-di Viviana Daloisio
Con Exodus è stato tra i
primi a tendere la mano ai tossicodipendenti, trasformando il Parco Lambro di
Milano in un luogo di rinascita. Intuì prima di molti altri che la risposta
alla droga si deve dare sul piano educativo.
L'infanzia difficile, la
“scuola dei preti”, la vocazione, il volto mediatico.
Il telefono ha continuato
a squillare fino alla fine, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro di
Milano, sotto le grandi travi di legno che reggono il soffitto.
Lì, nel luogo che per
decenni è stato una delle frontiere del disagio giovanile italiano, don Antonio
Mazzi s’è spento oggi pomeriggio all’età di 96 anni, circondato dalla sua
grande, immensa famiglia.
Ormai da tempo non ci
arrivano più i ragazzi dell’eroina, quelli che negli anni Ottanta la dipendenza
e la strada consumavano nell’impotenza generale e che il sacerdote veronese –
solo, insieme agli altri “preti di frontiera” che in quegli anni sceglievano la
prima linea delle periferie umane e geografiche del nostro Paese – raccoglieva
e provava a salvare.
A chiedere aiuto per
figli fragili come cristalli, scavati dal disagio mentale, dall’anoressia, dal
male di vivere, dalle dipendenze da azzardo e social network, ci sono sempre
più spesso i banchieri, i politici, le madri disperate, le famiglie smarrite.
Lui, il don, li ascoltava
tutti dalla sua grande scrivania e continuava a fare ciò che aveva fatto per
tutta la vita: incontrare le persone prima ancora che i loro problemi.
Ridurre la sua storia a
quella del prete che ha combattuto la droga sarebbe ingiusto.
La tossicodipendenza è
stata la grande emergenza dentro cui il nome di don Antonio Mazzi è diventato
familiare a milioni di italiani, ma il centro della sua vocazione è sempre
stato un altro: la convinzione che nessun ragazzo si salvi senza qualcuno che lo
riconosca, lo accompagni e gli restituisca fiducia.
Quella convinzione era
nata molto prima di Exodus, molto prima di Milano.
A Verona per l’esattezza,
dove Antonio Mazzi viene al mondo il 30 novembre del 1929.
Il padre muore quando lui
ha appena tredici mesi ed è un’assenza destinata a segnare tutta la sua
esistenza: anni dopo scriverà che proprio quel vuoto gli fece comprendere la
sua vocazione più profonda, «essere padre per altri».
Il sacerdozio, senza
quella paternità, gli sarebbe sembrato soltanto «tonaca, turibolo, sacrestia e
fervorini».
Da ragazzo, d’altronde,
Antonio non assomiglia affatto all’immagine del seminarista modello: è
inquieto, ribelle, insofferente alle regole, viene persino bocciato per cattiva
condotta.
Cresce nella povertà,
attraversa la guerra, sperimenta la fatica di vivere solo con la madre. Sono i
semi di quello che gli avrebbe consentito, più tardi, di capire a pelle i
ragazzi che tutti gli altri giudicavano irrecuperabili: «Io, se non fossi diventato
sacerdote, sarei stato uno di voi» ripeteva spesso, a volte scherzando, a volte
col volto corrucciato, attraversato da chissà quali ricordi.
L’incontro con l’opera di
san Giovanni Calabria (che frequenta più per necessità che per devozione) e poi
con i giovani travolti dall’alluvione del Polesine è decisivo: anche in quei
ragazzi, che lui s’era offerto di accompagnare come educatore, riconosce
qualcosa di sé.
Da allora la sua strada
non cambia più: stare dalla parte degli ultimi, soprattutto quando gli ultimi
sono giovani.
Quando negli anni
Settanta l’eroina invade le città italiane, don Mazzi è tra i primissimi a
comprendere che non basta reprimere né compatire: occorre costruire luoghi in
cui ricominciare.
Exodus
Nasce così Exodus,
destinata a diventare una delle esperienze educative e sociali più
significative del Paese.
Dimenticate il modello di
comunità terapeutica che conosciamo oggi: Exodus è da subito una casa (lo
spazio viene ricavato in una vecchia cascina), poi una cooperativa che offre
percorsi di lavoro, poi un luogo di educazione e di formazione da cui fioriranno
negli anni i progetti internazionali e i centri giovanili che allargheranno
all’Italia e al mondo la missione originaria.
Il cuore pulsante
dell’opera è e resta un luogo simbolo, il Parco Lambro: lì dove Milano ha
conosciuto gli anni più duri della droga don Antonio costruisce il suo presidio
educativo permanente.
Che per lui è un rifugio,
un laboratorio, spesso anche un grido nei confronti di una città e di un Paese
che la droga, e i “drogati”, non vuole vederli.
Figurarsi aiutarli.
Il don non si accontenta.
Negli anni diventa anche un volto popolare della televisione, un autore
prolifico (lunghissima la sua collaborazione con Avvenire), un interlocutore
ascoltato da politica e istituzioni.
Ma in ogni contesto
continua a diffidare delle formule e delle ricette precostituite, preferendo la
relazione personale: «Spengo il cervello e accendo il cuore» diceva spiegando
il modo in cui avvicinava i ragazzi, che subito lo amavano.
E quando tra quei ragazzi
passavano anche i protagonisti delle pagine più oscure della cronaca italiana,
per lui era lo stesso.
Da Erika De Nardo a
Pietro Maso, da Renato Vallanzasca a Fabrizio Corona, don Mazzi sceglieva
sempre di vedere prima la persona del personaggio, il ragazzo dell’assassino,
l’uomo del detenuto.
Con il passare degli anni
il suo sguardo è cambiato insieme ai giovani: don Mazzi ha compreso prima (e
meglio) di molti altri che la nuova emergenza non coincide più soltanto con le
dipendenze.
I ragazzi che bussano a
Exodus, come a tutte le comunità – lo dicevamo all’inizio – sono spesso figli
di famiglie benestanti, non necessariamente segnati dalla droga, ma da un senso
di vuoto, di inutilità, di mancanza di futuro.
«Un drogato prima o poi
lo convinci a non drogarsi più» osservava spesso, «più difficile è curare
questa nuova povertà di speranza». Per questo il sacerdote ha anche immaginato
una trasformazione radicale della stessa Exodus: non più strutture chiuse, più
centri di aggregazione, più presenza nei territori, più educazione preventiva.
«Bisogna arrivare prima», ripeteva ai suoi, non aspettare che il disagio
esploda.
Il suo impegno, che ha
attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, lascia un segno e tanti
frutti: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità e una presenza
educativa che continua ben oltre la figura del fondatore.
Ma soprattutto uno
sguardo: quello di un sacerdote che non ha mai separato la fede dall’incontro
concreto con le persone e che ha fatto della misericordia una pratica
quotidiana.
Mancherà come l’aria.
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