Visualizzazione post con etichetta Dionigi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dionigi. Mostra tutti i post

mercoledì 14 maggio 2025

MAESTRI, NON BUROCRATI

 

 

La palestra della vita 

ha bisogno di maestri

 

Altro che didattica a distanza, le sfide del futuro sono legate all’unire: studi umanistici, scienza, internet, inglese Ma anche questioni sociali, civili, economiche 

Un saggio di Dionigi Non ci si deve rassegnare a un malinteso egualitarismo che rende deboli i saperi anziché forti gli allievi. 

Per questo i professori non vanno declassati e resi burocrati

 

-         di IVANO DIONIGI

-          

Magister

Magister: parola latina emblematicamente carica di senso. Composta dal prefisso latino magis (“più”, che indica superiorità qualitativa) e dal suffisso greco -teros (che indica comparazione), significa il superiore, colui che sa di più e conta di più, e che si mette a confronto e in relazione con gli altri. Figura propria della lingua religiosa, oltre che giuridica e politica, il Magister designava il celebrante principale, assistito dal Minister (da minus e -teros), il celebrante in seconda, l’assistente, il servitore. Segno dei tempi: noi oggi abbiamo sostituito il rispetto per i maestri con l’ossequio per i ministri. Parola nobile, evocativa, emozionante, sideralmente lontana dal surrogato influencer: il maestro di danza, di musica, di sport, di studi, di vita spirituale, di vita; i tanti maestri senza cattedra. Rabbi, Maestro, era chiamato Gesù dagli Apostoli. Per tanti ha deciso le sorti della vita.

«La scuola», ha sentenziato Manara Valgimigli, «la fanno i maestri, non i ministri». Penso ai tanti maestri e alle tante maestre che insegnano ai nostri bambini e alle nostre bambine l’arte del leggere e dello scrivere: nelle periferie delle grandi città, negli sperduti paesi dell’Appennino, negli ospedali al capezzale dei piccoli ricoverati. Fanno il mestiere più bello, più importante, più misconosciuto del mondo. [...] Quale scuola? Non certo la scuola della didattica a distanza, la prima vittima della pandemia, posposta alle messe in piega delle parrucchiere, con i ragazzi addomesticati e oscillanti tra il pigiama, il divano e lo smartphone, spettatori e non protagonisti dell’apocalisse. E neppure quella prima della pandemia, improntata alla separazione sia dei saperi sia delle classi sociali. Immagino una scuola fulcro della formazione e stella polare del Paese.

Una scuola aperta

 Una scuola aperta ventiquattro ore: lezioni, compiti, musica, teatro, sport, otium e negotium, cella e pulpito; perché la scuola non è né dei professori né delle famiglie, ma degli studenti.

Una scuola dove coabitino informatica e storia dell’arte, inglese e filosofia, scienze applicate e latino, storia delle religioni e matematica, educazione civica ed educazione alimentare, ecologia e diritto, italiano ed economia. Aumentare e accrescere, non diminuire e sottrarre: et et, non aut aut deve essere la misura della scuola. Perché ciò che potrebbe essere un’aggiunta diviene un’alternativa?

Una scuola consapevole che, di fronte alle nuove sfide delle scienze e alla pervasività delle tecnologie digitali, può trovare negli studia humanitatis un’alleanza naturale e necessaria. Una scuola vissuta come forma e forza di giustizia sociale, a cominciare dai territori svantaggiati del Sud, che prevenga dispersioni e fallimenti precoci. Il primo e vero antidoto alla malavita. Una scuola dove gli studenti incontrino e interroghino i responsabili della vita economica civile e politica: scuola più scuola, questa è la vera alternanza. Una scuola che veda nei suoi insegnanti  e studenti gli interlocutori privilegiati e i consulenti del sindaco e del Consiglio comunale; e anche degli architetti che progettano gli edifici scolastici.

Una scuola intesa come palestra dei fondamentali del sapere che, al riparo da pedagogie facilitatrici, non si rassegni, per una malintesa idea di democrazia e di egualitarismo, a rendere deboli i saperi anziché forti gli allievi.

Affascinare

Una scuola dove i professori non siano declassati a burocrati e umiliati a capoclasse ma riconosciuti economicamente e socialmente, per poter professare ( profiteri) a pieno titolo l’affascinare ( delectare), l’insegnare ( docere), il mobilitare le coscienze ( movere), come aruspici di quella cosa tremenda e stupenda che è la vita dei giovani: che Erasmo considerava «il bene più prezioso della città» e che noi abbiamo degradato a “capitale umano”. Il giorno in cui il presidente del Consiglio terrà la delega della Scuola, vorrà dire che questo Paese ha deciso di prendersi sul serio, di avere cittadini più consapevoli e di formare una classe dirigente più responsabile. Allora ne guadagnerà non solo il benessere individuale ma anche il Pil. [...] Nella mia non breve esperienza di docente ho tenuto a mente una domanda centrale e ineludibile che Montaigne formulò in modo impareggiabile: come tutelarci dal diventare un giorno «scienziati senza conoscenza, magistrati senza giurisdizione e comici senza commedia»?

Il monoteismo tecnologico

Detto con parole più attuali: nell’era del monoteismo tecnologico, come formare persone egregie e non gregarie, vale a dire intelligenze libere e capaci di porre limiti e ribellarsi a macchine più o meno intelligenti? Circa vent’anni fa, un ministro della Repubblica intendeva riformare la scuola e il mondo della formazione sulla base di Inglese, Internet, Impresa: aggiornamento mercantile del non meno noto e allarmante Inglese, Internet, Novecento. Quelle tre parole d’ordine non solo non hanno risolto i problemi, ma si sono rivelate essere, almeno in parte, addirittura il problema, perché adottavano unicamente le categorie dei mezzi, dello spazio, del presente.

Ritengo che le nuove istanze e i nuovi squilibri vadano iscritti nell’orizzonte dei fini, del tempo, dei giorni a venire, e che a tale scopo debba essere interpellata un’altra triade, marcata anch’essa da una triplice i: Interrogare, Intelligere, Invenire. Tre voci che andrebbero scolpite all’ingresso delle nostre scuole, università e istituzioni formative. Non vedo altro luogo, altra istituzione, al di fuori della scuola, in cui i ragazzi possano attrezzarsi per interrogare, comprendere e scoprire sé stessi e il mondo.

-------------------------------

Magister. La scuola la fanno i maestri, non i ministri

 www.avvenire.it

Immagine



 

venerdì 27 settembre 2024

RISCOPRIRE IL CUM


 Dionigi: 

riscopriamo 

con il linguaggio

 la bellezza del “cum”

 

 


Il latinista invita a una purificazione delle parole. 

«Oggi sono social, che è il contrario di sociale. 

Viviamo nell’isolamento, soprattutto i giovani, 

che vanno affascinati

 -         di Gianni Santamaria

-          

Prosegue con l'intervista a Ivano Dionigi il dibattito su cattolicesimo e cultura, avviato da PierAngelo Sequeri e Roberto Righetto. Sono intervenuti Gabriel, Forte, Petrosino, Ossola, Spadaro, Giaccardi, Lorizio, Massironi, Giovagnoli, Santerini, Cosentino, Zanchi, Possenti, Alici, Ornaghi, Rondoni, Esposito, Sabatini, Cacciari, Nembrini, Gabellini, Vigini, Timossi, Colombo, De Simone, Arnone, Bruni e Postorino.

«Dobbiamo riscoprire le parole con il “cum”. Comunicare, che per noi vuol dire altro, viene da cum-munus, è “mettere in comune i doni”, cum-testari, contestare, non è andare in giro con i cartelli a fare casino, ma è “testimoniare insieme”, cum-petere, competere, non è usare i muscoli, ma “andare tutti insieme nella stessa direzione”. Abbiamo stuprato il linguaggio». Ivano Dionigi, docente emerito di Letteratura latina dell’Università di Bologna, di cui è stato rettore, in questi anni ha rivolto la sua passione educativa soprattutto ai giovani. Che sono, come emerso dal dibattito innescato su queste pagine da Pierangelo Sequeri e Roberto Righetto, gli attori principali a cui guardare per un nuovo rapporto tra cattolici e cultura contemporanea. «Quando vado in giro, parlo delle parole che sono la cosa più concreta del mondo», dice il filologo classico. Parole che oggi sui social sono degradate a fake news, contro le quali la scuola deve fornire «non una cassetta, ma un’intera officina di attrezzi».

Per citare Isaia, come lei ha fatto di recente incontrando 500 laureati magistrali a Bergamo, «a che punto è la notte»? Quali sono le principali sfide che la cultura odierna pone al pensiero credente?

«Assistiamo all’eclissi delle grandi visioni, socialista, liberale e cattolica, per cui manca un orizzonte. Queste visioni camminavano sulle gambe di istituzioni come famiglia, Chiesa e partiti, che - quando ci sono - oggi sono fragili e in affanno. Il risultato è l’immanenza nel presente, siamo all’ossessione dell’uno e del medesimo. Non c’è la memoria del passato, né una prospettiva futura. E c’è un triplice deficit di alterità».

In cosa consiste?

«Il primo deficit è quello della comunità. Come ha scritto il filosofo Roberto Esposito siamo tutti preoccupati dell’immunità e poco della comunità. Parole anche etimologicamente opposte. Cum-munus vuol dire condividere con gli altri la propria identità, il proprio dono, avere un destino comune. In questo il Covid ha creato una cesura. C’è una grande solitudine, anche se oggi le parole sono social: con la caduta di un solo fonema si dice il contrario di “sociale”. Le parole “confinamento” e “distanziamento sociale” sono gas nervino. Si pensi ai danni dello smart working e della “didattica a distanza”. La solitudine, come diceva il cardinal Martini, ha un valore positivo, ma qui siamo all’isolamento, che è una pessima cosa. Secondo deficit è quello che accennavo: manca la dimensione del tempo, che riconduce alla memoria dei trapassati e al progetto dei nascituri. Va recuperata la memoria. Per cui bisogna capire il dentro e la profondità delle cose, intus-legere».

Il terzo deficit?

«Riguarda l’oltre, sia esso laico-razionale o cristiano-spirituale. Bisognerebbe semplicemente annunciare il Vangelo, la Risurrezione. Da quando non sono più all’Università ho incontrato circa 20mila giovani in 100 scuole superiori. Non ce n’è uno che sia contento della propria vita. La crisi oggi è economica perché è politica, è politica perché è culturale, è culturale perché è spirituale».

Questa è la diagnosi, quale la cura?

«La traversata di questo deserto spirituale è lunga. Va riscoperto il valore dei piccoli gruppi, quelli che Achille Ardigò chiamava i “nuclei vitali”. Va ricostruito un lessico fondamentale della comunità, della politica, a partire dal basso, perché la salvezza non è calata dall’alto. Serve poi che gli intellettuali, che stanno sparendo, facciano il loro dovere. A differenza dei politici, che badano al consenso, e ai capitani d’industria, che badano ai bilanci, non possono fare i notai: dicano come deve andare il mondo. I giovani li muovi con la testimonianza».

Uno dei compiti culturali urgenti. Come intercettare le loro domande di senso?

«Vanno resi protagonisti. Non basta dare dei messaggi sul senso della vita. Con il cardinale Ravasi e lo psichiatra Lingiardi abbiamo realizzato, insieme a 800 studenti di tutta l’Emilia-Romagna, degli incontri sul tema dell’identità, a partire dalla domanda di Agostino Tu quis es?, “Tu chi sei?”. Ravasi è rimasto colpito dal fatto che, durante gli interventi, non ha squillato un cellulare e nessun ragazzo ne aveva uno in mano. Erano sedotti. Bisogna parlare con loro e di loro. Cercare insieme una strada, fidarsi di loro e responsabilizzarli. Una volta, nella pausa di un incontro di orientamento alla scelta del liceo, una ragazzina di 13 anni mi ha avvicinato per farmi vedere sul cellulare la “faccia” del suo fidanzatino. Allora ho lasciato il mio discorso e ho parlato della differenza tra “faccia” e “volto”. Ho detto che oggi viviamo in un’epoca di facce, di maschere. Mentre “volto” viene dal latino volvere, cambiare. Cos’è che ci dice il dolore o la gioia, la bellezza o la bruttezza, la faccia o il volto? Successivamente, e per me è stata un’agnizione, ho trovato che l’aveva già detto Isidoro di Siviglia.

Uno che è vissuto tra VI e VII secolo. Ma il fenomeno attuale che pone molti interrogativi etici, come ha di recente sottolineato papa Francesco, è l’ “intelligenza artificiale”. Come non farsene fagocitare?

«Ho davanti a me un libro di Reid Hoffman (cofondatore di LinkedIn, ndr), scritto a quattro mani con ChatGpt4. È il mondo verso cui andiamo, guai a essere luddisti. Abbiamo fatto cittadino l’uomo agricolo, poi quello industriale, quello elettronico adesso dobbiamo fare cittadino l’uomo dell’intelligenza artificiale. Sia benvenuta, se produce più libertà e più giustizia. La mia paura è che creeremo macchine che ridurranno l’umanità a un gregge. Dobbiamo perciò tenere il pallino della tecnologia, che è parola bellissima, composta da tèchne, l’ars latina, e logos. Ma sarà tecnologia o tecnocrazia? A prevalere sarà Prometeo o il fratello Epimeteo, quello che ha aperto il vaso di Pandora. Uno è pro, prima, l’altro epì, dopo, quello che ritarda. Infine, chi stabilirà il bonum comune?».

Lei ha intitolato un suo fortunato saggio Benedetta parola. C’è una dimensione religiosa della parola, comune tra cattolici e laici?

«A ispirarmi è stata la Lettera di Giacomo. L’uomo è parola, diceva Aristotele. Don Milani nella lettera a Bernabei del 1956 dice che chiama uomo chi è padrone della parola. È il punto d’incontro di tutti. Anni fa in un colloquio con l’arcivescovo Lorefice ho detto che abbiamo bisogno di una “Pentecoste laica”. Con il rispetto dobbiamo capire la parola di ciascuno. Tucidide dice di aver capito lo scoppio della guerra del Peloponneso, perché “avevano cambiato il significato delle parole”. Oggi se ci fosse la parola della politica non ci sarebbe la guerra».

 

www.avvenire.it

Immagine


 

 

 

martedì 3 novembre 2020

SEGUI IL TUO DEMONE. QUATTRO PRECETTI PIU' UNO

 «Demone a ciascuno è il suo modo di essere.» Eraclito

 Guardano il cielo stellato ma non si meravigliano, sono angosciati dall’esistenza ma non sono tragici, elaborano ricette ma non redigono nuove tavole della legge, parlano di tutto ma non di noi. I contemporanei non ci sono attuali. Sono i classici i competenti in umanità e i maestri di saggezza: con i loro precetti – obbedire al tempo, seguire il demone, conoscere se stessi, non eccedere, conoscere la natura – ci soccorrono nel rispondere alla domanda di Agostino: «Tu chi sei?».

Sono i classici che, liberandoci dalla saturazione e dalle spire del presente, ci ricollegano alla memoria dei trapassati e ci interpellano sulla responsabilità verso i nascituri, rendendoci partecipi di quella grande comunità – res publica maior la chiamava Seneca – che ci precede e ci eccede.

Il libro spinge questa riflessione fino ai nostri giorni. Intercetta le domande dei giovani, abitati da una divorante ansia di verità e chiamati a una missione supplementare e difficile: arrivati in un mondo fatto su misura per i loro padri, devono costruirne uno per loro stessi e per i loro figli.

Torna così attuale l’invito che Max Weber, echeggiando la saggezza classica, rivolse ai giovani nei giorni segnati dalle macerie della Prima guerra mondiale. Alla loro domanda: «Professore, cosa dobbiamo fare?», rispose semplicemente: «Ognuno segua il demone che tiene i fili della sua vita».

 Ivano Dionigi, Segui il tuo demone, ed. Laterza, 2020

 Ivano Dionigi è un latinista, accademico e rettore italiano. Professore ordinario di letteratura latina, è stato Magnifico Rettore dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna dal 2009 al 2015; è membro dell'Accademia delle Scienze di Bologna e del Centro Studi Ciceroniani e presidente dell’Accademia Pontificia “Latinitatis”

venerdì 26 giugno 2020

LA PAROLA, LA VITA, GLI SMARRIMENTI


Uno sguardo sul nostro tempo e le sue emergenze partendo dalla lettura dei classici e dei testi biblici. Un estratto dall’ultimo libro di Ivano Dionigi che trae linfa dalla rubrica “Tu quis es” redatta per Avvenire.

Il libro / Interpretare i problemi dell’oggi con gli occhi esperti dell’antichità

Con la prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi e un’ampia premessa dello stesso autore (dalla quale abbiamo tratto il significativo stralcio che introduce i testi qui anticipati), Raffaello Cortina manda in libreria Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo, il libro di Ivano Dionigi (pagine 112, euro 12,00) che raccoglie, con l’aggiunta di inediti, i brani pubblicati fra gennaio e marzo 2020 su “Avvenire” nella rubrica di prima pagina “Tu quis es”. Uno sguardo sulla quotidianità, nei giorni che in Italia e in Europa hanno aperto la crisi della pandemia, attraverso l’esperienza della classici greci e latini.


di IVANO DIONIGI

La parola, lógos per i Greci, verbum per i Latini, è il miracolo per cui l’uomo da creatura diventa creatore: essa può affascinare ( delectare), insegnare ( docere), mobilitare le coscienze ( movere). La parola può unire e dividere, consolare e affannare, salvare e uccidere. Non solo custodisce e veicola il pensiero, ma lo genera. La Parola divina, quel Logos con cui si aprono l’Antico e il Nuovo Testamento: la Genesi («In principio Dio disse») e il Vangelo di Giovanni («In principio era la Parola»). Il lógos di Eraclito: «così profondo che della sua anima, per quanto tu possa camminare e neppure percorrendo intera la via, mai potresti trovare i confini». La parola che con Gorgia tutto può: «spegnere la paura, eliminare la sofferenza, alimentare la gioia, accrescere la compassione ». La parola della “democratica” Atene, che uccise Socrate prima e più della cicuta. La parola che, usata male, secondo Platone oltre a essere una cosa brutta in sé fa male anche all’anima. La parola che con Aristotele ci caratterizza come uomini distinguendoci dagli animali. La parola che con Cicerone salva la res publica, se prerogativa degli eloquentes e sapientes; la manda in rovina, se prerogativa dei disertissimi homines, i demagoghi. La parola della ragione di Lucrezio, l’arma più efficace per debellare i nemici interiori della cupido e del timor.
La parola terapeutica di Seneca che interiorizza e consola. La parola che con l’apostolo Giacomo ora benedice ora maledice. La parola che con Elias Canetti si fa antidoto alla guerra. La parola che con don Milani diviene «la chiave fatata che apre ogni porta». La parola che con Mario Luzi «vola alta» e profonda, e «tocca nadir e zenith».
Questa parola oggi non gode di buona salute: ridotta a chiacchiera e barattata come merce qualunque, ci chiede di abbassare il volume, di ricongiungerla alle cose, di imboccare la strada del rigore. Soprattutto in questo tempo di calamità, in cui ci apprestiamo a un lungo esodo e alla traversata del deserto, le parole note suonano inadeguate se non improprie. Abbiamo bisogno di parole nuove per nominare questo presente imprevisto, inaudito, alieno. Uguale, eppure così frantumato; estraneo, eppure così invadente attorno a noi e dentro di noi.
Orfeo e Euridice
A Orfeo è concesso di riportare la dolce sposa dall’Ade sulla terra a patto di non girarsi a guardarla. Ma, racconta Virgilio ( Georgiche, 4, 485 sgg.), lo sprovveduto amante uscendo dagli Inferi viene preso dalla follia d’amore e viola i patti ( rupta foedera): «Quale furia d’amore ha portato me misera, ha portato te Orfeo, alla perdizione? » (4, 494 sg.: Quis et me [...] miseram et te perdidit, Orpheu, / quis tantus furor?), grida Euridice quando Orfeo si volta a guardarla. «Muto e impaziente» Orfeo, «mite nella sua pazienza» Euridice, dirà Rilke. Non è forse vero che non bisogna amarla troppo questa vita per non perderla? Come non è forse vero che non bisogna attaccarsi troppo a una persona per non soffocarla? Se non sopportiamo il peso della privazione, il prezzo dell’attesa, il páthos della distanza, perdiamo coloro che amiamo e perdiamo noi stessi. Restiamo agli Inferi: nell’Inferno della nostra identità. Questa favola vale per la scuola come per la vita. Penso al nostro modo di leggere i classici, oscillante fra due estremi malsani: o non cogliamo le interrogazioni dei testi e li consideriamo come fossili, muti, inanimati, cadaverici, oppure vi sovrapponiamo le nostre domande e li riduciamo a pretesti per le nostre ragioni. Non abbiamo forse pietrificato i classici tutte le volte che, affetti da miopia e incapaci di resistere all’impazienza e all’illusione del possesso, abbiamo anteposto le ragioni della vicinanza e della presenza, incuranti di ogni distanza passata e futura?
Parole per noi
Negata anche la pietas: non si può abbracciare né chi nasce né chi muore. Catastrofe, inferno, tragedia sono le parole giuste per questi giorni. Va pensata la genesi dopo l’apocalisse: la scienza medica deve curare e guarire, la politica provvedere e prevedere, con l’auspicio che i tanti eurobond siano affiancati da altrettanti neurobond. Avremo bisogno di Mosè, di tanti Mosè che ci guidino nella traversata del deserto. Non è l’ora delle nostre parole che suonano inutili o inopportune. Altro timbro possiedono le parole di coloro che hanno scritto per noi e di noi, che resistono al tempo e alle mode. Ci ricordano con il Prometeo di Eschilo e l’Antigone di Sofocle che l’uomo ha posto rimedio a tutti i mali ma non al suo destino mortale; con il Platone della Repubblica, che non si possono privatizzare i beni materiali ma neppure i sentimenti quali la gioia e il dolore, e che nella città al vertice dell’istruzione deve sedere il migliore; con l’Aristotele della Politica, che l’uomo dotato di norme civili e di senso del giusto è la migliore delle creature; con Lucrezio, che solo la scienza può rimuovere la paura, frutto dell’ignoranza e causa di tutti i mali; con Virgilio, che i vecchi valgono non meno dei giovani; con Seneca, che è cosa diversa vivere ( vivere) dallo stare al mondo ( esse); con Marco Aurelio, che ognuno di noi vale quanto la causa per cui lotta; con Agostino, che la qualità dei tempi dipende da quella degli uomini ( Sermoni, 80, 8: Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora).
Lucrezio lo aveva detto
La storia ama non solo sorprendere ma anche ripetersi. Si vada alla peste di Atene (430 a.C.) descritta da Lucrezio nel finale del suo poema: vi si troveranno consonanze raggelanti con i nostri giorni. Sotto scacco, la medicina allora mostrava tutta la sua incertezza e impotenza: silenziosa e timorosa esitava e balbettava (6, 1179: Mussabat tacito medicina timore).
Parimenti disarmata e svilita la religione (vv. 1276–1277: Nec iam religio divum nec numina magni / pendebantur): i templi stipati di cadaveri accatastati (vv. 1272–1273: omnia sancta deum delubra replerat / corporibus mors) e impediti in città perfino i riti della sepoltura (v. 1278: nec mos ille sepulturae remanebat in urbe).
Anche la pietà parentale era messa a dura prova: quanti erano accorsi al capezzale dei loro cari, incorrevano nel contagio (v. 1243: Qui fuerant autem praesto, contagibus ibant) e quanti si rifiutavano di portare soccorso morivano soli e abbandonati (vv. 1239 sgg.: Nam quicumque suos fugitabant visere ad aegros / [...] / poenibat [...] / desertos, opis expertis, incuria mactans). Con i nostri occhi li abbiamo visti i medici supplire con la compassione alla carenza di terapie; le abbiamo viste le chiese diventate cimiteri, piazza San Pietro deserta e il Papa, solo, a testimoniare non la potenza del rito ma la passione della croce; li abbiamo visti negli ospedali i mariti separati dalle mogli, i fratelli dai fratelli, gli amici dagli amici. E morire senza potere prendersi la mano e neppure salutarsi.
Un uomo, tutti gli uomini
I rimedi per la ricostruzione del Paese dovranno essere proporzionati ai danni: incalcolabili. Ci vorranno braccia e menti, e una duplice chiamata: da un lato, quella dei migliori cervelli, in seduta permanente in una sorta di “cern” politico, economico, sociale, culturale per progettare il futuro; dall’altro, quella dei ventenni, perché siano i protagonisti della rinascita. Arrivati in un mondo fatto su misura dei loro padri, dovranno ora costruirne uno per i loro figli. A nulla valgono le retoriche consolatorie di questi giorni: il ricorso al patriottismo d’occasione, l’enfasi sull’eroismo dei medici oggi sull’altare e domani di nuovo nella polvere, l’illusione che ne usciremo migliori. I retti saranno ancora retti, gli acuti torneranno acuti, e gli ottusi resteranno ottusi. Più facile prevedere un indurimento degli animi, un ulteriore divario fra chi ha e chi non ha, un ripopolamento di umiliati e gregari che al riconoscimento delle istituzioni e alla rivendicazione dei diritti preferiranno panem et circenses. Avremo imparato che il mondo non è in equilibrio economico, ambientale, sanitario? Che sapere e potere, competenza e politica, cultura e amministrazione sono inseparabili? Che sarà il pronome noi a salvarci? Ce lo ricorda Borges: «Ciò che fa un uomo è come se lo facessero tutti gli uomini. Per questo non è ingiusto che una disobbedienza in un giardino contamini il genere umano; per questo non è ingiusto che la crocifissione di un solo giudeo basti a salvarlo» ( La forma della spada).