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mercoledì 15 aprile 2026

ABUSO DEI SOCIAL

 


Abuso dei social 
da parte dei ragazzi? 

L’unica via è multare i genitori


di Gilda Sciortino

Quanta responsabilità hanno i genitori rispetto all'uso eccessivo e per nulla controllato dei social network da parte dei ragazzi? Enorme, ma fanno spallucce: sono i primi a mettere uno smartphone in mano ai figli e a smontare i filtri. Ecco allora la proposta provocatoria (ma non troppo) di Matteo Flora di multarli

La scorsa estate, mentre si presentavano le proposte di legge per normare l’accesso a Internet per quel che riguarda i documenti obbligatori, ha acceso il dibattito con il suo libro Tette e gattini (scaricabile gratuitamente online), dove parla del perché bloccare l’accesso ai minori serve a poco, soprattutto se i genitori, con i loro comportamenti, remano contro. Ora Matteo Flora, imprenditore, divulgatore, esperto in sicurezza delle Ai e delle Superintelligenze, torna a far discutere con una tesi disruptive e impopolare: «È inutile pretendere che siano i social a fare i guardiani, se poi sono i genitori stessi a giurare che l’account è loro, che lo gestiscono loro, che il figlio “lo usa solo ogni tanto”. Non esiste verifica dell’età, sistema di parental control o moderazione algoritmica che regga, se poi sono gli adulti i primi a sabotare il meccanismo. Bastano due clic e una dichiarazione mendace per riaprire un profilo chiuso, e l’intera impalcatura normativa si sgretola», ha scritto sul suo profilo Linkedin.

Il tema cioè «è continuiamo fa chiedere ad altri di fare il lavoro che spetta a chi quel telefono, quella SIM e quell’account li ha materialmente consegnati a un minore, e che, quando viene chiamato in causa, sceglie di coprirlo invece di assumersene la responsabilità». In altre parole, il tema è la responsabilità dei genitori, di cui si è già ampiamente parlato nei giorni scorsi a valle della doppia sentenza contro Meta e Google, che sono state condannate negli Stati Uniti a multe e risarcimenti: i giudici in sostanza hanno stabilito che la dipendenza non deriva tanto da “come usi” i social, ma da come sono costruiti». La tentazione di dire che è «tutta colpa dell’algoritmo» è forte, ma in realtà un tema di responsabilità resta. «Alle industrie digitali – che ormai pervadono la nostra vita con un’ottica orientata al profitto, non certo al benessere – vanno certamente date delle regole, ma ogni iniziativa di questo tipo non può smarcare gli adulti e in generale la comunità/società dal suo ruolo educativo», ha sottolineato Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis su “Dire, fare, baciare”, la newsletter di Sara De Carli riservata agli abbonati di VITA e dedicata alla famiglia, alla scuola, all’educazione.

Flora, davvero ritiene che l’unica soluzione sarebbe multare i genitori…

Ovviamente non è l’unica soluzione. Abbiamo due problemi paralleli. Il primo è se limitare i social e il web a un pubblico adulto può funzionare o meno. Ci ha provato la Francia, ci ha provato l’Australia, ci sta per provare la Spagna… non funziona, ci sono i numeri che lo attestano. Fra l’altro con questa norma non stiamo dicendo al social network che i ragazzini non possono stare online, almeno noi: stiamo solo dicendo che, per aprire un account, devi inserire un documento di identità. Poi potremmo anche far finta che questa cosa funzioni, ma i dati dicono che è solo un palliativo comodo, nel senso che abbiamo fatto qualcosa da un punto di vista politico, abbiamo prodotto una norma. Che poi non abbia funzionato passa in secondo piano, dal punto di vista della comunicazione politica e sociale il messaggio che passa è che qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto. Ma, a parte tutto questo, il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online. Così puntiamo il dito: «Cattivi social network, adesso vi multiamo». Io ho fondato un’associazione, si chiama “PermessoNegato“: è la più grande realtà europea che si occupa di contrasto alla pornografia non consensuale. Spesso segnaliamo: «C’è questo account con un minore – molto minore, lo voglio dire, vediamo casi di bambini di 8-9 anni – che risponde, che interagisce». Cosa succede a valle della segnalazione? Succede che chiudono l’account, ma tempo 24 ore viene riaperto. E noi siamo ancora contro i social network.

I divieti vanno bene per poter dire “qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto”. Ma il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online

E dove sbagliamo? Qual è il punto reale su cui agire, allora?

In realtà il problema è un altro. Quando arriva il blocco del contenuto, il genitore esordisce: «No, non è vero, non è stato lui, ero io che lo utilizzavo». E il social network non può fare nient’altro, in quanto non è un organo di Polizia, che accettare la dichiarazione del genitore e riattivare l’account. Quello che noi vediamo è questa cosa qui e sono certo che continueremo a vederla. Se il social network viene obbligato solo a verificare l’età, allora la prospettiva in cui ci mettiamo è semplicemente quella del poter dire “abbiamo fatto qualcosa”, non quella del voler dare una risposta al problema: non aspettiamoci che ci siano dei risultati. Il problema c’è prima, c’è già quando un genitore dà in mano il cellulare al figlio, perché non credo che un bambino di 8-9 anni lo smartphone se lo compri con la paghetta e si installi la Sim, anche perché nessuno gliela attiverebbe.

Significa che bisogna chiamare in causa il tema dell’educazione?

Non devo essere io a spiegare a nessuno come educare i propri figli, ci sono dei professionisti che hanno questo compito. Pensiamo però a quello che succede con la scuola, dove sappiamo benissimo che il docente, un tempo figura educativa, oggi non è più tale. Quando portavo a casa una nota, giusta o sbagliata che fosse, non mi lamentavo mai a casa con i miei genitori, perché sapevo che avrebbero dato ragione al professore: adesso si fanno i ricorsi al Tar. L’unica cosa che io dico, provocatoriamente ma neanche tanto, è di rifare quello che è successo con il casco in moto: quando in realtà i caschi sono stati finalmente utilizzati? Quando è entrata in vigore la norma e con essa le multe a chi vi contravveniva. Ora, se noi non prevediamo a livello normativo una disincentivazione da un punto di vista meramente economico, non ne usciremo. Un altro esempio? Ci sono Paesi in cui nessuno parcheggia in seconda fila e la società è abbastanza evoluta da non avere bisogno di una sanzione per questo. L’Italia non è tra questi e ha bisogno di una norma sanzionatoria.

Subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione

C’è, quindi, un problema di controllo?

Il controllo è alla base di tutto. Ne abbiamo bisogno, così come ci vogliono attenzione e autorizzazione. Non possiamo avere solo il controllo perché se lasciamo che esistano le figure dei baby influencer, che ci sono e che continueranno ad esistere, quello che noi impediremo non è la pubblicazione di materiale riguardante un minore online, ma che il minore possa in autonomia decisionale gestirsi un account. E per quello basta una dichiarazione. E chi può dire di no? Il social network non lo può certamente fare. Qui subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione. E questo ce lo dicono le evidenze scientifiche. E perché il genitore lo lascia comunque lì da solo? Perché è comodo. È un’ottima alternativa all’attenzione, un’ottima alternativa al tempo da dedicare.

Anche altri Paesi stanno provando a creare dei blocchi nell’accesso al web e ai social…

L‘Inghilterra sta adottando il controllo del documento per una serie di siti web, per esempio quelli pornografici. Quel che ha ottenuto però è estremamente pericoloso, perché sembrerebbe positivo il fatto che il traffico ai 4-5 siti web più conosciuti sia diminuito in maniera sostanziale ma invece, quei 4-5 siti più importanti erano paradossalmente i più sicuri. Non che fossero etici, ma incassavano miliardi ogni anno con la pubblicità, quindi stavano attenti a togliere contenuti per esempio violenti: insomma erano quelli che spendevano di più per essere sicuri. Invece, oggi, è aumentato esponenzialmente il traffico a tutti gli altri siti minori che non si sono attrezzati e che non hanno nessuna intenzione di farlo perché diversamente non ci guadagnerebbero così tanto.

Sbaglia o no chi dice che i social network sono i cattivi della situazione?

Io non sono certo un amico dei social network, ma nemmeno me la sento di dire che sono i cattivi della situazione. Dico che semplicemente, con un minimo di razionalità, dobbiamo onestamente affermate che la disincentivazione va messa in capo al comportamento di chi li usa. Non posso chiedere a un genitore alcolizzato di sorvegliare che il figlio non segua la sua strada, ma noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa con i social. Ci dimentichiamo di tutti quegli studi che ci dicono che Internet fa male ai bambini, che porta a problemi enormi di dipendenza. Continuiamo a dire che è falso, mentre noi adulti siamo i primi ad esserne dipendenti. Internet crea dipendenza in quelle figure che sentono di più la marginalità e la solitudine, per esempio il nonno che non vede i nipotini se non su Instagram e che poi non può più fare a meno di restare connesso. Perché se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Tanto è l’allarme generale su questo che, per esempio, ci sono alcune prefetture giapponesi che hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori. L’obiettivo è contrastare i possibili effetti nocivi di un utilizzo prolungato dei dispositivi sulla salute.

Se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Alcune prefetture giapponesi hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori

Abbiamo, quindi, bisogno di controllori…

Come possiamo chiedere a qualcuno di fare i controllori di qualcosa che sfugge loro di mano? Sugli adulti non lo puoi fare perché è lo stesso discorso del vietare il fumo, però ancora una volta stiamo demandando la nostra vita a un’entità esterna che dipingiamo come cattiva. L’estetica del nemico direbbe che il nostro nemico ci rappresenta di più del nostro amico. 

Restiamo convinti che multare i genitori invertirebbe la rotta?

Come affermavo all’inizio, la questione è più complessa. Dico che bisogna multare i genitori, ma perché in un certo senso questo è un disincentivo economico forte per il nucleo familiare. Anche perché non parlo di pochi euro, quanto di somme importanti che inciderebbero anche nei bilanci di famiglie con un tenore di vita superiore alla media. Ribadisco, però, che questa non è “la” soluzione, se fosse messa in campo come unica azione. Ci sono tante componenti che devono intervenire. La sanzione quantomeno obbliga le persone a pensarci. Non esiste, infatti, un problema se non gli dedichi attenzione, così come non esiste – qualunque sia il comportamento da disincentivare – un disincentivo efficace se da quello non deriva un beneficio importante.

VITA

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sabato 28 febbraio 2026

MINORI E SOCIAL

 


Non basta

 il divieto per i minori.


 «Regolamentare 

le piattaforme»



Mentre molti Paesi stanno valutando l’introduzione di un’età minima di accesso ai social, arriva l’invito di Michael O’Flaherty, commissario europeo per i diritti umani,  a non distogliere l’attenzione dagli obblighi legali delle big tech

-         di ILARIA SOLAINI

Se si ragiona soltanto su un divieto di acceso ai social media per gli adolescenti con meno 14 anni, si corre il rischio di rinunciare ad avere garanzie dalle piattaforme per avere un ambiente digitale sicuro per tutti?

Mentre molti Paesi in Europa - e non solo - stanno valutando l’introduzione di un’età minima per l’accesso alle piattaforme di social media è arrivato l’invito alla «cautela nell’imporre divieti generalizzati» dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non perché i minori non vadano tutelati, ma perché le big tech si assumano le proprie responsabilità nel controllo dei contenuti e nell’offrire una maggiore trasparenza dell’algoritmo a chiunque.

 «L’attenzione rivolta alla limitazione dell’accesso non dovrebbe distogliere l’attenzione dal garantire che le piattaforme rispettino i diritti umani attraverso chiari obblighi legali, una supervisione indipendente e un’effettiva responsabilità», ha affermato il Commissario Michael O’Flaherty. Le sue parole sono state molte nette: «Gli sforzi per limitare l’accesso dei minori attraverso divieti generalizzati e verifiche obbligatorie dell’età nascono da preoccupazioni legittime, poiché l’attuale ecosistema online sta deludendo i minori – ha continuato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa –. I bambini sono esposti a contenuti violenti, sessuali o angoscianti, a forme di adescamento e a una dilagante disinformazione». Se algoritmi opachi possono indirizzare verso materiale estremo, secondo O’Flaherty bisogna anche far fronte a «progetti manipolativi che influenzano il comportamento dei minori». 

Esiste poi «la raccolta pervasiva di dati che compromette la loro privacy. Questi risultati sono prevedibili conseguenze di specifiche scelte di progettazione e modelli di business, che richiedono un intervento normativo alla fonte». Aspetti su cui, tra l’altro, si sta concentrando anche il processo americano che si è aperto lo scorso 27 gennaio alla Corte suprema della California che vede alcune big tech come Alphabet, casa madre di Youtube, e Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, accusate di aver consapevolmente progettato le piattaforme social per creare dipendenza e incoraggiare un consumo incontrollato dei contenuti social da parte dei più giovani.

Secondo il parere del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, «gli Stati dovrebbero obbligare le piattaforme a prevenire e mitigare i rischi per i diritti dei bambini fin dalla progettazione e ritenere le piattaforme responsabili di eventuali inadempienze. Data la pervasività dei sistemi algoritmici, una regolamentazione completa è essenziale. Ciò include la garanzia della trasparenza e della verificabilità degli algoritmi, ma anche degli efficaci meccanismi di segnalazione e ricorso, delle valutazioni del rischio per i diritti dei minori e delle restrizioni sulla pubblicità mirata. Questi obblighi devono essere applicabili, soggetti a supervisione indipendente e supportati da sanzioni e responsabilità che costituiscano efficaci deterrenti» ha sottolineato ancora il Commissario. Online esiste già una mappa, a cura dell’organizzazione non governativa americana Tech Policy press, che monitora questi sforzi legislativi nel mondo che danno la misura di come dopo il divieto australiano, non ci sia solo l’Italia e una serie di Paesi europei che stanno ragionando su disegni di legge che impongono un limite di età per l’accesso ai social, ma anche l’Indonesia, la Malesia, la Cina e il Vietnam, il Brasile, oltre a Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Norvegia e Turchia. Eppure, è tutt’altro che definito il dibattito su come affrontare e con quali strumenti monitorare l’uso dei social per bambini e adolescenti. 

Esistono i sostenitori di un vero e proprio divieto di accesso ai social, imposto per legge, che inquadrano il limite di una maggiore età come fosse una misura di protezione della salute pubblica, necessaria da tempo e paragonata alle restrizioni sull’alcol o sul gioco d’azzardo. 

Mentre chi ha un approccio critico ribatte che i divieti assoluti potrebbero essere tecnicamente permeabili, e, di conseguenza, spingere gli adolescenti verso angoli ancora meno regolamentati di Internet. 

Al tempo stesso, esistono preoccupazioni legate alla libertà di espressione e, non ultimo, viene messo in luce l’aspetto invasivo dei sistemi di verifica dell’età. 

er molti, insomma, la sfida non è se i social media rappresentino o meno dei rischi, ma come sia possibile preparare i giovani a navigare in sicurezza in una realtà digitale che non possono evitare.

www.avvenire.it 

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venerdì 24 ottobre 2025

EDUCAZIONE E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 


Pier Cesare Rivoltella  

a Didacta Trentino 

a Riva del Garda


“Educazione digitale 

e intelligenza artificiale:

 visioni pedagogiche, 

questioni tecnologiche”: 

Nel seminario “Educazione digitale e intelligenza artificiale: visioni pedagogiche, questioni tecnologiche”, Pier Cesare Rivoltella, professore ordinario di Didattica e Tecnologie dell'educazione presso l'Università di Bologna e coordinatore scientifico del Tavolo per l’aggiornamento del Piano provinciale, per la scuola digitale e intelligenza artificiale, ha offerto una riflessione critica sulle sfide e le opportunità che le tecnologie generative pongono al sistema educativo contemporaneo. L’incontro, avvenuto oggi a Riva del Garda in occasione della manifestazione Didacta Trentino, ha rappresentato un’occasione di confronto aperto tra mondo accademico e docenti, per esplorare le nuove frontiere dell’educazione nell’era dell’intelligenza artificiale. Ha concluso i lavori il prof. Giuseppe Rizza sovrintendente scolastico provinciale e coordinatore organizzativo del medesimo Tavolo provinciale che ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa per gli spunti e le riflessioni offerte.

L’avvento e la rapida diffusione dell’Intelligenza Artificiale stanno segnando una svolta profonda nel modo in cui la scuola e il mondo dell’educazione affrontano il rapporto tra conoscenza, rappresentazione e verità.

Le nuove intelligenze artificiali, capaci di produrre testi e immagini sempre più verosimili e indipendenti dal loro referente reale, obbligano infatti a ripensare il legame tra immagine e realtà: ciò che si vede o si legge non è più garanzia di autenticità, ma il risultato di una costruzione mediata da algoritmi e dataset.

In questo contesto, anche il compito del debunking cambia natura: non basta più verificare le fonti o smascherare il falso, ma occorre sviluppare un’autentica educazione percettiva e simbolica, volta a comprendere come il reale venga oggi modellato dai sistemi artificiali.

“La prospettiva pedagogica - ha sottolineato Rivoltella - è chiamata a un duplice compito:

  • promuovere un pensiero critico capace di interrogare la spiegabilità delle macchine, comprendendo i criteri, i limiti e le logiche che governano la produzione algoritmica del sapere;
  • affrontare le implicazioni della datificazione e dell’invisibilità dei processi che strutturano l’esperienza digitale.

Educare nell’epoca dell’intelligenza artificiale significa dunque rendere visibili le condizioni della conoscenza, restituire all’apprendimento una dimensione riflessiva e consapevole, e coltivare la responsabilità di abitare tecnologie che incidono sempre più sulla nostra percezione del mondo e su ciò che intendiamo per verità” – ha concluso l’esperto.

 Didacta

martedì 8 luglio 2025

OPPORTUNITA' EDUCAZIONE DIGITALE

 




In un contesto in cui la realtà virtuale è parte integrante della vita per persone di ogni età interrogarsi sulle disparità che possono esserci nell’educazione digitale e agire per contrastare la povertà educativa in questo ambito è un obiettivo che coinvolge tutti coloro che hanno responsabilità educative e formative, prime fra tutte scuola e famiglia.

Favorire l’educazione digitale vuol dire cogliere le opportunità di crescita e formative che gli strumenti digitali possono offrire, in particolare ai bambini e ai giovani tra i quali l‘uso delle tecnologie è sicuramente molto diffuso, come ci dicono i dati resi noti da Save the Children:  in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni (il 32,6%) usa lo smartphone tutti i giorni, una tendenza in costante aumento negli ultimi anni (nel 2018-2019 erano il 18,4%) e con una netta prevalenza al Sud e nelle Isole, dove la quota sale al 44,4%, oltre 20 punti percentuali in più rispetto al 23,9% del Nord. Il 62,3% dei preadolescenti (11-13 anni), oltre tre su cinque, ha almeno un account social: il 35,5% ne ha uno su più social e un ulteriore 26,8% soltanto uno.

Fonte: Save the Children, marzo 2025

La povertà educativa digitale non è legata alla mancanza di strumenti, ma alla carenza di opportunità per apprendere attraverso un uso responsabile e creativo di tali strumenti.

Affrontando questo problema di sicura rilevanza socioeducativa è opportuno quindi riflettere su come promuovere interventi capaci di condurre i giovani a un utilizzo corretto e consapevole delle tecnologie, permettendo loro di cogliere e utilizzare tutte le opportunità educative, formative e di sviluppo che questi strumenti possono offrire.

È facilmente intuibile come la carenza, o l’assenza, di azioni formative che vadano in questa direzione possano diventare fattori che aumentano il rischio di disuguaglianza sociale, poiché tolgono ai giovani importanti possibilità di sviluppo personale e di partecipazione alla vita collettiva.

Nel contrasto a questo rischio la scuola ha un ruolo di indubbia rilevanza, così come la famiglia.

Scuola e famiglia in prima linea

Spesso il dibattito sulla corresponsabilità della famiglia e della scuola nell’educazione a un uso costruttivo delle tecnologie si è fermato agli strumenti in sé e al tempo del loro utilizzo.

È una visione piuttosto parziale di un problema molto più ampio, al quale gli adulti di riferimento – in primis insegnanti e genitori – devono sapersi avvicinare offrendo essi stessi un modello di competenza.

La sfida educativa e di corresponsabilità che coinvolge scuola e famiglia non si limita infatti a fornire strumenti tecnologici o a definirne i limiti temporali di utilizzo.

Il vero obiettivo è aiutare bambini e ragazzi non solo a usare il digitale, ma favorire e sostenere lo sviluppo di competenze per comprenderne i linguaggi, per interpretarlo e utilizzarlo in modo sicuro e costruttivo, esprimendo le proprie idee nel rispetto di quelle degli altri ed esercitando i propri diritti di cittadinanza.

È la mancanza di tali competenze a generare quei fenomeni disfunzionali che, anche quando non diventano di pubblico dominio sotto forma di fatti di cronaca, possono incidere negativamente sulla vita dei giovani condizionandone la qualità.

I rischi maggiori di una carente educazione digitale sono:

  • il cyberbullismo, che colpisce soprattutto la fascia d’età 14-17 anni e che ha subito negli anni un preoccupante incremento
  • la pedopornografia e l’adescamento online, anche questi in preoccupante ascesa
  • un uso problematico dei social legato all’incapacità di regolare il controllo del tempo di utilizzo
  • i rischi connessi ai giochi online.

Il ruolo della scuola nell’educazione digitale

La scuola è certamente impegnata nella transizione digitale, che ha subito una accelerazione con le esigenze poste dalla recente pandemia. Ma, al di là delle disparita nella dotazione tecnologica, l’aspetto al quale prestare particolare attenzione in questo cambiamento epocale è la formazione degli insegnanti, chiamati come i loro allievi ad acquisire gli strumenti indispensabili per costruire la propria cittadinanza digitale.

È questa la direzione in cui si è mosso il progetto Connessioni Digitali di Save the Children, realizzato in 17 regioni coinvolgendo le scuole e la più ampia comunità educante.

Il progetto, inserito nelle ore di insegnamento di Educazione Civica, ha messo in luce incessanti risultati, come:

  • l’allestimento di aule didattiche innovative utili a sviluppare progetti e attività per l’educazione digitale
  • l’offerta ai docenti di  strumenti a supporto della valutazione delle competenze digitali richieste alla fine del primo ciclo di istruzione
  • la realizzazione di produzioni di comunicazione digitale (podcast, campagne di sensibilizzazione e storytelling multimediali), che hanno sollecitato in allievi  e docenti  la competenza di usare criticamente e consapevolmente il digitale per esprimere le proprie idee
  • l’offerta di strategie educative che hanno tenuto conto di stereotipi e disparità di genere in ambito STEM e nell’uso degli strumenti digitali, con risultati indubbiamente positivi sulla motivazione delle ragazze
  • il ruolo chiave dei docenti che, con l’aumento delle loro competenze e della loro motivazione hanno influito positivamente sulla disponibilità delle classi e sui risultati raggiunti.

Il progetto, oltre a dimostrare sul campo piste di lavoro possibili per colmare il divario digitale e offrire a bambini e giovani opportunità di apprendimento innovative, ha fatto qualcosa in più.

Il coinvolgimento nelle attività di famiglie e altre istituzioni presenti sui territori in cui si è realizzato il lavoro ha offerto un modello inclusivo, alla base del quale porre parole di valore sociale e formativo fondamentale, come apprendimento attivo e collaborativo.

Approfondimenti

 

INVALSI

martedì 11 febbraio 2025

PROTEZIONE DIRITTI dei MINORI

 


Telefono Azzurro 

e la tutela dei minori 

su internet, 

una priorità 

per il futuro. 


La protezione dei diritti dei bambini 

nell’ambiente digitale

Il Safer Internet Day 2025 è stato l’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’utilizzo consapevole e responsabile di Internet. Questo evento europeo rappresenta un’opportunità per promuovere politiche e strategie mirate alla protezione dei minori nell’ambiente digitale.

Nel mondo sempre più digitalizzato in cui viviamo, l’accesso a Internet e alle nuove tecnologie rappresenta un’opportunità senza precedenti per i bambini. Tuttavia, la navigazione online presenta anche sfide significative, come il cyberbullismo, la violazione della privacy e l’esposizione a contenuti inappropriati. Per affrontare queste problematiche, Telefono Azzurro ha redatto il Manifesto per i Diritti dei Bambini nell’Ambiente Digitale, un documento fondamentale che mira a garantire un ambiente digitale sicuro e rispettoso dei diritti dei minori.

Accesso equo e sicuro alla tecnologia

Ogni bambino ha diritto a un accesso equo alle tecnologie digitali senza discriminazioni. Questo accesso deve essere accompagnato da adeguate misure di protezione. L’impegno nella creazione di normative efficaci può prevenire l’esposizione a rischi come il cyberbullismo, l’abuso e la diffusione di contenuti dannosi. Il potenziamento dei sistemi di verifica dell’età può impedire l’accesso a contenuti inappropriati, garantendo al contempo la tutela della privacy dei minori.

Bilanciare sicurezza e libertà di espressione

Se da un lato la sicurezza online è fondamentale, dall’altro è importante garantire ai bambini la possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni e accedere a informazioni adeguate. Le piattaforme digitali possono impegnarsi nel raggiungimento di un equilibrio tra protezione e libertà di espressione, adottando politiche che prevengano la censura ingiustificata e tutelino i minori da contenuti dannosi.

Contrastare lo sharenting e la sovraesposizione

Negli ultimi anni, il fenomeno dello sharenting (la tendenza dei genitori a condividere online informazioni e immagini dei propri figli) è diventato sempre più diffuso. Sebbene possa sembrare un gesto innocuo, questa pratica espone i bambini a potenziali rischi di privacy e sicurezza. Sensibilizzare i genitori sull’importanza di proteggere l’identità digitale dei propri figli e promuovere un uso responsabile dei social media è una priorità.

Responsabilizzare le aziende tecnologiche

Le aziende che operano nel settore digitale giocano un ruolo chiave nella creazione di un ambiente online sicuro per i minori. L’adozione di principi di safety-by-design e privacy-by-design è essenziale per garantire piattaforme più sicure. Inoltre, il settore tecnologico può collaborare con organizzazioni per la sicurezza online, al fine di sviluppare strumenti innovativi per la protezione dei bambini.

Prevenzione e protezione dall’abuso online

Uno degli aspetti più preoccupanti del mondo digitale è il rischio di abusi online, come il grooming e l’adescamento di minori. Strategie di prevenzione efficaci e strumenti di segnalazione accessibili possono ridurre significativamente questi rischi. Formare educatori e genitori per riconoscere i segnali di pericolo e intervenire tempestivamente è fondamentale. La cooperazione tra governi, forze dell’ordine e organizzazioni della società civile può rafforzare la lotta contro questi crimini.

Educazione digitale per minori e adulti

Un’altra strategia chiave per garantire un ambiente digitale sicuro è l’alfabetizzazione digitale. Le scuole e le comunità possono impegnarsi nel promuovere la consapevolezza sui diritti e sui rischi online. Anche i genitori e gli insegnanti svolgono un ruolo fondamentale nell’accompagnare i minori nell’uso responsabile della tecnologia. Inoltre, educare i bambini sui meccanismi economici digitali, come gli acquisti in-app e la pubblicità online, aiuta a sviluppare una consapevolezza finanziaria.

Normative e regolamentazioni efficaci

Strumenti legislativi come il Digital Services Act (DSA) e l’AI Act offrono un quadro di protezione per i minori online. L’introduzione di standard minimi per la protezione dell’infanzia all’interno delle normative nazionali e internazionali è un passo necessario per migliorare la sicurezza digitale.

Monitoraggio e valutazione delle politiche digitali

Per garantire che le politiche digitali siano realmente efficaci, è essenziale istituire meccanismi di monitoraggio e valutazione. La collaborazione tra governi, enti di ricerca e organizzazioni può favorire lo sviluppo di soluzioni innovative e migliorare la protezione online e la tutela dei minori su internet. Inoltre, il coinvolgimento diretto dei bambini nelle decisioni che li riguardano può rappresentare un ulteriore passo avanti per creare un ambiente digitale più sicuro e su misura per le loro esigenze.

Innovazione e sicurezza online

L’innovazione tecnologica deve andare di pari passo con la sicurezza. La regolamentazione dell’intelligenza artificiale può prevenire l’uso improprio degli algoritmi che espongono i bambini a contenuti dannosi. Inoltre, limitare la pubblicità mirata ai minori e rendere più accessibili i sistemi di segnalazione può garantire una protezione più efficace.

Il Manifesto per i diritti dei bambini nell’ambiente digitale, redatto da Telefono Azzurro, rappresenta un passo significativo verso la creazione di un internet più sicuro e inclusivo per i minori. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario un impegno collettivo da parte di istituzioni, aziende, educatori e famiglie. Solo attraverso una maggiore consapevolezza e azioni concrete sarà possibile garantire un ambiente digitale che rispetti e protegga i diritti dei bambini, permettendo loro di esplorare il mondo online con maggiore sicurezza.

Di seguito puoi leggere la versione integrale del Manifesto

 e cliccando qui puoi firmare anche tu il manifesto di Telefono azzurro



giovedì 19 settembre 2024

VIETARE GLI SMARTPHONE ?

MEGLIO UNA SOLIDA EDUCAZIONE DIGITALE

Il presidente di Telefono Azzurro interviene nel dibattito

 

 -         di ERNESTO CAFFO

 Il dibattito contro l’uso degli smartphone da parte dei minori è analogo a quelli che negli anni hanno caratterizzato lo sviluppo di altri media e strumenti tecnologici coinvolgendo bambini e adolescenti. Un esempio è stato quello sulla televisione. Tuttavia, battaglie come queste non tengono conto della globalità di un processo che coinvolge sempre più precocemente le nuove generazioni in tutte le parti del mondo. A livello globale, un utente su tre tra coloro che accedono alla rete e utilizzano quotidianamente le tecnologie digitali è un minore. Inoltre, si tende spesso a sottovalutare il fatto che sia impossibile, oltre che controproducente, vietare l’uso di questi strumenti.

 Non è demonizzando e vietando gli smartphone che risolviamo il problema, questo è un atteggiamento miope che ignora ad esempio l’effetto che anche computer e videogiochi – e in generale le piattaforme di gaming – hanno sui minori. Non possiamo pensare di bloccare questi strumenti attraverso logiche prettamente sanzionatorie, è piuttosto necessario fornire strumenti educativi che aiutino i minori a comprendere i rischi e le opportunità dell’era digitale, mettendo anche in luce le potenzialità legate all’utilizzo dei media.

L'educazione digitale 

Crediamo sia importante porre l’accento sulla necessità di una solida educazione digitale dei minori, che permetta loro di utilizzare in modo consapevole e responsabile le nuove tecnologie, ma allo stesso tempo è fondamentale il coinvolgimento degli adulti, delle famiglie, delle scuole e dei mondi associativi con lo sviluppo di percorsi di conoscenza e riflessione, affinché possano realmente comprendere e supportare le nuove generazioni nel mondo digitale in continua evoluzione. Al di là quindi di riflessioni astratte e impraticabili, occorre individuare soluzioni percorribili da subito, implementando anche le legislazioni europee che tracciano un cammino e che tuttavia devono essere sostenute anche da misure interne efficaci. È evidente come tutti noi dobbiamo approfondire la comprensione e affrontare la centralità improvvisa che i temi dell’evoluzione della tecnologia hanno assunto. È necessario unire conoscenze provenienti da diversi ambiti, sviluppare normative globali e nazionali e promuovere una cultura digitale nel nostro Paese, affrontando il ritardo attuale. Occorre un approccio coordinato a livello nazionale, europeo e internazionale, per mantenere questo tema al centro dell’attenzione e tradurre le fragilità in proposte concrete. Gli Stati devono definire regole condivise, considerando il contesto globale, e le aziende devono assumersi una responsabilità sociale di impresa, bilanciando la concorrenza con la tutela degli utenti, a partire da quelli più piccoli e fragili.

 L’age verification è ad esempio uno strumento che può diventare un asset fondamentale, ma è necessario che le singole piattaforme si impegnino per migliorarlo, poiché per un minore è spesso molto semplice accedere ad applicazioni e siti vietati eludendo con estrema facilità i meccanismi di verifica online. È inoltre fondamentale portare avanti a livello europeo il lavoro sulla legislazione sullo Csam (Child Sexual Abuse Material) ed è necessaria la presenza e l’attività di strutture di segnalazione e di intervento, come i trusted flagger, in grado di contribuire al governo del materiale tossico in rete molte volte autoprodotto da bambini e adolescenti. Un tema di grande rilevanza è infatti l’aumento da parte degli adolescenti dell’autoproduzione di materiale abusivo, che negli ultimi anni ha coinvolto sempre più precocemente i bambini.

 È evidente come la chiave realistica per uno sviluppo tecnologico equilibrato e a misura di bambino non possa limitarsi a – naturalmente necessarie e doverose – disposizioni normative e regolamentari di portata sovranazionale, ma debba prevedere un percorso di collaborazione positiva e di corresponsabilità tra tutti i diversi attori. Occorre governare tutto lo scenario del digitale con una particolare attenzione anche al mondo del gaming online e alle nuove piattaforme trasversali frequentate dai ragazzi come Discord. Come Telefono Azzurro, da anni affrontiamo con misure di prevenzione e di contrasto i rischi della tecnologia e della rete, essenziali per costruire un ambiente digitale sicuro e costruttivo. Tuttavia, le risposte delle istituzioni e delle aziende coinvolte sono state molto limitate e generate da strategie prevalentemente miopi e difensive.

 

*Presidente di Fondazione Sos Il Telefono Azzurro Ets

 

 

 

 

domenica 25 giugno 2023

FORMARE ALLA FELICITA'


I giovani e l'economia di WhatsApp. 

 

- di Leonardo Becchetti

Il tema di maggior successo alla prova di maturità in corso è stato quello dell’attesa scelto dal 43,4% dei maturandi. Il tema sottolinea come la rivoluzione digitale ci abbia reso sempre più potenti, veloci nel realizzare i nostri desideri (spesso a distanza di un solo clic) e impazienti nel voler tutto e subito. Un atteggiamento collegato anche all’aumento dell’ira che è tipicamente una reazione che si produce quando un ostacolo improvviso si frappone alla realizzazione dei nostri desideri. L’aumento della potenza si accompagna dunque anche ad un aumento della rabbia nel momento in cui per qualche blackout momentaneo non otteniamo quello che siamo abituati ad avere quasi istantaneamente (provate a fare memoria di cosa succede quanto il computer o il telefonino si “impallano”).

 Il problema dell’avvento dell’era digitale è però legato alla questione della soddisfazione e ricchezza di senso di vita in modo più profondo. Per capirlo dobbiamo fare riferimento ad un economista tanto geniale quanto poco valorizzato come Tibor Scitovsky che scriveva negli anni 70 del Novecento della “Joyless economy” l’economia (la società) senza gioia. Scitovsky avvertiva che esistevano al mondo due fondamentali categorie di beni. La prima è quella dei ben di comfort, in genere beni materiali che servono ad alleviare dolore o a soddisfare piaceri momentanei. I beni di comfort hanno utilità decrescente, producono assuefazione e, in caso di abuso, dipendenze. La seconda è quella dei beni di stimolo che sono in genere esperienze che al contrario dei beni di comfort non sono immediatamente accessibili. Non ci basta guardare in una bella giornata di sole le persone sciare su una montagna innevata per poter godere della stessa esperienza. I beni di stimolo richiedono un faticoso e previo allenamento per poter essere “consumati” e quindi un abito costante e virtuoso d’investimento in quelle capacità che ci abilitano a poterli usare. Si tratta di beni culturali, relazionali, spirituali, di pratica sportiva la cui qualità e varietà aumenta con l’aumentare del nostro allenamento. Attingendo ai risultati della psicologia Scitovsky sottolineava come il canale attraverso il quale i beni di stimolo assicurano soddisfazione e ricchezza di senso di vita è la continua varietà di esperienza che essi garantiscono, con una qualità ed una soddisfazione che crescono all’aumentare del nostro allentamento. Per questo motivo tali beni rendono la nostra vita quotidiana interessante ad assorbente, a differenza di quella dominata dalla noia in caso di abuso di beni di comfort, che hanno tra l’altro la proprietà indesiderata di indebolire la nostra capacità d’investimento proprio nei beni di stimolo.

 Collegandosi al progresso tecnologico, oggetto della traccia di maturità, Scitovsky osservava che il suo sviluppo e quello dei mercati era molto più orientato all’aumento di offerta di beni di comfort che di stimolo. In ottica di massimizzazione di profitto conviene infatti vendere il primo tipo di beni che generano dipendenza e dunque domanda meno sensibile al prezzo assicurando maggiori guadagni. Il fenomeno che Scitovsky notava è enormemente aumentato dopo la rivoluzione digitale che ha notevolmente aumentato le opportunità di fruizione dei beni di comfort disponibili in grandissima abbondanza, prezzi spesso nulli ed immediata disponibilità in rete. Un educatore saggio spiegherebbe ai nostri ragazzi che sono i beni di stimolo a fare la fortuna della nostra vita e che il comfort è moderatamente necessario e godibile nel tempo libero evitando abusi Ma i giovani dei nostri tempi incontrano questi educatori in famiglia, a scuola o nelle istituzioni formative?

 I dati su decine di anni e migliaia di cittadini europei confermano che le considerazioni che abbiamo fatto non solo elucubrazioni o fantasie dei filosofi.

 Le persone che investono più nelle esperienze che assicurano i beni di stimolo (attività di volontariato, istruzione, attività sportiva, pratica religiosa) hanno una vita significativamente più soddisfacente e ricca di senso dei loro simili dopo aver controllato per tutti gli altri fattori che di solito incidono (reddito, salute, età, condizione professionale e stato familiare). E l’effetto si determina soprattutto perché i primi dichiarano in misura significativamente maggiore di imparare cose nuove e di essere interessati, assorbiti ed entusiasti della loro vita. I risultati empirici che confermano le ipotesi di Scitovsky sollecitano politiche pubbliche che potremmo sintetizzare sotto il cappello del concetto di life wide learning (che è leggermente diverso da quello del life long learning). Non solo la formazione deve accompagnarci tutta la vita per renderla bella, varia e aumentare la nostra capacità di apprezzare e godere di esperienze e beni culturali. Ma il concetto di formazione deve essere “ampio” includendo esperienze di vita importanti (volontariato, incontro con spiritualità e pratiche religiose, attività sportiva) che ci consentono di allenarci e formarci per poter fruire della bellezza e delle potenzialità della nostra vita in tutte le sue dimensioni.

 

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venerdì 21 maggio 2021

EDUCAZIONE DIGITALE E SALUTE PSICOFISICA


 Social e digitale, 

la salute dei figli

 chiede equilibrio

 

-         di ENRICO LENZI

-          

Educare al digitale inizia dal «saper giocare con i propri figli sin dalla più tenera età». Che significa a sua volta «sapersi divertire con loro e meravigliarsi ogni qual volta mostrano di essere se stessi e non quello che vorremmo fossero». È lo spiazzante consiglio che Federico Tonioni, psicoterapeuta della Fondazione Policlinico Gemelli, ha fornito nell’incontro su 'Educazione al digitale' all’interno del Convegno nazionale promosso dall’Ufficio Cei per la Pastorale della salute la scorsa settimana. Introducendo i lavori, don Paolo Bonini, assistente pastorale alla Cattolica presso il Policlinico Gemelli, aveva sottolineato come si stia osservando da una parte «un certo precocismo, soprattutto sul piano emotivo- affettivo e sessuale» e dall’altra «un senso di rallentamento, che si manifesta in una incapacità a gestire il proprio corpo, a livello della manualità, nelle relazioni e nel saper fantasticare». Un dualismo frutto anche della diffusione dell’uso dei social, ma non solo. Ecco allora l’invito di Tonioni a recuperare come genitori una vera relazione con i figli. «Loro sono nativi digitali – avverte –. A noi adulti spetta accompagnarli, permettere loro di fare esperienza, fidarsi, mettere in campo trattative per giungere a un compromesso che rappresenta un cammino per giungere all’incontro».

Del resto, la pandemia, con l’introduzione della didattica a distanza, ha rappresentato un momento importante per questo cammino comune, come sottolinea Dianora Bardi, docente e formatrice del metodo Imparadigitale. «Non sono mancate criticità – ammette – ma la scuola deve prendere coscienza che indietro non si torna. Una analisi attenta permette di cogliere le potenzialità che l’uso di questi strumenti nella didattica comporta, come ad esempio aver visto sbloccarsi studenti che in classe solitamente si defilano». 

La vera sfida delle nuove tecnologie è per i docenti, «chiamati a rivedere il loro modo di fare lezioni, potenziando anche la interdisciplinarità». E come la scuola, anche parrocchia e pastorale sono chiamate a confrontarsi con questi strumenti, che «per molti mesi sono stati l’unico modo per mantenere i contatti nei gruppi», come ricorda don Mimmo Beneventi, direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della diocesi di Acerenza. «Anche noi dobbiamo studiare bene gli strumenti – aggiunge – per meglio utilizzarli nella costruzione delle nostre comunità». «Spunti su cui dobbiamo aprire una seria riflessione», conclude Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio Cei Educazione-scuola-università.

 

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