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venerdì 21 giugno 2024

RUSSIA E SUD GLOBALE

 

Dietro la Russia, la sorda protesta del sud globale



-        di Giuseppe Savagnone*

Il mondo si divide

Non sono stati molti gli osservatori che hanno dato il giusto rilevo a quanto è accaduto al “Convegno per la pace in Ucraina” del 16 e 17 giugno scorso.

 Tutti, naturalmente, hanno evidenziato che, a fronte degli 80 paesi e delle 4 organizzazioni internazionali che hanno sottoscritto i 10 punti della proposta di pace   del presidente ucraino Zelensky, ce ne sono stati 12 che non hanno voluto farlo: l’India, il Brasile (presente come osservatore), il Messico, la Colombia, il Sudafrica, l’Indonesia, la Thailandia, la Libia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Armenia, il Vaticano (anch’esso presente come osservatore).

 Senza contare i 68 Stati che hanno declinato l’invito a partecipare – in tutto il governo svizzero ne aveva invitati 160 – , esprimendo già con questo rifiuto il loro dissenso. E tra questi c’è la Cina, il cui ruolo in una eventuale trattativa di pace è fondamentale.

 E in tutte le cronache e i commenti è stato riconosciuto che non si è trattato di una fronda marginale. Alcuni degli Stati che non hanno firmato sono dei giganti, già anche semplicemente sotto il profilo demografico. Basti pensare che essi, insieme, contano qualcosa come 2 miliardi e 25 milioni di abitanti. Se a questi si aggiunge la Cina, che non ha mandato nessun rappresentante, si arriva a 3 miliardi e 66 milioni di persone, quasi la metà della popolazione mondiale.

 Ma si è sottolineato che comunque hanno sottoscritto il documento, fra gli altri, gli Stati Uniti, tutti i membri dell’UE, il Consiglio d’Europa, la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Regno Unito, il Canada, la Turchia, l’Argentina, Israele, il Giappone, la Corea del sud. Insomma, i paesi che contano, quelli del G7, più qualche altro che si allinea alle loro posizioni.

 Ciò che spesso non è stato messo in luce è la portata epocale di quanto sta accadendo, e di cui la vicenda della guerra in Ucraina è solo una manifestazione, la divisione del pianeta in due aree, che non corrispondono al facile schema secondo cui i paesi democratici – che poi sarebbero quelli del G7, nella loro maggioranza membri della NATO – lotterebbero in difesa della libertà contro quelli totalitari.

 Perché alcuni degli Stati che prendono le distanze dalla linea degli Stati Uniti e dei loro alleati nei confronti della Russia sono anch’essi democratici, come l’India e il Brasile. Altri, invece, a cominciare dalla Russia, non lo sono affatto. Che cosa dunque li accomuna?

 La contrapposizione tra Nord e Sud

Il fatto è che tutti questi paesi oggi si riconoscono parte del cosiddetto “Sud globale”, un’espressione oggi sempre più usata per designare tutte quelle nazioni che sono state in qualche modo vittime di colonialismo o di sfruttamento e che stanno sperimentando processi di sviluppo ancora incompiuti (ancora in un recente passato si parlava di “paesi in via di sviluppo”).

 Proprio la guerra in Ucraina ha evidenziato e potenziato questa contrapposizione, emersa già nell’aprile del 2022, quando, all’indomani dell’invasione russa, l’Assemblea generale dell’ONU ha sospeso la Russia dal Consiglio dei diritti umani.

 Biden aveva espresso, in questa occasione, tutta la sua soddisfazione per una decisione che a suo avviso dimostrava «quanto la guerra di Putin abbia fatto della Russia un paria (…). Noi continueremo a lavorare con le nazioni per far rispondere la Russia delle atrocità commesse, e per alzare la pressione sull’economia russa, e isolare la Russia dal palcoscenico internazionale».

Il presidente americano, però, non aveva fatto sufficiente attenzione al fatto che la decisione – pur essendo presa a larga maggioranza – non era stata unanime. 93 paesi si erano pronunciati a favore, mentre 24 si erano opposti e 58 si erano astenuti.

 Tra i contrari, molti storici alleati di Mosca, come Cina, Cuba, Bielorussia, Siria e Vietnam e altri che lo sono diventati di recente grazie agli aiuti militari ricevuti dal Cremlino, come Mali, Gabon, Zimbabwe.

 C’erano poi gli astenuti, tra cui figuravano più o meno gli stessi che ora non hanno ritenuto di firmare il documento di Zelensky: l’India, il Brasile, il Messico, il Sudafrica, l’Indonesia, la Thailandia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti.

 Particolarmente significativa era stata la presa di posizione della Cina, in cui si esplicitava, piuttosto che un pieno accordo con la Russia sul merito della sua politica, un dissenso nei confronti dello stile enfatizzato dal presidente americano, basato sull’esclusione: «Il dialogo e il negoziato sono l’unica via per uscire dalla crisi in Ucraina», aveva detto l’ambasciatore cinese all’ONU, Zhang Jun, dopo il voto. «Questa risoluzione», aveva aggiunto, «aggrava le divisioni tra gli Stati membri, aggiunge benzina al fuoco, e non aiuta i colloqui di pace».

 Una riflessione che probabilmente è alla base anche della scelta del Vaticano di non firmare il documento finale dell’incontro di Lucerna, chiaramente ispirato alla logica della contrapposizione frontale nei confronti della Russia.

 Una logica, peraltro, che aveva già determinato, nel marzo del 2014, dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca, l’esclusione della Russia dal G8 – il gruppo dei paesi del mondo con le economie più avanzate – di cui faceva parte nel 1997. E che si sarebbe espressa, dopo l’aggressione di Putin nei confronti dell’Ucraina, in ondate successive di sanzioni sempre più pesanti che, nelle intenzioni degli Stati della NATO, avrebbero dovuto metterne in ginocchio l’economia.

 Per non dire dell’esclusione sistematica degli atleti russi da tutte le gare internazionali, dai tornei di calcio alle paralimpiadi di Pechino, e della cancellazione della presenza di artisti e opere d’arte russe da mostre e teatri.

 Il BRICS

Le cose non sono andate come Biden e gli altri leader della NATO prevedevano. La Russia non è rimasta isolata sulla scena del «palcoscenico internazionale». E la sua economia non è crollata, anzi – pur avendo dei forti contraccolpi – ha superato, secondo i più recenti dati della Banca Mondiale pubblicati all’inizio di giugno, quella del Giappone, scalzandola dal quarto posto nella graduatoria mondiale.

 Tra le spiegazioni di questa inaspettata resilienza c’è quella che già da prima della crisi ucraina la Russia aveva stretto forti legami con quel “Sud del mondo” di cui si è parlato. Di questi legami è a più evidente e significativa espressione   la nuova realtà del BRICS.

 Noto anche come “Gruppo dei Cinque”, il BRICS è un forum economico internazionale fondato nel 2009 da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ( BRICS è l’acronimo composto dalle loro iniziali) come alleanza tra le economie emergenti. Al nucleo iniziale si sono andati aggiungendo, recentemente, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudafrica, l’Iran, l’Egitto e l’Etiopia. E altri, come la Nigeria e la Turchia, stanno orientandosi a parteciparvi.

 Si tratta di Stati che hanno storie, culture, istituzioni molto diverse tra loro. E, a differenza della Nato, il BRICS non comporta una alleanza politico-militare fra i membri. Vi è però qualcosa che li accomuna e che spiega la loro vicinanza alla Russia (geograficamente non rientrante nel concetto di “Sud”), ed è la loro spinta  ad emergere, in potenziale o esplicita contrapposizione ai paesi ricchi, e in larga misura ex colonialisti, del G7, contestandone il ruolo egemone, finora dato per indiscusso.

 Il terreno del conflitto è innanzi tutto quello economico. Si tratta di scalzare il quadro di un’economia neocapitalista che finora ha avuto negli Stati Uniti il suo perno. Va in questa direzione la proposta avanzata nel vertice dell’agosto 2023 dal presidente del Brasile Lula da Silva, di introdurre una moneta comune che possa permettere ai paesi BRICS di non ricorrere al dollaro americano per effettuare gli scambi.

 Ciò che di fatto è avvenuto non è ancora l’adozione di una moneta unica, ma il ricorso a quelle dei singoli paesi, in sostituzione del dollaro. In generale l’utilizzo del dollaro nei commerci dei paesi BRICS è in forte diminuzione, appena il 28,7% nel 2023, anno in cui un quinto di tutto il commercio petrolifero mondiale è stato fatto con monete diverse dal dollaro.

 Insomma, lo sforzo di emancipazione dall’Occidente è in pieno svolgimento e il BRICS esercita una sempre maggiore attrattiva verso paesi dell’Asia e dell’Africa che covano, in modo più o meno esplicito, un atteggiamento di risentimento nei suoi confronti.

 Il nuovo asse spaziale

Lo spazio ha sempre avuto un ruolo simbolico importante nel definire i rapporti tra le diverse realtà sociali, politiche ed economiche del pianeta. A lungo, dopo la seconda guerra mondiale, l’asse spaziale fondamentale è stato quello orizzontale: Est ed Ovest, Oriente Vs Occidente.

 Si parlava di “paesi dell’Est, per indicare non solo e non tanto una collocazione geografica, quanto l’appartenenza alla realtà del mondo comunista, e di “paesi dell’Ovest” per designare gli Stati democratici.

 Nel tempo della globalizzazione il pianeta sembrava unificato dalla vittoria dell’Occidente democratico e neocapitalista. Le differenze erano relativizzate da un comune orizzonte economico, che era anche un fattore di pace politica.

 La crisi ucraina ha aperto la strada a quello che il presidente Biden in un suo discorso ha definito «un nuovo ordine mondiale», accentuando esigenze e prospettive che già maturavano nel periodo precedente.

 (Il BRICS nasce nel 2009, ma è evidente che il suo ruolo era molto diverso per una Russia strettamente legata alla Germania di Angela Merkel, com’era fino al febbraio del 2022, e quella attuale, ormai isolata dai paesi europei).

 Adesso l’asse spaziale prevalente è quello verticale Nord-Sud. E la Russia, a dispetto della sua collocazione geografica, è legata al secondo di questi poli. Basta scorrere la lista dei paesi che non intendono allinearsi alla politica di contrapposizione proposta dal presidente Zelensky e sposata senza riserve dalla NATO, per rendersi conto che anche gli Stati che non sono membri del BRICS – per esempio il Messico – costituiscono il Sud rispetto a un Nord (nel caso del Messico, gli Stati Uniti) molto più ricco.

 Essi in buona parte non condividono la cinica politica dittatoriale e imperialista di Putin, ma non intendono allinearsi con un ex Occidente che forse non è mai stato, come pretendeva, il paladino della libertà.

 Quale libertà

Peraltro, la nuova contrapposizione spaziale tra Nord e Sud ha, al di là del gioco diplomatico e della collocazione politica degli Stati, una portata che la rende assai meno ideologica di quella del passato tra Est e Ovest – qui non c’è più il conflitto tra filosofia liberale e marxismo – , ma più drammatica sul piano esistenziale. Perché rientra in essa il problema dei grandi flussi migratori che dal Sud cercano di raggiungere il Nord, venendone sempre più duramente respinti.

 Così è nel caso dell’immigrazione che dal Messico proietta i latinos poveri verso la frontiera degli Stati Uniti, suscitando le ire di Trump e le sempre più decise misure restrittive di Biden.

 Così è nel caso dell’Europa, sempre più sensibile alla linea della Meloni, che in Italia mira a respingere gli “invasori” cercando di bloccarli in campi di concentramento fuori delle frontiere, in Libia e Tunisia o in Albania. Così è nel caso del Regno Unito, dove il premier Sunak ha fatto recentemente passare una legge che prevede la deportazione degli immigrati nel Ruanda.

 La caduta del muro di Berlino, nel 1989, ha segnato la fine della contrapposizione tra Est ed Ovest. Ma ora nuovi muri sorgono dappertutto, in America come in Europa, tra Nord e Sud. Con un numero di vittime enormemente superiore a quelle cadute nel passaggio del muro di Berlino. E creando un clima che da un lato è quello della difensiva ad oltranza, dall’altro quello della disperata ricerca di una migliore condizione di vita.   Il «nuovo ordine mondiale», rischia, così, di essere un ritorno a quello dell’odio e della paura.

 Con la differenza, che qui, ad alzare le barriere non sono più dei paesi totalitari, ma le nostre democrazie – le stesse che hanno lottato per la libertà e che ora sembrano aver concluso che quella che volevano era solo la “loro” libertà, da cui cerano di tenere lontani quanti vorrebbero esserne partecipi.

 

*Scrittore ed Editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo

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sabato 25 maggio 2024

GENDER: DIRITTI O MASCHERE?


 Una decisione che ha suscitato polemiche

- di Giuseppe Savagnone*

La polemica suscitata nei giorni scorsi dal rifiuto del nostro paese di sottoscrivere la dichiarazione del Consiglio dell’UE per la promozione delle politiche a favore delle comunità LGBTQ+, costituisce un ottimo esempio di come le legittime diversità di opinione possano degenerare in dispute ideologiche che nascondono il senso delle questioni, invece di aiutare l’opinione pubblica a capirne la complessità e a formarsi un giudizio critico.

 «Che rabbia e che vergogna questo governo che decide di non firmare una dichiarazione per le politiche europee a favore delle persone LGBTQ+. Non è accettabile», è stato il commento della segretaria del PD Elly Schlein. «Scelta scellerata», l’ha definita Ivan Scalfarotto, responsabile Esteri di Italia Viva. Quella del nostro governo è stata una «decisione inaccettabile» anche per Avs. E da parte di Azione, la deputata Daniela Ruffino ha parlato di una «brutta pagina».

 Netto anche il leader dei 5Stelle Giuseppe Conte, il quale ha sottolineato che a non firmare il documento, tra i paesi dell’Unione, sono stati, oltre, l’Italia, solo l’Ungheria e altri paesi dell’Est e ha contrapposto questa «posizione reazionaria» al progetto del suo partito di dar vita a una società «in cui tutti siano davvero liberi di vivere la propria vita senza dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte».

 A questo coro di critiche, la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella ha replicato con pari aggressività: «La sinistra usa la sacrosanta lotta contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale come foglia di fico per nascondere il suo vero obiettivo, e cioè il gender».

 E ha accusato i critici di voler rilanciare in sostanza il disegno di legge Zan, bloccato al Senato nell’ottobre del 2021, dopo infinite polemiche: «Siamo contro le discriminazioni. Ma se la sinistra ed Elly Schlein vogliono riproporre la legge Zan, il gender e la possibilità di dichiararsi maschio o femmina al di là della realtà biologica, abbiano il coraggio di dirlo con chiarezza».

 Effettivamente, poco prima del suo rifiuto di sottoscrivere il documento del 17 maggio, il governo italiano aveva firmato un testo – proposto anch’esso a livello europeo – contro omofobia, bifobia e transfobia, datato 7 maggio. Perché, allora,  ad appena dieci giorni di distanza, questa opposizione alla dichiarazione del Consiglio dell’UE?

 La risposta sta in un passaggio in cui si dice che «gli Stati devono riaffermare il proprio impegno a promuovere l’uguaglianza e prevenire e combattere la discriminazione» sulla base non solo «delle caratteristiche sessuali, dell’orientamento sessuale», ma anche «dell’identità di genere e dell’espressione di genere».

 Può essere utile, per chi non avesse familiarità con questi concetti, il piccolo dizionario dei termini che si trovava  proprio all’inizio del disegno di legge Zan: «Per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per identità di genere si intende l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dal­l’aver concluso un percorso di transizione» (art. 1).

 In altre parole, il nostro governo è disponibile a combattere le discriminazioni che riguardano l’orientamento sessuale  – e dunque quelle che colpiscono gay, lesbiche, bisessuali –,  ma non intende avallare in alcun modo il concetto di “identità di genere”, e dunque la figura del transgender, «indipendentemente dal­l’aver concluso un percorso di transizione», cioè quando ancora il suo corpo rimane quello del sesso precedente.

 Le ricadute pratiche della questione

Che non si tratti di una presa di posizione valutabile semplicisticamente in base alla contrapposizione retorica “reazionari vs progressisti” ce lo dice il fatto – stranamente mai menzionato nell’attuale dibattito – che, al tempo del disegno di legge Zan, ben 17 associazioni femministe, tra cui Arcilesbica, hanno protestato pubblicamente, in un loro documento, contro il concetto di «identità di genere» presente in quel testo.

 In particolare esse denunciavano in questa espressione uno sganciamento dell’identità sessuale percepita soggettivamente da quella biologica del sesso, in cui, a loro avviso, si poteva prefigurare un misconoscimento dell’identità femminile: «In tutto il mondo l’“identità di genere” viene oggi brandita come un’arma contro le donne. Non è più il luogo in cui il sesso si coniuga con tutte le determinazioni sociali e storiche, è oggi il luogo in cui si vuole che la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – venga fatta sparire. È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere».

 A questo punto, continuavano le femministe, «il “genere” in sostituzione del “sesso” diviene il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in “donne” o che dicono di percepirsi “donne”: dagli spazi fisici, alle quote politiche destinate alle donne; dai fondi destinati alla tutela delle donne contro la violenza maschile, alle azioni positive, alle leggi, al welfare per le donne».

 E citavano, ad esempio, un caso concreto: «In California 261 detenuti che “si identificano” come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili».

 Non si tratta di vaghi timori. In Europa – e non solo – è in atto una tendenza politica ad avallare questo modo di intendere l’identità di genere, che prescinde dal corpo e da qualunque altro accertamento, basandosi solo sull’autocertificazione.

 Come in Spagna, dove, nel febbraio 2023, è stata definitivamente approvata una legge – richiesta a gran voce dalle associazioni LGBTQIA+ e avversata dal Movimiento feminista – che consente di cambiare identità di genere mediate la sola espressione di volontà di modificare il proprio stato civile, con una doppia dichiarazione a distanza di tre mesi, senza autorizzazioni giudiziarie o mediche.

 Si capisce perché in Kansas, il 27 aprile 2023, sia stata approvata, dietro pressione delle femministe, una “Carta dei diritti delle donne”, che le definisce in base alla loro struttura biologica ed esclude i maschi – indipendentemente dal genere in cui si identificano – dai bagni, dagli spogliatoi e da altri spazi intimi femminili, oltre a separare i detenuti e a limitare la partecipazione agli sport in base al sesso di nascita.

 In Italia, il 21 luglio 2015, la Corte suprema di Cassazione ha stabilito che la sterilizzazione e l’intervento chirurgico di riassegnazionenon sono necessari per cambiare legalmente sesso.

 Ma la Corte costituzionale, con la sentenza 180 del 2017, ha messo un chiaro limite all’autodeterminazione individuale, specificando che «il solo elemento volontaristico» non può rivestire un «rilievo prioritario o esclusivo ai fini dell’accertamento della transizione».

 Nella sentenza si menziona la «necessità di un accertamento rigoroso non solo della serietà e univocità dell’intento, ma anche dell’intervenuta oggettiva transizione dell’identità di genere», affidando al giudice il compito di accertare la natura e l’entità delle intervenute modificazioni dei caratteri sessuali. In altri termini, se da un lato non è indispensabile una operazione chirurgica che modifichi il corpo, si vuole evitare che l’autodeterminazione dell’individuo diventi l’unico criterio valido per la comunità.

 Una filosofia in maschera

Si capisce, allora, che invocare l’identità di genere sganciandola da questi limiti non è solo un modo per affermare dei diritti individuali, ma implica uno svincolamento dell’individuo dal controllo sociale, secondo il modello, evocato da Conte, di una libertà «di vivere la propria vita senza dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte».

 Una ben precisa concezione filosofica liberista e individualista tradizionalmente propria della destra liberale e che perciò è molto sorprendente trovare sbandierata non solo dai 5stelle, ma da partiti che si dichiarano “di sinistra”. Tanto più che questa visone è tutt’altro che rivoluzionaria, anzi è alla radice dello stile di vita individuale e sociale delle società neocapitaliste.

 Ma c’è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione, di cui parlano le associazioni femministe nel loro documento, ed è quello che riguarda «la realtà dei corpi – in particolare i corpi femminili», che in una assolutizzazione dell’identità di genere non hanno più importanza, sostituiti dalla percezione soggettiva della propria identità sessuale.

 Anche qui è in gioco una filosofia. A dispetto delle ricorrenti prese di posizione che smentiscono l’esistenza di “teorie del gender” e ne attribuiscono l’invenzione ai reazionari (recentemente nel «Manifesto» si parlava, proprio in riferimento all’attuale polemica, di una «fantomatica “cultura gender”»), basta leggere i loro libri per apprendere che gli esponenti più significativi degli studi sul gender non si sono limitati ai dati scientifici, ma, partendo da essi, hanno costruito una vera propria “teoria”.

 È sicuramente una scoperta di cui dobbiamo essere grati ad autrici come Judith Butler la differenza tra il “sesso” biologico, per cui è femmine o maschi, e il “genere”, per cui si è donne o uomini. Si deve anche ad essa il superamento di secolari discriminazioni di cui dobbiamo tutti vergognarci.

 Ma quando da questa scoperta si passa a sostenere, come fa la Butler nel suo libro più famoso, che «“il corpo” è di per sé una costruzione», in sé inesistente, è chiaro che non siamo davanti a un dato scientificamente osservabile, bensì a una interpretazione filosofica, giusta o sbagliata che sia.

 La «fantomatica “cultura gender”» esiste! Ed è inquietante che se ne neghi con tanta sicurezza l’esistenza. Perché una filosofia diventa veramente pericolosa proprio quando riesce a convincere di non essere tale e di esprimere solo la pura e semplice realtà. Il fantasma, mascherato da puro e semplice dato di fatto, diventa indiscutibile. (Cfr., sull’intera questione, G. Savagnone, La sfida del gender tra opportunità e rischi, Cittadella Editrice, 2024).

 Di tutto questo nessuno della “sinistra” ha ritenuto di far cenno. Si è preferito accusare il governo di una generica discriminazione delle persone LGBTQ+, oscurando agli occhi della gente il vero senso della questione.

 Ma anche il governo ha rivelato tutti i suoi limiti culturali impuntandosi su una altrettanto generica condanna del gender e dando così l’impressione di respingere in blocco la teoria – scientificamente indiscutibile – della differenza tra sesso e genere, senza neppure menzionare il problema, realissimo e molto serio, della disforia di genere.

 Così, invece di sviluppare un confronto più approfondito, che mettesse in luce le condizioni e i limiti entro la società può e deve accettare la scelta del transgender, ci si è trincerati, dall’una e dall’altra parte, su degli slogan.

 In questo modo è impossibile un vero dibattito pubblico, grazie a cui le persone siano messe in condizione di capire e di decidere, come sarebbe consono a una democrazia. Ma questo oggi non sembra interessare a nessuno.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura – Arcidiocesi di Palermo

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sabato 15 maggio 2021

UE - DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITA' - STRATEGIA 2021-30

 

Unione dell'uguaglianza: strategia per i diritti 
delle persone con disabilità 2021-2030

Nel marzo 2021 la Commissione europea ha adottato la strategia per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030.

La strategia si basa sui risultati della precedente strategia europea per la disabilità 2010-2020,che ha spianato la strada a un'Europa senza barriere e a responsabilizzare le persone con disabilità in modo che possano godere dei loro diritti e partecipare pienamente alla società e all'economia. Nonostante i progressi compiuti nell'ultimo decennio, le persone con disabilità devono ancora affrontare notevoli barriere e hanno un rischio più elevato di povertà ed esclusione sociale.

L'obiettivo della presente strategia è di progredire verso la garanzia che tutte le persone con disabilità in Europa, indipendentemente dal sesso, dalla razza o dall'origine etnica, dalla religione o dalle convinzioni personali, dall'età o dall'orientamento sessuale

  • godere dei loro diritti umani
  • avere pari opportunità, pari accesso per partecipare alla società e all'economia
  • sono in grado di decidere dove, come e con chi vivono
  • muoversi liberamente nell'UE indipendentemente dalle loro esigenze di sostegno
  • e non sperimentano più discriminazioni

Questa nuova strategia rafforzata tiene conto della diversità della disabilità, che comprende menomazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine (in linea con l'articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità),spesso invisibili.

Affrontando i rischi di molteplici svantaggi cui devono far fronte donne, bambini, anziani, rifugiati con disabilità e persone con difficoltà socioeconomiche, promuove una prospettiva inter-istituzionale in linea con l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS).

La nuova strategia contiene quindi un insieme ambizioso di azioni e iniziative faro in vari settori e ha numerose priorità, come

  • accessibilità: poter circolare e soggiornare liberamente ma anche partecipare al processo democratico
  • avere una qualità di vita dignitosa e vivere in modo indipendente in quanto si concentra in particolare sul processo di inter-istituzionalizzazione, la protezione sociale e la non discriminazione sul lavoro
  • la parità di partecipazione in quanto mira a proteggere efficacemente le persone con disabilità da qualsiasi forma di discriminazione e violenza, a garantire pari opportunità e accesso alla giustizia, all'istruzione, alla cultura, allo sport e al turismo, ma anche la parità di accesso a tutti i servizi sanitari
  • il ruolo dell'UE a dare l'esempio
  • l'intenzione dell'UE di realizzare tale strategia
  • promuovere i diritti delle persone con disabilità a livello globale

La Commissione sosterrà gli Stati membri nell'elaborazione delle loro strategie nazionali e dei loro piani d'azione per attuare ulteriormente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità e la legislazione dell'UE in materia.

La Commissione Europea invita gli Stati membri a contribuire a questa nuova e rafforzata strategia come quadro per le azioni dell'UE e per l'attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

 EU – DISABILITA’

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sabato 1 agosto 2020

CASTIGAMATTI E PRESTIGIATORI. IL DECLINO DELL'ITALIA


L’Italia era un Paese 
in declino 
anche prima della pandemia


Il mancato rinnovamento della classe dirigente pubblica, la secolare questione meridionale, il protrarsi di un capitalismo anomalo e prenditore, l’inseguimento di ideologie morte e sepolte, sono solo alcune delle crisi che lo Stato italiano attraversava prima del coronavirus. Crisi che vengono da lontano e che oggi si pagano a caro prezzo
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Pluto è una commedia di Aristofane, andata in scena per la prima volta ad Atene, alle Lenee del 388 a.C. Prende il nome dal dio greco della ricchezza, Pluto appunto, ed è un apologo ironico sulla diseguale distribuzione tra gli uomini del denaro, movente principale delle azioni umane. Il protagonista è un anziano cittadino di Atene, il povero ma onesto Cremilo, che insieme al servo Carione si reca presso l’oracolo di Delfi.
Avendo infatti notato che nel mondo la ricchezza non è suddivisa equamente e soprattutto non premia gli onesti, Cremilo intende chiedere all’oracolo se anche il proprio figlio sia destinato a restare povero o meno. La risposta dell’oracolo è che egli dovrà seguire la prima persona che incontrerà all’uscita dal tempio. Quando Cremilo e Carione escono, incontrano uno straccione cieco, e cominciano quindi a interessarsi a lui. Ben presto il cieco si rivela essere Pluto, dio della ricchezza.
Convinto che la diseguale distribuzione della ricchezza derivi dalla cecità del dio, Cremilo si offre allora di ridargli la vista, in modo che Pluto possa distinguere tra onesti e disonesti e premiare solo i primi. Tuttavia, arriva la personificazione della Povertà che lo ammonisce sui rischi di tale proposito. Cremilo però non ascolta i consigli della Povertà e riesce a far recuperare la vista a Pluto grazie all’intervento miracoloso di Asclepio.
La conseguenza è che tutti diventano ricchi e benestanti, ma ciononostante le lamentele sul nuovo stato di cose sono molte: un sicofante va in rovina poiché non ha più gente da denunciare ed una vecchia non trova più giovani che vogliano soddisfarla a pagamento. Persino Zeus si lamenta che gli uomini non hanno più bisogno di fare offerte agli dei, ed Ermes, dio degli affari e degli arricchimenti, deve cercarsi un nuovo lavoro. Tuttavia, i malumori si placano e nel finale tutti si avviano in corteo per accompagnare Pluto presso la sua dimora sul Partenone.
L’opera tratta, come numerose altre commedie dell’autore, della possibilità di realizzare una grande utopia, in questo caso quella dell’eliminazione della povertà e di una distribuzione della ricchezza che premi gli onesti. I risultati però non sono quelli sperati e sono numerosi, tra uomini e dei, coloro che si lamentano del nuovo stato di cose.
Le argomentazioni più importanti vengono dalla Povertà, la quale afferma che grazie ad essa gli uomini sono spinti ad impegnarsi e a lavorare per costruirsi una migliore situazione di vita, mentre da ricchi si lasciano andare alle mollezze e non producono più nulla di positivo. E questo è ancor più vero per gli uomini politici, che una volta ottenuti potere e ricchezza perdono ogni scrupolo e cominciano ad arricchirsi a scapito del bene comune. Gli effetti di quest’utopia si fanno imprevedibili e non prefigurano affatto un mondo migliore, come sperato da Cremilo.
Prima che la pandemia si abbattesse sull’Italia con il carico di lutti, di paura del diverso e di timori per il presente e per futuro, essa era già un Paese in declino che scivolava verso la marginalità sia in Europa che nel mondo. Non è più necessario ricorrere alla messe di dati che i vari e qualificati Istituti di Ricerca mettono ogni giorno a disposizione. La cronaca sempre più spietata ci restituisce una narrazione inequivocabile.
Il Paese si è fatto trovare inerme e arretrato, con ancora irrisolta la secolare questione meridionale e sta perdendo ulteriormente terreno perché ha permesso che in questi anni la distanza tra la propria società e quella della maggior parte dei Paesi occidentali con cui inevitabilmente è chiamato a misurarsi, diventasse incolmabile.
I tanti appuntamenti a cui non ha saputo presentarsi, il mancato rinnovamento della propria classe dirigente pubblica, il protrarsi di un capitalismo anomalo e prenditore, l’inseguimento di ideologie altrove morte e sepolte hanno generato un clima di sfiducia da cui i giovani che possono fuggono alla prima occasione, mentre gli anziani scuotono il capo rassegnati. Non si tratta soltanto dell’ormai piena consapevolezza di avere davanti prospettive di molto inferiori a quelle dei propri genitori o nonni, né della conclamata crisi di attendibilità che logore istituzioni si affannano quotidianamente a manifestare.
Una grande malinconia caratterizza l’intero Paese, pur manifestandosi con modalità sociologiche e culturali specifiche nelle molte e diverse zone geografiche di una penisola troppo lunga. Nel nord si è esaurita da anni la spinta propulsiva che sosteneva il cuore produttivo di un’Italia della creatività, dell’invenzione, dell’originalità coniugate nel clima familiare della piccola e media impresa, come l’hanno definita Susanna B. Stefani e Piero Trupia nel saggio L’impresa conviviale Protagonisti, regole e governance del modello italiano, Egea, 2004.
Travolta dalla pressione fiscale cresciuta in modo esponenziale e oppressa dalla più vasta e costosa burocrazia del Pianeta, essa non ha potuto investire in ricerca e innovazione ed ha preferito de localizzare per sopravvivere, cercando altrove di ricostruire il proprio futuro, dove ancora era possibile rispondere ad una domanda di mercato attestata sui beni primari di un inedito consumismo.
Nel Sud, ormai totalmente controllato dalle diverse seppur mutanti organizzazioni criminali, è lo Stato stesso che è comparso solo due volte: la prima come datore di lavoro pubblico, effimero riparatore della scelta miope di non far decollare lo sviluppo produttivo, la seconda come insieme di istituzioni sempre più impotenti dinanzi al dilagare del bisogno, della malattia, del degrado ambientale e sociale e, talvolta, contagiate dal medesimo.
Il declino del Paese viene da lontano perché si è radicato in almeno tre scelte che oggi si pagano a caro prezzo. La prima scelta è stata il progressivo allontanamento di quanto dall’Unione Europea perveniva, già in anni lontani, in tema di suggerimenti opportunità di conoscenze e metodologie, direttive non vincolanti che, però, avrebbero aiutato un progresso lento ma costante.
Per l’Italia l’Europa è stata solo una risorsa economica da spendere nel clientelismo e nello spreco. Ne è un segnale evidente la potente barriera linguistica che vede solo una percentuale minima di abitanti conoscere altre lingue (intendo proprio conoscere e praticare .. e non studiare a scuola per qualche anno). Si pensi al danno fatto dal doppiaggio cinematografico, quasi assente negli altri Paesi, dove al contrario proprio il mezzo televisivo o il cinema ha contribuito significativamente all’avvicinamento almeno all’inglese che oggi la maggior parte dei nati tra il 1960 e il 1990 comprende bene nei paesi scandinavi e sufficientemente in quelli dell’est europeo.
Chi scrive ha vissuto in più occasione esperienze di percorsi di scambio e di studio promossi dal CEDEFOP, l’agenzia europea che si occupa di apprendimento e di formazione promuovendo in paesi diversi, alcuni dei quali allora non erano ancora entrati nell’Unione, seminari molto impegnativi, ma del tutto spesati, ed ogni volta ha constatato lo stupore e la sorpresa degli altri partecipanti nell’incontrare un italiano.
A Oslo ed a Stoccarda, a Tallinn e ad Helsinki i workshop erano affollati da estoni, lettoni, danesi, norvegesi, finlandesi mandati dai propri governi a capire le nuove strade dello sviluppo e ad acquisire gli strumenti per gestirlo. Anni dopo abbiamo visto la differenza che si rispecchia nella risibile presenza di funzionari italiani nei ruoli amministrativi dell’Unione Europea, anche a motivo del gap linguistico.
Per noi è sufficiente emanare proclami a difesa della lingua italiana nel contesto europeo. Quindi non solo non ci sforziamo di aprire la mente ma in più vi costruiamo sopra una protesta da ridere non certo per l’indubbio valore del nostro idioma quando per il provincialismo con cui la conduciamo.
Oggi paghiamo quelle mancate opportunità, recitando presso i paesi cosiddetti frugali il ruolo degli accattoni di soldi a prestito o a fondo perduto per scaricarne il costo sui figli e nipoti per i prossimi trent’anni, dimenticando che essi erano “in braghe di tela” quando noi celebravamo il miracolo economico operato dal Piano Marshall e dai pochi illuminati imprenditori. Hanno usato bene l’Europa e noi oggi, rimasti in coda, ne mangiamo la polvere.
Una seconda drammatica scelta è stata il mantenimento di un capitalismo familiare sovvenzionato dallo Stato, luogo della massima ambiguità economica, garantendone gli errori attraverso la cassaforte di Mediobanca e scaricandone le perdite sui piccoli risparmiatori. Un sistema di cui sono stati custodi gli gnomi della finanza nostrana a scuola dei quali molti sono poi andati non riuscendone però ad esserne all’altezza, per cui alla misteriosa riservatezza di Cuccia o alla palese contiguità con il crimine di Sindona, entrambi menti raffinatissime seppur diversamente orientate, si è sostituita la rapacità di Calvi, la grandeur di Geronzi prima e l’arroganza dei furbetti del quartierino dopo.
Nel frattempo, il sistema bancario andava in frantumi con la legge Amato che avrebbe funzionato sicuramente altrove ma che in Italia, piuttosto che bonificare ove necessario, ha solo invitato a pranzo squali e piranha che hanno fatto a pezzi Istituzioni plurisecolari e inoculato nei risparmiatori il veleno della speculazione, con i disastri che conosciamo.
Infine, hanno avuto risalto l’incapacità di porre un freno agli appetiti delle corporazioni (ordini professionali, università, fondazioni bancarie ecc.) e la mancanza di onestà intellettuale con cui riconoscere che alcune follie ideologiche non potevano più essere prese in considerazione in un Paese che le aveva comunque realizzate, seppur attraverso un immenso debito pubblico. Ciò ha generato un’azione combinata che ha ulteriormente differito ogni presa di coscienza e accelerato il declino.
Era inevitabile che sulle macerie facesse la propria comparsa, il Bagatto, epigono del già evocato dio Pluto che, suonando pifferi di ogni genere ha conquistato almeno due generazioni veramente convinte che il mondo fosse quello del Mulino Bianco e che l’Italia fosse solo un Paese “dai ristoranti pieni” incompreso e ingiustamente criticato in Europa e nel mondo. Ercolino è di nuovo in piedi e studia da “ago della bilancia” sperando nel laticlavio a vita.
Taccio sulle brevi parentesi dei governi di centro sinistra, pallidi ologrammi di valori mai creduti e meno che mai praticati, ma impegnati esclusivamente a procurarsi in ben due occasioni sprecate una foglia di fico dietro cui nascondere la propria strutturale inadeguatezza a traghettare il Paese verso il cambiamento.
Ora è giunto il tempo in cui l’intero circo sta venendo giù, non per gli applausi, quanto per il fragore con cui sono entrate in scena due categorie di mattatori: i Castigamatti e i Prestigiatori. Alla prima appartengono coloro che trovano ogni volta un nemico da additare e verso cui convogliare la rabbia e la delusione della gente normale. Tra di essi si distinguono quanti propongono una visione del Paese come se l’Italia fosse l’Arcipelago delle Isole Lofoten o del Canale della Manica e non un significativo tassello di delicatissime dinamiche internazionali.
Nella seconda categoria si affollano fate ignoranti che, nonostante ciò, si ritengono portabandiera del rigore prima morale, poi giudiziario, poi economico e che probabilmente credono che Aristofane sia uno degli aristogatti. Essi inseguono l’utopia contro cui proprio il commediografo greco ammoniva e stanno seminando nel paese il virus dell’assistenzialismo diretto, superando in ipocrisia quello storico e alimentando l’idea che il reddito debba provenire da uno Stato che nazionalizza un po’ tutto, pagandolo con il denaro comunitario destinato agli investimenti. Amano la Cina e ne stanno costruendo l’avamposto in occidente.
C’è chi ha proposto il Dio Po e le danze celtiche, chi il ritorno della lotta di classe, alla produzione di massa e alla decrescita felice, chi, ancora, spacciando le nuove tecnologie, che altrove hanno contribuito a cambiare il mondo, come un messianico strumento per rifondare la democrazia e chi infine sta dando il colpo finale al palo centrale del tendone da circo, riproponendosi quale Demiurgo che, in modo camaleontico e suadente, ritiene se stesso l’insostituibile leader in grado di salvare il Paese. Triste figura che con i propri accoliti replica l’eterna dinamica circense tra il clown bianco e l’Augusto.
Alla luce dei fatti, e dei numeri, non prevarranno probabilmente né i Castigamatti né i Prestigiatori, pallidi burattini che recitano copioni scritti da altri che vogliono che entrambi siano costretti a convivere, a mescolarsi, a ostacolarsi gli uni con gli altri, rendendo ancora più confusa ed incomprensibile la strada verso il futuro.
In ogni essere umano e in ogni società un istinto sopito che, nei momenti di grande drammaticità si riscuote e permette di attingere a risorse che non si immaginava di avere. La chiamiamo resilienza ma è l’istinto di sopravvivenza, che ben riconosciamo sui volti dei migranti, che porta i singoli o i gruppi a ricercare altrove condizioni di vita migliore per sé e per la prole e le società a ribellarsi, talvolta in modo cruento e incontrollato, quando la misura è veramente colma, i figli piangono e gli anziani muoiono di abbandono, non perché siano dei barboni ma semplicemente perché non possono più permettersi di riscaldare quelle case, di cui, IMU a parte, sono paradossalmente “padroni”.
Non è facile immaginare verso quale delle due strade si dirigerà l’istinto di sopravvivenza degli italiani, ma è sotto gli occhi di tutti che se la prima è già stata imboccata dai giovani più coraggiosi e non solo talentuosi e dalle imprese più avvedute, la seconda potrebbe rimanere l’ultima via d’uscita per chi, come un tempo si diceva “non ha da perdere altro se non le proprie catene”.
Governare con la crisi è il titolo di un libro di Giulio Andreotti, pubblicato nel 1991 da Rizzoli, in cui si ricostruisce il clima di perenne incertezza politica che caratterizzò l’Italia a partire dal dopoguerra. Sono pagine che vengono da lontano, rivelando l’innegabile lucidità dell’uomo politico più controverso che l’Italia repubblicana abbia mai avuto. Tuttavia, l’Andreotti storico è finissimo analista e spietato patologo di una lunga stagione iniziata con Badoglio e mai conclusa. Nel sigillare il proprio libro per i posteri, appone un marchio di fuoco, definendo quale destino nazionale «la stabile instabilità della prima Repubblica». Oggi mentre agonizza la seconda e si prefigura la quarta, probabilmente dovrebbe aumentare la dose giornaliera di aspirine.
Più vicino alla realtà odierna è il saggio di Pierre Dardot e Christian Laval Guerra alla democrazia, pubblicato nel 2016 da DeriveApprodi, così recensito da Benedetto Vecchi «Un saggio partigiano da usare come antidoto a chi invoca populismi tinteggiati di rosso per sovvertire la società del capitale» nel cui primo capitolo, intitolato Governare la crisi, si legge:
«La parola crisi utilizzata negli ultimi trent’anni per indicare un meccanismo oggettivo indipendente dall’azione umana, maschera di fatto la realtà di una guerra politica portata avanti da diversi attori, privati e pubblici, nazionali e globali. Da questo punto di vista la politica, in quanto esercizio del potere, non è nient’altro che la forma con la quale viene instancabilmente portata avanti la guerra tra classi da parte dell’oligarchia politico-finanziaria.
Questa guerra ha per posta in gioco l’organizzazione della società e per strumento l’economia. Ha l’obiettivo di trasformare, talvolta distruggere, le istituzioni sociali che garantivano una relativa autonomia individuale, familiare, e più in generale collettiva di fronte al mercato del lavoro e alla subordinazione nei confronti del capitale. »
Alessandro Pajno, classe 1948, docente di Diritto amministrativo, ex presidente del Consiglio di stato, capo di gabinetto di Mattarella e di Ciampi, all’Istruzione, al Bilancio e al Tesoro, segretario generale della presidenza del Consiglio con Romano Prodi e poi sottosegretario al ministero dell’Interno, è uno di quegli uomini di cui il grande pubblico non conosce il volto e stenterebbe a indovinarne le funzioni, malgrado abbia servito lo Stato, e nei suoi gangli vitali, per tutta la vita.
Pajno è infatti la grande intendenza d’Italia. E ancora oggi, da illustre pensionato, esprime la dottrina dell’esangue potere delle istituzioni contrapposta, come in uno specchio, al potere sanguigno della politica.
Intervistato da Salvatore Merlo su Il Foglio del 14 aprile ha spiegato: «Pensano che governare significhi comunicare, ma occorre la gestione. C’è una battuta che a me piace ripetere: Il populismo spesso intercetta problemi seri ma dà sempre le risposte sbagliate’. Ecco, sembra che nessuno voglia fare la fatica del lavoro necessario a cambiare le cose.»
Secondo Pajno, uno dei guasti che affliggono l’Italia, che ne frenano la capacità di sviluppo anche economico, è l’eccesso di leggi, «contraddittorie, sedimentate l’una sull’altra, di difficile interpretazione. L’effetto di una miopia, e di una malattia propagandistica, cioè dell’idea che le leggi siano palingenetiche, che basti una norma a risolvere un problema. Al punto da aver trasformato le leggi in bandiere, in strumenti retorici, fin dai nomi con le quali sono battezzate.
Pensateci un attimo. “La buona scuola“. Oppure: “Legge Spazzacorrotti“. Spazzacorrotti dà l’idea di un colpo di maglio che cancella ogni cosa. Ma sono figure retoriche che servono soltanto a saltare i problemi a piè pari. E infatti i problemi sono venuti al pettine con le sentenze della Corte dei diritti dell’uomo, della Corte costituzionale… Di leggi ce ne sono anche troppe. Se il sistema non funziona in modo adeguato, se ci si perde in una serie di regole astruse, la causa non è soltanto in un certo tipo di cultura e di mentalità della burocrazia o nella sua mancanza di qualità ma, innanzitutto, è proprio in quel reticolo di leggi, regolamenti, disposizioni primarie e secondarie che circondano lo svolgimento dell’azione amministrativa».
E si ritorna dunque a Max Weber, qualunque sistema economico richiede una amministrazione efficiente e una giustizia funzionante. Dice infatti il professor Pajno: «Per fornire un contributo alla ricostruzione, sarebbe quanto mai opportuno un autentico cambiamento culturale, che riscopra il valore autentico della discrezionalità dell’amministrazione. Le leggi devono essere poche e chiare. Le decisioni, in base a quelle leggi, le prende l’amministrazione. Solo così rilanciamo l’Italia».
E infatti ogni volta che in Italia, in ogni campo, si è posta una questione, la risposta è stata facciamo una legge o istituiamo un ministero. Un guasto culturale. Una deriva che ha piegato l’attività di governo, che dovrebbe essere capacità di scegliere ragionevolmente, alla ricerca del consenso più immediato. La nostra politica è più brava a preparare le elezioni che a impegnarsi nella fatica di governare”.
Ma la crisi drammatica del Covid19 può essere anche un’occasione di riscatto, di ammodernamento, l’opportunità di modificare i guasti storici di un paese che già prima della depressione virale non riusciva a crescere e funzionare. «La semplificazione legislativa è un obiettivo alto. Non semplice. Solo Dio è semplice. Ma si può fare”, dice questo professore palermitano tra gli amici più fidati del Presidente Mattarella di cui è anche vicino di casa e che la macchina dello Stato la conosce bene come pochi altri, ma che pure deve credere nella Provvidenza quale forza, spesso chiamata in causa troppo e a sproposito, che trasforma la storia umana e fornisce il modo per spezzare il circolo che aggiunge male al male».





domenica 5 maggio 2019

9 maggio - GIORNATA DELL'EUROPA - SALVAGUARDARE LA DEMOCRAZIA- PACE E SOLIDARIETA'


Presidente della Repubblica: “L’ideale europeo, e la sua realizzazione nell’Unione, è stato – ed è tuttora – per tutto il mondo, un faro del diritto, delle libertà, del dialogo, della pace.   Un modo di vivere e di concepire la democrazia che va incoraggiato, rafforzato e protetto dalle numerose insidie contemporanee, che vanno dalle guerre commerciali, spesso causa di altri conflitti, alle negazioni dei diritti universali, al pericoloso processo di riarmo nucleare, al terrorismo fondamentalista di matrice islamista, alle tentazioni di risolvere la complessità dei problemi attraverso scorciatoie autoritarie”.
Celebrare la festa dell'Europa 2019 presso le istituzioni europee con la Giornata porte aperte a Bruxelles il 4 maggio, a Lussemburgo l’9 maggio e a Strasburgo il 19 maggio.
Gli uffici locali dell'UE in Europa e nel resto del mondo organizzano anche una serie di attività ed eventi per un pubblico di tutte le età.
La Giornata porte aperte è un'opportunità unica per scoprire come le istituzioni europee incidono sulla tua vita. Entra negli edifici delle istituzioni e partecipa ad attività speciali, come dibattiti pubblici e visite guidate.
A Bruxelles e a Strasburgo quest'anno il tema è quello di scegliere il proprio futuro. Le elezioni europee del 23-26 maggio ti offrono la possibilità di esprimerti su chi dovrà prendere decisioni importanti che influiscono sulla tua vita quotidiana. Impegnati a votare e assumiti la responsabilità per il futuro su stavoltavoto.eu.
La dichiarazione Schuman, rilasciata dall'allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio 1950, proponeva la creazione di una Comunità europea del carbone e dell'acciaio, i cui membri avrebbero messo in comune le produzioni di carbone e acciaio.
La CECA (paesi fondatori: Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto a quella che si chiama oggi "Unione europea".

Contesto storico

Nel 1950, le nazioni europee cercavano ancora di risollevarsi dalle conseguenze devastanti della Seconda guerra mondiale, conclusasi cinque anni prima.
Determinati ad impedire il ripetersi di un simile terribile conflitto, i governi europei giunsero alla conclusione che la fusione delle produzioni di carbone e acciaio avrebbe fatto sì che una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali, diventasse – per citare Robert Schuman – "non solo impensabile, ma materialmente impossibile".
Si pensava, giustamente, che mettere in comune gli interessi economici avrebbe contribuito ad innalzare i livelli di vita e sarebbe stato il primo passo verso un'Europa più unita. L'adesione alla CECA era aperta ad altri paesi.

Principali citazioni

  • "La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano."
  • "L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto."
  • "La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio... cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime."