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lunedì 5 gennaio 2026

UN TEMPO SCUOLA CHE FUNZIONA

 


La scuola di Palermo 

in cui le lezioni 

durano 50 minuti, 

non si fanno scrutini, 

non si danno voti 

se non a giugno. 



“Diminuite le assenze e azzerata la dispersione”.

 

INTERVISTA di Vincenzo Brancatisano

Non è una scuola senza voti, è una scuola addirittura senza scrutini intermedi. I voti? Solo a giugno. Ma non è finita. Le lezioni durano non sessanta minuti ma cinquanta e sembra che le innovazioni, dati alla mano, funzionino a meraviglia, forti dell’approvazione all’unanimità di Collegio dei docenti e Consiglio d’Istituto, come ci riferisce in questa intervista Giusto Catania, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Saladino” di Palermo, dove avviene questa rivoluzione.

Risultato?

Il tempo scuola non è diminuito ma anzi è aumentato, grazie a degli stratagemmi organizzativi, sono diminuite le assenze e le uscite anticipate degli alunni, è aumentato il senso di benessere, è stato portato a zero il tasso di dispersione scolastica. E questo non è poco, per una scuola del CEP di Palermo, che ha solo questa scuola come presidio dello Stato, in assenza di stazione dei Carabinieri, ospedale, delegazione comunale, ma che vanta la presenza di una sempre attiva criminalità “con la quale siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali”, ci spiega il preside Catania.

Che ci chiederà poi di precisare: “Non la chiami scuola del CEP, la nostra è la scuola dal CEP”. Perché, precisa lui “noi partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo”. Come dimostra anche il fatto che ora la stragrande maggioranza degli alunni che escono da questa scuola media si iscrive ai licei e non più in massa ai corsi della formazione professionale, segno di una ritrovata autostima sociale di tanti studenti e di una rivincita delle famiglie del CEP, un orgoglio per lo stesso quartiere popolare di Palermo e per questa scuola, intitolata nel 2013 per volontà del preside, a Giuliana Saladino, la giornalista, scrittrice e politica palermitana morta per un tumore nel 1999 all’età di 73 anni.

Ma l’attenzione di Catania è rivolta sempre verso gli alunni e verso la loro dignità di preadolescenti dell’era digitale: “Li ascolto ogni giorno – segnala – e non è vero che sono come li descrivono, sanno tante cose, molte di più di quelle che sapevamo noi alla loro età. Probabilmente non sanno mettere in connessione le cose che sanno e infatti il tema è quello di costruire non delle teste ben piene ma delle teste teste ben fatte che possano mettere in connessione le cose che sanno”.

Preside Giusto Catania, adesso ci deve spiegare come passa, tutto questo successo, dall’articolazione dell’orario e dall’abolizione degli scrutini. Perché le ore sono di 50 minuti?

L’esigenza è duplice c’è un’esigenza di natura didattica e una di natura organizzativa

La prima

È fondamentale lavorare sull’interdisciplinarità. Il sapere è unitario, la divisione tra discipline è arbitraria, ci sono evidenti interazioni tra le varie discipline, potremmo stare qui a elencarle. Allora abbiamo pensato che fosse più utile intrecciare le discipline e per questa ragione abbiamo ritenuto che il modo più efficace sarebbe stato quello di avere almeno due docenti in compresenza in una stessa classe.

Veniamo alla seconda esigenza

La seconda è di natura organizzativa. Noi ci troviamo in una fase in cui, per un’imposizione del governo, è ora più difficile chiamare un supplente per coprire un’assenza del docente, se non a certe condizioni. E siccome pensiamo che non si possa privare l’alunno dell’attività didattica solo perché ci sono difficoltà economiche ed esigenze di risparmio allora l’organizzazione per compresenze ci aiuta a evitare di avere la classe scoperta. Organizzare in compresenza significa garantire che ci sia sempre un docente in classe evitando di dividere o di accorpare le classi. Ma questa è solo la parte secondaria: il tema è per noi tutto didattico e fa il paio con tutto il resto. La storia dei 50 minuti si spiega all’interno di un discorso più ampio e complessivo. E sull’innovazione.

Per esempio?

Per esempio abbiamo le aule tematiche. Non c’è l’aula della classe 1B o della classe 2C, tanto per dire. Le classi ruotano per aree tematiche e gli ambienti di apprendimento diventano uno spazio educativo dove anche il movimento è un pezzo dalla didattica, tra una lezione e l’altra gli alunni si spostano.

Se le ore diventano di 50 minuti non si rischia di togliere tempo alla lezione?

No, perché l’orario delle discipline è stato organizzato su due ore consecutive da 50 minuti, quindi diventa un’attività di 100 minuti e non di 50. L’operazione è quella. È un percorso che si costruisce nei vari Consigli di classe, dalla primaria alla secondaria di primo grado. Si costruiscono più presenze in classe e per fare questo c’è la necessità di organizzare l’orario su lezioni da 50 minuti in modo che le ore vengano gestite con le compresenze. L’investimento è stato fatto su tutte le classi, dalla primaria fino alla terza della secondaria di primo grado, per abituare gli alunni fin da subito.

Però non è matematicamente semplice garantire sempre due ore consecutive nella struttura dell’orario annuale.

Ci stiamo riuscendo. E questo vale per le medie, per la primaria è molto più facile.

Cosa risponde a chi dice che così si perde tempo scuola?

È esattamente il contrario.

Addirittura

Si guadagna tempo scuola, non si perde, è tutto il contrario. I docenti recuperano il tempo con le compresenze.

Sì, ma lo perdono gli alunni

No. ed è qui il punto. Vede, abbiamo fatto un calcolo e da questo calcolo emerge che guadagniamo ore di attività didattica. Noi avevamo una tendenza per cui il tempo scuola per alcuni ragazzi si riduceva: visto il contesto sociale in cui vivono, registravamo molte uscite anticipate specie da parte dei ragazzi BES che non riuscivano a reggere il tempo scuola e questo soprattutto all’inizio del percorso scolastico.

Questo non avviene più?

No. Abbiamo eliminato questa tendenza, non abbiamo più quel tipo di richiesta perché la nuova didattica favorisce gli alunni grazie allo spostamento da un’aula tematica all’altra che azzera la riduzione di tempo scuola, perché non c’è più la richiesta di uscita anticipata. Inoltre, negli altri anni capitava durante la settimana di non riuscire a sostituire il docente e quindi si doveva spesso dividere la classe o chiamare le famiglie perché venissero a ritirare l’alunno, cosa che non avviene più, grazie alla compresenza. Tutto questo ha portato all’allungamento del tempo della didattica: abbiamo migliorato non solo la qualità della didattica ma anche il tempo scuola, che così si è allungato.

Cade dunque la critica sulla perdita di tempo scuola: vogliamo i dati.

Certo, e per noi è facilmente dimostrabile. L’anno scorso abbiamo perso 107 ore di scuola per le medie e 108 per la primaria. Quest’anno non abbiamo perso neppure un’ora. C’è un abbattimento radicale della riduzione del tempo scuola e anzi ne guadagniamo di gran lunga.

Le novità organizzative sono frutto di una decisione sofferta? I docenti l’hanno subita o si sono mostrati d’accordo.?

Non è stata una decisione sofferta, tutt’altro. È stata approvata dagli organi collegiali con una discussione che ha impegnato tre riunioni del Collegio dei docenti. Su questa cosa abbiamo poi coinvolto il Consiglio d’Istituto che ha apprezzato l’innovazione introdotta. È stata una bella discussione e infine un’approvazione all’unanimità, e mi consenta di aggiungere che non si tratta di mero unanimismo poiché c’è stata la necessità di una discussione seria, con simulazioni, numeri e dati che sono frutto di elaborazioni statistiche. È stata davvero una bellissima discussione, son ben contento quando in Collegio gli insegnanti si confrontano.

Con questa impostazione gli alunni tornano a casa prima?

Escono 25 minuti prima. Ma in realtà la stragrande maggioranza degli alunni rimane a scuola per svolgere le attività extrascolastiche che iniziano alle 14. Abbiamo diversi laboratori, tra cui quelli di inglese e di scienze. Abbiamo attivato quattro percorsi con il Piano estate. C’è il laboratorio di musica, quello di robotica, un altro laboratorio per la scuola primaria e fra un po’ quello di fotografia. Da questo mese di gennaio partiranno progetti inerenti danza, teatro, arti marziali. Le scuole sono aperte tutto il pomeriggio: gli alunni escono prima ma mangiano qui poiché per alcuni progetti PNRR è prevista la mensa.

Non si tratta di attività obbligatorie, i ragazzi partecipano?

Sebbene non siano obbligatorie c’è un’altissima adesione e una lodevole reattività a questi progetti perché sono attività stimolanti. In un quartiere come il nostro è molto importante avere ragazzi che passano più tempo a scuola, grazie ad attività finanziate con il PNRR. Siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano con la criminalità e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali che esistono, aumentare il tempo scuola è una missione altrettanto importante del fare scuola al mattino e gli alunni lo hanno percepito tanto che partecipano in massa”.

È vero che avete una sala cinema e che vi sono arrivate in dono le poltroncine da un cinema di Viareggio?

Con le risorse che abbiamo siamo riusciti a migliorare gli ambienti e abbiamo un campetto esterno, una sala teatro e siamo una delle pochissime scuole dotate di una sala cinema con 50 posti. Un cinema di Viareggio ci ha regalato le poltroncine grazie all’intermediazioni di Anec, l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, che è venuta a vedere la nostra scuola, che è scuola capofila delle Giornate nazionali cinema per la scuola. Noi in questi anni abbiamo investito molto sulla didattica attraverso il cinema e abbiamo avuto una buona partecipazione dal quartiere, dalle mamme, dai papà, dai nonni. Abbiamo investito molto sul cinema come strumento didattico. Con i finanziamenti SIAE abbiamo condotto la rassegna intitolata “Dalla strada al mito” che è stata l’occasione di far vedere dei documentari fatti dai nostri ragazzi.

Ma le poltroncine?

Quando il direttore generale di Anec è venuto qui e ha visto tutto questo, ha detto: vi manca una sola cosa: le poltroncine. Non vi preoccupate, ve le farò avere io. Avevamo delle sedie, certo, ora abbiamo le poltroncine di questo nostro cinema. E sa a chi è intitolato? A Vito Mercadante, un preside di scuole difficili e periferiche che ha investito molto sul tema della lotta alla mafia.

Va bene tutto, ma che cosa risponde ai tanti insegnanti che leggeranno questa intervista e che ironizzeranno sul fatto che “nelle scuole ormai si fanno tante attività e ci si dimentica della vera scuola”, tanto per intenderci “quella di una volta”?

Chi dice questo è rimasto fermo alla scuola gentiliana in cui la lezione frontale era l’unica modalità e dimostra di non conoscere i ragazzi di oggi, i quali acquisiscono capacità di apprendimento diverse da quelle che avevamo noi. È cambiato il modo di apprendere, le innovazioni hanno cambiato le modalità di acquisizione. L’Internet ha cambiato il mondo e noi vogliamo fare didattica come si faceva una volta? È cambiato il modo di apprendere di noi adulti, figuriamoci i ragazzi che non hanno conosciuto il prima.

Pensi a noi adulti impegnati in una lettura: prima leggevamo serenamente un libro, ora dopo dieci minuti arriva un messaggio su Whatsapp, e quando serve invece di usare un dizionario, come si faceva un tempo, si va su Google, al che spesso ci si disperde su altre pagine web, figurarsi i ragazzi, che non hanno conosciuto il mondo di prima. E noi pensiamo che la lezione frontale, tanto per dire, possa ancora essere l’unica modalità possibile?La scuola non può essere lontana dalla realtà. Ci sono cent’anni di pedagogia che ci dicono che si apprende meglio partendo dalla realtà e noi stiamo ancora a discutere se questa pedagogia funzioni o meno.

E, secondo lei, funziona?

La verità è che la pedagogia degli ultimi cent’anni ani è stata disapplicata completamente. Continuiamo a pensare al modello gentiliano che divide le discipline tra quelle alte e quelle basse, alla scuola che ritiene che sia più importante parlare e scrivere che conoscere la musica o saper disegnare, alla scuola che ancora pensa che esista una sola intelligenza e non le intelligenze multiple, alla scuola che non sa coltivare talenti. Le indicazioni nazionali parlano di sviluppo del pensiero critico da favorire: ma come lo favoriamo? Riempendo i ragazzi di nozioni?

Edgar Morin parlava di testa ben fatta in contrapposizione alla testa ben piena e noi lavoriamo affinché i nostri alunni abbiano una testa ben fatta e non piena di nozioni, la vera scuola è questa.

Chi si ostina a pensare che tenere ragazzi per sei ore consecutive immobili e in silenzio è sicuro che questo sia il modello migliore? Samo sicuri che sia il modello che vogliamo? Siamo sicuri che un ragazzo che in classe neanche non si sente sia bravo? Lo vogliamo così? Chi dice questo non conosce più la scuola e infatti il dibattito pubblico sulla scuola è spesso alimentato da persone che la conoscono perché l’hanno frequentata da studenti. Ormai si sentono tutti autorizzati a parlare di scuola perché tutti hanno almeno per un anno frequentato la scuola, in realtà non hanno idea di come siano cambiate la scuola e la modalità di apprendimento e hanno un’immagine dei giovani negativa, di giovani sdraiati, che non sanno fare niente.

E invece?

Invece oggi la quantità di cose che sanno i giovani è di gran lunga più grande della quantità di ciò che sapevamo noi. Infatti non capiamo quello che dicono. Io ascolto gli alunni e posso dire che non è vero che sono come li descrivono: sanno tante cose anche se spesso non sanno mettere in connessione le cose che sanno. E infatti il tema è proprio quello di non creare delle teste ben piene ma semmai di costruire delle teste ben fatte che siano in grado di mettere in connessione le cose che sanno.

Per fortuna la scuola è diventata più inclusiva e accogliente: tutti parlano di alunni come una massa informe. Ma pensi alla composizione delle classi con alunni BES, alcuni con disagio sociale o ambientale o culturale: chi pensi di dare a tutti la stessa cosa è fuori dal mondo, questa nostra modalità di guardare l’individuo consente di dare a ciascuno quello che è utile.

Sono cent’anni che la pedagogia ci dice che il primo ambiente di apprendimento è quello che vivi, è il rapporto tra pari, e noi continuiamo a pensare che l’unico strumento sia l’insegnante che parla agli alunni e gli alunni che ascoltano l’insegnante per ore: l’apprendimento cooperativo è storico e invece lo facciamo passare come modello nuovo. Le isole per i lavori di gruppo? Ma meno male che ci sono.

Però alla fine i ragazzi si scontreranno con la realtà dei semestri filtro e dei test d’accesso…

Peccato che la selezione si faccia poi con le crocette. La nostra non è una modalità lassista. Il tema è come apprendere. Io penso che uno studente che ha una capacità mentale di mettere in connessione gli argomenti sia più bravo di uno che sa solo l’anatomia, tanto per dire. La contraddizione semmai è un’altra e cioè che per accedere a Medicina si debba fare un test con le crocette su domande a risposta multipla. In un momento come questo in cui servono i medici si rende tutto così difficile? Ma meno male che abbiamo importato i medici cubani e venezuelani e le infermiere rumene.

Occorrerebbe, secondo lei, allargare le maglie per l’accesso all’università?

Certo. È meglio avere medici bravi, ma la selezione la fai a valle e non a monte e non è che tutti poi diventano poi medici o architetti

Si obietta che mancherebbero i posti fisici per garantire la formazione universitaria a un numero più elevato di studenti

Certo, se si tagliano le spese, se aumentano i finanziamenti alla scuola privata e alla difesa e non quelli alla scuola pubblica e all’università, succede poi tutto questo.

Veniamo alla valutazione. La vostra scuola non ha più i quadrimestri: come mai avete abolito la divisione intermedia?

Sì, la valutazione qui si fa solo alla fine dell’anno. Se è vero che la valutazione degli alunni è annuale allora riteniamo che le interruzioni per fare gli scrutini intermedi non sia utile, anzi va discapito della didattica, si passa più tempo a valutare che a fare didattica, si passa più tempo a pensare a un 5 che deve diventare 6 che al tempo scuola. La valutazione si fa alla fine e non dev’essere divisa da intervalli intermedi, altrimenti il mese di gennaio si trascorre con le interrogazioni.

Non è obbligatorio dunque fare gli scrutini intermedi?

Non è scritto da nessuna parte che sia un obbligo, dipende dalle valutazioni del collegio dei docenti. Il voto si mette alla fine dell’anno. Abbiamo pensato anche che la valutazione degli studenti non debba essere numerica, il 6 di un alunno non è uguale al 6 di un altro alunno. È venuto fuori un percorso di valutazione da cui rileviamo che partendo dai punti di forza e di debolezza degli alunni questo ci aiuta a valutare i singoli progressi e come migliorare gli apprendimenti. Gli alunni non hanno l’ansia da prestazione. Né gli alunni, né il docente, perché questo non va bene in un ambiente che deve essere cooperativo.

Guardi che da domani la sua scuola verrà definita “scuola senza voti e senza quadrimestri”

È impropriamente definibile come una scuola senza voti: è più facile dare un 5 che non dare una vera e propria valutazione descrittiva che poi alla fine dell’anno diventerà un voto numerico.

Al di là della riduzione dello stress, l’abolizione degli scrutini intermedi ha portato altri vantaggi legati in qualche modo alla valutazione?

Altroché. Abbiamo aumentato i momenti di incontro tra le famiglie e questo ha migliorato i rapporti tra loro e la scuola. Genitori che ricevono un 6 sono contenti ma incontrarli per riflettere insieme sui punti di debolezza e anche su quelli di forza dei loro figli è molto importante. Guardi, dopo avere scoperto di avere un ragazzino particolarmente dotato per la musica abbiamo riferito questa cosa alla famiglia

E la famiglia?

È corsa ad acquistare una batteria…

Questo non sarebbe successo in ogni caso?

Come fai a notare questi aspetti di un alunno con due ore di musica a settimana? In un’ottica di attività extracurriculare viene invece fuori ciò che non emerge in un’ora al mattino.

Torniamo ai voti. I genitori che durante l’anno non conoscono i voti dei figli non rischiano di restare disorientati?

Quando abbiamo incontrato le famiglie abbiamo trovato tante rispondenze positive. Le famiglie sono contente del fatto che abbiamo aumentato il tempo di rendicontazione nei loro confronti. Il tempo di tre o di cinque minuti serve a poco, invece un genitore è più contento se gli racconti l’andamento del figlio con i suoi punti di forza e di debolezza, ciò che dovrebbe curare di più a casa.

In questo modo la famiglia ha un resoconto realistico della situazione del figlio. Dire che ha 6 non significa assolutamente nulla e dedicare il triplo del tempo ai genitori significa eliminare quello degli scrutini intermedi e ridurre il livello di conflittualità tra docenti. È incredibile come la riduzione della conflittualità passi da queste piccole cose. I docenti durante gli scrutini litigano: io dal quattro non mi muovo – sembra di sentirli – io lo voglio bocciare… insomma è il momento di massima tensione

Lei dice che la scuola “Saladino” non è la scuola del CEP ma la scuola dal CEP. Che cosa intende?

Che partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo.

E i ragazzi si fanno proiettare?

Qualcuno rimane legato al territorio e anche alle brutte abitudini, molti crescono, migliorano, vanno via ma non per forza fisicamente: sono in grado di guardare il mondo. Al CEP non c’è una scuola superiore. L’unico presidio dello Stato è il nostro, non c’è neanche la caserma dei Carabinieri, non c’è l’ospedale e nemmeno più la delegazione del Comune. Quanto alle superiori la stragrande quantità dei nostri alunni prima andava nei centri di formazione. Oggi la stragrande quantità di dei nostri alunni va al liceo. Anche questo vogliamo dire quando diciamo che la scuola “Saladino” ora è la scuola dal CEP.

Orizzonte Scuola

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giovedì 11 settembre 2025

DISPERSIONE SCOLASTICA


 Crollo della dispersione scolastica? 

Bene, ma molto meno di quello che si potrebbe pensare

di Chiara Ludovisi e Mteo Riva at

Il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8% nel 2024, minimo storico secondo Eurostat. Il nostro Paese si avvicina al traguardo europeo del 9% entro il 2030. Ma nonostante i progressi, restano forti divari territoriali e sociali: il Sud, gli studenti stranieri e i ragazzi con genitori poco istruiti sono i più penalizzati. Preoccupa anche la dispersione implicita: competenze in calo soprattutto al Sud. 

La sfida è garantire equità e qualità dell’istruzione per tutti.

Il risultato è buono, qualcuno lo definisce addirittura storico: il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8%. Mai così basso. Risulta così ampiamente centrato – e in anticipo – l’obiettivo per cui il Pnrr aveva stanziato 1,5 miliardi di euro: portare la dispersione scolastica sotto il 10,2% entro il 2026. Non solo: siamo vicini anche al nuovo obiettivo Ue per il 2030, che prevede di portare il tasso medio degli abbandoni scolastici al 9% o sotto. Per una volta, insomma, l’Italia si avvia a centrare nei tempi un traguardo europeo, con un’accelerazione negli ultimi 25 anni che val bene un encomio: basti pensare che nel 2000 la percentuale di ragazzi e ragazze che lasciava la scuola superava il 25% e nel 2010 ancora sfiorava il 20%. La buona notizia è contenuta negli ultimi riferiti da Eurostat (maggio 2025) sugli  Elet, ovvero gli Early Leavers from Education and Training (in italiano, sono i giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione). 

Bisogna però avere ben chiaro di cosa ci parlano questi dati e di cosa, invece, non ci parlano: prima di tutto, fotografano solo la dispersione cosiddetta esplicita, perciò i numeri si riferiscono solo a coloro che, tra i 18 e i 24 anni, hanno abbandonato la scuola senza aver conseguito un diploma di secondaria superiore e senza frequentare percorsi di istruzione o formazione professionale. I dati non fotografano, quindi, tutti coloro che, pur continuando a essere formalmente iscritti, a scuola non ci vanno o ci vanno ma non acquisiscono le competenze minime previste: la cosiddetta dispersione implicita.

Così come nulla ci dicono, questi numeri, di cosa, come, quando e tantomeno perché sia avvenuto l’abbandono del percorso formativo: per sapere qualcosa rispetto a questo, occorre consultare altri dati, come quelli del ministero dell’Istruzione, peraltro non recentissimi. Questi ci sveleranno – come vedremo – che il numero più alto di abbandoni avviene alle superiori, ma non è trascurabile il numero di coloro che abbandonano la scuola durante le secondarie di primo grado, o nel passaggio alle superiori, o perfino durante la scuola primaria. Su questo i dati sono pochi, eppure significativi. Premesso e precisato ciò, torniamo ai dati di Eurostat sugli Elet e agli evidenti passi avanti compiuti negli ultimi due decenni dal nostro Paese. 

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Parallelamente alla riduzione del tasso di dispersione esplicita, si è costantemente assottigliata, negli anni, anche la forbice rispetto alla media europea: solo nel 2020, l’Italia stava al 13,1% e la media europea era al 10,1%. Nel 2024, invece, l’Italia è al 9,8%, a fronte di una media europea del 9,3%. In quattro anni, il nostro Paese ha risalito così ben sette posizioni in classifica, passando dal 20° posto del 2020 al 13° del 2024.

 Secondo le previsioni Invalsi, rivelate proprio pochi giorni fa e calcolate grazie a un complesso incrocio di dati, l’Italia taglierà il traguardo europeo già nel 2025, con un tasso nazionale medi di Elet che dovrebbe scendere intorno all’8,3%. 

Vita

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venerdì 27 ottobre 2023

GIOVANI PERDUTI

 

Vecchi a 12 anni, orfani di un bene che non gli abbiamo dato

Sono i giovani perduti. 

Gli adulti li hanno traditi con il loro vuoto. Vengono a scuola per odiare o fare altro. Ma sono un grido, un gigantesco grido.

 

-        di Nicola Campagnoli

-       

Chi sono i ragazzi che perdiamo ogni anno per strada? Che la scuola perde e che nessuno ritrova più? Non conta l’età. Già a undici, dodici anni sono come macigni, duri come roccia. Stanno in classe per sfidare il mondo intero: entrano quando vogliono a lezione, se ne fregano dei richiami dei prof – anzi, rispondono con insulti e minacce –, chiedono di uscire e stanno fuori ore intere a fumare nei corridoi o nei bagni.

 Durante la lezione ridono, si truccano se sono ragazze, parlano a voce alta, mangiano continuamente patatine e merendine (ma non ingrassano mai, tanto grande è la catastrofe interiore che li consuma), riempiono il banco di fogli, foglietti, forbici e nastri adesivi, pennarelli con cui imbrattano le pareti bianche. Se il docente li rimprovera, gli bestemmiano in faccia e hanno dentro il corpo un’energia forzuta impossibile da contenere. Hanno rabbia, sono un’aggressione vivente. Dividono il mondo dei coetanei e degli adulti in amici e nemici. Sei nemico perché si convincono che li guardi male o li guardi storto. E se passi lungo il corridoio ti gridano di non guardarli negli occhi. Altrimenti sei amico perché così ha deciso il loro umore quotidiano.

 Cosa è successo a questi “perduti”? È accaduto che non credono più che ci sia qualcosa per loro. Non sono violenti per una cattiva educazione, sono cattivi perché per anni hanno visto intorno a sé gente senza ideali, tranne “l’usura, la lussuria e il potere” (Eliot). Per anni non si sono sentiti aspettati da nessuno e di conseguenza hanno dedotto che nella realtà non ci fosse alcuna positività amorosa, affettiva, che li attendesse. Uno a dodici anni può essere già vecchio perché la sua vita non ha scopo. Non ha orizzonte. A dodici anni uno ti può guardare con uno scetticismo che neppure un sessantenne deluso dalla vita possiede. È uno sguardo ancora peggiore di quello dell’adulto, perché nasce da occhi teneri, da occhi bambini, al cui fondo non c’è più alcuna richiesta d’amore. Perché – si dicono – l’amore non esiste.

 Sembra di risentire i versi di Primo Levi: “Cercavo te nelle stelle/ quando le interrogavo/ bambino… Perché mancavi, nelle lunghe sere/ meditai la bestemmia insensata/ che il mondo era uno sbaglio di Dio/ io uno sbaglio del mondo”. I loro occhi guardano il mondo, ma nel mondo non c’è niente che assomigli al loro nome. Allora usano il loro corpo come si usa un’arma infuocata. Ci pestano sopra come fosse un asfalto di periferia su cui sputare. Guardano e ridono di un sogghigno senza divertimento e senza gioia. Aspettano solo di consumarsi e di morire, forse, se poi la morte esiste per davvero. Suonata la campanella di fine scuola, i perduti vanno poi a ingrossare le cronache violente e rissose dei sabati sera, fatti di alcool fumo droghe e carabinieri. Le strade nere li inghiottono di nuovo, come si ingoia la polvere lasciata dai fuoristrada.

 I servizi sociali, le magistrature, le forze dell’ordine e alfine la scuola, se li rimpallano. Finché non accade il peggio, il disastro, la tragedia. Allora per due giorni se ne parla sui giornali e nelle tv, con le massime di esperti e psicologi che fanno la lezione. Cercando i colpevoli. Rincorrendo i fantasmi.

 I perduti, sempre di più, sempre in aumento, fra i ragazzi, fra gli studenti, fra il popolo dei giovani, sono un grido. Sono il grido. Sono il segno di un uomo che non sa più guardare il desiderio infinito del proprio cuore. O forse – o certamente – i perduti sono le lacrime stesse di quel cuore che piange la sua disperazione perché questo mondo adulto ha pensato che si potesse vivere di conquiste limitate di soldi, di sesso, di potere. 

E questo solo ha lasciato in eredità.

 Il Sussidiario

martedì 22 agosto 2023

UN PROGETTO PILOTA PER LE SCUOLE ITALIANE


 Scuola aperta tutto il giorno e durante le vacanze, 4 docenti in più per istituto, stipendi più alti per incarichi oltre orario: il Piano Agenda Sud. SLIDE

 Ridurre i divari territoriali; innalzare le competenze di base e quelle trasversali; contrastare la dispersione scolastica e l’abbandono precoce a cominciare dalla scuola primaria; introdurre metodi didattici inclusivi e innovativi; sperimentare modelli replicabili da estendere nei territori: sono gli obiettivi del Piano Agenda Sud.

 Il progetto pilota, rivolto alle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, avrà durata biennale, anni 2023/2024 e 2024/2025, e verrà applicato inizialmente in 150 scuole individuate dall’Invalsi.

 I 10 punti del Piano:

 1. Studentesse e studenti al centro: insegnamento personalizzato che tenga conto delle esigenze di ciascuno, promozione di attività di orientamento e tutoraggio estese anche alle scuole del primo ciclo, in coerenza con le Linee guida per l’orientamento

 2. Didattica innovativa e laboratoriale: setting di apprendimento innovativi superamento del paradigma di insegnamento basato sulla lezione frontale, introduzione di nuove metodologie didattiche

 3. Scuola aperta e più vicina a tutti: scuola aperta tutto il giorno, attività extracurricolari e nei periodi di sospensione delle lezioni, orario delle lezioni più flessibile per offrire agli studenti la possibilità di continuare a imparare

 4. Più docenti: potenziamento dell’organico nelle scuole secondarie di I e di II grado nelle materie di base: italiano, matematica e inglese (in media 4 docenti in più per scuola), retribuzione ai docenti per incarichi aggiuntivi oltre l’orario scolastico

 5. Formazione dei docenti: formazione dei docenti coordinata da Invalsi sulla didattica orientativa, sulla progettazione didattica, sull’utilizzo dei dati per migliorare gli esiti degli apprendimenti

 6. Coinvolgimento delle famiglie: organizzazione di gruppi di supporto alla genitorialità con la condivisione di esperienze e strategie

 7. Supporto e accompagnamento alle scuole: Invalsi supporta le 150 scuole sia nella formazione dei docenti, sia nella progettazione didattica e le accompagna in un percorso di auto-riflessione, di monitoraggio e di analisi dei dati di ciascuna scuola sugli apprendimenti

 8. Promuovere il tempo pieno: attivazione di progetti extracurricolari e oltre l’orario scolastico per favorire un ampliamento del tempo scuola anche grazie agli investimenti relativi alle mense scolastiche

 9. Favorire le attività sportive: attivazione di progetti per favorire la pratica sportiva, mantenere alta la motivazione, favorendo l’attivazione di convenzioni, anche grazie agli investimenti relativi alle palestre scolastiche. Al riguardo, ho incrementato lo stanziamento iniziale del PNRR, ridotto rispetto al fabbisogno e alle richieste pervenute al Ministero, di ulteriori 77,9 milioni per le palestre delle scuole superiori nel Mezzogiorno

 10. Progetti speciali di offerta formativa: attivazione di progetti specifici d’intesa con i Presidenti di Regione e le realtà locali per far decollare le potenzialità delle aree interessate.

 Orizzonte Scuola

sabato 16 gennaio 2021

IL COVID E LA SCUOLA. PROBLEMI E PROSPETTIVE


Giuste proteste 

di insegnanti e studenti


- di Giuseppe Savagnone

Si fanno sempre più frequenti le prese di posizione di professori e studenti che, con lettere o con azioni simboliche, protestano contro la chiusura delle scuole e la riduzione dell’insegnamento alla didattica a distanza (Dad). Soprattutto quelli delle superiori, i più penalizzati dal balletto di promesse e di continui rinvii, chiedono alle istituzioni – Stato e Regioni, innanzi tutto – una politica che finalmente vada al di là della retorica e si faccia carico di garantire il funzionamento in sicurezza delle strutture scolastiche.

I limiti della Dad

Anche perché la Dad rivela sempre più i propri limiti. Accolta nei primi mesi con difficoltà, ma anche con la speranza che si trattasse di una soluzione del tutto temporanea, essa risulta assai meno sopportabile quando, come sta accadendo oggi, rischia di profilarsi come la soluzione inevitabile a cui adattarsi. A questo punto anche la pazienza di insegnanti e di alunni si sta esaurendo e le condizioni dell’insegnamento si stanno rapidamente deteriorando. Sempre meno convinti i primi, sempre meno attenti e disponibili i secondi.

Lo abbiamo già detto in passato, la Dad evidenzia le ingiustizie sociali, scavando un abisso tra le possibilità di chi dispone a casa sua di spazi e strumenti tecnici adeguati a seguirla e chi invece, in ambienti sovraffollati e con mezzi tecnici insufficienti, non è in grado di studiare serenamente.

Le parole e i fatti

Non si può non concordare pienamente, perciò con la denuncia di studenti e professori nei confronti della inettitudine e della sostanziale inerzia della politica di fronte ai problemi della scuola. Si continua a parlarne, ma le scelte non sono state e continuano a non essere coerenti con i proclami. In questo settore sembra che si sia sempre colti di sorpresa, come nei giorni in cui la pandemia è scoppiata! Non solo non si è fatto quasi nulla per affrontare seriamente il problema dei trasporti – nodo decisivo, che avrebbe già dovuto essere risolto nei mesi estivi –, ma, quando si parla delle fasce che devono avere la priorità nelle vaccinazioni, non si pone in prima piano la categoria degli insegnanti, che – se si vuole davvero tornare in classe – sono certamente a rischio.

I problemi c’erano anche prima!

È vero, però, che a volte si ha l’impressione che l’obiettivo di queste giuste contestazioni si riduca a quella di ritornare alla scuola così com’era prima del Covid. In realtà l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo non ha creato, ma rivelato quella che già esisteva nel nostro sistema di istruzione e che veniva ignorata dalle istituzioni e dall’opinione pubblica.

Si diceva delle disparità sociali tra gli studenti: ma la Dad, a rigore, non fa altro che smascherarle, rivelando cosa c’è dietro l’apparente uguaglianza nel regime di normalità. Anche allora, al ritorno a casa, le differenze sociali ed economiche pesavano! E non basterà certo tornare tutti in classe in presenza per cancellarle.

Le classi ‘pollaio’

Anche per quanto riguarda le strutture scolastiche, i problemi della sicurezza nelle aule sovraffollate sono in parte legati – come sottolineano in una lettera i docenti del liceo Benedetto Croce di Palermo – al fatto che spesso «le aule delle nostre scuole sono ambienti ristretti e sovraffollati, altrove già definiti ‘pollaio’, dunque insufficienti a garantire il rientro in presenza del 75% degli alunni senza contravvenire, nel contempo, alle norme sul distanziamento sociale». Il problema non è dunque solo di superare l’emergenza sanitaria, ma di avere finalmente una scuola degna di questo nome.

Naturalmente, non si tratta di nodi risolvibili in tempi brevi. Ma la pandemia, portandoli alla luce con maggior evidenza di quanto fosse mai accaduto, costringe la nostra società a prenderne atto.

Superare una contrapposizione semplicistica

Vi è tuttavia qualcosa di più profondo che il coronavirus può dirci, nell’ambito dell’istruzione scolastica. Ed è che l’uso dei nuovi strumenti tecnici, valorizzati in questi mesi dalla Dad può servire ad ampliare l’orizzonte della didattica.

Chi, giustamente, insiste su questo punto, critica una semplicistica contrapposizione tra l’istruzione “in presenza” e quella “da remoto”. Come osservava, su «Avvenire» dello scorso 27 novembre, Pier Cesare Rivoltella, presidente della Società Italiana di Ricerca sull’Educazione mondiale, quello che stiamo vivendo può insegnarci a «governare l’inatteso». Ma per questo bisogna evitare di ridurre il problema educativo alla facile contrapposizione «in presenza/a distanza», come se l’apertura materiale delle aule garantisse automaticamente la riuscita della relazione educativa e il lavoro on line, altrettanto automaticamente, la escludesse. In realtà si tratta di integrare le due dimensioni per una più piena riuscita del lavoro scolastico

Oltre il dualismo tra reale e virtuale

Per questa integrazione non basta, evidentemente, una semplice alternanza materiale tra i due aspetti, come si fa oggi con le alchimie in cui il 50% o il 75% degli alunni sarebbe ammesso in presenza e il 50% o il 25% seguirebbe a distanza. Il problema è molto più radicale. Il coronavirus ci costringe a ripensare la didattica tradizionale, in modo che «la presenza e il digitale, invece di essere concettualizzati come orizzonti opposti, che si escludono a vicenda», siano «pensati come dimensioni compresenti, come risorse di cui disporre per allestire dei mix ogni volta diversi, secondo le esigenze della lezione o la specificità della disciplina. È l’idea di una didattica blended, che non vuol dire solo “un po’ di presenza e un po’ di distanza”, ma dosatura di metodi, tecniche, spazi, modi di apprendere».

Un diverso modo di fare scuola

In questa logica la didattica fondata in modo esclusivo sulla lezione frontale andrebbe sostituita da una in cui, il momento insostituibile dell’ascolto (che coinvolge tutta la classe) e quello altrettanto insostituibile dello studio (individuale), vengano inseriti in un contesto più ricco e complesso, con altri momenti dedicati a lavori di gruppo che, proprio grazie alle potenzialità del digitale, si possono più facilmente organizzare, per confrontarsi creativamente su dei materiali predisposti dall’insegnante, in una reciprocità feconda che fa uscire lo studente dal ruolo di mero destinatario, purtroppo spesso passivo, della didattica, e gli chiede di diventarne attivo protagonista.

Naturalmente, continua Rivoltella, «cambia anche l’idea del docente. La didattica trasmissiva che ne fa il detentore di contenuti da trasferire, deve lasciare il posto all’idea di un docente-tutor, in grado di accompagnare gli apprendimenti, discutere i problemi, spendere la propria esperienza e le proprie competenze per attualizzare, applicare, far progredire la conoscenza».

Non dobbiamo dimenticare

Certo, ciò che di fatto accade nella Dad è tutt’altro. Ed è ovvio, perché questa valorizzazione delle potenzialità offerte dal digitale non può avvenire in tempi brevi. Essa richiede, tra l’altro, un processo di aggiornamento degli insegnanti che non può essere affidato solo alle iniziative di singoli. Però, ancora una volta, siamo davanti ad esigenze che esistevano già da tempo e che il coronavirus ha evidenziato.

È giusto sperare ardentemente che la scuola possa riprendere il suo percorso senza esser paralizzata dal ricatto del contagio. Ma non dobbiamo dimenticare quello che il Covid 19 ci ha fatto capire meglio. Non vogliamo tornare a ciò che c’era prima. E la memoria di quello che stiamo vivendo può essere la nostra forza per costruire una scuola – ma anche una società – un po’ migliori.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 14 settembre 2018

RECUPERARE I RAGAZZI PERDUTI

Dal 1995 tre milioni e mezzo di abbandoni: 2 italiani su 5 hanno solo la terza media. 
In una lettera ad Avvenire una proposta per vincere la dispersione scolastica.
  Caro direttore, «Non uno di meno, No child left behind, Zones d’éducation prioritaires»: ma perché solo in Italia non si è ancora capito che i ragazzi persi dalla scuola e quelli che non arrivano a un livello sufficiente di competenze rappresentano un problema urgente, grave, improcrastinabile? Eppure da anni se ne discute e si indicano possibili soluzioni, ma si continua a sottovalutare la fuga da scuola di un esercito di adolescenti, enfatizzando, invece, altri problemi. Un dossier di Tuttoscuolaappena pubblicato mette di nuovo davanti agli occhi una realtà drammatica, che i lettori di Avvenire conoscono già bene: dal 1995 a oggi 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato la scuola statale, il 30%. Almeno 130 mila adolescenti che iniziano le superiori non arriveranno al diploma e 2 italiani su 5 non hanno un titolo di studio sopra la licenza media, mentre un giovane su 4 non studia e non lavora, i cosiddetti Neet: Not (engaged) in education, employment or training; concetti che fotografano i 'no' che la società italiana ha detto loro.
   Complessivamente, su 100 iscritti alle superiori solo 18 si laureano; il 38% dei diplomati e laureati che restano non trovano un lavoro corrispondente al livello degli studi che hanno fatto. 55 miliardi di euro di formazione buttati via, anche se il problema principale non sono certo solo le risorse, ma lo spreco di vita, speranza e futuro. Dati dai quali emerge una scuola stanca, con enormi disuguaglianze territoriali, cui non si chiede una seria rendicontazione ( accountability), anzi si diluiscono tutti i tentativi di distinguere i livelli di impegno, insegnanti con un’età media troppo alta, presi di mira da famiglie aggressive che difendono i figli anziché responsabilizzarli. Gli Early School Leavers («ragazzi che lasciano la scuola ») in Italia diminuiscono, ma troppo lentamente: la media nazionale è il 13,8% e l’obiettivo è il 10% nel 2020. Di questo passo, non ci arriveremo. Il governo sembra distratto, incapace di affrontare con decisione questo fenomeno di disprezzo dello studio e della cultura, che coincide con il declino e l’affanno dell’economia, con un voto emotivo e poco informato, con la fatica a leggere un giornale o un libro e capire i problemi: insomma un’utile ignoranza. Intanto, il sapere ormai è nel web, mobile e potenzialmente infinito, senza che questa trasfor-mazione epocale dell’apprendimento abbia aperto una seria riflessione nelle nostre classi dirigenti.
  Abbiamo il record negativo in Europa di persone la cui posizione dipende dallostatustrasmesso dalla famiglia, come dimostra il 'Rapporto Fair Progress?' della Banca Mondiale. Di generazione in generazione, addirittura da secoli, si trasmettono le opportunità o gli svantaggi.
   Certo, questo dipende dal modo in cui si spende il patrimonio sociale della famiglia a favore dei figli. Ma la scuola potrebbe fare la differenza relativamente a queste disuguaglianze di partenza. Infatti, comunque studiare conviene, visto che un laureato ha tre volte più possibilità di trovare lavoro di chi ha la terza media. La scuola italiana non assolve il suo ruolo di 'grande egualizzatrice'. Chi nasce in un ambiente povero del Sud, anche senza ammetterlo consciamente, 'sente' di essere destinato/a all'insuccesso. La scuola può restituire loro soprattutto la fiducia di poter imparare in modo felice, e quindi essere diversi da quello che il destino della loro nascita ha preparato per loro. Un’esperienza felice a scuola non produce solo un titolo di studio, ma soprattutto fiducia e speranza – di cui l’Italia ha un enorme bisogno – di potercela fare.
   Nel 2014 l’'Indagine conoscitiva sulle strategie per contrastare la dispersione scolastica' della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera affrontava il tema proponendo una politica per gli studenti (e non solo del personale) che avesse la riduzione della dispersione come obiettivo. Nel gennaio 2018 il documento Miur 'Una politica nazionale di contrasto del fallimento formativo e della povertà educativa' ne riproponeva gli obiettivi. È necessario raccogliere questa priorità, mentre anzi si cominciano a vedere passi indietro preoccupanti: si rimanda l’introduzione del test Invalsi, basato sulla comprensione e sulla logica, all'esame di maturità; si dichiara 'fallita' l’alternanza scuola-lavoro, proprio uno degli aspetti della 'Buona scuola' (certo, da migliorare) che più avvicina alla concretezza del lavoro.
   La proposta al governo è assumere un obiettivo politico chiaro: ridurre considerevolmente entro il 2020 la dispersione scolastica: creare subito una cabina di regia al Ministero, potenziare la formazione professionale, monitorare e favorire l’apertura della scuola al pomeriggio e in estate, formare gli insegnanti alla comprensione del rapporto tra svantaggio sociale e apprendimento, aiutarli a motivare alla conoscenza nell’era di internet, individuare precocemente i segnali di fragilità, dare attenzione alle reti territoriali di extrascuola – molte del mondo cattolico – che in questi decenni hanno sostenuto i bambini, adolescenti e giovani, specie migranti, e dato seconde opportunità a chi aveva lasciato la scuola.
*Ordinario di Pedagogia Università Cattolica di Milano