molti meriti, ma la chiarezza non è tra questi». Così scriveva il premio Nobel per l’economia e filosofo Amartya Sen, citato per altre ragioni dal(la) presidente del consiglio Giorgia Meloni nella sua risposta al dibattito parlamentare di martedì 25 ottobre, in un articolo del 2000 intitolato Merit and Justice.

Senza pregiudiziali proviamo a capire se la frase di Sen può essere riferita anche alla scelta fatta dal governo Meloni di trasformare il “Ministero dell’Istruzione” in “Ministero dell’Istruzione e del Merito”. Partiamo dai seguenti scenari.

Scenario 1: lunedì c’è la verifica di Italiano. Caty passa il fine settimana a studiare e il lunedì seguente ottiene un ottimo voto (9). Marco passa il fine settimana a studiare, ma si concede anche pause per uscire con gli amici. La verifica non va male, ma il voto (7) non è alto come quello di Caty. Scenario 2: lunedì c’è la verifica di Italiano. Caty passa il fine settimana a studiare e il lunedì seguente ottiene un ottimo voto (9). Marco passa il fine settimana a studiare, ma, sollecitato dall’amica Camilla, le offre il suo aiuto nello studio. Marco è anche membro di un’associazione giovanile che fa volontariato domenicale in una mensa dei poveri. La verifica di Marco non va male, ma il voto (7) non è alto come quello di Caty.

Forse sbaglio, ma nel pensiero di chi ha rinominato il Ministero dell’Istruzione aggiungendo “merito” è lo scenario 1 quello da considerare come paradigma. Caty si è impegnata più di Marco, il successo nella verifica se lo è guadagnata con i suoi sforzi e quindi “merita” di essere premiata per questo. Eppure ci sembra ingiusto che gli sforzi di Marco nello scenario 2 (aiutare i suoi amici e fare volontariato) non siano riconosciuti come meritevoli e quindi premiati. In fondo la meritocrazia è un ideale di giustizia sociale, ci dice come le cose dovrebbero andare, e nello scenario 2 sembra piuttosto “ingiusto” premiare Caty e non Marco.

Amartya Sen ha ragione. La meritocrazia, e l’idea di merito con essa, sono concetti piuttosto vaghi. È interessante quanto lo stesso Sen aggiunge nel prosieguo della frase: « La mancanza di chiarezza può essere riferita al fatto [...] che il concetto di merito è profondamente condizionato dalle nostre opinioni su cosa sia una buona società». Nel caso della scuola, quindi, occorrerebbe partire da una discussione su cosa costituisce una «buona scuola», qual è il telos (scopo ultimo) dell’istruzione. Da lì poi capiremo quali sono gli “sforzi” e le “caratteristiche” che vogliamo premiare, in altre parole ciò che costituisce la “base” del merito. Farà piacere a chi rivendica l’interesse nazionale, il made in Italy, e la sovranità come princìpi cardine del proprio governo sapere che l’idea di Sen non è originale, proprio in Italia più di 200 anni fa era stata teorizzata dal filosofo Melchiorre Gioia nel suo libro Dei Meriti e delle Ricompense.

 Gioia scriveva: « Le idee che nella mente degli uomini corrispondono alla parola merito, sono, come tutti sanno, infinitamente diverse: esse cambiano d’oggetto, di grado, di scopo, di misura, non solo tra popoli e popoli, ma anco tra classi e classi nella stessa città».

Partendo da Sen e da Gioia propongo tre spunti di riflessione per analizzare la storia di Caty e Marco. In primo luogo, quella storia ci dice che parlare di merito al singolare e non al plurale è deleterio. Se è vero che nello scenario 2 il merito di Marco non cancella quello di Caty, è altrettanto plausibile che entrambi meritino di essere premiati. Uno degli scopi della scuola dovrebbe essere quello di valorizzare le diversità e i meriti individuali (e collettivi). Se non si capisce questo, si tratta la scuola come un’altra delle tante opere di ingegneria sociale dove le persone vengono “prodotte” in serie per non si sa quale scopo. Sta qui la differenza tra un insegnante e un educatore. L’educatore è capace di vedere ed eventualmente premiare i diversi meriti di Marco e Caty, l’insegnante guarda solo al risultato finale. Anticipo l’obiezione di chi dirà che questa visione implica l’assenza di qualsiasi tipo di metro comune, giudizio, compito, verifica: non avete notato che nel mio esempio sia Caty che Marco superano con buoni voti la verifica di Italiano? Qui non si contesta il 7 o il 9, si contesta che il 9 sia sempre più meritorio e come tale vada premiato, cioè gli vada riconosciuto un valore morale. A chi non vuole proprio rinunciare al merito, quindi, propongo almeno di parlarne al plurale come già ci suggeriva Melchiorre Gioia.

Il secondo argomento parte dall’assunto che un altro scopo della scuola è quello di trasformare le persone in cittadini. Il merito è importante in questo processo, ma non nel senso che sembrerebbe emergere dal nuovo nome del Ministero. Ciò che rende davvero un cittadino tale non sono i buoni voti a scuola o il voto dato alle elezioni. È l’uso pubblico e libero della nostra ragione per discutere degli affari della nostra società a renderci cittadini. Ciò che occorrerebbe insegnare a Caty e Marco è che una scuola (e società) fondata sul merito non può prescindere da un pubblico dibattito su ciò che costituisce la base del merito stesso. Se ne deve parlare a scuola come in Parlamento. Quando i padri costituenti hanno inserito l’articolo 34 della Costituzione Italiana, dove si parla di «capaci e meritevoli », non lo hanno pensato come lettera morta, un testo a cui fare riferimento in maniera dogmatica. 

La Costituzione è un testo che vive nella lettura, discussione, interpretazione e internalizzazione di chi la legge e la applica. È questo che fa della nostra Costituzione uno dei testi più belli del mondo. La discussione, si dice, è il sale della democrazia: ebbene perché far eccezione su un tema così importante? Da ultimo è bene ricordare ai sostenitori della meritocrazia che merito e successo non sono sinonimi. Se lo si dimentica, allora la meritocrazia diventa inevitabilmente una legittimazione etica della disuguaglianza. Nei Miserabili Victor Hugo lo diceva meglio di quanto ho appena fatto io: «Sia detto alla sfuggita, il successo è una cosa piuttosto lurida; la sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini ». Al successo individuale concorrono tanti fattori non “meritori”: la fortuna, l’aiuto di altre persone, le condizioni di partenza, i talenti (ciò le caratteristiche con cui siamo nati). La consapevolezza che i successi sono frutto di fattori plurali non esclude il merito, ma lo contestualizza e arricchisce. Ci salva anche da pericolose trappole sociali, una su tutte quella di equiparare fallimento e demerito (quanto danno ha fatto, anche in termini di vite umane, questa convinzione sbagliata?). Dovremmo chiederci, allora, se siamo davvero in grado di vedere tutti i fattori che contribuiscono a un risultato, cioè se siamo in grado di capire la differenza tra gli scenari 1 e 2 nella storia di Caty e Marco. Allo stesso modo, dovremmo capire che la meritocrazia – meglio: la valorizzazione dei meriti – è una tra le tante logiche che dovrebbero governare la scuola e la società. Probabilmente non è la prima, né la più importante, sicuramente non è ciò su dovrebbero reggersi la scuola e la società di domani.

 *Filosofo dell’Economia Università di Tilburg (Olanda) Le citazioni di Amartya Sen sono tradotte dall’autore dell’articolo

www.avvenire.it

 Immagine: Giovannini



venerdì 28 ottobre 2022

SCUOLA, MERITO E ASCENSORE SOCIALE

IL FALLIMENTO 

DEL 

MODELLO AMERICANO

Il neoministro dell’Istruzione e del Merito Valditara difende la nuova denominazione legandola al riscatto sociale. Ma nella meritocratica America ci vogliono 5 generazioni per passare dalla povertà alla classe media. Mentre nel Nord Europa del welfare ne bastano due, massimo tre.

 - di Orsola Riva

Molti si stanno chiedendo in questi giorni che cosa comporterà l’aggiunta della parola «merito» nella denominazione del ministero dell’Istruzione oltre al rifacimento della carta intestata. Il neoministro Giuseppe Valditara ieri ha provato a spiegarlo. «La scuola – ha detto – deve, in primo luogo, saper individuare, valorizzare e fare emergere i talenti e le capacità di ogni persona, indipendentemente dalle sue condizioni di partenza, perché ciascun giovane possa avere una opportunità nel proprio futuro». «Il merito - ha aggiunto - è anzitutto un valore costituzionale, chiaramente affermato e declinato dall’articolo 34 della Costituzione». E ha concluso: «E’ su questi presupposti che lavoreremo per una scuola che torni a essere un vero ascensore sociale e che non lasci indietro nessuno». Il merito, dunque, come leva indispensabile per favorire l’emancipazione sociale e far ripartire l’ascensore bloccato. Ma siamo sicuri che funzioni?

In America che, a differenza dell’Italia, è un Paese che ha fatto del merito la propria religione, da tempo ci si sta interrogando su cosa non abbia funzionato se – nonostante ciò – anche da loro l’ascensore sociale si è bloccato e, stando ai dati Ocse, ci vogliono in media 5 generazioni perché una famiglia povera riesca a raggiungere il livello della classe media, mentre nei Paesi campioni del welfare nordeuropeo (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia) ci vuole la metà del tempo (due, massimo tre generazioni) . Di recente c’è chi – come il professore di Harvard Michael J. Sandel – si è convinto che la favola bella del merito per cui «chiunque può arrivare fin dove i suoi talenti glielo permettono» sia una bugia bella e buona che serve solo a giustificare le sempre maggiori diseguaglianze fra ricchi e poveri. Una narrazione bipartisan, iniziata con Reagan e finita con Obama e Hillary Clinton che, enfatizzando (anche giustamente) l’importanza degli studi fino ai più alti livelli, ha finito per colpevolizzare chi – partendo da condizioni più sfavorevoli - si ferma prima e deve accontentarsi di lavori più umili anche se socialmente essenziali. E per giustificare un darwinismo sociale non molto diverso da quello basato sulla semplice ricchezza. Spingendo i tanti, troppi «looser» direttamente nelle braccia di Trump.

L’esempio della meritocrazia americana dimostra che per garantire a «ciascun giovane un’opportunità nel proprio futuro» non basta valorizzarne i talenti e le capacità «indipendentemente» dalle sue condizioni di partenza. Al contrario: bisogna farlo tenendo conto delle condizioni di partenza, perché per tagliare uno stesso traguardo (scolastico e più tardi lavorativo) chi parte più indietro deve fare più strada. Lo sapevano bene i costituenti quando, in quell’articolo 3 citato «nella lettera e nello spirito» dallo stesso Valditara, assegnarono alla Repubblica «il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Una società è giusta quando riesce a garantire non solo che per un determinato posto sia selezionato il candidato più meritevole, ma anche che il figlio di un operaio abbia le stesse possibilità di diventare un ottimo cardiologo del figlio di un medico. O almeno non trovi sulla propria strada ostacoli insormontabili...




 Corriere della Sera

giovedì 20 maggio 2021

LA TIRANNIA DEL MERITO

 

Se il trionfo della meritocrazia porta a una società meno equa

Il modello del successo individuale basato sul talento e sull'impegno può avere implicazioni negative per tutti. Il rischio di associare il valore ai guadagni ottenuti

Se si instilla nei 'perdenti' la convinzione di essere la causa unica del proprio fallimento, ciò può far crescere la frustrazione e la rabbia degli 'esclusi', la quale a sua volta alimenta fenomeni populistici. La riflessione di Michael J. Sandel in «La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti»

  -         di  ANDREA LAVAZZA

-          Vi sono due livelli ai quali le promesse della meritocrazia si rivelano spesso illusorie. Il primo è quello della reale (mancata) attuazione di politiche e procedure che le rendano effettive. Il secondo si collega alle conseguenze impreviste o comunque non sufficientemente considerate che si generano da una diffusa realizzazione dei principi connessi al premiare oggettivamente sforzi e risultati di ciascuno.

Le analisi penetranti e controcorrente di Luigino Bruni e Paolo Santori (qui:tinyurl.com/merito1), e di Vittorio Pelligra ( qui: tinyurl.com/merito2), pubblicate su queste colonne sono già andate al cuore della questione, ma altri aspetti possono essere utilmente illuminati. Ne offre l’opportunità il recente libro, appena tradotto in italiano, di Michael J. Sandel, La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti (Feltrinelli). L’autore è un celebre filosofo morale e politico, i cui corsi all’Università di Harvard (a Boston) sono letteralmente presi d’assalto dagli studenti e le cui riflessioni sugli assetti della società attuale si distanziano dal mainstream economicista, venate come sono da un approccio comunitario e cristiano.

Come si diceva, la promessa del merito, il 'sogno americano', come fu descritto nel 1931 da James Truslow Adams nel suo The Epic of America, è quella di «una terra in cui la vita sia migliore e più ricca e più piena per ogni uomo, con un’opportunità per ciascuno secondo la sua capacità e il suo risultato». L’opera è oggi dimenticata, ma il suo messaggio distintivo ha animato la meritocrazia negli Stati Uniti: «Il sogno di un ordine sociale in cui ogni uomo e ogni donna siano in grado di ergersi al massimo status di cui sono intrinsecamente capaci e di essere riconosciuti dagli altri per quello che sono, indipendentemente dalle circostanze fortuite della nascita e della posizione ». Un ideale che a quell’epoca, se preso alla lettera e in tutte le sue implicazioni, suonava rivoluzionario e rivestito di un indubbio afflato morale di giustizia. Non si può infatti dimenticare che la segregazione razziale era ancora in vigore in molti Stati e che le donne e tante minoranze era virtualmente escluse dalle posizioni di vertice.

Gli Stati Uniti di oggi, spiega bene Sandel, si vantano di essere ancora la patria dell’uguaglianza di opportunità, ma non si può che constatare come ciò sia negato dai fatti. Il fenomeno più rilevante, in questo senso, è il 'credenzialismo', la sproporzionata importanza attribuita alla laurea quadriennale ottenuta nelle migliori università del Paese. Questo titolo di studio, cui si può accedere tramite una serratissima competizione accademica alla fine delle scuole superiori, garantisce reddito e status sociale alti e quasi irraggiungibili per tutti coloro che non riescono a ottenere l’ammissione.

E questi ultimi sono i due terzi degli americani. Il punto non è che vi sia una dura selezione, aperta ai migliori. Piuttosto, emerge dalle statistiche che gli ambìti posti nei college vanno per una grandissima percentuale a figli di famiglie ric- che della classe dirigente. Così, paradossalmente, il famoso 'ascensore sociale' che dovrebbe permettere l’ascesa di chiunque sia meritevole parte in realtà – tranne alcuni casi ben reclamizzati – dall’attico di sontuosi palazzi. I l valore dell’analisi di Sandel non sta solo nella denuncia delle ingiustizie che di fatto violano l’uguaglianza di opportunità e l’apertura di tutte le posizioni a chi ha titolo per occuparle. Il filosofo di Harvard evidenzia magistralmente, intrecciando il trionfo della meritocrazia con la recente avanzata del populismo, come il modello del successo individuale basato sul talento e sull’impegno abbia implicazioni negative per l’intera società. In primo luogo, svilisce e implicitamente denigra coloro che non ce la fanno. Chi non entra nelle università che garantiscono una carriera soddisfa- cente e retribuzioni sopra la media finisce con lo svolgere impieghi che per tali circostanze sono svalutati come meno rilevanti. Ciò provoca, argomenta Sandel, due effetti. Da una parte, si tende a pensare che siano più importanti le professioni che producono ingenti guadagni (a motivo del risultato raggiunto da chi le compie). E ciò crea distorsioni evidenti, come quella di credere che un proprietario di casinò o uno spericolato operatore della finanza diano un contributo maggiore alla società di un insegnante, di un’infermiera o di un impiegato delle poste. Dall’altra parte, se in qualche modo la meritocrazia instilla nei 'perdenti' la convinzione di essere la causa unica del proprio fallimento, ciò può anche fare crescere la frustrazione e la rabbia degli 'esclusi', la quale a sua volta alimenta fenomeni populistici di rivolta contro le élite (in qualche misura giustificati) e di aggressività e rivalsa verso nuove minoranze, come gli immigrati e coloro che beneficiano di misure di sostegno (reazioni comunque da contrastare). I noltre, l’ideale meritocratico fa sì che a poco a poco si affievolisca la spinta politica verso aiuti pubblici ai meno abbienti e meno fortunati. Quando si radica la convinzione che ciascuno è artefice del proprio destino e che «se la competizione è veramente equa, il successo si allineerà alle virtù», allora il welfare state diventa un premio immeritato ai fannulloni e ai deboli di carattere, ai poco ambiziosi e agli includenti. Ecco la motivazione, fortemente consolidata nel contesto statunitense, per cui le riforme dell’assistenza sanitaria in senso universalistico sono state sempre avversate in un modo abbastanza incomprensibile per noi europei. L’ auspicio di Sandel è per una società buona che non sia fondata soltanto «sulla promessa di una fuga», perché concentrarsi esclusivamente sull’ascesa dei talentuosi o degli 'sgobboni' trascura «legami sociali e attaccamenti civici che la democrazia richiede». In sostanza, si devono «trovare dei modi per permettere a quanti non emergono di fiorire lì dove si trovano e di considerarsi membri di un progetto comune ». Infatti, è la conclusione, l’idea che le persone meritino qualsiasi ricchezza il mercato assicuri loro «rende la solidarietà un progetto quasi impossibile». Solo se ammettiamo, come Bruni, Santori e Pelligra hanno spiegato, che i nostri risultati sono frutti contingenti di una serie di fattori che ci è capitato di intercettare possiamo creare una società più giusta e inclusiva.

Questa prospettiva è sostenuta anche da un numero crescente di pensatori che partono non tanto da premesse etiche o sociali, ma giungono a esse in base ad argomentazioni filosofiche e a dati sperimentali circa il libero arbitrio. In sintesi, anche sulla scorta di un dibattito secolare, si afferma che stante il determinismo del mondo fisico, gli esseri umani non possono essere davvero liberi come di solito pensiamo: a un attento esame, infatti, tutto ciò che accade sarebbe al di fuori del nostro controllo. E se non siamo liberi, non siamo nemmeno responsabili delle nostre azioni (un caposaldo della morale, condiviso per esempio da Tommaso d’Aquino). Ne consegue che non meritiamo né premi per i nostri successi (ecco la contestazione alla meritocrazia a livello politico) né punizioni per i nostri errori (di qui la critica al sistema penale: non abbiamo giustificazione per sanzionare i colpevoli di reati; dobbiamo invece cercare di rieducarli e, nel frattempo, evitare che si rendano pericolosi per gli altri).

In passato, negare la libertà era unanimemente concepito come il primo passo verso il crollo del nostro sistema di relazioni. Oggi studiosi quali Derk Pereboom, Gregg Caruso e Bruce Waller – solo per citarne alcuni – ritengono invece che rinunciare all’idea di libertà ci consegnerebbe una convivenza più serena, meno acquisitiva e punitiva, priva della competizione esasperata e dello stress e della rabbia che essa può suscitare. Ma realmente non godiamo del libero arbitrio? La teologia cattolica ci dice il contrario e per questo (ma anche per altri solide ragioni) un po’ di meritocrazia potremmo mantenerla.

Ad esempio, una linea di difesa è quella che considera i sacrifici che le persone sono disposte a fare per raggiungere un obiettivo. Chi è molto dotato può diventare un premio Nobel senza molta fatica; chi parte con meno doni dovrà rinunciare a molti piaceri per dedicarsi intensamente allo studio. E così accade in ogni ambito. Un successo che ci è costato in termini di altre opportunità mancate sembra in effetti più meritevole dei traguardi tagliati con facilità e può fungere pure da incentivo a un’etica non edonistica, un’etica dell’impegno e della dedizione. Sempre con la consapevolezza che non siamo isole, e che nessuno prospera realmente senza l’aiuto diretto o indiretto di tante persone che vivono intorno a lui.

 www.avvenire.it


J. Sandel,   «La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti»

Editore: Feltrinelli
Collana: Serie bianca
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 8 aprile 2021
Pagine: 288 p., Brossura
  • EAN: 9788807173943

 

 

sabato 15 maggio 2021

MERITOCRAZIA! NE SIAMO SICURI?


            È illusione di un mondo giusto

 la trappola della meritocrazia

La formula “talento e impegno” dimentica che anche la capacità di attivarsi è spesso ereditata. Il rischio è che le vittime si sentano colpevoli e meritevoli di sventure.

L’idea di una società futura basata interamente sulla capacità di premiare in virtù del quoziente intellettivo e dello sforzo profuso nasceva in virtù di una visione distopica, poi trasformata in positiva. La credenza secondo cui le persone generalmente ottengono ciò che si meritano si fonda in realtà su basi irrazionali.

-         di Vittorio Pellagra

-          - È piuttosto curioso che un’idea nata originariamente per descrivere una distopia, una visione che prefigura un futuro angosciante e indesiderabile, viene oggi considerata, da molti, un’utopia, un ideale da perseguire e su cui costruire il nostro ordine sociale. Stiamo parlando dell’idea di meritocrazia, termine coniato nel 1958 da Michael Young per descrivere, nel suo romanzo “L’ascesa della meritocrazia”, una società futura basata interamente sul merito, inteso come somma di talento e impegno, di quoziente intellettivo e sforzo, da dedicare totalmente al servizio delle “esigenze dell’efficienza”. A un certo punto è successo qualcosa e si è cominciato a considerare la meritocrazia come un viatico verso una società giusta, perché capace di premiare con riconoscimento, successo e denaro chi più contribuisce a quelle stesse esigenze dell’efficienza. L a questione del merito è politicamente trasversale. Entra nel dibattito politico negli anni 80 del Novecento con Reagan negli Usa e con Blair in Gran Bretagna, e arriva fino a Obama che sceglie come slogan “ you can make it if you try” (se ci provi, ce la puoi fare). Alla Leopolda del 2019, l’ex-ministra Bellanova afferma: «Chi ce l’ha fatta, ce l’ha fatta per merito e il merito è di sinistra […] il merito è il nostro unico parametro di misura». Ma merito di cosa esattamente? Nel giugno 2001, lo stesso Michael Young, dovette scrivere un articolo su “The Guardian” per cercare di far capire l’equivoco. Per cercare di spiegare quanto l’idea stessa di meritocrazia fosse stata fraintesa, facendola assurgere a principio fondante, invece di riconoscere in essa il pericoloso antecedente di una deriva distopica. Ma non fu sufficiente.

Eppure, oggi, qualcosa inizia a muoversi. La dimensione ideologica, forse, inizia a venire a galla e la retorica è soggetta sempre più frequentemente a efficaci esercizi di decostruzione. Ne hanno dato conto, anche in queste pagine, Luigino Bruni e Paolo Santori («La meritocrazia? Un’illusione che giustifica le diseguaglianze», 5 maggio 2021) illustrando i contenuti di un convegno organizzato dall’associazione Heirs ( Happiness and Relationships in Economics) e dall’Università di Cardiff, sull’«Illusione del merito» e sollecitando un dibattito plurale e aperto. La mia posizione è decisamente critica non tanto sulla meritocrazia in sé – è un principio così vago che si fatica anche a criticarlo – ma, piuttosto, sulla retorica che circonda il principio. Enunciando la tradizionale formula “talento + impegno”, per esempio, retoricamente, viene nascosto il fatto che anche la capacità di impegnarsi, oltre che il talento, è molto spesso, ereditata, è cioè, qualcosa di cui non abbiamo merito. La perseveranza, la determinazione, la capacità di darsi degli obiettivi e di perseguirli con costanza, tutti elementi che facciamo ricadere nella categoria dell’“impegno”, fanno parte di quelle che i neuroscienziati definiscono “funzioni esecutive”. Quello che gli studi mostrano è che queste abilità si formano in età estremamente precoce e poi si fissano e perdono plasticità. L’ambiente familiare, quindi, da questo punto di vista, è fondamentale. È c’è davvero poco merito, se il nostro carattere determinato e perseverante, si è formato così com’è perché, magari, siamo nati in una famiglia che ci ha amato e stimolato, in una nazione avanzata, in una città a misura d’uomo e in un quartiere residenziale tranquillo e non in uno slum di Nairobi. Il fatto che anche la capacità di impegnarsi deriva, in parte da, fattori fuori dal nostro controllo, non significa che chi si impegna e ottiene risultati non debba essere apprezzato e riconosciuto. Vuol dire, piuttosto, che chi non ha ottenuto gli stessi risultati, molto spesso, non li ha ottenuti non certo perché non si è impegnato abbastanza, per pigrizia o “menefreghismo”, ma più semplicemente, perché la vita gli ha messo addosso una zavorra insopportabile, con la quale neanche i più “meritevoli” sarebbero stati in grado di raggiungere i loro traguardi. È questa «simmetria delle valutazioni» tra successo e insuccesso e, quindi, tra merito e demerito che alimenta la retorica meritocratica e la giustificazione morale delle disuguaglianze. Gli psicologi sociali definiscono «ipotesi del mondo giusto» la credenza diffusa secondo cui le persone generalmente ottengono ciò che si meritano. È un atteggiamento infantile e irrazionale che risponde, però, a un bisogno profondo e ci fa percepire il nostro ambiente sociale come se fosse stabile e ordinato. Senza una tale convinzione sareb- be molto più difficile darsi obiettivi di lungo periodo e gestire, per esempio, l’insensatezza del dolore innocente.

Poiché la convinzione che il mondo sia giusto serve una funzione così importante, d’altro canto, le persone sono riluttanti a rinunciare a questa convinzione anche davanti all’evidenza contraria. Se da una parte, dunque, abbiamo uno scudo psicologico che ci protegge dalla durezza del mondo e alimenta il senso di controllo sul nostro destino, dall’altra, lo stesso scudo diventa un’arma contro gli altri: capita spesso, per esempio, che in virtù della credenza in un mondo giusto si tenda a colpevolizzare le vittime di un crimine: pensate a quante volte in un caso di stupro sentiamo qualcuno affermare che la vittima se l’era cercata; o nei casi di bullismo, quante volte si pensa che forse la vittima avrebbe dovuto imparare a difendersi e a farsi valere. O, ancora, quante volte abbiamo sentito, a proposito dei migranti morti in mare che, che se fossero rimasti a casa loro ora sarebbero ancora vivi. Ma l’«ipotesi del mondo giusto» fa qualcosa di più, di peggio: spinge le stesse vittime a sentirsi in colpa e a pensare che in fondo, quella disgrazia o quell’altra sventura se la sono meritata. Alcune ricerche condotte recentemente negli USA hanno messo in luce che le fasce della popolazione più contrarie alle politiche redistributive sono quelle che da tali politiche potrebbero trarre maggiore sollievo. Pensano di non meritarsi di essere aiutati dallo Stato. uesto è il meccanismo psicologico che alimenta la retorica della meritocrazia. Un lato oscuro che non dovrebbe mai essere sottovalutato, minimizzato o rimosso. Bisognerebbe, anzi, iniziare a riconoscerlo esplicitamente se vogliamo condurre un dibattito senza preclusioni ideologiche e con un atteggiamento di costruttiva Q distanza.

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venerdì 19 aprile 2013

A PROPOSITO DI MERITOCRAZIA




Meritocrazia?...No, grazie!
  2. ....perchè chi più merita, più serve....
                       di Italo Bassotto

Nell'articolo precedente ho ragionato intorno alle controindicazioni della teoria del "potere al merito" (meritocrazia, appunto!), segnalando il fatto che chi stabilisce il merito ha il potere e chi riceve attestazione di merito è, normalmente, succube di chi la concede... anche se entrambi credono di farlo per ragioni di giustizia e di equità, siano essi individui o gruppi sociali...
Annunciavo, anche, che questa seconda serie di riflessioni avrebbe rappresentato la pars costruens della critica all'uso del merito come criterio per la stratificazione sociale. Prima, però, voglio ribadire l'ipotesi di una terza via alternativa ad un tempo alla società degli "eguali" (senza classi, ceti, strati... a seconda delle ideologie) ed a quella dei "diversi" (divisa in classi, ceti.....) ......

Leggi:   CHI PIU' MERITA PIU' SERVE