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sabato 26 settembre 2026

DESIDERIO O DOVERE ?

 


'Dai desideri


 infiniti


al sogno


 dell’Infinito'

 


 L’antica saggezza cinese ci indica dove può condurre il turbine del desiderio quando non ne comprendiamo la dimensione spirituale. 

-di G. Borlomini

Non sciupiamo noi stessi in un folle turbinio, cercando di afferrare la vuota lode di un’ora, facendo piani per ottenere qualche residuo di reputazione che ci sopravviva. Ci muoviamo attraverso il mondo in uno stretto fosso, preoccupati delle piccole cose che vediamo e udiamo; rimuginiamo i nostri pregiudizi, passando a lato delle gioie della vita senza neppure accorgerci che ci è sfuggito qualcosa. Neppure per un momento gustiamo il vino forte della libertà, siamo imprigionati tanto realmente come se fossimo gettati nel fondo di un fosso carichi di catene (Yang-Chu). 

I miti greci dipingono con grande efficacia lo stato di perenne agitazione dell’animo umano, che si affanna per inseguire beni irrisori, condannandosi a una perpetua fatica e insoddisfazione. Ricordiamo i tre miti più rappresentativi di questa condizione: Sisifo, il più scaltro dei mortali, che avendo tradito i segreti degli dei è condannato a spingere fin sulla cima di un monte un sasso che ogni volta rotola in basso, cosicché ripete eternamente la stessa fatica; Issione, per essere stato sacrilego, è legato a una ruota infuocata che gira incessantemente, e poiché aveva gustato il cibo degli dei che rende immortali, la sua condanna è senza fine; ed infine Tantalo, che inganna e tradisce gli dei, dei quali era il favorito, ed è condannato a stare immerso fino al mento nell’acqua senza poterla mai bere, perché appena china la testa l’acqua si abbassa, e appena si protende per afferrare i frutti che pendono da un ramo e cibarsene, il ramo si allontana. 

 I filosofi greci ravvisavano in questi tre miti una metafora del desiderio non controllato e del suo meccanismo perverso. Come già affermava Lao Tzu: «Non c’è peggiore calamità che l’aumento smodato dei desideri». Che poi è il meccanismo alla base della terribile schiavitù del consumismo. L’essere umano che contrasta l’aspirazione divina che porta in sé e cerca soddisfazione solo nei desideri materiali, si condanna a una fatica improba e perenne, senza mai trovare appagamento. 

 

Il desiderio incontrollato diventa fonte di incessante inquietudine che impedisce di vivere appieno, oscura la coscienza, distorce la visione del mondo, toglie pace e libertà interiori. La sapienza indiana ha un termine preciso per descrivere questo stato: Avidya, la Non-conoscenza, l’ignoranza, la cecità spirituale che ci fa credere eterno quello che eterno non è, puro quello che è impuro, bene quello che invece ci fa male. È la grave ignoranza per cui ci illudiamo che i nostri averi, le nostre conquiste, siano il nostro bene, e ci procuriamo così le più gravi delusioni. 

 

Abbiamo desideri infiniti, e invece di farci sospingere da essi verso l’Infinito ci facciamo travolgere da infiniti prodotti! Il fenomeno del desiderio nella logica consumista si configura con chiarezza come un fenomeno profondamente spirituale e non materialistico. Il sociologo Bauman lo intuisce quando scrive: «Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose solo in un senso secondario e derivato». La molla fondamentale di questo processo è proprio il desiderio infinito, che può essere la molla della liberazione, inducendo a cercare altrove la soluzione dei propri bisogni infiniti, oppure trasformarsi nella peggiore delle schiavitù. Aveva ragione Pasolini a dichiarare che il consumismo ha rubato le anime perché si tratta a tutti gli effetti di un fenomeno religioso. 

 

Il desiderio infinito che abita il cuore di ogni essere, se non trova qualcosa degno di saziarlo si trasforma in forza disordinata o peggio ancora distruttiva. 

Dice bene Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, che ogni manifestazione della civiltà contemporanea in realtà nasconde un aspetto del sacro, della ricerca iniziatica, del desiderio di trascendenza, ma lo esprime in forma degradata e camuffata. 

Proprio per questo non si deve reprimere il desiderio, ma indirizzarlo verso qualcosa di veramente degno di una spinta così potente; una spinta che quando viene a mancare ci fa sprofondare nel torpore. 

Mi inquieta tanto la gioventù quando è priva di desiderio, annebbiata davanti al proprio smartphone. Per fortuna non mancano mai giovani desiderosi di rompere qualsiasi barriera, di avventurarsi in spazi nuovi, di esagerare per il solo gusto di andare oltre qualsiasi limite. Come diceva Gianvittorio Cappelletto, mio maestro e padre di vita spirituale: i giovani hanno dei sogni, cullano delle aspirazioni che sanno di incredibile, in quanto si convincono a sottoporsi a sforzi diuturni per cercare dei risultati a cui non si potrà mai arrivare, in una vita che ha i giorni contati. Una grande voglia di amare e di essere amati li sospinge, attraverso infinite delusioni, ad ancorare il proprio cuore a qualcosa di stabile e di infinito. Hanno tutti una grande sete di infinito. 

Tanti sognano di potersi collegare con fontane inesauribili. 

 

Questo sarebbe lo slancio migliore per chi desidera crescere all’Infinito. Per molti invece la trappola consumista ha fornito surrogati ai desideri infiniti, all’insaziabilità che spinge molti esseri umani alla ricerca di qualcosa che li soddisfi. Non sono pochi i giovani però che spinti da questo ardore sono caduti nelle reti della droga, dell’alcool o di giochi trasgressivi in cui sprecare stupidamente la vita. Una soluzione potrebbe essere quella di insegnare loro a trovare una risposta adeguata ai bisogni infiniti, all’insaziabilità che esprimono. Solo l’Infinito può saziare desideri infinti. Una seria esperienza di meditazione e di vita spirituale potrebbe essere una risposta, poiché sono vie che sorgono per far superare i limiti umani, predispongono all’abbraccio con l’Infinito, fanno penetrare nella vita infinita. 

Il desiderio è una forza divina dentro di noi, è ciò che - letteralmente - ci spinge verso le stelle. Proprio per questo è fondamentale che la forza del desiderio sia indirizzata verso ciò per cui è stata destinata: a volgerci, cioè, nella direzione del Cielo. Purtroppo, un abbaglio frequente è scambiare le stalle…per le stelle. 

Ma così come essere spinti da desideri incontentabili può condurre alla rovina, può anche essere la via di salvezza. Perché gli incontentabili che cercano appagamento nel poco cadono nell’oblio, drogati dall’infinito succedersi di prodotti, se invece restano degli ‘incontentabili’ irriducibili prima o poi scopriranno l’inganno e passeranno dai prodotti infiniti all’Infinito stesso, che sazia lasciandoti sempre il desiderio. È un paradosso. È l’estasi!

www.avvenire.it

 

martedì 18 luglio 2017

PAOLO BORSELLINO: UN MAESTRO DI VITA

                     La lezione semplice di Borsellino: 

                                fare il proprio dovere

Nel libro di Alessandra Turrisi, “L’uomo giusto”,
 il ritratto inedito del giudice ucciso a Palermo dalla mafia, il 19 luglio 1992 
Il racconto delle persone a lui più care:
 «Non fu un eroe, ma un esempio per tutti»

              «Chissà se il buon Dio perdonerà Palermo », canta, come una preghiera, Carmen Consoli in un brano dedicato all’Esercito silente di una Palermo «baciata da sole e mare», che fa i conti con «antichi rancori e ferite aperte » e che ogni giorno lotta per il riscatto: rispetto al passato insanguinato e al presente di chi non vuole che la città cambi. Contro chi crede che basti decapitare una statua di Giovanni Falcone davanti alla scuola a lui intitolata allo Zen o bruciare la foto simbolo in cui Falcone e Borsellino sono insieme sorridenti, per cancellare la sfida nuova di Palermo, quella di «Giovanni e Paolo, ancora vivi» e il loro esempio di «compiere il proprio dovere», fino in fondo. È il messaggio che emerge con forza, ma con un tono mite, senza sensazionalismi, dal libro di Alessandra Turrisi, Paolo Borsellino, l’uomo giusto (San Paolo, pagine 120, euro 15,00), in cui la giornalista, collaboratrice di Avvenire, ripercorre la figura esemplare del magistrato siciliano ucciso dalla mafia – il 19 luglio 1992, nella strage di via D’Amelio – attraverso le voci delle sue amicizie più intime, i racconti di chi lo ha conosciuto più da vicino, che in maniera semplice e profonda scavano nella memoria dei giorni trascorsi con Paolo. 
        C’è il ricordo appassionato di Diego Cavaliero (oggi giudice alla Corte d’Appello di Salerno), uditore giudiziario quando Borsellino era procuratore a Marsala, con cui costruirà una salda amicizia durata tutta la vita: il 12 luglio del 1992 Borsellino era da lui in Campania per fare da padrino di battesimo al figlio Massimo: «Ma non è Paolo quello che ho di fronte, è completamente diverso ».              C’è il cardiologo Pietro Di Pasquale che ripercorre minuto per minuto quella domenica surreale. C’è il barbiere Paolino Biondo, da cui andava ogni quindici giorni: «Paulì, me li tagli i capelli?». C’è don Cesare Rattoballi, parroco dell’Annunciazione del Signore, che raccoglie le sue ultime confessioni: «Ora tocca a me». C’è la sua famiglia – la moglie Agnese, i figli Lucia, Fiammetta e Manfredi – ma sempre sullo sfondo. Ci sono i superstiti, i “miracolati” di chi doveva essere lì e per fortuna non c’era.
               Quello che ci offre la Turrisi è un affresco inedito ed emozionante non di un eroe, ma di un uomo con un «sorriso di accoglienza» e una «risata contagiosa», severo ma «giusto », di grande fede, che «quando va in Chiesa, entra in ginocchio ed esce in ginocchio», «un padre, con tutte le sue debolezze, un figlio fino alla fine vicino alla madre». Un magistrato che «ha voluto compiere fino in fondo il proprio dovere», senza compromessi, ecco. «Accettando il rischio», qualunque siano – è lui che parla – «le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio. E vorrei dire, anche di come lo faccio». Senza lasciarsi «condizionare dalla sensazione o dalla certezza che tutto questo può costarci caro». Parole pronunciate venti giorni dopo l’uccisione di Falcone, quando sapeva bene che il prossimo sarebbe stato lui. Il suo testamento morale, divenuto patrimonio di tutti, è in quel discorso al termine della marcia organizzata dall’Agesci in ricordo dell’amico Giovanni, nella chiesa di San Domenico, il 20 giugno 1992: «La lotta alla mafia non doveva essere soltanto un’opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità».           
            Come? «Facendo il nostro dovere, rispettando le leggi. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo!».
           Il 19 luglio 1992, alle 16.58, una Fiat 126 imbottita di tritolo, viene fatta esplodere in via D’Amelio. Non c’è scampo per il giudice Borsellino e per cinque agenti di scorta, i suoi “angeli custodi”. «Quel pomeriggio – scrive Turrisi – un cazzotto nello stomaco colpisce i palermitani e non solo». Ma Palermo non sarà più la stessa. Dopo 25 anni «Paolo e Giovanni sono ancora vivi». E chissà se il «buon Dio perdonerà Palermo».
Giuseppe Matarazzo
Da Avvenire

domenica 18 dicembre 2011

EDUCARE OGGI ALLE VIRTU'

Sono passate di moda le virtù? Ha ancora un senso educare ad esse? Sono le domande in cui Giuseppe Savagnone (editorialista di Avvenire ed autore di numerose pubblicazioni sulle problematuiche educative) risponde nella sua recente opera (Educare oggi alle virtù, edizione LDC, 2011 ).  Oggi, nell'opinione diffusa, non è la virtù, ma la trasfressione a rappresentare un valore. La morale del dovere e delle regole è in crisi e con essa il modello di educazione che ad essa si rifaceva. Ma c'è un altro modo  di concepire le virtù, molto diverso da quello della legge e dei comandi, e che valorizza piuttosto la sfera affettiva, i desideri e la ricerca della felicità. Una concezione antichissima, oggi riscoperta da studiosi, soprattutto anglosassoni, delle più varie tendenze, ma purtroppo ancora ignota al grande pubblico.  La proposta dell'autore è di utilizzare, in ambito educativo, questo diverso concetto, di cui egli mostra la profonda sintonia con le esigenze della sensibilità e della mentalità contemporanee, soprattutto giovanili. Educare alle virtù può diventare, allora, la risposta più radicale - forse la sola possibile - alla sfida dellemergenza educativa.