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domenica 28 giugno 2026

RECIPROCITA'

 

«Per ricreare
 legami e comunità 
la parola-chiave 
è reciprocità»




Il sociologo Luigi Manconi sostiene che contro l’individualismo la solidarietà non basti più: «Servono attenzione verso gli invisibili, impegno civile e relazioni tra persone che si possano sostenere a vicenda»

-         di DIEGO MOTTA

Nell’ideale di comunità di Luigi Manconi, la parola-chiave un po’ a sorpresa non è solidarietà: è reciprocità. «Perché la solidarietà sembra implicare una relazione diseguale, dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa del proprio superfluo a chi non ha nulla. La reciprocità invece presuppone un circolo virtuoso: ti aiuto adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me». Se c’è qualcosa che, nel confronto pubblico andato in scena nei giorni scorsi a Stazione Radio di Milano, il professor Manconi indica come stella polare, è la figura dell’altro: l’altro ci costringe ad andare oltre il nostro egoismo, ad avere un atteggiamento di prossimità, a pensare in chiave comunitaria. «Quando su tutto prevale l’individualismo – spiega -, le uniche solidarietà che sembrano sopravvivere sono le solidarietà corte: quella familiare e quella amicale e parentale».

Così però viene meno lo spirito di comunità, già messo a rischio dal progressivo isolamento delle persone e dalla mancanza di una visione condivisa.

È vero, pare sempre più avverarsi la previsione di Margareth Thatcher, secondo cui la società non esiste. Oggi lo spirito di comunità è in fase di precipitoso, drammatico deperimento. L’unica via di scampo è valorizzare tutto ciò che va in controtendenza e tende a creare aggregazione, a consentire che gli individui si incontrino, producano relazioni sociali intense, vadano oltre la solidarietà di prossimità. Ci sono segnali di controtendenza, che purtroppo sono largamente ignorati dal sistema dei media e quindi faticano ad affermarsi. Dobbiamo lavorare affinché lo spirito di comunità, la solidarietà lunga, la vita sociale possa riprendere con maggiore vitalità.

Come si possono ricreare legami sociali?

Spesso i meccanismi di relazione tra le persone rinascono grazie a qualcosa di imprevisto, a volte frutto di una grande sofferenza o un lutto. Nove volte su dieci accade per merito di una donna, in genere da parte di chi ha saputo fare del proprio dolore privato una questione di interesse pubblico. Voglio fare un esempio. Quattro anni fa, a Milano, nella notte tra l’11 e il 12 giugno 2022, moriva un giovane uomo di 33 anni. Si chiamava Igor Squeo. Morì durante un fermo di polizia nel suo appartamento, vittima di quello che io chiamo il “metodo Floyd”, l’uomo ucciso soffocato sei anni fa a Minneapolis. Due settimane fa sono stati inviati avvisi di garanzia nei confronti di sei poliziotti e di un medico, perché a ribellarsi era stata la madre, Franca Pisano. Non solo lei non poteva accettare quella ingiustizia, ma ha deciso che per suo figlio andava cercata la verità. In questa battaglia è stata da sola per molto tempo, per anni, fino a che, grazie al sostegno che ha ricevuto da alcune associazioni e a una bravissima avvocata, la Procura generale ha avocato a sé quel fascicolo che stava per essere archiviato e le indagini hanno iniziato a procedere con rapidità.

Ecco, questo è ciò che intendo io per attivazione di nuovi legami sociali: mi faccio carico del tuo dolore, lo condivido.

Sta dicendo che le storie di tanti invisibili ignorati dalle cronache possono diventare segni di speranza?

Intorno a questo processo si è creato interesse, mobilitazione, un’interlocuzione di natura politica. Si chiama cioè in causa la relazione tra il cittadino e lo Stato, tra l’individuo e gli apparati della forza e della repressione, tra il singolo e le istituzioni. Dall’intimo del male più profondo può nascere una rete di nuove relazioni. Ora è chiaro che la distanza tra questa rete di nuove relazioni e le istituzioni centrali, la politica generale, rimane enorme. Per colmare questi vuoti, per aiutare a guardare con occhi nuovi ciò che neppure vediamo, ci vuole molto altro.

L’invisibilità è sinonimo di inesistenza: non ti vedo, dunque non esisti. Come ridestare solidarietà se non si conosce il dolore delle persone?

Io fatico a usare la parola solidarietà, anche se il mio primo libro accademico nel 1990 è stato dedicato proprio a questo tema. La solidarietà sembra implicare inevitabilmente una relazione diseguale, dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa del proprio superfluo a chi nulla ha. Da questo punto di vista, io preferisco la parola reciprocità. La reciprocità presuppone un circolo virtuoso: ti aiuto adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me.

A proposito di linguaggio, nelle scorse settimane il Papa alla Sapienza ha detto che bisogna iniziare a chiamare le cose col loro nome. Da dove si può partire con una nuova ecologia?

Non c’è un punto da cui partire, bisogna partire da mille punti. Uno di questi è indubitabilmente il magistero di Leone XIV. Io ho apprezzato davvero l’enciclica di papa Prevost, a partire dal suo titolo, davvero magnifico. Non è solo una questione di linguaggio, però. Nei suoi discorsi in Spagna, il Papa ha posto le fondamenta di quella che considero una sorta di “teologia della migrazione”. Ha fatto intendere, cioè, che la questione dei migranti non è semplicemente una questione di politica, di destra o di sinistra. Quello che mi è sembrato importantissimo nei suoi discorsi è stato il fatto che il migrante non viene più considerato altro da noi. La sua sorte riguarda in profondità la stessa identità umana, perché egli è l’espressione di una qualità fondamentale dell’essere umano: la sua dignità. Il messaggio di Papa Leone, in questa prospettiva, sta segnando uno spartiacque.

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lunedì 9 febbraio 2026

L' I.A. E IL NUOVO PROMETEO

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Ritroviamo 

la fratellanza

Dai latini, dai greci e dai Vangeli è nata una teologia contraria a quella della prosperità sorta Oltreoceano Un valore che supera il legame di sangue e accomuna classici, cristianità e Illuminismo


I rigurgiti dell’antipolitica sono stati ricondotti da filosofi come Platone al primato di una dimensione ineludibile che precede la tecnica: il ”civis” governa il “faber”. Lo scatenamento di oggi chiama in causa il rispetto della giustizia e dei legami reciproci

La “novitas” che ci soccorre viene dal mondo antico

-          di IVANO DIONIGI

La politica, ineludibile e naturaliter necessaria quale marca distintiva della natura umana, come già teorizzava Aristotele, è avversata e minacciata da una duplice cattiva utopia, che viene da lontano: l’utopia dell’antipolitica e l’utopia della tecnica.

Nei Memorabili di Senofonte leggiamo che Aristippo, paladino della politica come male assoluto, obiettava a Socrate, teorico della politica come destino obbligato di ogni uomo, che solo un pazzo può addossarsi l’onere del bene della città, la quale oltretutto tratta i suoi politici come schiavi; e aggiungeva che tra comandare ed essere comandato, lui sceglieva «la via di mezzo, la quale non passa né per il potere né per la schiavitù, ma per la libertà». Al che Socrate ribatteva che se quella via non passa né per il potere né per la schiavitù, « non passa nemmeno fra gli uomini».

Una versione aggiornata e amara di quell’antipolitica classica – dell’otium securitario ed egoista – ritroviamo, oltre venti secoli dopo, in una celebre pagina di Tocqueville, là dove raffigura e prefigura direi profeticamente la psicologia di quei popoli e di quei cittadini che, intenti alla salvaguardia dei loro interessi e incuranti dell’esercizio dei doveri politici e della cosa comune, non si avvedono di trascurare proprio l’interesse principale: « Restare padroni di sé stessi». Infatti, nel generale disinteresse della cosa pubblica si crea «un momento critico» in cui – a fronte del governo vacante per l’assenza di classe politica – «un ambizioso abile» si impadronisce facilmente del potere purché garantisca « pace pubblica e ordine». Di qui, la riflessione finale del teorico del pensiero liberale classico: « Una nazione che non domandi al suo governo altro che il mantenimento dell’ordine, nel fondo del cuore è già schiava: è schiava del suo benessere e l’uomo che deve incatenarla può apparire».

Sostanzialmente speculare, anche se non dichiaratamente ostile alla politica, campeggia l’utopia della tecnica, che ha il suo profeta in Prometeo, il quale, come leggiamo in Eschilo ha donato all’uomo «ogni arte umana»: le leggi del cielo e della terra, il numero, la scrittura, la poesia e tutti i beni che la terra cela. In verità quel Prometeo, autoproclamatosi onnipotente, mostrava già due talloni d’Achille: era « più debole del destino » e affidava l’immortalità dell’uomo a «cieche speranze».

Sarà Platone a ridimensionare ulteriormente quel Prometeo semionnipotente riconducendolo nell’alveo della politica. La tecnica, leggiamo nel Protagora, era valida per proteggere dalle intemperie della natura e dalla ferocia delle bestie, ma non dalle passioni degli uomini, i quali, non appena si radunavano, si combattevano e morivano, perché ignari della politica. Al che Zeus, temendo che la specie umana si estinguesse, inviò il suo messaggero Hermes perché distribuisse «a tutti gli uomini senso del rispetto ( aidôs) e senso della giustizia ( díke), in modo da dare origine agli ordinamenti civili e a tutti quei legami che creano fratellanza ( philía) ». Troviamo qui celebrato il primato della politica al quadrato: la politica precede la tecnica, il faber è governato dal civis; inoltre, la politica è di tutti.

Ma ecco il problema, lo scoglio imprevisto. Oggi il novello Prometeo, con la scoperta dell’ultima versione del fuoco – l’Intelligenza Artificiale – sembra affermarsi con tutta evidenza in modo definitivo e mandare in soffitta il Prometeo classico: sia il Prometeo incatenato di Eschilo, perché ormai la tecnica, senza limiti, si dichiara più forte del destino e della stessa morte; sia il Prometeo del Protagora di Platone, perché ormai la tecnica, anziché invocare, sostituisce la politica. Quale novello Hermes può annunciare la priorità e universalità della politica? E ancora: di fronte allo strapotere anonimo e gelido dell’Intelligenza Artificiale ci sarà ancora bisogno di noi? Prometeo avrà bisogno di Socrate? Per dirla con Ippocrate, là dove c’è “cura della tecnica” ( philotechnía), ci sarà cura dell’uomo ( philanthropía)?

Il punto non è se programmeremo creature più potenti e più intelligenti di noi. La questione sembra piuttosto ruotare attorno a questo interrogativo: che ne sarà del rispetto e della giustizia, doni divini e capisaldi, secondo Platone, «degli ordinamenti civili e di tutti quei legami che creano fratellanza»? Ecco la crepa, il varco, la novitas che ci può soccorrere: la fratellanza. A questo proposito, un conforto ci viene dalla stessa classicità, dove la parola “fratello” ( frater latino, phrater greco) rimanda non a una definizione di ordine genetico e a una dimensione verticale centrata sul sangue – che, a cominciare da Caino e Abele e da Romolo e Remo, non ha dato grande prova di sé –, ma a una definizione di ordine giuridico e a una dimensione orizzontale centrata sulla relazione: frater (e phrater) nell’antichità era un membro della “fratrìa”, la confraternita, la comunità allargata. Per questo le lingue classiche si sono dovute inventare altre parole per indicare il fratello consanguineo: il latino supplisce con germanus, il greco con adelphós.

Ancor più decisiva la novità cristiana. Infatti, la nozione genetica di fratellanza, acutamente sentita nell’Antico Testamento, si perde nel Nuovo: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli. Chiunque faccia la volontà del Padre mio che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Matteo 12, 49). Teologia della fratellanza: l’esatto contrario della teologia della prosperità propagandata Oltreoceano.

Infine, la Fraternité che ha accompagnato e completato la LIberté e l’Egalité della Rivoluzione francese. La fratellanza: valore sul quale, convergono e si incrociano saggezza classica, novità cristiana, ragione illuministica. Essere fratelli: più forte che essere consanguinei, più impegnativo che essere cittadini, più nobile che essere uomini. Questa la via che rende possibile la difficile e fragile bellezza di convivere nella città. Questa, forse, l’unica consapevolezza che potrebbe farci deporre le armi.

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Immagine: Dibattito all’areopago di Atene in un’incisione ottocentesca

mercoledì 20 agosto 2025

LA RECIPROCITA'

LA "RECIPROCITÀ" 
È LA BASE 

DI OGNI RAPPORTO UMANO. 

OGNI COSA BELLA

 DELLA VITA

 RICHIEDE TEMPO, SACRIFICIO E CURA

·        

La Redazione

“Allora io chiedo però se non esista per caso una legge fondamentale della vita che si chiama reciprocità. Voi siete arrivati puntuali qui? Sì. Io sono arrivato puntuale qui...”

Cosa c’è alla base dei rapporti umani? Qual è la caratteristica imprescindibile che questi devono avere? Secondo il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, non esiste nulla che li crei al di fuori della reciprocità. Secondo l’esperto questo è l’unico elemento che ti permette di capire pienamente cosa vuol dire rispettare l’altro.

Ma come mai il sociologo affronta questo argomento? È fondamentale che un genitore educhi il proprio figlio “alla reciprocità”, perché vale a dire, secondo Crepet, assumersi la responsabilità di far funzionare bene un rapporto.

Queste le parole di Paolo Crepet : “Allora io chiedo però se non esista per caso una legge fondamentale della vita che si chiama reciprocità. Voi siete arrivati puntuali qui? Sì. Io sono arrivato puntuale qui? Come un bombardiere americano. Perché? Perché c’è un contratto reciproco di rispetto. Io per voi e voi per me”. Riportando un comune esempio l’esperto coglie in pieno il significato di questa parola. In sua assenza stima, fiducia e lealtà hanno una breve scadenza, inoltre, perdono di valore, di intensità e come una pianta che non viene annaffiata, muore.

Come ogni insegnamento che si rispetti, è il modello che si osserva che rimane impresso nella memoria a lungo termine, in particolar modo in quella di un giovane che ha grandi possibilità di assorbire.

Continua Crepet: “Io faccio una cosa per un ragazzo se quel ragazzo fa qualcosa per sé e se quel ragazzo o quella ragazza cessa di far qualcosa per sé allora io non faccio un accidenti per lui o per lei. È molto semplice”.

Per un adolescente che sta per affacciarsi alla vita vera, che intraprenderà a breve ed in maniera autonoma rapporti lavorativi, amorosi, d’amicizia, è importante capire questo concetto, perché, continua l’esperto: “Altrimenti è come insegnare che nella vita tutto si può pretendere e nulla si deve dare”. Spesso Crepet ha discusso di come nel cambio generazionale i genitori siano diventati eccessivamente protettivi e a volte addirittura si sostituiscono alle spalle dei figli per portare i loro “pesi”, ma non è questa la giusta direzione.

È importante che un ragazzo/a nel fiore dei suoi anni, nell’età in cui può sfruttare al meglio le proprie capacità e le proprie potenzialità soprattutto quelle relazionali lo faccia, perché è l’unico modo per sperimentare il peso della vita, per sperimentare e capire che qualsiasi cosa bella della vita richiede tempo, sacrificio e cura, altrimenti cessa d’esistere. 

Conclude con una critica dura Crepet ed una domanda rivolta a tutti i genitori: “A voi è stato insegnato così?  Alzi la mano qualcuno che ha avuto dei genitori così privi di buonsenso”. 

 Ascuolaoggi

 

 

 

sabato 30 ottobre 2021

HOMO RECIPROCANS


 A Napoli proseguono le attività educative delle persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi per un virtuoso allargamento alle altrui esperienze e personalità

- di Laura Colantonio

Il principio di reciprocità, su cui verte questa riflessione, può divenire sempre più il corridoio sociale tra l’io e il noi di ogni comunità.

La “sociabilità del sapere” di cui abbiamo detto nell’ultimo contributo ha infatti un’opportunità importante nella dimensione civica propria del pensiero che abbraccia anche l’economia civile. E il principio di reciprocità è il pilastro dell’economia civile: rispetto a iniziative o percorsi di qualsivoglia natura, affinché ciascun aspetto venga tutelato e valorizzato in ogni  potenziale espressione, le sinergie di impegno tra istituzioni ed enti locali, tra gestioni pubbliche e attività di privati cittadini possono far sì che ciascun soggetto rappresentativo di una parte della società civile si ponga in condizione di ascolto dialogico superando ogni tendenza  all’individualismo e all’ autoreferenzialità e puntando invece a traguardi di benessere per la collettività che si traducono in sostanza in traguardi per ciascuno.

L‘homo reciprocans, che si pone su un piano del tutto diverso rispetto a quello dell’homo oeconomicus, tende ad agire nella consapevolezza che i suoi obiettivi trovino misure di convergenza in quelli di altri soggetti che con i loro interventi vanno a sostenere e a consolidare gli impegni già promossi in determinate direzioni. Concetto strutturato nell’ambito delle contemporanee teorie sull’economia civile e divulgato infatti dal professore Stefano Zamagni, quello dell’homo reciprocans potrebbe essere associato alle determinazioni di due delle modalità di intelligenza individuate dallo studioso Howard Gardner nell’ambito della teoria sulle Intelligenze Multiple, quella intrapersonale e quella interpersonale. Prospettive di approfondimento diverse per un’analisi cognitiva che porta ciascuna persona a incontrare l’altro da sé per ritrovare almeno una parte di quel sé, ossia della propria identità.

L’introspezione, imprescindibile per potersi conoscere e far emergere ogni intrinseco livello di motivazione, consente di passare dalla intelligenza intrapersonale a quella interpersonale anche grazie a canali di percezione e poi di espressione quali il linguaggio, la musica, il teatro la danza o la scrittura creativa o di altro tipo. Quando conosciamo cosa ci motiva o ciò che ci provoca reazioni, quali sono i nostri punti forti e quali sono i nostri limiti, possiamo migliorare le nostre potenzialità relazionali. È in quel momento che abbiamo l’opportunità di creare strategie che ci aiutano a reagire adeguatamente nelle diverse situazioni della vita, sviluppando la fiducia in noi stessi e mettendo a fuoco quel corridoio che da interpersonale può divenire di effettiva relazionalità reciproca e quindi sociale.

E proprio in un sistema di rete nell’ambito di una comunità che decide di mettersi in gioco, la reciprocità si apre in più direzioni, potenziando il livello di inclusione della comunità stessa. E d’altra parte, l’attributo civile di quell’economia che può sempre più compensare il disagio socio-economico e culturale rimanda a quella civitas latina estremamente accogliente ed inclusiva in senso sostanziale: oggi, come nella civiltà latina, riconoscere il valore dell’altro come opportunità di valorizzazione di sé per la crescita della comunità. Riconoscere il valore del legame tra il proprio io e il noi, quel noi che già ci comprende proprio grazie a quella intelligenza interpersonale, nota anche come intelligenza sociale e quindi come capacità di stabilire relazioni con gli altri, permette di promuovere tanti processi di crescita che includano tutti, anche i Neet.

In tale ottica, infatti, obiettivo condiviso di un sistema integrato diviene il sostegno agli adolescenti nella identificazione ed esteriorizzazione dei loro sentimenti come l’aiuto nel trovare risorse per gestire i possibili comportamenti negativi come l’aggressività o l’impulsività. Questo l’intento dei percorsi sociali e formativi che a Napoli, nel cuore pulsante del centro storico rappresentato dalla Onlus Pietrasanta, il gruppo di persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi sta perseguendo grazie alla comunità educante che ha aperto rinnovate opportunità di vivere il noi mettendo all’opera una pluralità di io. Una rete di scuole, l’Ateneo Federico II, Accademie culturali, enti locali insieme alla dimensione forte del Terzo settore della Pietrasanta, retta per il complesso basilicale da monsignor Vincenzo De Gregorio e presieduta per la Onlus da Raffaele Iovine, condividono e animano le idee di chi ha scelto di fare del principio di reciprocità aperto e flessibile una forma di volontariato civile per accogliere tutti gli io che scelgono di mettersi in discussione per un modo diverso di crescere, chiamando in causa anche quelle intelligenze che ci sostengono nell’essere uomini e donne “reciprocanti”.

E grazie ai percorsi di scrittura, alle arti performative quali la musica o il canto lirico o il teatro, sposando temi di prioritario interesse pubblico quali l’acqua come bene comune o la valorizzazione dei beni culturali come volàno per uno sviluppo economico sostenibile e per far crescere il senso d’appartenenza, il fervore dell’attività della Pietrasanta sta proponendo un modello non solo sostenibile, ma anche replicabile proprio perché basato sulla motivazione della reciprocità relazionale e di scopo.

 Il sussidiario

 

venerdì 13 settembre 2019

LE BUONE RELAZIONI GENERATRICI DI BENI COMUNI


 Costruire una 'vita buona'  e una 'società buona'

Ecco come i beni relazionali 
possono generare beni comuni

Amicizia, fiducia, cooperazione, pace o solidarietà: così la virtù della relazione riesce a trasformare tutta la vita sociale Una sfida nella società individualista
Non si tratta solo di mettere in evidenza il ruolo di 'collante' del tessuto sociale ma di vedere anche e soprattutto come dai beni relazionali dipenda la stessa identità personale e sociale degli individui Va corretta l’idea diffusa secondo cui l’identità delle persone sia frutto solamente delle loro scelte individuali.
di Pierpaolo Donati

Da alcuni anni le scienze sociali hanno 'scoperto' un tipo di beni che non sono né cose materiali, né idee, né prestazioni, ma consistono di relazioni sociali, e per tale ragione sono chiamati 'beni relazionali'. Gli esempi concreti sono praticamente infiniti, e vanno dalle relazioni a livello interpersonale fino al benessere sociale di una intera comunità. Si tratta di chiarire che cosa siano queste realtà, come nascano e che cosa a loro volta generano. Interessa capire quale sia l’apporto pratico che questi beni possono dare a una 'vita buona' e a una 'società buona'. Molti, quando parlano di beni relazionali, pensano ai rapporti interpersonali fatti di simpatia, buoni sentimenti e calore umano. In realtà, i beni relazionali sono molto di più, e anche di diverso, da questo. Hanno un valore economico, sociale e politico, così come una valenza morale e educativa.
Di quali beni parliamo? Senza dubbio si tratta di beni come l’amicizia, la fiducia, la cooperazione, la reciprocità, le virtù sociali, la coesione sociale, il perdono dato e ricevuto, la solidarietà e la pace quando non sono il risultato di una tregua o di accordi momentanei fra interessi contrapposti ma consistono nel condividere relazioni di mutuo rispetto e valorizzazione. Possiamo però pensare anche a relazioni societarie molto più complesse, come il clima di lavoro nelle aziende, il senso di sicurezza o insicurezza nella zona in cui abitiamo, le relazioni tra famiglia e lavoro. In tutti questi casi, le relazioni sociali possono essere percepite come beni oppure come mali relazionali. Di solito siamo tentati di attribuire il bene delle relazioni agli individui, dopotutto sono gli individui che sono amici oppure no, che hanno fiducia negli altri oppure no, che cooperano o meno, che contraccambiano i doni ricevuti o non lo fanno, che sono virtuosi o meno, che sanno perdonare oppure sono vendicativi, e così via. La moralità viene di solito imputata alle singole persone. Ma qui è il punto: senza mettere in dubbio l’importanza della moralità individuale, si tratta di comprendere che non possiamo concepire i beni relazionali come prodotti degli attributi morali delle singole persone, perché nel caso dei beni relazionali la moralità è riferita alle relazioni di cui sono fatti.
Fare questo passaggio dall’individuale al relazionale non è semplice. Prendiamo il caso
dell’amicizia. Molti la intendono come una relazione che dipende dalle intenzioni soggettive. Ma non è così. Certamente l’amicizia sgorga dalla persona umana, e solo da essa, ma non può essere un fatto soggettivo. L’amicizia fra Ego e Alter è il riconoscimento di qualcosa che non appartiene a nessuno dei due pur essendo di entrambi. Essa è, come la società, di tutti e due, e al contempo di nessuno di essi. Questa realtà dell’amicizia è un prototipo di una forma sociale che, in via generale, costituisce l’essenza di tutti i beni relazionali. È così che i beni relazionali creano beni comuni. I beni relazionali, però, non sono beni pubblici, così come non sono beni privati. Sono beni comuni in quanto sono relazioni fra consociati. I beni relazionali possono essere prodotti e fruiti soltanto assieme da chi vi partecipa su un piano di adesione e impegno personale.
Sia i beni pubblici sia i beni relazionali sono 'comuni' nel senso di non essere divisibili e frazionabili, ma i primi sono basati su una condivisione vincolata (sharing costrittivo), mentre i secondi sono basati su una condivisione volontaria (sharing scelto). Questa distinzione si riflette nella loro differente relazionalità. Nei beni pubblici non è richiesta ai soggetti partecipanti la stessa relazionalità che invece è richiesta e necessaria nei beni relazionali. Questa diversità è decisiva per la qualità della vita sociale. Nel caso dei beni pubblici, poiché la relazionalità non è richiesta, ciascuno partecipa e usufruisce di questi beni individualmente, per conto proprio (pensiamo alle strade, alle piazze o ai mu- sei), e dunque ciò che è comune lascia separati gli individui come tali. Nel caso dei beni relazionali, invece, essendo la relazione necessaria, viene richiesta una cooperazione, con tutte le difficoltà, ma anche i vantaggi che comporta.
a categoria dei beni relazionali illumina in modo nuovo il senso e la portata dei diritti umani. Prendiamo, per esempio, il diritto alla vita (umana). Ebbene, la vita umana è oggetto di godimento e quindi di diritti non in quanto bene privato, individuale nel senso di individua-listico, né pubblico nel senso tecnico moderno, ma propriamente come bene comune dei soggetti che stanno in relazione. Quando ci appelliamo, per esempio,  al diritto del bambino di avere una famiglia, ci appelliamo ad un diritto che non è né 'privato' (o 'civile' nel senso dei diritti civili emersi a partire dal Settecento), né 'pubblico' (o politico nel senso di statuale), ma è essenzialmente umano. Che categoria di diritti è quella dei 'diritti umani' (distinti da quelli 'civili' e politici)? La risposta è che i diritti propriamente umani sono intrinsecamente relazionali, sono diritti a quelle determinate relazioni che umanizzano la persona.
In ogni caso, il bene relazionale consiste nel fatto che due o più soggetti interagiscono fra loro prendendosi cura della loro relazione condivisa dalla quale derivano dei benefici che essi non possono ottenere altrimenti. Prendiamo il caso della relazione di coppia come bene relazionale. Affinché si istituisca una coppia, i partner si devono dare fiducia reciproca. L’evoluzione della coppia nel tempo è segnata dalla stabilizzazione o meno della fiducia come legame (molecola sociale). Se il legame viene vissuto come bene relazionale, esso darà i suoi frutti, quali sono il benessere e la felicità dei partner, gli eventuali figli, e così via. La fiducia come azione reciproca dei partner è un prerequisito per generare il bene relazionale (il legame condiviso). Quando diventa una struttura stabile di aspettative reciproche sostanzia il bene relazionale dei partner. In breve, la fiducia diventa un bene relazionale quando entrambi i partner, al di là degli stati d’animo e delle azioni di ciascuno, si prendono cura della loro relazione senza mettere in dubbio le aspettative reciproche che la costituiscono. Non si tratta solo di mettere in evidenza il ruolo di 'collante' del tessuto sociale, di integrazione e solidarietà sociale, che i beni relazionali possono svolgere. Si tratta, anche e soprattutto, di vedere come dai beni relazionali dipenda la stessa identità personale e sociale degli individui, correggendo l’idea diffusa secondo cui l’identità delle persone sia frutto solamente delle loro scelte individuali. In una società che tutti definiscono individualista e liquida, assistiamo all’esplosione delle relazioni sociali, alimentata dalle tecnologie digitali.
Le relazioni interpersonali vengono svuotate, e però anche ricreate continuamente. Questo processo genera tanti mali relazionali, e però anche nuovi beni, che non solo dipendono dalle relazioni sociali, ma consistono di relazioni sociali.



PP Donati, Scoprire i beni relazionali per generare una nuova socialità, ed. Rubbettino, 2019