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giovedì 9 gennaio 2025

PARTECIPAZIONE e ASSOCIAZIONISMO


 TANTA VOGLIA 

DI FARE

Cinquant’anni fa, il primo febbraio 1975, Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera pubblicava “Il vuoto del potere”, un pezzo passato alla storia con un altro titolo: “L’articolo delle lucciole” (come venne ribattezzato sul volume Scritti Corsari, pubblicato lo stesso anno). Si tratta di rappresentazione magistrale del passaggio da un’epoca (quella di una società ancorata a un conservatorismo paleocapitalista, talvolta reazionario, a trazione democristiana) verso una fase inedita di un capitalismo nuovo che doveva fare i conti con il movimento operaio e le sue rappresentanze. Un processo che stava avvenendo senza che la classe dirigente ne avesse contezza e ne capisse le dinamiche. La scomparsa delle lucciole coincide quindi con un mutamento radicale. Il vuoto del potere, cui il titolo originale dell’articolo si riferisce rimanda appunto alla completa inconsapevolezza del regime politico dominante di un tale cambiamento e quindi alla completa incomprensione del Paese e della società.

Oggi quella divaricazione fra processi sociali e capacità di governo risulta forse ancora più clamorosa di allora, amplificata dai nuovi strumenti di comunicazioni digitali. Mai prima d’ora era emersa una distanza tanto larga fra il desiderio di una dimensione collettiva autentica e l’individualizzazione forzata delle nostre vite di consumatori.

I dati sulla partecipazione elettorale sono lì a dimostrarlo: in Emilia Romagna, una delle regioni con tassi di civismo più elevati in Italia, ha partecipato al voto il 45% degli aventi diritto. Il 55% ha considerato ininfluente esprimere una scelta. Percentuale che sale al 70% fra chi ritiene di vivere una condizione economica di difficoltà. Elezione dopo elezione, la partecipazione elettorale è in picchiata. E la cosa non sembra preoccupare i politici. Torneremo alle democrazie dell’Ottocento fondate sul censo e la ricchezza che funzionavano sulla base di poche migliaia di persone? Non sarà così.

Dentro il vuoto di potere del Pasolini di 50 anni fa si sta aprendo un varco una generazione di cittadini attivi che sta ritessendo reti di identità collettive solide e generative, capaci di interpretare l’interesse generale a partire dalla propria comunità.

 I soggetti impegnati sono tanti. E soprattutto sono in crescita. Lo racconta il decimo rapporto Iref-Acli sull’associazionismo sociale dato alle stampe poche settimane fa.

Sostengono i curatori (Cristiano Caltabiano, Tommaso Vitale e Gianfranco Zucca) sulla base anche di un’analisi sul campo condotta in quattro grandi città, Milano, Firenze, Roma e Napoli: «In Italia, la partecipazione associativa appare in diminuzione, e anche la partecipazione multi-associativa è ridotta. Tuttavia, il fenomeno non indica una crisi dell’impegno, ma una sua trasformazione. 

Molte associazioni si concentrano ora sulla coproduzione, rendendo i beneficiari protagonisti consapevoli e attivi. L’associazionismo è così una scuola di formazione civica, creando spazi di partecipazione anche per le classi popolari che trovano così modo di confrontarsi e impegnarsi per la cosa pubblica». E di seguito: «L’impegno associativo risulta sempre più orientato verso il riconoscimento reciproco: gli attivisti, infatti, non cercano solo di incidere sulle politiche, ma considerano prioritario il giudizio e il feedback della comunità in cui operano. Empiricamente l’indagine conferma l’ipotesi che aveva fatto Filippo Barbera in Piazze Vuote di una “reciprocità dissonante”, in cui i volontari dedicano tempo e risorse per costruire un rapporto paritario con le persone che aggregano, valorizzandone il ruolo e incoraggiando la partecipazione attiva. In questo modo, il volontariato non è un’azione a senso unico ma sempre più una collaborazione». Nella scuola, nei centri di salute mentale, nelle reti dell’organizzazione dei lavoratori della cultura, affiorano dunque importantissimi segnali di rinnovo e cambiamento.

L’associazionismo oggi in Italia rappresenta un potente contromovimento di demercificazione sociale. Un movimento che la società dei consumi con i suoi schemi comunicativi (il Natale è un successo, se i consumi voluttuari sono maggiori dell’anno precedente) non è in grado di leggere. Ci sono sempre più persone, spesso giovani, a cui non basta poter contare su un reddito per soddisfare i propri desideri materiali, ma cerca comunanza, riconoscimento, convivialità e persino partecipazione politica (che però difficilmente diventa partitica).

Simone Cerlini (uno dei contributors di vita.it), grande esperto del mercato del lavoro nota come in Italia stia nascendo «una nuova antropologia positiva, fondata sulla natura collaborativa di uomini e donne; una nuova economia, che valorizzi la missione verso il bene comune dell’impresa; una nuova idea di valore che supera una mera quantificazione monetaria; una nuova idea di lavoro che ne mette in luce la funzione di risposta ai bisogni degli altri, che ne riconosce l’utilità al consorzio umano, come diceva Primo Levi; una nuova idea di fine collettivo, che promuove la lotta alle diseguaglianze e la tutela del pianeta. Infine, forse, finalmente, una nuova idea di comunità, talmente tanto vasta da abbracciare le generazioni future. Si intuiscono i primi vagiti di questa creatura nuova: da più parti nascono proposte per una fiscalità più giusta, che possa tassare i grandi patrimoni, che ripensi le tasse di successione e premi il lavoro sulle rendite. Si scorgono barbagli di una nuova sensibilità nelle nuove generazioni per l’attivismo civico e climatico, per la coerenza valoriale con le aziende presso cui si lavora, per un consumo sostenibile e per un fare impresa inclusivo. C’è un disperato bisogno di senso». Un attivismo che merita di essere riconosciuto e raccontato.

VITA


 

sabato 21 marzo 2020

GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL'IMPEGNO


21 marzo “Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie” Il 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.



domenica 18 marzo 2018

FACCIAMO FESTA PER LA SCUOLA DELL'INFANZIA!

18 MARZO 1968
NASCE LA SCUOLA MATERNA STATALE! 

    La scuola dell'infanzia compie 50 anni! 
    Il suo avvio come scuola "statale" è stato preceduto da benemerite iniziative ( giardini d'infanzia, asili infantili, ecc.) gestiti  da persone di buona volontà, da enti religiosi e da altri enti.
      L'articolo 1 delle Legge istitutiva (n. 444) precisa che  "Detta scuola si propone fini di educazione, di sviluppo della personalità infantile, di assistenza e di preparazione alla frequenza della scuola dell'obbligo, integrando l'opera della famiglia". 
Gli Orientamenti del 1969 ne delineano gli aspetti culturali, pedagogico-didattici ed organizzativi.
       Gli Orientamenti del 1991 evidenziano con chiarezza che "la scuola dell'infanzia concorre, nell'ambito del sistema scolastico, a promuovere la formazione integrale della personalità dei bambini dai tre ai sei anni di età, nella prospettiva della formazione di soggetti liberi, responsabili ed attivamente partecipi alla vita della comunità locale, nazionale ed internazionale.
Essa persegue sia l'acquisizione di capacità e di competenze di tipo comunicativo, espressivo, logico ed operativo, sia una equilibrata maturazione ed organizzazione delle componenti cognitive, affettive, sociali e morali della personalità apportando con questo il suo specifico contributo alla realizzazione della uguaglianza delle opportunità educative".
        La Legge 53 del 2003 precisa che  "il sistema educativo di istruzione e di formazione si articola nella scuola dell'infanzia, in un primo ciclo che comprende la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, e in un secondo ciclo che comprende il sistema dei licei ed il sistema dell'istruzione e della formazione professionale; e) la scuola dell'infanzia, di durata triennale, concorre all'educazione e allo sviluppo affettivo, psicomotorio, cognitivo, morale, religioso e sociale delle bambine e dei bambini promuovendone le potenzialità di relazione, autonomia, creatività, apprendimento, e ad assicurare un'effettiva eguaglianza delle opportunità educative; nel rispetto della primaria responsabilità educativa dei genitori, essa contribuisce alla formazione integrale delle bambine e dei bambini e, nella sua autonomia e unitarietà didattica e pedagogica, realizza la continuità educativa con il complesso dei servizi all'infanzia e con la scuola primaria".
        Con la L.53 del 2003 la denominazione cambia da “scuola materna” a “scuola dell’infanzia”,  luogo educativo dove il bambino viene seguito passo per passo dal docente per sviluppare a pieno le sue abilità cognitive, affettive e sociali.
      Le Indicazioni Nazionali del 2012 così caratterizzano la scuola dell'infanzia: "La scuola dell’infanzia, statale e paritaria, si rivolge a tutte le bambine e i bambini dai tre ai sei anni di età ed è la risposta al loro diritto all'educazione e alla cura, in coerenza con i principi di pluralismo culturale ed istituzionale presenti nella Costituzione della Repubblica, nella Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e nei documenti dell’Unione Europea.
Essa si pone la finalità di promuovere nei bambini lo sviluppo dell’identità, dell’autonomia, della competenza e li avvia alla cittadinanza". 
          E' stato un lungo cammino, partito da esigenze meramente assistenziali, ma consolidatosi nella visione di una scuola con chiare finalità educative e culturali. Un cammino supportato da una forte attenzione alle esigenze educative dell'infanzia, dalla volontà di garantire pari opportunità a tutti, dalla coscienza del fondamentale e basilare valore degli apprendimenti della prima infanzia.  
          Ora il progetto 0-6 anni pone nuove interessanti sfide a tutti coloro (istituzioni, associazioni, personale scolastico, famiglie ...) che sono impegnati nell'educazione dei bambini, ma anche alle scuole e agli enti locali che sono chiamati ad interagire per fornire a tutti i bambini un servizio di qualità e "in continuità" orizzontale e verticale per porre le basi a un percorso che favorisca la piena maturazione di ogni persona e il responsabile esercizio della cittadinanza.
L'identità pedagogica della scuola dell'infanzia, oggi chiamata a confrontarsi anche con la prospettiva "zero-sei", può aiutare la scuola di base (3-14 anni) ad affrontare con fiducia e convinzione i compiti formativi a cui è chiamata dalle nuove condizioni sociali e culturali. 
          La ricorrenza odierna è una grande festa anche per l’AIMC, associazione professionale che, sin dalla sua fondazione  (1945), ha avuto particolare attenzione per la scuola dei più piccoli, prima scuola ove si sviluppano apprendimenti e abilità fondamentali per la crescita della persona.
l'AIMC ha sempre agito perche la "scuola dei più piccoli" fosse considerata vera scuola, non spazio meramente assistenziale!
      Perciò, l’AIMC è stata protagonista del cammino della scuola dell’infanzia, sia nell’ambito normativo, sia nella formazione continua delle insegnanti, sia nella definizioni dei curricoli.
Ha difeso (e continua a difendere) la qualità e la specificità della scuola dell’infanzia e il significativo ruolo svolto da chi vi opera.
In questo primo cinquantennio la scuola dell’infanzia (non solo quella statale) – per la qualità della sua azione educativa – è stata riconosciuta ed apprezzata non solo a livello nazionale, ma europeo e mondiale.
Scuola dell’infanzia, non piccola scuola "infantile", ma scuola prima e basilare, di esempio per tutti i successivi  "segmenti"  del percorso scolastico, con i quali agisce in continuità.

Buon cammino verso il futuro e un vivo grazie agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, a tutti coloro che hanno curato (e curano) la qualità del servizio reso dalla scuola dell'infanzia.

martedì 18 luglio 2017

PAOLO BORSELLINO: UN MAESTRO DI VITA

                     La lezione semplice di Borsellino: 

                                fare il proprio dovere

Nel libro di Alessandra Turrisi, “L’uomo giusto”,
 il ritratto inedito del giudice ucciso a Palermo dalla mafia, il 19 luglio 1992 
Il racconto delle persone a lui più care:
 «Non fu un eroe, ma un esempio per tutti»

              «Chissà se il buon Dio perdonerà Palermo », canta, come una preghiera, Carmen Consoli in un brano dedicato all’Esercito silente di una Palermo «baciata da sole e mare», che fa i conti con «antichi rancori e ferite aperte » e che ogni giorno lotta per il riscatto: rispetto al passato insanguinato e al presente di chi non vuole che la città cambi. Contro chi crede che basti decapitare una statua di Giovanni Falcone davanti alla scuola a lui intitolata allo Zen o bruciare la foto simbolo in cui Falcone e Borsellino sono insieme sorridenti, per cancellare la sfida nuova di Palermo, quella di «Giovanni e Paolo, ancora vivi» e il loro esempio di «compiere il proprio dovere», fino in fondo. È il messaggio che emerge con forza, ma con un tono mite, senza sensazionalismi, dal libro di Alessandra Turrisi, Paolo Borsellino, l’uomo giusto (San Paolo, pagine 120, euro 15,00), in cui la giornalista, collaboratrice di Avvenire, ripercorre la figura esemplare del magistrato siciliano ucciso dalla mafia – il 19 luglio 1992, nella strage di via D’Amelio – attraverso le voci delle sue amicizie più intime, i racconti di chi lo ha conosciuto più da vicino, che in maniera semplice e profonda scavano nella memoria dei giorni trascorsi con Paolo. 
        C’è il ricordo appassionato di Diego Cavaliero (oggi giudice alla Corte d’Appello di Salerno), uditore giudiziario quando Borsellino era procuratore a Marsala, con cui costruirà una salda amicizia durata tutta la vita: il 12 luglio del 1992 Borsellino era da lui in Campania per fare da padrino di battesimo al figlio Massimo: «Ma non è Paolo quello che ho di fronte, è completamente diverso ».              C’è il cardiologo Pietro Di Pasquale che ripercorre minuto per minuto quella domenica surreale. C’è il barbiere Paolino Biondo, da cui andava ogni quindici giorni: «Paulì, me li tagli i capelli?». C’è don Cesare Rattoballi, parroco dell’Annunciazione del Signore, che raccoglie le sue ultime confessioni: «Ora tocca a me». C’è la sua famiglia – la moglie Agnese, i figli Lucia, Fiammetta e Manfredi – ma sempre sullo sfondo. Ci sono i superstiti, i “miracolati” di chi doveva essere lì e per fortuna non c’era.
               Quello che ci offre la Turrisi è un affresco inedito ed emozionante non di un eroe, ma di un uomo con un «sorriso di accoglienza» e una «risata contagiosa», severo ma «giusto », di grande fede, che «quando va in Chiesa, entra in ginocchio ed esce in ginocchio», «un padre, con tutte le sue debolezze, un figlio fino alla fine vicino alla madre». Un magistrato che «ha voluto compiere fino in fondo il proprio dovere», senza compromessi, ecco. «Accettando il rischio», qualunque siano – è lui che parla – «le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio. E vorrei dire, anche di come lo faccio». Senza lasciarsi «condizionare dalla sensazione o dalla certezza che tutto questo può costarci caro». Parole pronunciate venti giorni dopo l’uccisione di Falcone, quando sapeva bene che il prossimo sarebbe stato lui. Il suo testamento morale, divenuto patrimonio di tutti, è in quel discorso al termine della marcia organizzata dall’Agesci in ricordo dell’amico Giovanni, nella chiesa di San Domenico, il 20 giugno 1992: «La lotta alla mafia non doveva essere soltanto un’opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità».           
            Come? «Facendo il nostro dovere, rispettando le leggi. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo!».
           Il 19 luglio 1992, alle 16.58, una Fiat 126 imbottita di tritolo, viene fatta esplodere in via D’Amelio. Non c’è scampo per il giudice Borsellino e per cinque agenti di scorta, i suoi “angeli custodi”. «Quel pomeriggio – scrive Turrisi – un cazzotto nello stomaco colpisce i palermitani e non solo». Ma Palermo non sarà più la stessa. Dopo 25 anni «Paolo e Giovanni sono ancora vivi». E chissà se il «buon Dio perdonerà Palermo».
Giuseppe Matarazzo
Da Avvenire

mercoledì 26 ottobre 2016

ZUCCHE O SANTI?

ALLA VIGILIA

 DI

OGNISSANTI

Ogni anno negli ultimi giorni ottobre si riapre il dibattito sull'opportunità o meno di dare libero sfogo ai "festeggiamenti" di Halloween, una ricorrenza di nordiche e lontane origini, legata al capodanno celtico. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende. I Celti credevano  che la ricorrenza chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra. La paura della morte e degli spiriti si univa all'allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.
Oggi la ricorrenza di Halloween è divenuta un fatto commerciale, condito da  macabri travestimenti  carnevaleschi, da più o meno simpatici scherzi, da discutibili rituali o da rave, talora  da alienazioni varie e, finanche,  da qualche rito satanico.
La festa cristiana di tutti i santi, legata alla ricorrenza dei defunti del giorno successivo, è ben lontana dalla concezione celtica. Non è la paura della morte e degli spiriti che la anima, ma il grato ricordo dei defunti e, in particolare, di coloro che hanno lasciato dietro di loro una luminosa traccia di santità e che, perciò, godono della gloria del Paradiso. Il morto non è uno scheletro vagante o un pauroso fantasma o un terrificante  zombi, ma un essere amico e fratello che addita ai cristiani (e non solo) la felicità eterna e, grazie alle buone azioni compiute nel suo terreno cammino, ci è di esempio.
 Il giorno di Ognissanti, perciò, è giorno della festa della santità (termine religioso e laico, nel contempo), una festa da preparare mettendo in evidenza i percorsi del bene e la gioia ad essi connessa.  Non è un discorso da sacrestia, ma anche civico e laico.
I santi sono tali non solo per la fede che hanno avuto; la fede ha motivato, vivificato e rinvigorito  la buona vita vissuta, il generoso  servizio alla comunità. L’impegno dei santi è sempre stato non solo spirituale ma anche civico. La loro  presenza è stata ed è una preziosa ed insostituibile risorsa per il progresso culturale, spirituale ed anche materiale di ogni popolo.
La scuola, luogo di cultura, non può trascurare questo aspetto. La conoscenza dei fatti e dei fenomeni religiosi fa parte del suo curricolo. Educare alla cittadinanza, infatti, è far conoscere ed apprezzare i testimoni del bene perché siano di esempio e di stimolo al nostro cammino terreno.  
Cosa fare? Ogni comunità scolastica e ogni insegnante troverà le vie più opportune, non solo a fine ottobre. Un modesto  esempio: si potrebbe cogliere l’occasione per fare preparare delle schede su alcuni santi, evidenziando le principali caratteristiche del loro impegno e le tracce che hanno lasciato; preparare una rappresentazione o un video, incontrare testimoni o esperti; visitare luoghi legati alla vita di un santo; oppure .....
Talora, purtroppo, ci si sofferma principalmente sui cosiddetti grandi (talora conquistatori e guerrafondai) trascurando quei grandi che, senza far troppo rumore, hanno costruito percorsi di pace e di vero progresso umano e sociale.
Di là dell’opportunità o meno di vivere e far vivere l’ormai consueto “gioco” di Halloween (che potrebbe dare anche  possibilità espressive, di buon gusto) siamo chiamati a orientare i ragazzi a comprendere i significati della ricorrenza di Halloween e delle festività religiose dei santi e dei defunti, a riscoprire e valorizzare le tradizioni locali e le caratteristiche virtuose di coloro che sono materialmente morti, ma che continuano a vivere nell'aldilà, un aldilà di felicità e non di terrore.
E’ opportuno ricordare che ci sono tradizioni fisse, ferme nella memoria e nei cuori delle persone, e ci sono tradizioni in evoluzione e migrazione, accolte con entusiasmo e a volte passione. L’unione di vecchio e nuovo spesso genera confusione, se non adeguatamente orientato ed accompagnato.
… e la zucca? Si, se serve per fare un po’ di sano schiamazzo e di buona allegria. Meglio adoperarla per preparare gustosi piatti da condividere con gli amici.
 In ogni caso prestare adeguata attenzione per non far crescere “zucche vuote o marce”.

 Giovanni Perrone


        OGNISSANTI E LE FESTE CRISTIANE

lunedì 8 febbraio 2016

GLI SCOUTS E LE SCUOLE - Il protocollo di Intesa per il triennio

"COMPETENTI E RESPONSABILI CON LA COLLABORAZIONE DELL'AGESCI"


E' stato firmato stamattina il Protocollo d'Intesa tra Ministero Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) e l'AGESCI (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani.
Il Protocollo, nel riconoscere la pregevole attività svolta coi protocolli precedenti, individua le priorità d'intervento:
il MIUR e l'AGESCI ,nel quadro delle rispettive competenze e nel rispetto dei principi di autonomia scolastica e delle scelte delle singole Istituzioni scolastiche in tema di Piano dell'offerta formativa, con il presente Protocollo d'intesa si impegnano ad identificare possibili aree di progetto per sviluppare forme di collaborazione tra Istituzioni scolastiche e AGESCI”.

“ ……la collaborazione si realizzerà nell'ambito delle tematiche espressamente previste nel presente Protocollo d'intesa.
In particolare, il MIUR e l'AGESCI individueranno programmi ed azioni, nei campi di comune interesse, connessi con l'oggetto del presente Protocollo d'intesa, definendo le seguenti attività di intervento:
1.  prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica attraverso la valorizzazione dei  
talenti individuali dei ragazzi;
2.      promozione dell'esercizio della cittadinanza attiva attraverso le modalità proprie del metodo scout;
3.      utilizzo delle  strutture  e  dei  materiali  presenti  nelle basi nazionali  dell'AGESCI  per un
concreto esercizio della manualità e della sperimentazione delle tecniche scout tese al potenziamento  dell'asse pensiero-azione.
Per  la realizzazione  delle  iniziative  l'AGESCI  si avvarrà  delle  sue  strutture  associative  periferiche che potranno rapportarsi con gli Uffici Scolastici Regionali e con le singole Istituzioni scolastiche presenti nel proprio territorio per pianificare, nel rispetto dell'autonomia  organizzativa  e didattica, le forme di collaborazione ed i successivi interventi.
Il MIUR si impegna a:
a)     dare comunicazione dei contenuti del presente Protocollo d'intesa agli Uffici Scolastici Regionali e per il loro tramite alle Istituzioni scolastiche, alle Consulte Provinciali degli studenti, al Forum nazionale delle Associazioni studentesche, al Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola;
b)    sostenere e diffondere le attività di cui all'Art.2 nel prossimo triennio, a seguito della realizzazione delle finalità previste nel presente Protocollo d'intesa attraverso periodici controlli sul grado di raggiungimento  delle finalità  e degli effetti prodotti.
e)  pubblicizzare,  promuovere  e diffondere  nelle Scuole  le attività  proposte dalle  Parti ……” 


Nella foto locandina del 1998