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sabato 17 gennaio 2026

VOCI LIBERE

 

Roma, arte e lezioni

 sui media a scuola

 per prevenire

la discriminazione di genere

Una fondazione nazionale, Mus-e, e una realtà capitolina, Fondazione Media Literacy, insieme per insegnare a 130 adolescenti il rispetto e l'inclusione. Al via "Voci libere", una buona pratica contro la povertà educativa, finanziata da Roma Capitale


di Giampaolo Cerri


Far riflettere a scuola sulla parità di genere si può fare in molti modi ed è già positivo che si faccia. Spesso, se lo si fa, si ricorre al più classico dei modi ossia l’educazione frontale: l’insegnante affronta il tema, ne parla, spiega, interagisce con la classe.

Grazie alla filantropia, si vanno facendo strada anche altre modalità.

Ne arriva, in questi giorni, una testimonianza da Roma, nel XIII Municipio, che sta nel quadrante ovest del Urbe, dai quartieri Aurelio e Boccea a uscire, verso la costa. Lo stesso municipio ha selezionato infatti un progetto di Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia, Voci libere, che coinvolgerà sette classi della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo Maria Capozzi di Roma, per un totale di oltre 130 studenti e studentesse, insieme a 12 docenti e 130 famiglie, «con l’obiettivo», spiegano le due fondazioni, «di promuovere relazioni consapevoli, inclusive e rispettose e di prevenire stereotipi, discriminazioni e dinamiche di violenza fin dalla prima adolescenza». E Voci libere è pronto a partire.

Dalla danza allo storytelling per carpire le differenze

Succederà che, attraverso teatro, danza, storytelling, riscrittura delle fiabe e percorsi dedicati alle biografie femminili, i laboratori artistici, condotti in classe dalle artiste professioniste di Mus-e, offriranno a ragazzi e ragazze uno spazio di espressione, confronto e riflessione sui temi dell’identità, delle emozioni, delle relazioni e della parità di genere.

A questi si affiancherà un percorso di educazione ai media, curato da Fondazione Media Literacy, che porterà studenti e studentesse a sviluppare uno sguardo critico sui modelli culturali e comunicativi e a sperimentare direttamente strumenti di narrazione contemporanea.

«Sensibilizzare e coinvolgere i giovanissimi sulle tematiche di parità di genere e contrasto alla violenza sulle donne attraverso linguaggi artistici, espressivi e creativi», è infatti l’obiettivo del progetto educativo, avviato dall’associazione temporanea di scopo Mediamuse, costituita appunto da Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia e finanziato da Roma Capitale – Dipartimento Scuola, lavoro e formazione professionale, nell’ambito dell’avviso pubblico “per la promozione dell’educazione alla parità tra i generi e la prevenzione e il contrasto della violenza e delle discriminazioni di genere” nelle scuole secondarie di primo grado del territorio.

«Elemento distintivo del progetto», spiegano le due fondazioni, «sarà infatti la realizzazione di podcast originali, ideati e prodotti con il supporto di giornalisti ed educatori. I podcast diventeranno uno strumento di restituzione e disseminazione del percorso, dando voce ai ragazzi e alle ragazze e contribuendo a diffondere una cultura del rispetto e dell’inclusione anche oltre il contesto scolastico».

A mettersi insieme sono infatti l’esperienza di Fondazione Media Literacy, attiva nella Capitale «nel campo dell’educazione ai media e al loro uso consapevole» e quella di Fondazione Mus-e Italia «per il contrasto della povertà educativa attraverso il linguaggio universale dell’arte».

Voci Libere, assicurano gli organizzatori, si caratterizzerà «per un approccio educativo innovativo, incentrato su metodologie didattiche non convenzionali, che coinvolgono attivamente studenti e studentesse nel processo di apprendimento e li rendono protagonisti del percorso di sensibilizzazione».

Creatività ed educazione al linguaggio

Lo sottolinea Lidia Gattina, giornalista, segretaria generale di Fondazione Media Literacy: «L’educazione al linguaggio e ai media è uno strumento fondamentale per contrastare stereotipi e discriminazioni fin dalla giovane età. La nostra esperienza, maturata negli anni nell’ambito dell’inclusione e della parità di genere, ci insegna che sviluppare consapevolezza critica significa anche promuovere una cultura inclusiva, capace di riconoscere e rispettare le differenze».

Le fa eco Laura Avagnina, coordinatrice di Fondazione Mus-e Italia a Roma: «I linguaggi artistici», spiega, «rappresentano uno strumento educativo privilegiato per favorire lo sviluppo di competenze fondamentali come empatia, resilienza, creatività, libera espressione, autostima e rispetto reciproco. Attraverso Voci Libere, le artiste di Mus-e accompagnano ragazze e ragazzi in un percorso che li valorizza nella loro unicità, al di là di ogni forma di discriminazione o pregiudizio, compreso quello di genere, incoraggiando l’espressione artistica come spazio libero da stereotipi e barriere culturali, capace di promuovere relazioni più consapevoli, inclusive e rispettose»

La scuola: «Insegnare il rispetto di genere»

Soddisfatta anche la scuola: «L’Istituto», conferma  Carla Felli, dirigente scolastica dell’I.c Capozzi, «ha colto immediatamente l’opportunità preziosa e destinato il progetto Voci Libere alle classi seconde della scuola secondaria di primo grado perché le alunne e gli alunni di 12/13 anni in fase di preadolescenza sono proprio nel giusto momento evolutivo per avere una formazione trasversale significativa sul rispetto di genere». Aggiunge, la dirigente, che «la società, il mondo che abitano deve essere decodificato per loro nei significati profondi ed è la scuola che deve fornire gli strumenti adeguati anche e soprattutto attraverso i linguaggi artistici del fare e non solo del sapere, proprio per arrivare ad un’interiorizzazione profonda dei principi di rispetto e inclusione».

Docenti e famiglia nel progetto

Il progetto, sottolineano gli organizzatori, «attribuisce un ruolo centrale anche al coinvolgimento del personale docente e delle famiglie, considerate parte integrante della comunità educante, attraverso momenti di formazione, informazione e restituzione condivisa territoriale, per presentare gli esiti del progetto e i contenuti realizzati dagli studenti».

l percorso si concluderà ad aprile, con un evento pubblico finale, aperto alla comunità scolastica e alla cittadinanza.

 VITA


mercoledì 24 luglio 2024

L'AUTORITARISMO LINGUISTICO

 

Accademia della Crusca: contro l’autoritarismo linguistico e l’uso forzato del femminile e degli asterischi

 

-di Patrizia Maciocchi

 L'Accademia della Crusca si oppone all'imposizione dell'uso del femminile e degli asterischi nella lingua italiana, definendolo autoritarismo linguistico

 L'autoritarismo linguistico, che sia imposto dai sostenitori del femminile, del maschile o degli asterischi è il vero nemico della lingua italiana. Questa la reazione di Claudio Marazzini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca e professore emerito di storia della lingua italiana dell'Università del Piemonte Orientale, al disegno di legge - ormai ritirato e bollato come iniziativa personale - che era stato presentato dal senatore leghista Manfredi Potenti (“Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere”) che chiedeva di vietare l'uso scritto, negli atti pubblici, di parole come “sindaca”, “questora”, “avvocatessa” e anche “rettrice”.

 Le forzature

“Poco tempo fa un rettore ha introdotto ufficialmente il femminile sovraesteso nel regolamento del suo ateneo: ha abolito il maschile “rettore”, lasciando sopravvivere solo “rettrice”. Mi pare che nessuno l'abbia obbligato a correggere una simile forzatura, che meritava come minimo un'interrogazione parlamentare - ha commentato Marazzini - In molti atenei già le autorità accademiche impongono ai docenti l'abbandono del maschile non marcato, e pretendono l'uso obbligatorio di asterischi e schwa. Per fermare queste imposizioni non si muove nessuno (basterebbe un richiamo del ministero).

Per Marazzini sarebbe stato utile, prima di lanciare proposte inapplicabili, come gli stessi esponenti della lega hanno dovuto riconoscere di fatto con la marcia indietro - leggere i consigli dell'Accademia della Crusca, in particolare quelli diretti al Comitato pari opportunità della Corte di Cassazione.

Per Marazzini l'autoritarismo linguistico apre la via ai fautori del femminile sovra esteso, ai fanatici di schwa e asterischi, che si potrebbero “presentare al mondo come custodi della libertà democratica, mentre in realtà, a loro volta, sono ben propensi a varie forme di autoritarismo.

E il nemico vero è proprio quello: l'autoritarismo linguistico, di qualunque segno”.

 Il Sole 24 ore

venerdì 17 febbraio 2023

MASCHIO o FEMMINA ?

 Transizione di genere. 

Crepet: «Assurdo assecondare fantasie dei bambini»

 Il noto psichiatra e scrittore Paolo Crepet ha analizzato con noi la società odierna e il fenomeno della transizione sociale che si sta diffondendo in modo sempre più pressante nei media influenzando, soprattutto attraverso l’abuso tecnologico, anche le nuove generazioni.

 - di Gloria Callarelli

 Professore, visti i rischi fisici ma soprattutto psicologici che la transizione sociale comporta, essendo rivolta anche ai bambini, come ne spiega la cieca diffusione oggi?

«I bambini sono più complessi oggi di ieri e sviluppano in maniera precoce idee e fantasie non solo appartenenti al loro mondo circoscritto. Noi grandi abbiamo messo loro in mano i mezzi della tecnologia per poterlo fare; le aziende tecnologiche, poi, in tutti questi anni hanno deciso di mettere in mano loro qualcosa che li indirizza. Oggi ci svegliamo e improvvisamente ci poniamo i dubbi di cosa stia succedendo e se ciò sia pericoloso. C’è modo di riparare? Sì. Il rischio però è sempre quello di minimizzare il problema perché sembra che i casi ad oggi siano pochi. Va bene, ma domani? Non possiamo sapere domani quanto il fenomeno si diffonderà. Il rischio in effetti è l’aumento vertiginoso dei casi perché vertiginosa è la campagna propagandista in atto».

Come uscirne?

«La responsabilità principale è dei genitori. Le mamme e i papà devono essere uniti nella lotta: non basta essere uniti solo nell’attenzione al cibo o a cose simili che, per carità, sono questioni legittime ma che spesso mettono in secondo piano altro. Io credo, infatti, che dobbiamo mettere la stessa attenzione a ciò che inquina l’anima. La possibilità di accedere a qualsiasi cosa oggi crea scombussolamento. A tutte le età. Pensiamo ai social. I social sono veicolo di informazione sessuale per i preadolescenti ma il coro demenziale della nostra civiltà è sempre lo stesso: “va bene, è un gioco”. Siamo in grado di affrontare un confronto con questo mondo? Non aspettiamoci che sia la politica a fare la legge per regolare queste cose: una proposta del genere è ridicola».

Ma il fatto che la transizione sociale possa riguardare un bambino, un preadolescente non è una violenza per il bambino stesso? Non si tratta di pura ideologia che distrugge l’ordine naturale delle cose?

«Devo smentire sia chi pensa che esiste l’omosessualità e basta sia chi pensa che esiste l’eterosessualità e basta, ma ci devono dire, coloro che portano avanti senza se e senza ma questa teoria, se qualcuno ritiene che una tendenza sessuale sia geneticamente connotata. Ad ogni modo quello che trovo assurdo è che i genitori in accordo con un professionista vadano ad assecondare queste fantasie dei bambini. Non va assecondato: il bambino non è immagine sacra, è una persona che dice una fantasia. Ma da qui a dire di fasciargli il seno e dare ormoni ce ne passa. Che poi da adulti magari ci si ritrova a fare i conti con gli effetti collaterali o con la volontà di cambiare idea, perché la vita sessuale è in continua evoluzione. Proprio perché non voglio il dolore non posso affrettare la vita sessuale soprattutto di chi è in età evolutiva».

Pro Vita 

 

  

mercoledì 21 dicembre 2022

UNA CARRIERA "ALIAS"

Incongruenza di genere e scuola 

un confronto vero per i giovani

Fa discutere la possibilità di avere a scuola una «carriera alias», con un nome diverso da quello assegnato alla nascita. 

In 250 istituti è stata attivata la possibilità della «carriera alias». Una pericolosa deriva o una tutela per ragazzi e ragazze? va evitato il clima da scontro ideologico. Come aiutare in ambito educativo le persone che si sentono «transgender»?

Negli ultimi decenni, infatti, sono stati commessi molti errori. Diagnosi affrettate e interventi precoci hanno causato danni talvolta irreparabili, tanto da determinare svolte importanti all’insegna della prudenza, sia in Inghilterra sia in Svezia È stata inviata una diffida a 150 istituti sostenendo che si rischia di rafforzare l’idea di essere nati nel corpo sbagliato. Il dibattito procede tra negazionismo assoluto e troppo facile accettazione

 

- di LUCIANO MOIA

 Sono finora 189 gli istituti superiori e 41 le università ad aver attivato in Italia la cosiddetta “carriera alias”, il patto di riservatezza che, grazie a un regolamento di istituto, permette agli studenti transgender di essere riconosciuti con un nome diverso rispetto a quello assegnato alla nascita. Una scelta opportuna? Il dibattito è esploso da un paio di mesi. Può essere che i dirigenti di queste 230 istituzioni scolastiche e universitarie, in cui studiano un paio di milioni di ragazzi e ragazze grazie all’impegno di migliaia di insegnanti, stiano prendendo tutti insieme un gigantesco abbaglio? I motivi della decisione sono noti, e in genere caratterizzati da delicata discrezione. 

Evitare discriminazioni. Riconoscendo le diversità e cercando di offrire a questi ragazzi e ragazze la possibilità di evitare discriminazioni, episodi di bullismo, rischi di dispersione scolastica e altri soprusi, scuole e università di cui sopra ammettono che l’«incongruenza di genere» è un problema serio, a cui gli insegnanti in sintonia con le famiglie devono guardare con attenzione e offrire tutto l’aiuto possibile per accompagnare gli studenti più fragili in modo solidale e consapevole. Ci sono però associazioni convinte che il via libera alla “carriera alias”, come sostegno ai ragazzi che si confrontano con i problemi derivanti dall’identità di genere, sia un gravissimo errore. Pro Vita & Famiglia ha inviato una diffida a 150 scuole sostenendo che la “carriera alias” è «una proposta ideologica che rischia di rafforzare l’idea di essere nati nel corpo sbagliato, facilitando così percorsi per la transizione sociale o per il cambio di sesso, con bombardamenti ormonali e chirurgia spesso irreversibile».

La risposta di chi la pensa diversamente non si è fatta attendere. Una trentina di associazioni del mondo Lgbt, ma non solo, ha lanciato un appello per respingere le diffide, sostenendo che l’adozione dei regolamenti per la “carriera alias” da parte dei vari consigli d’Istituto, «avviene nel pieno rispetto della legge e dell’autonomia scolastica». S i sottolinea pure che «chi ha promosso questa iniziativa legale non ha nessun titolo per farla. L’impressione è che ciò faccia parte di una strategia generale che – ha detto Fiorenzo Gimelli, presidente di Agedo Nazionale, a nome di tutte le associazioni aderenti a questo appello – mira a diffondere un clima di paura e ostacolare qualsiasi avanzamento dei diritti nel nostro Paese. La finalità della “carriera alias” è quella di tutelare il benessere di giovani vite, non di diffondere ideologie che esistono solo nella immaginazione di chi vede complotti contro la propria visione del mondo». Dello stesso tenore una dichiarazione della Flc-Cgil che definisce l’iniziativa di Pro Vita & Famiglia «un intervento ideologico che vuole limitare la libertà e l’autonomia costituzionalmente garantire».

Non si tocca la famiglia. Invece a sostegno di ProVita & Famiglia si è mossa un’altra associazione, “Non si tocca la famiglia”, con una petizione online sostenuta anche da “CitizenGo”, dal titolo « Fuori il gender dalle scuole». Sarebbero già state raccolte e consegnate al Ministero all’Istruzione 50mila firme per chiedere l’intervento delle autorità scolastiche e fermare quello che viene definito un «disastro educativo», causato appunto dallo strumento che viene collegato al cosiddetto gender. Sul piano pratico probabilmente non succederà nulla, sia perché la legge sull’autonomia permette che le «istituzioni scolastiche, nel rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e delle finalità generali del sistema (…) riconoscono e valorizzano le diversità, promuovono le potenzialità di ciascuno », sia perché le accuse alla cosiddetta ideologia gender sono scarsamente sostanziabili trattandosi di un arcipelago culturale in cui è presente di tutto – rivendicazioni condivisibili e pretese insensate – ma, soprattutto, perché il vero problema non è la “carriera alias”, ma il disagio profondo di alcune migliaia di studenti e di universitari alle prese con una sessualità biologica che, secondo quanto loro dichiarano di sentire, non corrisponde a quella interiore, psicologica.

I genitori, gli insegnanti e gli educatori devono decidere come stare accanto a questi ragazzi. Se si sceglie la strada dello scontro totale, come stanno facendo, ciascuna dalle proprie posizioni, alcune delle associazioni citate, gli unici a pagarne le conseguenze saranno i ragazzi e le ragazze transgender o che tali si sentono e che per questo soffrono. E finiremo per lasciare andare alla deriva un pezzo di una generazione in cui le difficoltà legate all’identità personale, sessuale, di ruolo e di genere, sono più diffuse di quanto ci si immagini e sono il termometro di un malessere che finisce sempre più spesso per diventare problema di salute mentale. Dal 2018 l’Oms ha declassato questo disagio, prima noto come «disforia di genere», inserito nel novero delle patologie mentali. Ora viene definito «incongruenza di genere», cioè variante non patologica della sessualità umana. Al di là della battaglia lessicale, è fuori di dubbio che adolescenti e giovani, ma anche adulti, alle prese con le difficoltà psicologiche legate al genere, vivano momenti di profonda sofferenza che non si possono minimizzare o trascurare. Ascoltare i loro racconti e soprattutto raccogliere le testimonianze accorate dei genitori che vagano da un presunto esperto all’altro in cerca di aiuto e di conforto, suscita un’amarezza e una comprensione profonda della delicatezza e della non pretestuosità di questa realtà.

Come aiutare quindi queste persone? Qui il nodo si fa più intricato. Nessuno può negare che l’incongruenza di genere sia una grande sfida per la medicina perché, se l’eziologia del problema (probabilmente un intreccio per ora inestricabile di fattori genetici, ormonali, biologici, culturali e ambientali) rimane un’ipotesi, anche la terapia è tutt’altro che assodata. Basta l’accompagnamento psicologico? Anche qui le opinioni sono discordi. Giusto, nei casi più estremi, ricorrere agli interventi ormonali? Certamente non nei bambini o negli adolescenti, anche perché le statistiche ci dicono con sufficiente certezza che, nella maggior parte dei casi, il problema, quando ben identificato e contenuto, può rientrare (la percentuale di desistenza va dal 66,7% al 93,3% in base ai diversi studi, T.D.Steensa, 2015, K.J.Zucker, 2018). Negli ultimi decenni sono stati certamente commessi molti errori. Diagnosi affrettate e interventi precoci, soprattutto nei Paesi anglosassoni e del Nord Europa, hanno causato danni talvolta irreparabili, tanto da determinare svolte importanti all’insegna della prudenza, sia in Inghilterra sia in Svezia, i Paesi che più si erano spinti in avanti nell’interventismo terapeutico. Scelta che si è rivelata gravissima e devastante per migliaia di minori. Ma un conto è discutere serenamente una condizione certamente complessa e su cui non ci sono certezze scientifiche assolute, un altro è pretendere di imporre posizioni estreme, dal negazionismo assoluto in nome della “lotta al gender” all’accettazione facile e “normale”.

Stare accanto ai nostri figli, anche e soprattutto quando vivono situazioni di malessere legate all’identità di genere, significa riflettere, ascoltare, verificare sempre alla luce del principio di precauzione, senza né proclami né barricate. Purtroppo, sta cominciando ad accadere l’esatto contrario. Ma si può rimediare.

 www.avvenire.it

Immagine: https://www.fondazionecharlie.org/img/disegno.jpg


 

 

 

 

domenica 30 gennaio 2022

TRANSUMANO e TRANSGENDER


 UNA DEVIAZIONE DALLA NATURA

La visione profetica di Paolo VI.

 -         di Fiorenzo Facchini *

-          

 Mezzo secolo fa l’enciclica Octogesima adveniens di Paolo VI richiamava l’attenzione sul pericolo delle ideologie nelle soluzioni dei problemi sociali (in particolare l’ideologia marxista e l’ideologia liberale) e sulla rinascita delle utopie per i problemi del futuro. «L’appello alla utopia è spesso un comodo pretesto per chi vuole eludere i compiti concreti e rifugiarsi in un mondo immaginario. Vivere in un futuro ipotetico rappresenta un facile alibi per sottrarsi a responsabilità immediate» (n.37). Mi viene da pensare a quanto siano attuali queste riflessioni, quando sento parlare di scelta nella propria identità sessuale o di decostruzione della differenza sessuale per scegliere ciò che si vuole essere. Ma anche la prospettiva del superamento di ogni limite umano, sostenuta dalla concezione del transumanesimo, si allinea su una posizione decisamente ideologica.

Questi modi di vedere e di realizzare la cultura rappresentano una deformazione nel rapporto dell’uomo con la natura, una forzatura sulla natura, che non ha senso, non porta da nessuna parte, e anzi, se realizzata, può portare a un’autodistruzione della specie umana. Tutto quello che si distacca o nega il dato biologico nell’uomo, ispirandosi a una ideologia, rappresenta una oggettiva deviazione nel rapporto con la natura. Non è una semplice variante della specie umana che, se non vantaggiosa, nel lungo tempo potrà essere eliminata per selezione naturale.

La prospettiva transumanista, che si propone di realizzare un 'transumano', in vista di un 'postumano', con miglioramenti genetici e applicazioni dell’intelligenza artificiale (sostituzioni di parti malate o difettose dell’organismo umano, miglioramenti di funzioni biologiche meccaniche, circolatorie, intellettive, con microchip e microprotesi...) al fine di prolungare la vita in modo indefinito, viaggia nel mondo dell’utopia. Ma c’è chi la sostiene, pur dando l’impressione di essere fuori dal tempo. Secondo Bostrom (2007) un transumano sarebbe un essere umano in transizione verso il postumano.

«Nella ideologia transumanista c’è una fantasia di 'Homo novus' che abbiamo visto nei totalitarismi del passato (il lavoratore, l’ariano) », ha notato Giulio Meotti (Il Foglio, 20-21 febbraio 2021). A questo mondo del transumano viene accostata da Bruno Chaouat «la tendenza alla decostruzione della differenza sessuale a livello globale». Secondo alcuni essa potrebbe essere una risposta a situazioni di disforia di genere. In realtà, se c’è una ricostruzione dell’identità in base a scelte soggettive si scivola nella ideologia del gender. La disforia di genere, ancora non ben conosciuta nelle sue cause, viene considerata una situazione disarmonica della personalità con carattere patologico. I fattori che la determinano possono essere diversi e complessi. Ma con le teorie 'gender' si va ben oltre, perché si sostiene una fluidità del genere.

L’identità che si vuole raggiungere con interventi di cambiamento a livello biologico può avere un senso se corrisponde all’effettivo benessere della persona, a un equilibrio biopsichico della persona. Ma nella prospettiva ideologica decostruzionista ispirata al 'gender' non c’è un punto di arrivo, ci si muove in una sfera che non è quella scientifica, oggettiva, sostenuta dalla razionalità, ma in una sfera ideologica, ispirata dalla soggettività delle scelte (che sono di per sé provvisorie), cioè dal principio che si vuole essere quello che ci si sente nel momento, senza chiedersi il significato o le cause dell’eventuale disagio della persona. Si parla di fluidità del genere. È un fraintendimento, anzi un tradimento della natura, la quale deve essere alla base nella costruzione della persona. L’accostamento del transgender al transumanesimo non è senza senso.

Entrambi, quando il cambiamento è ispirato o governato da un distacco o dal superamento del dato biologico, e affidato alle scelte soggettive, sostenute dalla utilizzazione di biotecnologie di cambiamento, sono ispirati da modi di vedere che allontanano dalla realtà delle cose e tendono a falsificarla. L’elemento che li accomuna è la visione materialista, e quindi riduttiva, della persona umana.

 *Antropologo e paleontologo professore emerito nell’Università di Bologna

 www.avvenire.it

 

 

martedì 29 giugno 2021

IDENTITA' DI GENERE E BAMBINI


 Il ddl Zan e il rischio di introdurre protocolli educativi che non tengono conto della realtà.

L’articolo 1 della legge, che definisce cosa si debba intendere per sesso, orientamento, identità... aggira in modo grave e non innocente la questione: qual è la visione antropologica di riferimento? La domanda educativa di fondo è: in che direzione riteniamo sia bene orientare i nostri figli, in virtù di quali valori?

 Presentare la sessualità come un vissuto soggettivo e fluido può essere fonte di ansia e disorientamento. Il pensiero infantile è diverso da quello adulto, e cerca basi sicure


-         di MARIOLINA CERIOTTI MIGLIARESE*

Prevenire e contrastare il manifestarsi di discriminazione e/o violenza nei confronti di qualcuno a motivo della sua disabilità o del suo modo di vivere la sessualità, sono obiettivi doverosi: è dunque del tutto legittimo domandarsi se queste persone siano adeguatamente tutelate a livello sociale e interrogarsi su come rendere più efficace questa tutela anche a livello legislativo. Ma se una legge intende allargare la questione a quale sia il modo più giusto ed efficace per educare i nostri figli a un vero rispetto di tutte le differenze, credo sia altrettanto doveroso porsi almeno due questioni, che sono centrali ogni volta che si affronti una problematica educativa rilevante. La prima questione riguarda la necessità di esplicitare quale sia il modello antropologico cui intendiamo fare riferimento; l’idea che possa esistere una relazione educativa 'neutra' è infatti un’idea del tutto astratta: la posizione del bambino rispetto all’adulto è sempre una posizione asimmetrica, che comporta in quanto tale rilevanti elementi di influenzamento. La domanda educativa è dunque: in che direzione riteniamo sia bene orientare i nostri figli? A quali valori facciamo riferimento? A quale idea dell’uomo, della vita, delle relazioni crediamo e ci ispiriamo? L a società occidentale ha finora avuto come riferimento ideale il modello antropologico cristiano, fondato sul valore centrale della persona: un riferimento ideale, molte volte tradito e disatteso, ma non per questo superato. Chi si ispira all’antropologia cristiana non può che difendere sempre e comunque la vita e la persona: la vita di chi rischia di annegare nel tentativo di raggiungere le nostre coste, così come la vita del bambino che rischia di venire ucciso nel grembo della madre. Non c’è, per il cristiano, un valore minore nella vita del vecchio, del disabile, dello straniero, del bambino non ancora nato, del morente, dell’omosessuale o del transessuale: ogni vita ha una preziosità assoluta e merita sempre cura e pieno rispetto. M a il modello antropologico cristiano non si limita ad affermare con forza il valore intangibile di ogni vita, perché, riflettendo nel corso dei secoli sul messaggio ricevuto, entra anche nel cuore di ciò che significa essere persona, e fin dalle origini ci indica la somiglianza con il Creatore in due caratteristiche umane fondamentali e tra loro inscindibili: essere persone sessua- te ed essere persone in relazione. Il valore del maschile e del femminile, la loro differenza, la loro reciprocità, sono elementi fondanti ma ancora non sufficientemente esplorati dell’antropologia cristiana; purtroppo non siamo finora stati capaci di comprendere e vivere a pieno queste realtà: abbiamo dato troppe cose per scontate e ne abbiamo impoverito la forza dirompente, togliendo poco alla volta la carica rivoluzionaria che contengono.

La visione antropologica cristiana, che ha ispirato finora anche se in modo imperfetto il nostro modo di intendere le re- lazioni, ha dunque ancora molto da dire sull’uomo, sulla donna, sulla loro specificità, sulla loro relazione; non può venire liquidata senza un confronto aperto e approfondito, e neppure venire semplicemente ignorata. L’articolo 1 del ddl Zan, che definisce all’interno di una legge cosa si debba intendere per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere, mostra di aggirare in modo grave e non innocente la questione: senza dichiarare apertamente quale sia la visione antropologica cui fa riferimento, attraverso questa modalità apparentemente pragmatica liquida in modo affrettato il modello cristiano, riuscendo ad evitare così un aperto e schietto confronto delle idee. A nche l’articolo 7 e 8, relativi alle strategie di prevenzione e contrasto alla discriminazione, si inseriscono in questa impostazione che dà per scontato ciò che non lo è, prevedendo di introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado una formazione orientata a una visione non dichiarata e non sufficientemente discussa. Questo apre però anche alla seconda delle questioni in gioco: oltre a dichiarare gli obiettivi e a collocarli in una visione antropologica condivisibile, formulare programmi educativi richiede una conoscenza approfondita dell’età evolutiva: una conoscenza ad ampio raggio, che comprenda le caratteristiche cognitive di ogni età, il compito evolutivo specifico di ogni fase dello sviluppo, le dinamiche affettive del bambino e dell’adolescente, anche per quanto riguarda il modo in cui ogni età può confrontarsi nel modo migliore con il tema della differenza sessuale e con il tema dell’identità.

Come neuropsichiatra infantile ho studiato a lungo le dinamiche dell’età evolutiva e ne conosco la delicatezza e la complessità; so dunque, non solo per studio ma anche per esperienza, che parlare di sesso con i bambini richiede come premessa una conoscenza approfondita delle differenze che esistono tra l’adulto e il bambino: come già sottolineava Anna Freud nei suoi testi, tra bambino e adulto ci sono differenze qualitative cruciali, che si fanno particolarmente evidenti proprio in relazione al modo in cui i bambini concepiscono la differenza sessuale e tutto ciò che concerne la vita sessuale in genere. Chiunque abbia dimestichezza con il pensiero infantile sa bene che prima della pubertà il bambino non è in grado di comprendere il significato della sessualità adulta: il pensiero infantile è un pensiero concreto, realistico, basato sull’esperienza; è un pensiero ego-centrico, che non è in grado di immaginare ciò di cui non può fare esperienza e dunque costruisce sulla sessualità delle proprie teorie, fortemente resistenti ad ogni spiegazione e logica adulta. L a sessualità del bambino

è pregenitale; il desiderio sessuale, per come noi lo conosciamo, gli è del tutto ignoto e gli organi sessuali sono per lui collegati in maniera inestricabile con le funzioni escretrici. Proprio per questo, il contatto precoce con la sessualità degli adulti è per il bambino un’esperienza molto disturbante: il sesso adulto lo eccita e insieme lo spaventa e lo confonde, creando spesso vissuti di tipo traumatico, come ben sa ad esempio chi si occupa di minori esposti alla pornografia. La mente del bambino è inoltre una mente che ha bisogno di ordine: orientarsi nella complessità è un compito adulto, che può essere affrontato più facilmente quando si parte da basi sicure. Ma proprio per la concretezza del suo pensiero, niente è per il bambino più sicuro e verificabile dell’esperienza del proprio corpo, così come concretamente si presenta: corpo che si specifica solo al maschile o al femminile, facilmente distinguibili grazie ai loro attributi genitali. Maschile e femminile che sono differenti, e la cui differenza ha come scopo la possibilità di generare.

Per questo, presentare la sessualità come un vissuto puramente soggettivo o come un continuum fluido che sfugge a ogni definizione rischia di essere per lui solo fonte di grave ansia e preoccupazione: se non è più possibile ancorarsi alla realtà di ciò che si percepisce, il mondo diventa infatti un luogo nel quale orientarsi con sicurezza diventa molto difficile. Per tutti questi motivi, credo che prima di introdurre per legge protocolli educativi sull’identità di genere sia indispensabile fermarsi a riflettere e ascoltare con attenzione la voce di coloro che, pur avendo a cuore la tutela da ogni possibile discriminazione, non si rassegnano a scorciatoie affrettate e pericolose: torniamo ad allargare lo sguardo, a contestualizzare le nostre decisioni, a discutere senza pregiudizi, e chiediamoci quale tipo di uomo e di donna vogliamo indicare ai nostri figli come modello per una felicità possibile.

*Neuropsichitra infantile e psicoterapeuta

 

www.avvenire.it

 

sabato 17 aprile 2021

EDUCARE: FARE LA DIFFERENZA



- di Rocco Gumina *

Dalla lunga gestazione del DDL Zan alle infinite discussioni sulle unioni civili, dalle aggressioni omofobe alle incomprensioni causate dal termine gender, dal ruolo delle donne nella nostra società ad una falsa e spesso dannosa idea di mascolinità, in Italia si avverte il bisogno di cammini educativi rivolti a tutte le fasce d’età che permettano una comprensione profonda di tali temi. La finalità di simile operazione dovrebbe essere connessa al tentativo di far chiarezza a partire dalle fondamenta delle questioni le quali, oltre ad animare il dibattito pubblico, nella maggior parte dei casi scadono in derive ideologiche slegate dal nocciolo dell’argomento

Genere e disuguaglianze

Con il libro Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta (Il Mulino, 2019), la professoressa Rossella Ghigi, sociologa della famiglia e delle differenze di genere all’Università di Bologna, offre un valido contributo alle famiglie, agli insegnanti, agli educatori, agli amministratori pubblici e a tutti i soggetti interessati per districarsi e orientarsi in merito ad una serie di tematiche inerenti all’educazione di genere. Proprio quest’ultima rappresenta il cuore della ricerca dell’autrice per la quale il genere nell’educazione «fa riferimento a un’attività consapevolmente intrapresa per sollecitare competenze, offrire risorse, mediare la conoscenza in un’ottica di genere» (p. 9). Inutile negarlo, nella nostra società esistono veri e propri muri che investono il mondo della famiglia, del lavoro, della cultura tanto da originare delle diseguaglianze che l’educazione di genere può limitare e contrastare. È chiaro che la scuola, secondo la Ghigi, ha forse più delle altre agenzie educative il compito di «far emergere specificità e talenti, alimentare competenze nella selezione e nel vaglio critico delle informazioni, offrire gli strumenti per costruire una società più egualitaria e inclusiva» (p. 12). Tuttavia non si tratta soltanto di inserire nel piano di studi l’ora di educazione di genere bensì di rileggere globalmente tutti i contenuti curriculari con una visione attenta al genere. Dalla storia alla letteratura, dalla religione all’arte, dalla musica alla filosofia necessita uno studio più interessato alle dinamiche di genere per favorire un pensiero che oggi possa promuovere la parità fra i sessi.

L’importanza dell’educazione di genere

Il punto di partenza dell’autrice è la funzione dell’educazione chiamata a rivestire un ruolo indispensabile per guidare le giovani generazioni verso una maggiore consapevolezza dell’importanza della parità fra i generi. Il problema, ancora presente nelle nostre comunità, è legato al fatto che siamo portati a ricondurre la maschilità e la femminilità a caratteristiche e propensioni che nella maggior parte dei casi sono stereotipi alimentati da alcune forme e modalità di apprendimento sociale veicolate in famiglia o tramite la TV e i social. Ad esempio, la relegazione delle donne alla sfera della cura domestica e familiare ha comportato la loro quasi totale esclusione dal mondo della politica e in genere del potere pubblico e privato. Ciò ha nutrito tutta una gamma di diseguaglianze diffuse in larghi strati della nostra società. Invece, a parere della Ghigi, l’educazione di genere propone un modello comunitario dove «venga dato riconoscimento alle donne lavoratrici e in cui ci sia una più equa distribuzione del lavoro domestico» attraverso una rinegoziazione di «significati che spesso diamo per acquisiti. Si tratta di stimolare un punto di vista critico sull’ovvietà» (p. 46).

Biologia, cultura, differenza

I diversi studi citati dall’autrice mostrano come la gran parte delle differenze fra uomo e donna non sono dovute al dato biologico bensì a quello culturale pertanto occorre un investimento educativo sulle pari opportunità che attraversi ambiti come il mercato del lavoro, la cura domestica, l’impegno nella società. Nondimeno, la radice e la finalità di simile opera non potrà coincidere con una mera rivendicazione dell’uguaglianza bensì occorrerà collocare la differenza sotto una nuova luce quella del rispetto e dell’interazione fra le reciproche diversità. Infatti, diverse esperienze di educazione di genere mirano a riprendere «il tema del maschile come visione parziale e non universale del mondo, e a indagare i vincoli e le rigidità della socializzazione alla virilità, soprattutto in adolescenza» (p. 63). Inoltre è utile ricordare che tali acquisizioni sono importanti al fine di ricomprendere tanto l’eterosessualità quanto l’omosessualità.

Il testo di Rossella Ghigi si pone come uno strumento valido per le comunità educanti tutte. Si tratta di una rigorosa introduzione ad una questione che nessun segmento della nostra società potrà più eludere. Il libro manifesta chiaramente come ogni percorso legislativo volto a favorire le pari opportunità deve essere radicato e finalizzato in un’ottica che al contempo è educativa e culturale. Il nostro Paese, specie al Sud, ha bisogno di una rinnovata consapevolezza associata all’educazione di genere che oltre a garantire uguali dignità fra donne e uomini potrebbe rappresentare un’occasione di sviluppo sociale, economico e politico delle nostre comunità.

 *Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.

R. Ghigi, Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta, Il Mulino 2019, pp. 135, 11,00 euro.

 www.tuttavia.eu 

sabato 12 dicembre 2020

I GIOVANI E LA DISFORIA DI GENERE. LA SVEZIA SI INTERROGA

Non si conoscono gli effetti nel medio-lungo termine dei percorsi per il cambio di sesso su chi è ancora adolescente. E ora molti specialisti ammettono: uno «stress etico»

L’inchiesta della Tv pubblica 'The Trans Train' ha fatto esplodere la questione sull’opportunità di concedere libera scelta ai ragazzini nell’accedere ai percorsi per la transizione ormonale o chirurgica L’85% dei minori interessati è nato donna, il 90% ha una diagnosi psichiatrica, il 45% è autolesionista

 ASSUNTINA MORRESI

 La critica alla pratica sempre più diffusa del trattamento ormonale e chirurgico nei confronti dei minori con disforia di genere, che si sta facendo largo in Svezia, ha il supporto di diversi specialisti del settore. A molti di loro è stato dato ampio spazio nel corso dell’inchiesta giornalistica 'The Trans Train', per la trasmissione 'Uppdrag granskning' ('Missione: indagare'), della Tv pubblica di Stoccolma. Abbiamo già scritto sulle colonne di 'Avvenire' dei genitori dei ragazzi transgender e dei de-transitioners, cioè di coloro che rifiutano la transizione intrapresa e vorrebbero recuperare l’identità di genere di nascita (tinyurl.com/y4cyv5hz).

Quanto ai professionisti che somministrano i trattamenti ormonali e chirurgici, intervistati si dicono sinceramente convinti di operare per il bene dei loro assistiti in quanto, come spiegano, l’alternativa sarebbe una grande sofferenza, insopportabile, da parte di chi non riesce a vedersi nel proprio corpo. A un dolore indicibile, cioè, si risponde con quel che c’è a disposizione: la transizione ormonale e chirurgica, che nel breve periodo sembra essere la soluzione dei problemi. Tutti però ammettono che non ci sono evidenze scientifiche sufficienti a supporto di questi percorsi. Dai trattamenti che bloccano la pubertà agli ormoni cross sex, che dovranno essere somministrati per tutta la vita, fino alla chirurgia: nessuno sa valutarne gli effetti a tempi mediolunghi, perché di ricerche adeguate non ce ne sono. È scritto anche nero su bianco nei documenti ufficiali della sanità svedese.

Non sapeva di questa incertezza Aleksa, che adesso ha 20 anni e non rifarebbe più quel che ha fatto, e per averlo detto pubblicamente è stata cacciata da gruppi social di attivisti transgender. A esprimere dubbi e perplessità su procedure così rapide, modifiche radicali e irreversibili in così giovane età, sono anche coloro che la transizione l’hanno fatta vent’anni fa, quando erano in pochi e il percorso era meno scontato, come Mikael Bjerkelly e Tone Maria Hansen del Harry Benjamine Resource Center, a Oslo.

Gli esperti intervistati snocciolano dati: il nuovo gruppo di pazienti Rodg (Rapid On-set Gender Disphorya, minori che improvvisamente vogliono transitare al genere opposto a quello di nascita, un numero in continuo aumento e talmente elevato negli ultimi dieci anni che c’è chi parla di “epidemia”) è per l’85% nato donna, per il 90% ha una qualche diagnosi psichiatrica, il 45% è autolesionista, il 20% ha diagnosi di autismo, il 35% ha sintomi tali da richiedere una ulteriore valutazione. Secondo il governo svedese il 40% dei giovani transgender ha tentato il suicidio nell’attesa di essere valutato per la transizione, ed è per evitare queste morti che Asa Lindhagen, del Partito dei Verdi, Ministra per l’Eguaglianza di Genere, ha sostenuto una legge per abbassare a 15 anni l’età minima per l’accesso alla transizione senza il consenso dei propri genitori, e a 12 quella per richiedere il cambio legale di genere. Ma è stata proprio l’indagine giornalistica “The Trans Train” a scoprire che quel 40% non ha alcuna base scientifica, si tratta di un numero inventato: imbarazzanti le interviste ai referenti del rapporto governativo, che non sono stati in grado di indicare le fonti del dato che principalmente giustificava la proposta di legge.

Secondo Michael Biggs, professore di sociologia ad Oxford, dopo un anno di trattamento i ragazzi peggiorano, aumentano autolesionismo e rischio di suicidio. Molti specialisti dichiarano di vivere uno “stress etico”, nel somministrare questi trattamenti. C’è chi prosegue nell’avviare i ragazzi a questi percorsi di transizione, pur con mille dubbi, e chi invece rinuncia del tutto, ma non è facile porre domande: Anne Waehre ha cercato di farlo con una lettera pubblica al Ministro della Sanità norvegese, chiedendo chi sarà responsabile delle “ragazze barbute della nazione”, e per questo è stata accusata di transfobia. Già: di chi la responsabilità delle diagnosi sbagliate? È la domanda che ricorre nel corso dell’inchiesta, a cui Rydelius Per-Anders, specialista del Karolinska, risponde «È una responsabilità condivisa» fra i medici che valutano e coloro che prestano il proprio consenso. Ma quale consapevolezza può esserci nel consenso di un quindicenne, per di più immerso in tanti problemi personali? Sono molte le domande senza risposte. Innanzitutto, sul fenomeno dei detransitioners: quanti sono? Chi sono? Voleva studiare questo nuovo fenomeno James Caspian, psicoperapeuta britannico paladino dei diritti dei transgender, e fiduciario dell’associazione di beneficienza transgender The Beaumont Trust; la sua università, però, la Bath Spa University, non gli ha permesso di condurre la ricerca, ufficialmente non per l’argomento ma per il metodo scientifico. Secondo quanto riportato dalle giornaliste di “The Trans Train”, nella lettera di rigetto della ricerca l’università afferma che il progetto è eticamente complesso e che i rischi sono troppo grandi per l’università e per il ricercatore stesso. Ma perché dovrebbe essere pericoloso studiare ragazzi che si pentono del percorso di transizione? Caspian si è rivolto a tribunali inglesi, perdendo le cause, e adesso ha annunciato di volersi rivolgere alla Corte Europea dei Diritti Umani.

Perché soprattutto ragazze che rifiutano il proprio corpo? Perché quest’aumento improvviso? Ha provato a rispondere Mikael Landén, del Dipartimento di Psichiatria e Neurochimica dell’Università di Gothenburg, che in un suo interessante articolo sulla rivista medica Läkartidningen parla di «un’infezione psicologica legata alla cultura. Se le persone nella loro prima adolescenza sono incoraggiate a pensare alla loro identità di genere e viene insegnato che la disforia di genere è una variante normale, non è improbabile che alcuni giovani indirizzeranno la loro ricerca di identità verso l’identità di genere. Tale ricerca può diffondersi rapidamente nei social network, come descritto per una serie di altri fenomeni come bulimia, suicidio (aumenta quando personaggi famosi o qualcuno che conosci si è tolto la vita), fumo obesità e altro.

L’aumento dell’uso dei social media coincide nel tempo con l’aumento della disforia di genere». E sottolineando ancora una volta la scarsità delle conoscenze a proposito, suggerisce che «affinché le attività odierne di correzione di genere non siano viste in futuro nello stesso modo in cui vediamo oggi il trattamento dell’omosessualità, è preferibile un atteggiamento medico nei confronti degli adolescenti con disforia di genere, piuttosto che vederlo come una questione di diritto per gli adolescenti di cambiare il proprio corpo chirurgicamente».

Nel frattempo, il governo svedese ha accantonando il progetto di legge e, su proposta del Consiglio nazionale di etica medica, si è rivolto a tre agenzie governative, l’Agenzia nazionale svedese per la valutazione medica e sociale (Sbu), l’Agenzia svedese per i prodotti medicinali e il Consiglio Nazionale della Sanità ed il Benessere, chiedendo approfondimenti in merito per le rispettive competenze. Quest’ultimo sta rivedendo le linee guida per i trattamenti di bambini e adolescenti con disforia di genere, che saranno diffuse per una consultazione pubblica nel 2021 e concluse nel 2022. Intanto si stanno organizzando gruppi di genitori, preoccupati per i propri figli che stanno attraversando la disforia di genere, come quello per i genitori di ragazzi Rodg (tinyurl.com/yxz3cjy3), in lingua inglese e tedesca, o dei finandesi di KirJo (tinyurl.com/y3l2jn6ee) di cui fanno parte anche detransitioners. E nell’estate del 2019 si è registrata una diminuzione del 65% dei rinvii alle cliniche per la disforia di genere in Svezia, secondo Louise Frisén, professore associato di Psichiatria del bambino e dell’adolescente alla clinica Kid, per l’incongruenza di genere e la disforia di genere, a Stoccolma. I dati sono stati presentati ad un seminario nel Consiglio Svedese di Etica Medica lo scorso febbraio 2020. Una novità che potrebbe essere il primo risultato della discussione pubblica in corso, a cui la proiezione dell’inchiesta “The Trans Train” sembra aver dato un contributo importante.

 

www.avvenire.it

 

sabato 14 novembre 2020

OMOFOBIA. LA VERA DIFFICOLTA' DEL DISEGNO DI LEGGE ZAN


Una battaglia di civiltà?

  Giuseppe Savagnone

 Può sorprendere che il testo di legge  Zan «contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia», approvato alla Camera lo scorso 4 novembre – che, nel suo titolo, mira soltanto a «contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere» – continui ad essere oggetto di aspre polemiche. Chi si potrebbe opporre a un testo che sembra non far altro che sancire l’obbligo dell’elementare rispetto delle persone?  Così, appare comprensibile l’indignazione dei suoi più accesi sostenitori, che accusano gli oppositori di cieco conservatorismo, ricordando che la legislazione europea è da tempo su questa linea.

Siamo dunque davanti a una battaglia di civiltà? A far nascere dei dubbi su questa diffusa lettura dovrebbe indurre, invero, la sua semplicità un po’ manichea: il bene da una parte, il male dall’altra.

Al di là del manicheismo

In realtà, lo stesso manicheismo semplificatore – bene vs male – si può rilevare nelle argomentazioni di una buona parte degli avversari del disegno di legge, che vedono in esso solo un gravissimo attentato alla libertà di pensiero e di espressione.

Personalmente sono restio a dare credito alle posizioni che si demonizzano a vicenda. Mi sembra più realistico cercare di comprendere e di valorizzare l’“anima di verità” che si nasconde anche in quelle che appaiono meno accettabili e che io stesso magari non condivido.

Le motivazioni condivisibili del disegno di legge

Partirei dalle motivazioni che stanno dietro la proposta dell’on. Zan. È difficile negare che nella nostra storia ci siano stati, nei confronti di gay, lesbiche, transessuali, «pregiudizi, discriminazioni, violenze». Le persone omosessuali sono state derise, umiliate, emarginate, spesso anche perseguitate. Le si è costrette a nascondersi, a mascherare la loro vera identità e a darle libera espressione solo nell’oscurità di ambienti ambigui e violenti, privati del diritto di avere una vita affettiva – non solo sessuale! – come tutti gli altri. E ancora oggi suscita scandalo in tanti la presa di posizione di papa Francesco, quando afferma che «gli omosessuali sono figli di Dio», esattamente come gli etero, portatori come loro dell’immagine di Dio impressa nei loro volti.  Si capisce allora che alla base del disegno di legge ci sia la volontà di combattere, assumendoli come reati formali, comportamenti spregevoli ancora tristemente riscontrabili nella cultura diffusa.

Una minaccia ridimensionata

Esso però non si limita a questo. E francamente devo riconoscere che, al di là dei toni, le critiche nei suoi confronti a mio avviso sono fondate. Non tanto per la presunta minaccia alla libertà di pensiero e di espressione, a mio avviso molto ridimensionata dall’emendamento inserito nell’art. 4, che fa salve «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

La visione ispiratrice di fondo: sesso e genere

La vera difficoltà che questo disegno di legge presente è di natura simbolica ed educativa e nasce dall’art. 6, dove si istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia – che sarà celebrata il 17 maggio – in cui saranno sono organizzate «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole».

Quale messaggio sarà proposto in questa occasione? Mi piacerebbe prevedere che sia solo il rispetto di chi è diverso. Ma non posso chiudere gli occhi sul fatto che la giusta battaglia per il rispetto della dignità umana degli omosessuali è stata spesso identificata, da chi la conduce, con una critica alla visione tradizionale dell’identità sessuale delle persone, che la fondava sulla loro costituzione biologica. Da qui la tendenza a relativizzare drasticamente il dato fisico della mascolinità e della femminilità e a sottolineare, piuttosto, l’importanza dei fattori psicologici e sociali che determinano il “genere”.

Il misconoscimento della dimensione biologica

Ne è derivata la negazione del valore tendenzialmente normativo della sessualità biologica nello sviluppo dell’identità sessuale complessiva di un soggetto. Dalla giusta considerazione che uomini e donne non si nasce ma si diventa, si è passati alla scissione fra questo stato finale e il dato biologico originario – quello che risale alla nascita – dell’essere maschi e femmine.

In questo modo la definizione del proprio genere è stato visto come un risultato tutt’altro che scontato. Se la propria struttura morfologica e biologica non è più decisiva per la propria identità e il proprio orientamento sessuale – come la società tradizionalmente ha creduto e fatto credere – tutta l’educazione va radicalmente ripensata e ristrutturata, fin dalla più tenera età. Essa non può e non deve partire dalla presunzione che un maschietto debba avere una identità di genere di uomo e una femminuccia una identità di genere di donna.

L’equivoca campagna dell’UNAR contro il bullismo

È questa presunzione, secondo i sostenitori di questa linea, a rendere incapaci di capire e intolleranti verso coloro – transessuali e omosessuali – nei questa corrispondenza non si verifica. Bisogna perciò smantellarla. Ha già cercato di farlo un ufficio ministeriale, l’UNAR, nel 2013, senza passare da una legge, bensì diffondendo nelle scuole italiane di ogni ordine e grado delle nuove direttive ai docenti e facendole passare per una prevenzione del bullismo.

Partendo dalla premessa che «dietro gli episodi di bullismo omofobico e transfobico, vi sono altri problemi, quali quelli legati a una cultura che prevede soltanto una visione eteronormativa» – quindi al binomio uomo-donna fondato sulla diversità tra maschio e femmina – l’UNAR ha varato la diffusione di un opuscolo compilato dall’Istituto di psicologia Beck in cui si raccomandava di «non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assuma che l’eterosessualità sia l’orientamento “normale”, invece che uno dei possibili orientamenti sessuali)». E si insisteva moltissimo sul fatto che si faccia presente ai bambini/ragazzi/adolescenti che «i rapporti sessuali omosessuali sono naturali», equiparandoli sistematicamente a quelli etero: «Quindi potremmo ribaltare la domanda chiedendoci: “i rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?”».

Collegata a questa linea era la proposta di una metodologia che «aiuta gli studenti a comprendere più a fondo la definizione di famiglia e a capire che vi è una diversa varietà di strutture familiari». Perciò gli insegnanti dovranno, «nell’elaborazione di compiti, inventare situazioni che facciano riferimento a una varietà di strutture familiari ed espressioni di genere. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”».

Un evidente salto logico

È evidente il salto logico tra la giusta esigenza di educare fin da piccoli al rispetto delle persone omosessuali e una campagna sistematica per “decostruire” l’identità sessuale di bambini, ragazzi e adolescenti, rimettendo in discussione il loro rapporto con la propria corporeità proprio in un momento della loro crescita in cui è più importante per loro consolidarlo. La prima vale per tutte le diversità, ma non implica l’accettazione delle visioni antropologiche ed etiche sottostanti, la seconda invece punta non solo sul rispetto, ma sulla affermazione della propria idea di sessualità. Come se, per combattere l’islamofobia e insegnare a rispettare i musulmani, si insegnasse nelle scuole italiane che la nostra idea di parità tra uomo e donna non è affatto scontata e deve essere messa sullo stesso piano di quella dell’Islam.

Un passo simbolico verso l’educazione pro-gender e l’esclusione dei genitori

Acquista un significato inquietante, alla luce di questi dati, il fatto che nel dibattito alla Camera sia stato espressamente previsto che le iniziative della Giornata contro l’omofobia coinvolgano le scuole elementari e che, viceversa, sia stato respinto l’emendamento che chiedeva che la partecipazione degli alunni – compresi i più piccoli – richiedesse l’autorizzazione dei genitori. Se è vero che le leggi hanno un valore simbolico e additano una direzione, il problema va ben al di là della singola “Giornata” e implica uno stile educativo che purtroppo è quello di cui abbiamo parlato.

Un’ esperienza inglese

Quanto ciò possa rappresentare un pericolo lo appendiamo proprio in queste settimane dall’esperienza di un Paese all’avanguardia in questo campo, come il Regno Unito. Alla fine di settembre il Dipartimento inglese per l’Educazione ha bandito dalle scuole statali ogni formazione sulla cosiddetta identità di genere. Una svolta che testimonia la diffusa preoccupazione per il dilagare, tra i minori, di transizioni da un’identità di genere a un’altra, che sono passate dalle 40 per le ragazze e 57 per i ragazzi del biennio 2009-2010, alle 1.806 per le femmine e 713 per i maschi nel biennio 2017-2018.

Non credo, francamente, che mettere in luce questi pericoli costituisca un messaggio persecutorio nei confronti degli omosessuali. Al contrario, sono convinto di aver messo in luce dei problemi su cui confrontarsi francamente, nella fiducia che la ragione umana e l’onestà intellettuale possono unirci al di là di tutte le diversità.

 *Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu. - Scrittore ed Editorialista.