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venerdì 12 giugno 2026

ANZIANI, MAESTRI DI VITA

 

Leone XIV: gli anziani maestri di una vita che non si misura con l’efficienza

In una lettera a firma del cardinale segretario di Stato, Piero Parolin, al cardinale prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Kevin Joseph Farrell, in occasione dell’incontro sulla Pastorale degli anziani, il Papa sottolinea il valore della fragilità come “parte della meraviglia che siamo”, e come l'autentica cifra di un'esistenza si basi sulla "capacità di amare e di lasciarsi amare”

-         Vatican News

Abbracciare la fragilità che deriva dall’avanzare dell’età, senza vergogna, per ispirare le nuove generazioni al valore di un’esistenza che “non si misura con il metro dell’efficienza o dell’autosufficienza, ma in base alla capacità di amare e di lasciarsi amare, di donare e di ricevere”. È questo il cuore della lettera di Papa Leone XIV, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e indirizzata al cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in occasione dell’incontro sulla pastorale degli anziani. L’incontro si tiene oggi, mercoledì 10 giugno, a Roma, nella Sala Pio XI di Palazzo San Calisto, sul tema “Un ponte verso il cielo. Il magistero della fragilità nel tempo della forza”.

Il valore della debolezza

"Oggi, in molte regioni del mondo, le persone in età avanzata hanno ancora molte energie da spendere al servizio della comunità”, si legge nella lettera. Il testo sottolinea però come l’anzianità richiami anche un aspetto più profondo: il valore della debolezza. L’attuale innalzamento dell’aspettativa di vita comporta infatti un prolungamento della stagione della fragilità e, secondo il Pontefice, apre nuove riflessioni sul significato di questa fase dell’esistenza: quale valore attribuire ai tanti anni che una persona può vivere in una condizione di debolezza fisica o mentale? Qual è la prospettiva cristiana con cui abitare questo tempo? Come annunciare che la vita umana conserva sempre, in ogni sua fase, la sua “dignità infinita”?

Contro la logica della prestazione

Lo stesso Leone XIV, rivolgendosi ai giovani, aveva lodato la “meraviglia della fragilità”. Anche in questo caso chiama in causa le nuove generazioni, che possono apprendere da autentici “maestri di vita”: gli anziani. Nell’accettazione serena dei limiti legati al passare degli anni, essi possono infatti riconoscere un tempo di grazia, in una società dominata "dalla logica della prestazione e della competizione", nella quale la forza è spesso concepita come "esibizione di potenza" e rischia di degenerare nella prevaricazione. Di fronte a questi atteggiamenti, conclude la lettera, la Chiesa continua a proporre il messaggio evangelico, che proclama beati i miti e gli umili di cuore, riconoscendo negli anziani, “per esperienza e saggezza di vita, i primi e più autorevoli testimoni di questa visione cristiana dell’uomo”.

lunedì 14 aprile 2025

UNIVERSITA'. L'EFFICIENZA NON BASTA

 


Occorre integrare 

didattica, 

ricerca 

e impegno civico”


L’università come istituzione è in grave crisi e se si vuole salvarla occorre ripensarla. Va superato il modello attuale basato sull’efficienza


Alessandra Luna Navarro

 La scienza moderna è dovuta spesso crescere tra mecenatismo, incarichi pubblici e autonomie limitate. Ma l’università come la conosciamo oggi – laica, pubblica, orientata alla produzione e alla trasmissione del sapere – nasce nel Medioevo come universitas magistrorum et scholarium, corporazione autonoma di maestri e studenti.

I primi studia generalia, come Bologna e Parigi, erano centri cosmopoliti di apprendimento, aperti a studenti di ogni provenienza, dove si insegnava diritto, medicina, filosofia e teologia. Con il modello humboldtiano del XIX secolo, soprattutto in Germania, l’università si emancipa dal solo insegnamento e assume la ricerca come sua missione fondante, nel nome della libertà accademica e dell’unità del sapere.

Nel secondo dopoguerra, le università europee sono diventate infrastrutture pubbliche al servizio della democrazia, dell’equità sociale e dello sviluppo. Oggi, purtroppo, questo modello vacilla.

In Olanda, il governo ha annunciato tagli alla ricerca e all’educazione universitaria per oltre 1,2 miliardi di euro. Nel Regno Unito, l’accademia sta affrontando le conseguenze combinate di Brexit e inflazione. A Bruxelles, la Commissione europea ha ridotto di 2,1 miliardi di euro il budget di Horizon Europe, riallocandone 1,5 nella ricerca per la difesa.

Questo porta a bandi di ricerca sempre più affollati, con tassi di successo a volte intorno al 2%. Negli Stati Uniti, purtroppo, la situazione è anche peggiore. La nuova presidenza Trump sta riducendo fondi e, ancor peggio, imponendo un controllo sui temi trattati dai ricercatori.

Ma la questione non è solo quantitativa. È epistemologica. Oggi, per ottenere finanziamenti, bisogna dimostrare di avere già risultati preliminari, una rete consolidata e impatti verificabili. In altre parole: si deve sapere già ciò che si intende scoprire. Un paradosso che penalizza le idee più rischiose, spesso le più promettenti.

Ad esempio David Baker, premio Nobel 2024 per la Chimica per le sue ricerche sulla progettazione computazionale delle proteine, racconta che non sarebbe mai riuscito ad arrivare all’idea di predire la struttura delle proteine con l’intelligenza artificiale, se non avesse ricevuto un finanziamento “a fondo perduto” tramite personal fellowship per esplorare un’idea rischiosa e non convenzionale.

Non è un caso isolato. Uno studio pubblicato su Nature nel 2023 mostra che la disruptiveness – la capacità degli articoli e brevetti di cambiare radicalmente il sapere esistente – è in declino da decenni. La ricerca procede per accumulo, raramente per deviazione. I sistemi di valutazione incentivano la produttività, non la sorpresa. L’iper-specializzazione riduce l’interdisciplinarità. Le metriche bibliometriche rischiano di comprimere l’immaginazione.

Già nel 2011, Harvard Magazine avvertiva che le università rischiavano di trasformarsi in imprese della conoscenza, attente ai risultati a breve termine, misurate su prestazioni quantificabili, e scollegate dalle grandi domande del nostro tempo. Un rischio oggi evidente anche in Europa.

Eppure, qualcosa si muove. Il framework DORA (San Francisco Declaration on Research Assessment), adottato da centinaia di enti accademici in tutto il mondo, propone di superare l’impact factor come indicatore centrale per valutare invece la qualità metodologica, l’apertura dei dati, la varietà dei risultati e l’impatto sociale della ricerca.

Ma non basta ripensare la valutazione. Occorre ridefinire il ruolo stesso delle università. In Creating the University of the Future (Springer, 2024), il ricercatore tedesco Wolfgang Stark propone il concetto di università come spazi di risonanza: luoghi in cui si attivano trasformazioni, dove il sapere si costruisce nella relazione con la società. È la “terza missione” intesa non come trasferimento, ma come co-produzione insieme a enti locali, scuole, imprese sociali e cittadinanza attiva.

Esperienze di Community Service Learning, descritte da Stark, mostrano come si possano integrare didattica, ricerca e impegno civico. Gli studenti non apprendono solo contenuti, ma capacità di agire responsabilmente in contesti complessi. L’università diventa allora non solo centro di eccellenza, ma nodo civico, laboratorio di futuro, lente per immaginare ciò che ancora non c’è.

Il futuro dell’università non può ridursi a un tema di gestione o di efficienza. È una questione politica e culturale. Significa decidere se vogliamo università ridotte a incubatori di brevetti, o luoghi in cui si pensa criticamente, si sbaglia legittimamente, si rischia collettivamente. Come fecero ieri Galileo, Newton, Marie Curie, e come hanno fatto, in tempi più recenti, Giorgio Parisi, David Baker e molti altri.

Difendere l’università oggi significa difendere la possibilità stessa di immaginare un futuro condiviso, giusto e creativo. Significa creare condizioni in cui il sapere possa continuare a porre domande inattese. Anche quando le risposte non sono ancora a portata di mano.

 Il Sussidiario

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giovedì 7 novembre 2024

L'AUTORITARISMO EFFICIENTE

 

Trump e Musk,

 ovvero

 l’avvento

 dell’autoritarismo

 efficiente?





A vincere le elezioni statunitensi è una coppia: Donald Trump e Elon Musk. Una coppia che inquieta non solo per i comportamenti privati ma soprattutto per la convinzione condivisa che la democrazia liberale è ormai un orpello inutile

di Riccardo Bonacina

 Non c’è alcun dubbio, Elon Musk in queste elezioni è stato un fattore determinante per la messa a disposizione della campagna di Trump del suo denaro (è l’uomo più ricco del mondo), della sua piattaforma social, del suo attivismo persino fisico sui palchi della campagna elettorale. Trump il cui ego è da taglia XXXL, l’ha voluto spesso con sé e al momento della prima dichiarazione da neo presidente l’ha definito “Un genio da proteggere”.

Elon Musk non è solo la rivoluzione dell’auto che divorzia dal petrolio con la Tesla, le batterie di nuova generazione anche per le reti elettriche, i settemila satelliti di Starlink che ormai offrono connessione ovunque nel mondo e lo Spazio riconquistato dagli Stati Uniti grazie ai suoi missili e alle sue astronavi. 

Elon Musk, l’imprenditore miliardario, è anche, sempre più, un personaggio-chiave per il sistema America. Lo è nel sistema economico, ma lo è diventato anche per la sicurezza nazionale, (suoi tutti i missili di nuova generazione) e con Trump e la nuova amministrazione che si insedierà a inizio 2025 lo diventerà ancor di più..

Musk ha già creato anche un acronimo per il suo prossimo ruolo: DOGE che sta per Department of Government Efficiency, cioè ministero dell’efficienza. Col quale promette di far risparmiare allo Stato duemila miliardi di dollari ogni anno. Impossibile per gli analisti: il bilancio federale, 6.500 miliardi, è fatto soprattutto di trasferimenti per la sanità degli anziani (Medicare) e dei più poveri e per le pensioni, mentre 850 milioni se ne vanno per la Difesa. Non basterebbe nemmeno licenziare quasi tutti i dipendenti pubblici (e Musk, che quest’anno ha licenziato 14mila addetti Tesla e che, acquistata Twitter, ha cacciato più dei tre quarti del personale, forse sta pensando proprio a questo.

Qui gli interrogativi sono infiniti, come ha sottolineato Massimo Gaggi su “Il Corriere”: “da quelli legali, ministro e imprenditore allo stesso tempo? O un consulente privato con pieni poteri in area pubblica e un inevitabile conflitto d’interessi, visto che lo Stato è cliente e regolamentatore delle sue aziende?”.

Mi spaventa che alla guida di una grande potenza nucleare e di una antica democrazia ci sia una coppia di prepotenti così, prepotenti capaci di instillare violenza e divisioni tramite le piattaforme digitali (X sta diventando una sentina delle peggiori cose). Gli States a guida Trump-Musk in me evocano scenari da Gotham city, dove ogni forma di egoismo ha cittadinanza. Sono noti i comportamenti dei due personaggi che guideranno gli Usa: Elon Musk e l’uso di droghe, il Wall Street Journal riferì di testimonianze dirette di persone che affermano di aver visto Musk consumare droghe come LSD, cocaina, ecstasy e funghi psichedelici durante feste private; Donald Trump e il vizietto del sesso con modelle e pornostar.

Ma più dei comportamenti, spesso immondi, ciò che più ci deve preoccupare è che i progressi dell’intelligenza artificiale stanno convincendo alcuni tycoon del capitalismo digitale, con Musk anche Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e Jeff Bezos (Amazon), di cui ricordiamo la scelta di bloccare un articolo con cui il Washington Post di cui è proprietario, si schierava con la Harris, che i meccanismi della democrazia liberale sono ormai obsoleti: meglio un tecno-autoritarismo efficiente, sostenuto dall’intelligenza delle macchine.

Paramento e commissioni parlamentari, i pesi e contrappesi di una democrazia, la magistratura indipendente dal potere esecutivo, l’iper burocratizzazione de processi, una perdita di tempo, un processo inefficiente.

Una convinzione che sempre di più si fa largo anche da noi, sia pure con personaggi più da commedia, e in Europa.

Prepariamoci.

Vita