Il sociologo Luigi Manconi sostiene che contro l’individualismo la solidarietà non basti più: «Servono attenzione verso gli invisibili, impegno civile e relazioni tra persone che si possano sostenere a vicenda»
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di DIEGO MOTTA
Nell’ideale di comunità
di Luigi Manconi, la parola-chiave un po’ a sorpresa non è solidarietà: è
reciprocità. «Perché la solidarietà sembra implicare una relazione diseguale,
dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa del proprio superfluo
a chi non ha nulla. La reciprocità invece presuppone un circolo virtuoso: ti
aiuto adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me». Se c’è qualcosa
che, nel confronto pubblico andato in scena nei giorni scorsi a Stazione Radio
di Milano, il professor Manconi indica come stella polare, è la figura
dell’altro: l’altro ci costringe ad andare oltre il nostro egoismo, ad avere un
atteggiamento di prossimità, a pensare in chiave comunitaria. «Quando su tutto
prevale l’individualismo – spiega -, le uniche solidarietà che sembrano
sopravvivere sono le solidarietà corte: quella familiare e quella amicale e
parentale».
Così però viene meno lo
spirito di comunità, già messo a rischio dal progressivo isolamento delle
persone e dalla mancanza di una visione condivisa.
È vero, pare sempre più
avverarsi la previsione di Margareth Thatcher, secondo cui la società non
esiste. Oggi lo spirito di comunità è in fase di precipitoso, drammatico
deperimento. L’unica via di scampo è valorizzare tutto ciò che va in
controtendenza e tende a creare aggregazione, a consentire che gli individui si
incontrino, producano relazioni sociali intense, vadano oltre la solidarietà di
prossimità. Ci sono segnali di controtendenza, che purtroppo sono largamente
ignorati dal sistema dei media e quindi faticano ad affermarsi. Dobbiamo
lavorare affinché lo spirito di comunità, la solidarietà lunga, la vita sociale
possa riprendere con maggiore vitalità.
Come si possono ricreare
legami sociali?
Spesso i meccanismi di
relazione tra le persone rinascono grazie a qualcosa di imprevisto, a volte
frutto di una grande sofferenza o un lutto. Nove volte su dieci accade per
merito di una donna, in genere da parte di chi ha saputo fare del proprio
dolore privato una questione di interesse pubblico. Voglio fare un esempio.
Quattro anni fa, a Milano, nella notte tra l’11 e il 12 giugno 2022, moriva un
giovane uomo di 33 anni. Si chiamava Igor Squeo. Morì durante un fermo di
polizia nel suo appartamento, vittima di quello che io chiamo il “metodo
Floyd”, l’uomo ucciso soffocato sei anni fa a Minneapolis. Due settimane fa
sono stati inviati avvisi di garanzia nei confronti di sei poliziotti e di un
medico, perché a ribellarsi era stata la madre, Franca Pisano. Non solo lei non
poteva accettare quella ingiustizia, ma ha deciso che per suo figlio andava
cercata la verità. In questa battaglia è stata da sola per molto
tempo, per anni, fino a che, grazie al sostegno che ha
ricevuto da alcune associazioni e a una bravissima avvocata, la
Procura generale ha avocato a sé quel fascicolo che stava per essere
archiviato e le indagini hanno iniziato a procedere con rapidità.
Ecco, questo è ciò che
intendo io per attivazione di nuovi legami sociali: mi faccio carico del
tuo dolore, lo condivido.
Sta dicendo che le storie
di tanti invisibili ignorati dalle cronache possono diventare segni di
speranza?
Intorno a questo processo
si è creato interesse, mobilitazione, un’interlocuzione di natura politica. Si
chiama cioè in causa la relazione tra il cittadino e lo Stato, tra l’individuo
e gli apparati della forza e della repressione, tra il singolo e le istituzioni.
Dall’intimo del male più profondo può nascere una rete di nuove relazioni. Ora
è chiaro che la distanza tra questa rete di nuove relazioni e le
istituzioni centrali, la politica generale, rimane enorme. Per colmare questi
vuoti, per aiutare a guardare con occhi nuovi ciò che neppure vediamo, ci
vuole molto altro.
L’invisibilità è sinonimo
di inesistenza: non ti vedo, dunque non esisti. Come ridestare solidarietà se
non si conosce il dolore delle persone?
Io fatico a usare la
parola solidarietà, anche se il mio primo libro accademico nel 1990 è stato
dedicato proprio a questo tema. La solidarietà sembra implicare inevitabilmente
una relazione diseguale, dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa
del proprio superfluo a chi nulla ha. Da questo punto di vista, io preferisco
la parola reciprocità. La reciprocità presuppone un circolo virtuoso: ti aiuto
adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me.
A proposito di
linguaggio, nelle scorse settimane il Papa alla Sapienza ha detto che bisogna
iniziare a chiamare le cose col loro nome. Da dove si può partire con una nuova
ecologia?
Non c’è un punto da cui
partire, bisogna partire da mille punti. Uno di questi è indubitabilmente il
magistero di Leone XIV. Io ho apprezzato davvero l’enciclica di papa Prevost, a
partire dal suo titolo, davvero magnifico. Non è solo una questione di linguaggio,
però. Nei suoi discorsi in Spagna, il Papa ha posto le fondamenta di quella che
considero una sorta di “teologia della migrazione”. Ha fatto intendere, cioè,
che la questione dei migranti non è semplicemente una questione di politica, di
destra o di sinistra. Quello che mi è sembrato importantissimo nei suoi
discorsi è stato il fatto che il migrante non viene più considerato altro da
noi. La sua sorte riguarda in profondità la stessa identità umana, perché egli
è l’espressione di una qualità fondamentale dell’essere umano: la sua dignità.
Il messaggio di Papa Leone, in questa prospettiva, sta segnando uno
spartiacque.
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