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sabato 3 gennaio 2026

IL RITORNO DEL SORRISO


 Quale oggetto sarà al centro delle nostre vite nel nuovo anno? Che cosa va riscoperto? 

Don Antonio Mazzi, 96 anni, fondatore di Exodus, non ha dubbi: «Nel 2026 vorrei che il sorriso fosse riscoperto da tutti, vorrei proprio vederlo tornare, perché in questi anni l’abbiamo perso. 

Non so esattamente perché sia successo, ma so che ognuno deve interrogarsi su come tornare a sorridere»

 

di Anna Spena

 

Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). 

Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)

Don Antonio Mazzi, fondatore della Fondazione Exodus, e uno sguardo sempre aperto sul futuro. Quando gli chiediamo “come va?”, risponde allegro: «Ho 96 anni! Va bene! non mi posso proprio lamentare». 

Don Mazzi dice che in questi giorni ha visto molti presepi, «alcune con statue bellissime», ma più che alla bellezza dobbiamo puntare «al sorriso». Poi aggiunge: «Nel 2026 vorrei che il sorriso fosse riscoperto da tutti, vorrei proprio vederlo tornare, perché in questi anni l’abbiamo perso. Per il sorriso ci vuole anche coraggio, sia chiaro». 

Ma come si recupera il sorriso lui non lo sa. Quello che invece sa, è che «dobbiamo ripartire dal coraggio di farci una domanda: dov’è andato a finire il mio sorriso? Dov’è andato a finire il sorriso della mia casa? Ovviamente ognuno si darà la sua risposta, che non dipende da me». 

«Viviamo in una società che non sorride più: guardando il telegiornale la sera resta addosso un magone infinito. Gli esempi di solidarietà e dolcezza sono rari, mentre ciò che emerge dalle notizie è quasi sempre doloroso. Guardando questa realtà, la prima cosa che sento nel cuore è che abbiamo smesso di sorridere. Non so esattamente perché sia successo, ma so che ognuno deve interrogarsi su come tornare a farlo. Io stesso mi chiedo se non debba cambiare o migliorare il mio atteggiamento; questa potrebbe essere già una risposta. Non mi sento di dare giudizi più severi, ma sento il bisogno di un cambiamento interiore».

E il ritorno del sorriso lo vuole soprattutto per i giovani e le giovani: «Sono loro che devono brillare. La realtà ce ne parla con pochi aggettivi e sempre più esplosiva. Il bullismo, la scuola, la piazza, il branco, le famiglie squinternate, la galera non sono solo titoli, ma luoghi tristi, desolati, nel contempo dentro e fuori dal mondo, primi e ultimi capitoli di storie, sempre cominciate e mai finite. La settimana dopo speri in qualcosa di carino da commentare e invece c’è ancora un nuovo caso caldo, appena compiuto, che ti colpevolizza, se non addirittura ti spaventa. Non puoi non domandarti: “Ma è lo stesso mondo che frequento io? E se è lo stesso mondo, io c’entro o non c’entro?”. La società è un coacervo capace di contenere, più o meno confusamente, il bene e il male, le luci e le tenebre, gli stracci e le magliette dell’Inter, i coltelli e gli abbracci. Inventiamo segnali, sogniamo sentieri nuovi carichi di affetti, di musica, di emozioni che profumano del sudore della tenerezza, della poesia, del vocabolario dei giovani pellegrini che hanno sostituito l’autostop con il silenzio dei boschi e la dolcezza dei tramonti».

VITA 

Immagine


venerdì 18 gennaio 2019

ROGOREDO. EMOZIONI FORTI PER UNA VITA VUOTA

Don Mazzi su Rogoredo: «Questi ragazzi cercano emozioni forti perché la loro vita è vuota»

  «Noi adulti abbiamo fallito perché li abbiamo messi al mondo ma non gli abbiamo dato radici».

Fanno il giro sul web le immagini agghiaccianti di due ragazzi che fumano eroina sulla metro gialla appena saliti alla fermata Rogoredo, alla periferia di Milano. Ragazzi che provenivano dal cosiddetto "Bosco della droga" perché di questo si tratta. Un punto di ritrovo del Nord Est di tutti coloro che consumano eroina. Don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus che effetto le fa?
«Per noi non esiste l’effetto del 13 o del 17 gennaio, è un fenomeno che conosciamo molto bene e si esprime in varie maniere. È esploso e dobbiamo smettere di parlare solo di Rogoredo ma tornare alla vita quotidiana sennò ripetiamo l’errore di Parco Lambro quando la droga da lì poi è andata in Stazione Centrale, per le strade, nelle piazze e nei sottopassi. Questa foto ci impressiona perché sono ragazzi mentre allora erano adulti, gente distrutta e disfatta. Questi sono giovani che hanno tutto a casa, non i disperati di 30 anni fa».
Lei è stato tra i primi a fare un salto a Rogoredo
«Quello che mi ha impressionato due mesi è che ho incontrato un ragazzo di 14 anni che andava a cercare lo spacciatore per prendere l’eroina a tre euro e farsi tutta la cerimonia. Voleva bucarsi, sentire quell’emozione che non gli danno le droghe chimiche di cui si è stufato. “Ed è inutile che ci insegnate che si muore” mi ha detto “lo sappiamo perfettamente e sono fatti nostri”. Aveva bisogno dell’emozione forte. Mi ha spiazzato che un quattordicenne mi tirasse fuori il vecchio rituale della siringa e del sangue perché deve provare lo sballo, visto che le droghe nuove ti mandano fuori di testa ma manca l’emozione forte. Questo mi diceva: “io vado, compro l’eroina, ho già la siringa, vado in un angolo e godo. Questo è il problema».
Che responsabilità abbiamo noi adulti?
«Di aver fatto dimenticare il passato ai nostri ragazzi, non gli dobbiamo insegnare come morivano una volta ma dare radici. Dove abbiamo buttato la cultura del passato? Gli adulti di oggi non hanno trasmesso la storia di ieri. Abbiamo dei ragazzi di 14 anni che non sanno niente di quello che è successo 15 anni fa. Questi sono ragazzi che nascono artificialmente. Invece noi siamo le radici dei nostri ragazzi, non quelle marce, ma quelle della storia anche positiva. Abbiamo tradito i nostri figli e non gli abbiamo dato le radici. Questo ragazzi di 14 anni veniva lì perché voleva emozioni. Punto».
Che risposte abbiamo noi adulti?
«Ieri la parte drammatica del Parco Lambro era drammatica perché drammatica era la vita; oggi il dramma di Rogoredo è che questi ragazzi vanno a cercare il dramma perché la vita è stupida. Quella era la droga che usciva dal dolore, dalla solitudine, dall’ingiustizia questa che esce dal capriccio o dal non sapere cos’è successo ieri. Oggi è l’eroina, domani potrebbe essere il suicidio. Mancano le motivazioni delle emozioni in giovani che non hanno radici, diventano grandi artificialmente attraverso la Tv, la scuola che non è scuola e compagnie che non sono di amici ma di persone con cui passare il tempo. Davanti a quel ragazzo di 14 anni mi sono sentito analfabeta. Spiazzato. Non abbiamo un progetto né strumenti. Perché non gli diamo motivazioni». 

da Famiglia Cristiana