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sabato 16 marzo 2024

BAMBINI TRANS e IDENTITA' di GENERE



 L’identità di genere non si decide a tavolino

 Londra sospende la triptorelina per bloccare lo sviluppo puberale, Milano liberalizza il cambio di genere in Comune, a Roma prevale la ricerca

 

-         di Paola Binetti

 

“Stop alle prescrizioni del farmaco utilizzato nei centri che si occupano di disforia di genere per la sospensione dello sviluppo puberale in casi di pubertà precoce. Lo ha deciso il Servizio sanitario inglese (NHS)”. Stiamo parlando di triptorelina e la notizia, che appare netta e chiara sulla maggioranza dei giornali italiani, invita ad una riflessione molto seria, per molteplici aspetti. Vale la pena provare ad evidenziarne almeno alcuni.

La disforia di genere sembra decisamente in aumento e a Roma sia l’Università Cattolica che il Bambino Gesù hanno deciso di attivare dei servizi clinici che se ne occupano, impegnando professionisti di alta qualità e attivando contemporaneamente un centro di studio e di ricerca. L’approccio è evidentemente clinico e per affrontare il problema sembra richiedere un intervento decisamente specialistico.

A Milano, quasi contemporaneamente, l’8 marzo scorso, mentre nelle piazze sfilavano i cortei per festeggiare la Giornata internazionale della donna, il Comune ha diramato una circolare contenente le linee guida per l’attivazione e la gestione dell’identità alias a favore dei dipendenti che ne fanno richiesta. La delibera era stata approvata a fine 2023, il provvedimento era entrato in vigore dal 1° gennaio 2024 e le linee guida sulla gestione delle carriere alias nello stesso Comune sono state emanate l’8 marzo. Un iter velocissimo per chi conosce i tempi della burocrazia, reso necessario per favorire “la piena inclusione lavorativa di tutti coloro che intendono modificare nome e identità nell’espressione della propria autodeterminazione di genere, così come previsto dal contratto collettivo nazionale di riferimento”. Secondo il Comune di Milano quindi tutti questi passaggi possono essere fatti senza alcuna diagnosi o perizie mediche, in coerenza con gli orientamenti dell’OMS.

La disforia di genere è comunemente definita come la profonda sofferenza secondaria all’incongruenza tra l’identità di genere e il genere assegnato alla nascita. Le persone con disforia di genere sono descritte come una popolazione psicologicamente e socialmente più vulnerabile, in particolare quando attraversano i primi stadi dello sviluppo puberale.

Tre approcci decisamente diversi e per alcuni aspetti decisamente contraddittori: in Gran Bretagna l’uso della triptorelina è sospeso, a Roma si attivano centri di diagnosi e cura della disforia di genere in due degli ospedali a più forte caratterizzazione religiosa, entrambi considerati, a diverso titolo, gli ospedali del papa, a Milano invece ognuno può definire gli standard della sua sessualità e del suo genere come meglio crede, ottenendo piena legittimazione dal Comune, senza verifiche di alcun genere. A Milano quindi il tema della disforia di genere viene cancellato con una delibera comunale e l’unico parametro di riferimento diventa: non chi sono, ma chi credo di essere e soprattutto come voglio essere considerato nel contesto in cui vivo e lavoro. A questo punto, cancellata la disforia di genere, l’uso e l’abuso della triptorelina, almeno sul piano teorico, cessano di avere un qualsiasi interesse perché oggi o domani posso dichiarami come meglio credo, senza avere bisogno di una qualsiasi documentazione. Tutto si risolve nella mia soggettività e nella mia egoreferenzialità.

Ma ovviamente non è così. Sono ancora attuali i problemi relativi al vissuto della propria sessualità e alle sue possibili contraddizioni, resta il problema degli adolescenti, davanti a fisiologici dubbi ed incertezze sul proprio orientamento e soprattutto resta il problema dell’ideologia legata ad un tema che sottrae la stessa sessualità alle sue radici biologiche, che non ne esauriscono il senso e il significato, ma indubbiamente ne sono parte integrante. La triptorelina, vale la pena ricordarlo, è un farmaco utilizzato per la sospensione dello sviluppo puberale in casi di pubertà precoce, ed è stata a lungo utilizzata per il trattamento della disforia di genere, in attesa che il soggetto decida chi voleva essere o diventare: maschio, femmina o altro. Il Servizio sanitario inglese (NHS), dopo molti anni che lo aveva autorizzato, ha deciso di interrompere le prescrizioni di routine, poiché non sono stati trovati prove sufficienti riguardo alla sicurezza o all’efficacia del farmaco. In Italia il Comitato Nazionale di Bioetica in ​​un suo documento del 2018 ne aveva raccomandato l’uso solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso e l’AIFA, nel febbraio 2029, sulla scorta della valutazione data dal CNB, aveva reso il farmaco prescrivibile e completamente a carico del SSN, precisando però: “per l’impiego in casi selezionati in cui l’identità di genere (disforia di genere) con diagnosi confermata da una équipe multidisciplinare e specialistica e in cui l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva”.

Una “terapia” rischiosa e ideologica

I recenti accadimenti dell’Ospedale Careggi di Firenze hanno riaperto il problema, che merita ulteriori approfondimenti. La Gran Bretagna, infatti, ha bandito l’uso della triptorelina perché il farmaco non assicura né sicurezza né efficacia. In altri termini non è in grado di ridurre i problemi comportamentali ed emotivi degli adolescenti con una sindrome di disforia di genere; resta il rischio suicidiario e non si intravvedono segno di miglioramento del funzionamento psicologico generale. Nell’autorizzazione all’uso del farmaco, sia in UK che in Italia, mancava l’indispensabile riferimento al principio di precauzione, che esige una strategia complessa nella gestione del rischio, come avviene quando in medicina non si ha una conoscenza certa, scientificamente fondata, dei potenziali effetti negativi di una determinata attività terapeutica. Nel caso della triptorelina non ci sono mai stati studi di follow up che consentano di escludere il rischio di possibili conseguenze negative sulla crescita, sulla struttura scheletrica, sull’apparato cardio-vascolare, neurologico-cerebrale e metabolico e sulla fertilità dell’adolescente trattato, comprese le conseguenze sul suo sviluppo sessuale e su quello emotivo-cognitivo che lo accompagna.

Una sperimentazione poco chiara e rischiosa

Dopo anni di somministrazione senza reali prove di efficacia, dopo la denuncia degli abusi compiuti nel Gender Identity Development Service (GIDS) della Tavistock Clinic di Londra, denunciati dal suo stesso direttore, era naturale, auspicabile, che la Gran Bretagna mettesse la parola fine ad una sperimentazione in cui il fattore ideologico superava di gran lunga gli aspetti scientifici. Lo staff della Tavistock è stato accusato di aver adottato un atteggiamento superficiale, con un incoraggiamento indiscriminato verso la prospettiva di una transizione di genere anche di fronte a casi d’incertezza tipici nell’adolescenza rispetto alla propria identità; infatti in gioco non c’è solo la triptorelina, come farmaco, attualmente ritirata dall’uso, ci sono anche le forti criticità rilevate sulla verifica del consenso informato dei pazienti ammessi ai trattamenti di transizione da un sesso all’altro e la loro consapevolezza delle conseguenze relative all’assunzione del farmaco.

Necessaria la prudenza

Quanto accaduto nel Regno Unito mostra al di fuori di ogni dubbio la prudenza necessaria nel trattamento della cosiddetta disforia di genere, per saperne di più cogliere anche le naturali incertezze dell’adolescenza e saper impostare sul piano psico-pedagogico tutta una serie di interventi volti a rafforzare l’identità complessiva del soggetto; la sua maturazione progressiva, la sua sicurezza nel prendere decisioni che lo riguardano. Il problema non si esaurisce nell’alternativa triptorelina sì o triptorelina no; ha radici più profonde che coinvolgono anche il senso antropologico della differenza dei sessi, il suo rispecchiamento nel contesto sociale attuale, in cui sembra prevalere un approccio di tipo negazionista, che invece di sottolineare la differenza e coglierne valore e significato tende a ricondurla in un anonimato relazionale che rimanda ad un profondo senso di solitudine e di isolamento.

 

Il Sussidiario

 

 

 

mercoledì 21 aprile 2021

IDENTITA' DI GENERE, OLTRE L'IDEOLOGIA


 Il ddl Zan sappia tener conto della complessità. 

NON SI PUÒ SCHERZARE CON L’«IDENTITÀ DI GENERE»

 

 -di LUCIANO MOIA

 Ci sono circa 7mila persone in Italia per cui la legge Zan potrebbe diventare un involucro rassicurante con un contenuto amaro. L’involucro è rappresentato dalla vulgata ideologica che accompagna la legge e dal lessico scelto per le definizioni di genere, orientamento sessuale e identità di genere: se quello sarà davvero il riferimento culturale, i rischi di fraintendimento e di letture banalizzanti sono dietro l’angolo. Il contenuto è invece rappresentato dai frutti che deriveranno da tale impostazione. Stiamo stretti, qui, su questo punto. Siamo certi che quelle 7mila persone che soffrono di disforia di genere – che affigge chi deve confrontarsi con un’identità di genere irrisolta – trarranno benefici autentici dall’ondata di strumentalizzazioni e di superficialità che si sta alzando per via mediatica e potenzialmente ope legis?

La questione è stata lasciata un po’ sottotraccia dalla battaglia politico-mediatica e da un confronto comprensibilmente concentrato su pur serissime questioni giuridiche, eppure è il caso di parlarne. L’articolo 1, comma d, della legge licenziata dalla Camera recita: «Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione ». È uno dei passaggi più discussi di un testo che, al Senato, si dovrà 'unificare' con altre quattro proposte di legge. C’è l’occasione per riconsiderare in modo meno affrettato, tra gli altri punti contestati, anche le definizioni che fanno riferimento all’ambito antropologico. Soprattutto quella di identità di genere.

Sarebbe tutto più agevole se il testo che si propone di introdurre misure di prevenzione e contrasto contro omofobia,

misoginia e abilismo, parlasse in modo più esplicito di transessualità? Forse, ma anche qui occorre distinguere, con serenità e spirito propositivo, allontanando qualsiasi retropensiero ideologico. È indubbio che dietro il concetto di identità di genere si intrecciano diverse sfumature... Se il riferimento va a certa antropologia culturale che si richiama al sex gender system – la cosiddetta 'teoria del gender' – la contraddizione è dietro l’angolo. Ma esistono ancora lobby gender che puntano a sgominare il paradigma eterosessuale normativo e a favorire la dissoluzione della famiglia? Oggi anche la sociologa americana Judith Butler, considerata a lungo la 'profetessa del gender', è andata oltre questi schemi – forse perché ne ha intuito la fragilità – e si dedica a studiare temi come inclusione e violenza. Certo, introdurre come fa il comma d dell’articolo 1 la specificazione «indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione» complica ancor di più le cose. Al di là delle pretese gridate da alcune frange dei gruppi Lbgtq, il fatto di aver avviato un 'percorso di transizione', non basta affatto a definirsi uomo o donna. Né per la legge, nonostante alcune sentenze contraddittorie, né per l’equilibrio e il benessere delle stesse persone coinvolte. Forse basterebbe ricordare che nel nostro Paese la «rettificazione anagrafica del sesso» è ancora regolata dalla legge 164 del 1982, tra le più rigorose, giustamente, nell’indicare tempi e modalità di un percorso che non è mai senza inciampi e senza sofferenze. Qui entriamo nell’ambito della sessuologia clinica dove l’«identità di genere» ha, invece, un significato ben preciso. Si mettono da parte finalmente le ambiguità dei riferimenti 'gender' – o dell’archeologia ideologica residua – per approdare, con tanta fatica e tanta sofferenza, all’evidenza scientifica. Per la sessuologia l’«identità di genere», quando non s’identifica né con il sesso biologico né con l’orientamento sessuale, finisce per richiamare condizioni che, appunto, hanno un nome preciso: disforia di genere. Essa, detto in modo semplice, riguarda persone, che si sentono ingabbiate in un’identità diversa rispetto al proprio sesso biologico. Parliamo di circa 7mila casi perché le poche statistiche a disposizione stimano un caso su novemila persone. Un dato patologico costante, anche se in quest’ultimo decennio, caduto lo stigma sociale legato all’incertezza dell’identità sessuale, le richieste di 'transizione' si sono moltiplicate. Negare che esista, in questo chiaro senso, il problema dell’«identità di genere » vuol dire negare le sofferenze di persone che, quando il problema è reale e non ammantato di suggestioni ideologiche, finiscono per sperimentare un baratro di sofferenze, attese, delusioni, incertezze. Almeno la metà dei percorsi di transizione si interrompe quando le persone con disforia, o i loro genitori, si accorgono che non è quella la strada per la felicità. Non è mai facile, né banale, né privo di rischi il sogno di colmare la frattura tra il proprio sesso biologico e la percezione dell’identità personale.

Per questo, quando gli estensori della legge giustificano il richiamo all’«identità di genere» con precedenti riferimenti giuridici o alla Convenzione di Istanbul che ne fa cenno, dovrebbero rendersi conto che, né l’una né gli altri, offrono chiavi di lettura adeguate perché, in tutti questi casi, si liquida in poche righe una complessità profonda che implica tante domande, anche contraddittorie e disturbanti, a cui né la scienza né la morale offrono risposte davvero soddisfacenti. Ecco perché deve essere valutata con favore l’occasione di rivedere, approfondire, ricercare senza stancarsi soluzioni più condivise del cosiddetto ddl Zan.

Nel concetto di «identità di genere», fuori e lontano da strumentalizzazioni e semplificazioni improprie, e in un modo che il legislatore non sta cogliendo né rendendo chiaro, c’è un dolore che segna la carne viva delle persone.

 

 www.avvenire.it  



 

sabato 12 dicembre 2020

I GIOVANI E LA DISFORIA DI GENERE. LA SVEZIA SI INTERROGA

Non si conoscono gli effetti nel medio-lungo termine dei percorsi per il cambio di sesso su chi è ancora adolescente. E ora molti specialisti ammettono: uno «stress etico»

L’inchiesta della Tv pubblica 'The Trans Train' ha fatto esplodere la questione sull’opportunità di concedere libera scelta ai ragazzini nell’accedere ai percorsi per la transizione ormonale o chirurgica L’85% dei minori interessati è nato donna, il 90% ha una diagnosi psichiatrica, il 45% è autolesionista

 ASSUNTINA MORRESI

 La critica alla pratica sempre più diffusa del trattamento ormonale e chirurgico nei confronti dei minori con disforia di genere, che si sta facendo largo in Svezia, ha il supporto di diversi specialisti del settore. A molti di loro è stato dato ampio spazio nel corso dell’inchiesta giornalistica 'The Trans Train', per la trasmissione 'Uppdrag granskning' ('Missione: indagare'), della Tv pubblica di Stoccolma. Abbiamo già scritto sulle colonne di 'Avvenire' dei genitori dei ragazzi transgender e dei de-transitioners, cioè di coloro che rifiutano la transizione intrapresa e vorrebbero recuperare l’identità di genere di nascita (tinyurl.com/y4cyv5hz).

Quanto ai professionisti che somministrano i trattamenti ormonali e chirurgici, intervistati si dicono sinceramente convinti di operare per il bene dei loro assistiti in quanto, come spiegano, l’alternativa sarebbe una grande sofferenza, insopportabile, da parte di chi non riesce a vedersi nel proprio corpo. A un dolore indicibile, cioè, si risponde con quel che c’è a disposizione: la transizione ormonale e chirurgica, che nel breve periodo sembra essere la soluzione dei problemi. Tutti però ammettono che non ci sono evidenze scientifiche sufficienti a supporto di questi percorsi. Dai trattamenti che bloccano la pubertà agli ormoni cross sex, che dovranno essere somministrati per tutta la vita, fino alla chirurgia: nessuno sa valutarne gli effetti a tempi mediolunghi, perché di ricerche adeguate non ce ne sono. È scritto anche nero su bianco nei documenti ufficiali della sanità svedese.

Non sapeva di questa incertezza Aleksa, che adesso ha 20 anni e non rifarebbe più quel che ha fatto, e per averlo detto pubblicamente è stata cacciata da gruppi social di attivisti transgender. A esprimere dubbi e perplessità su procedure così rapide, modifiche radicali e irreversibili in così giovane età, sono anche coloro che la transizione l’hanno fatta vent’anni fa, quando erano in pochi e il percorso era meno scontato, come Mikael Bjerkelly e Tone Maria Hansen del Harry Benjamine Resource Center, a Oslo.

Gli esperti intervistati snocciolano dati: il nuovo gruppo di pazienti Rodg (Rapid On-set Gender Disphorya, minori che improvvisamente vogliono transitare al genere opposto a quello di nascita, un numero in continuo aumento e talmente elevato negli ultimi dieci anni che c’è chi parla di “epidemia”) è per l’85% nato donna, per il 90% ha una qualche diagnosi psichiatrica, il 45% è autolesionista, il 20% ha diagnosi di autismo, il 35% ha sintomi tali da richiedere una ulteriore valutazione. Secondo il governo svedese il 40% dei giovani transgender ha tentato il suicidio nell’attesa di essere valutato per la transizione, ed è per evitare queste morti che Asa Lindhagen, del Partito dei Verdi, Ministra per l’Eguaglianza di Genere, ha sostenuto una legge per abbassare a 15 anni l’età minima per l’accesso alla transizione senza il consenso dei propri genitori, e a 12 quella per richiedere il cambio legale di genere. Ma è stata proprio l’indagine giornalistica “The Trans Train” a scoprire che quel 40% non ha alcuna base scientifica, si tratta di un numero inventato: imbarazzanti le interviste ai referenti del rapporto governativo, che non sono stati in grado di indicare le fonti del dato che principalmente giustificava la proposta di legge.

Secondo Michael Biggs, professore di sociologia ad Oxford, dopo un anno di trattamento i ragazzi peggiorano, aumentano autolesionismo e rischio di suicidio. Molti specialisti dichiarano di vivere uno “stress etico”, nel somministrare questi trattamenti. C’è chi prosegue nell’avviare i ragazzi a questi percorsi di transizione, pur con mille dubbi, e chi invece rinuncia del tutto, ma non è facile porre domande: Anne Waehre ha cercato di farlo con una lettera pubblica al Ministro della Sanità norvegese, chiedendo chi sarà responsabile delle “ragazze barbute della nazione”, e per questo è stata accusata di transfobia. Già: di chi la responsabilità delle diagnosi sbagliate? È la domanda che ricorre nel corso dell’inchiesta, a cui Rydelius Per-Anders, specialista del Karolinska, risponde «È una responsabilità condivisa» fra i medici che valutano e coloro che prestano il proprio consenso. Ma quale consapevolezza può esserci nel consenso di un quindicenne, per di più immerso in tanti problemi personali? Sono molte le domande senza risposte. Innanzitutto, sul fenomeno dei detransitioners: quanti sono? Chi sono? Voleva studiare questo nuovo fenomeno James Caspian, psicoperapeuta britannico paladino dei diritti dei transgender, e fiduciario dell’associazione di beneficienza transgender The Beaumont Trust; la sua università, però, la Bath Spa University, non gli ha permesso di condurre la ricerca, ufficialmente non per l’argomento ma per il metodo scientifico. Secondo quanto riportato dalle giornaliste di “The Trans Train”, nella lettera di rigetto della ricerca l’università afferma che il progetto è eticamente complesso e che i rischi sono troppo grandi per l’università e per il ricercatore stesso. Ma perché dovrebbe essere pericoloso studiare ragazzi che si pentono del percorso di transizione? Caspian si è rivolto a tribunali inglesi, perdendo le cause, e adesso ha annunciato di volersi rivolgere alla Corte Europea dei Diritti Umani.

Perché soprattutto ragazze che rifiutano il proprio corpo? Perché quest’aumento improvviso? Ha provato a rispondere Mikael Landén, del Dipartimento di Psichiatria e Neurochimica dell’Università di Gothenburg, che in un suo interessante articolo sulla rivista medica Läkartidningen parla di «un’infezione psicologica legata alla cultura. Se le persone nella loro prima adolescenza sono incoraggiate a pensare alla loro identità di genere e viene insegnato che la disforia di genere è una variante normale, non è improbabile che alcuni giovani indirizzeranno la loro ricerca di identità verso l’identità di genere. Tale ricerca può diffondersi rapidamente nei social network, come descritto per una serie di altri fenomeni come bulimia, suicidio (aumenta quando personaggi famosi o qualcuno che conosci si è tolto la vita), fumo obesità e altro.

L’aumento dell’uso dei social media coincide nel tempo con l’aumento della disforia di genere». E sottolineando ancora una volta la scarsità delle conoscenze a proposito, suggerisce che «affinché le attività odierne di correzione di genere non siano viste in futuro nello stesso modo in cui vediamo oggi il trattamento dell’omosessualità, è preferibile un atteggiamento medico nei confronti degli adolescenti con disforia di genere, piuttosto che vederlo come una questione di diritto per gli adolescenti di cambiare il proprio corpo chirurgicamente».

Nel frattempo, il governo svedese ha accantonando il progetto di legge e, su proposta del Consiglio nazionale di etica medica, si è rivolto a tre agenzie governative, l’Agenzia nazionale svedese per la valutazione medica e sociale (Sbu), l’Agenzia svedese per i prodotti medicinali e il Consiglio Nazionale della Sanità ed il Benessere, chiedendo approfondimenti in merito per le rispettive competenze. Quest’ultimo sta rivedendo le linee guida per i trattamenti di bambini e adolescenti con disforia di genere, che saranno diffuse per una consultazione pubblica nel 2021 e concluse nel 2022. Intanto si stanno organizzando gruppi di genitori, preoccupati per i propri figli che stanno attraversando la disforia di genere, come quello per i genitori di ragazzi Rodg (tinyurl.com/yxz3cjy3), in lingua inglese e tedesca, o dei finandesi di KirJo (tinyurl.com/y3l2jn6ee) di cui fanno parte anche detransitioners. E nell’estate del 2019 si è registrata una diminuzione del 65% dei rinvii alle cliniche per la disforia di genere in Svezia, secondo Louise Frisén, professore associato di Psichiatria del bambino e dell’adolescente alla clinica Kid, per l’incongruenza di genere e la disforia di genere, a Stoccolma. I dati sono stati presentati ad un seminario nel Consiglio Svedese di Etica Medica lo scorso febbraio 2020. Una novità che potrebbe essere il primo risultato della discussione pubblica in corso, a cui la proiezione dell’inchiesta “The Trans Train” sembra aver dato un contributo importante.

 

www.avvenire.it