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sabato 2 novembre 2024

FARE MEMORIA

Novembre è il mese dei morti, non della morte. 

Ci educa a fare memoria, ci chiede di ripercorrere la trama della nostra vita a partire dalle relazioni e dagli affetti. Coloro che non ci sono più, ci sono stati e, soprattutto, ci sono stati per noi. Anche la nostalgia che nasce dalla loro assenza ci ricorda che ci sono stati, hanno fatto parte della nostra vita. Forse, non andremo più a trovare i nostri morti nei cimiteri, ma dovremo fare della memoria il luogo del nuovo culto dei morti.


 di Marinella Perroni

Biblista


Nell’immaginario collettivo, novembre è il mese dei morti. Compaiono lumini rossi nei supermercati, le zone intorno ai cimiteri si congestionano di traffico, venditori più o meno autorizzati si improvvisano fiorai.

Ma, forse, bisognerebbe ormai usare i verbi all’imperfetto perché, sia pure lentamente e in particolare nelle grandi città, il culto dei morti ha uno spazio nelle nostre vite sempre più ridotto. E, ci dicono, sarà sempre più così per le generazioni successive, per le quali sembra già che i cimiteri non esistano: da diverso tempo, ormai, sociologi e teologi insistono sul fatto che il nostro mondo moderno ha progressivamente preso le distanze dalla morte. Eppure, forse anche perché per molti di noi l’età avanza e perché tutti oggi conosciamo molta gente, la morte ci incalza, la sua impudente prepotenza a volte ci travolge. L’abbiamo “esternalizzata”, ospedalizzata — è vero — ma non è raro che siamo costretti a guardare alla vita a partire dalla morte. “Sorella morte”, sì, ma non per questo meno impegnativa, a volte inattesa, troppo spesso ingiusta. 

In molti modi le religioni hanno cercato di spiegare, lungo la loro storia spesso millenaria, il possibile rapporto tra la morte e la divinità. Un rapporto molto diversificato perché, tra l’altro, fortemente connesso con due fattori decisivi: da una parte, l’aspettativa di vita e dall’altra, ancora più importante, il riconoscimento dato alla persona umana, spesso riservato anche nella morte solo a ricchi e potenti. Dal canto suo, la tradizione biblica ci lascia intravvedere che la morte è “scandalosa”, costituisce cioè un inciampo, un ostacolo nei confronti dell’idea di un Dio unico e, soprattutto, di un Dio benevolo. Non è un caso allora che i miti biblici della creazione, senza preoccuparsi troppo della logica, attribuiscano la colpa della morte agli umani e non a Dio, né può stupire che per Israele le anime non potessero avere dopo la morte nessun rapporto con Dio e vagassero nello Sheol, luogo di silenzio e di tenebra. «Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita» esclama l’autore del libro della Sapienza (11,26). 

Sarà abbastanza tardi e solo in alcuni gruppi religiosi che si farà strada l’idea di una risurrezione, di una vita dopo la morte e sarà proprio da qui che scaturirà la fede dei discepoli del profeta galileo che lo riconosceranno come il Risorto, il primo, la primizia di quanto avverrà per ogni uomo e ogni donna di ogni tempo. «Eliminerà la morte per sempre», aveva profetizzato Isaia (25,8) e il Nuovo Testamento si concluderà con la visione della «tenda di Dio con gli uomini» in cui Egli «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,3-4). Gesù lo aveva affermato con forza di fronte all’incapacità dei sadducei di credere nella resurrezione che il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, cioè il Dio di Israele, «Non è il Dio dei morti, ma dei viventi!» (Matteo 22,32), includendo tra i viventi anche coloro che risusciteranno nell’ultimo giorno. 

Tutta la storia del pensiero umano religioso o no, d’altra parte, è un serrato dialogo con la morte, rabbioso o pacato poco importa. E non può essere che così. 

Novembre, però, è il mese dei morti, non della morte. Ci educa a fare memoria, ci chiede di ripercorrere la trama della nostra vita a partire dalle relazioni e dagli affetti. Coloro che non ci sono più, ci sono stati e, soprattutto, ci sono stati per noi. Anche la nostalgia che nasce dalla loro assenza ci ricorda che ci sono stati, hanno fatto parte della nostra vita. Forse, non andremo più a trovare i nostri morti nei cimiteri, ma dovremo fare della memoria il luogo del nuovo culto dei morti. Dovremo imparare a curarla, anzi, anche a socializzarla. La Chiesa ci ha provato, a suo modo, ma le messe “offerte per l’anima di un defunto” di cui si dice a mezza voce il nome sono ben poca cosa. Dovremmo inventare occasioni, nei nostri luoghi di aggregazione, per elaborare insieme la memoria dei nostri morti. Luoghi in cui celebriamo la vita, non quella astratta, ma quella “nostra”. Perché la memoria dei nostri morti ci aiuta a rendere grazie per ciò che abbiamo avuto e a prendere sulle spalle i pesi gli uni degli altri per quanto, a volte, ci è stato tolto troppo presto. Ciascuno dei nostri morti è stato per noi, nella buona e nella cattiva sorte, presenza, appello, dono. 

In un piccolo libro ormai datato, un grande teologo gesuita tedesco del secolo scorso, Karl Rahner, proponeva brevi ma incisive meditazioni. Una aveva come titolo Dio dei miei morti. Quelli che ciascuno di noi ha amato in vita non possono essere imprigionati nel paese delle tenebre e dell’oblio né a loro può essere negato ogni rapporto con Dio. I nostri morti continuano a parlarci e a raccontarci storie, e quando facciamo memoria di loro ci parlano del “Signore amante della vita”.

 Alzogliocchiversoilcielo

 

martedì 1 novembre 2022

FARE MEMORIA

 

*Perché fare memoria 

dei morti?*




- p. Giuseppe Grampa

 

Perché ricordare i morti? Riconosciamolo: è questo un pensiero che istintivamente cerchiamo di allontanare e che invece dovrebbe accompagnarci.

La morte dell'altro è già in parte il nostro morire.

Chi tra noi non ha fatto l'esperienza del silenzio che scende dentro di noi con la morte d'altri, soprattutto di una persona cara?  È l'esperienza di un dialogo ormai impossibile. Qualcosa di me muore con la morte dell'altro.

Col silenzio di chi muore e col quale non potremo parlare più, la morte dell'altro penetra in me spezzando questa appartenenza reciproca.

Al fondo la morte svela il senso profondo della vita, svela una appartenenza reciproca, una comunione di vita che appunto la morte interrompe.

Allontanare la morte d'altri, renderci ad essa indifferenti vuol dire negare questa appartenenza, negare che il senso della vita va cercato nella reciprocità e non nella distanza.

Abbiamo costruito un 'noi' con chi ci lascia.

Questo vale soprattutto per la morte di persone care con le quali abbiamo avuto consuetudine di vita, ma vale anche per ogni morte che in qualche misura ci appartiene.

Vale per gli innumerevoli morti di questa guerra che sembra non aver mai fine, vale per le migliaia di morti che giacciono in fondo al Mediterraneo.

Cesare Pavese ha espresso mirabilmente questa appartenenza, anche nel caso della morte del 'nemico': "Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini.  Sono questi che mi hanno svegliato.

Se un ignoto, un nemico diventa, morendo, una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto, il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso.

Potremmo infatti essere al loro posto: per questo ogni guerra è una guerra civile, ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione" (La casa in collina, p. 185).

È bello, anche se arduo, fare memoria dei morti.

Vuol dire tener desta, nella sofferenza, la consapevolezza del nostro comune destino.

Con linguaggio cristiano: la comunione dei santi, cioè il legame di appartenenza che tutti ci unisce, nel vivere e nel morire, tra noi e con Colui che ha voluto condividere il nostro vivere e il nostro morire.

Per questo da Lui, il Vivente, e dai nostri Morti, niente ci può separare.

 

RS Servire

 

mercoledì 26 ottobre 2016

ZUCCHE O SANTI?

ALLA VIGILIA

 DI

OGNISSANTI

Ogni anno negli ultimi giorni ottobre si riapre il dibattito sull'opportunità o meno di dare libero sfogo ai "festeggiamenti" di Halloween, una ricorrenza di nordiche e lontane origini, legata al capodanno celtico. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende. I Celti credevano  che la ricorrenza chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra. La paura della morte e degli spiriti si univa all'allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.
Oggi la ricorrenza di Halloween è divenuta un fatto commerciale, condito da  macabri travestimenti  carnevaleschi, da più o meno simpatici scherzi, da discutibili rituali o da rave, talora  da alienazioni varie e, finanche,  da qualche rito satanico.
La festa cristiana di tutti i santi, legata alla ricorrenza dei defunti del giorno successivo, è ben lontana dalla concezione celtica. Non è la paura della morte e degli spiriti che la anima, ma il grato ricordo dei defunti e, in particolare, di coloro che hanno lasciato dietro di loro una luminosa traccia di santità e che, perciò, godono della gloria del Paradiso. Il morto non è uno scheletro vagante o un pauroso fantasma o un terrificante  zombi, ma un essere amico e fratello che addita ai cristiani (e non solo) la felicità eterna e, grazie alle buone azioni compiute nel suo terreno cammino, ci è di esempio.
 Il giorno di Ognissanti, perciò, è giorno della festa della santità (termine religioso e laico, nel contempo), una festa da preparare mettendo in evidenza i percorsi del bene e la gioia ad essi connessa.  Non è un discorso da sacrestia, ma anche civico e laico.
I santi sono tali non solo per la fede che hanno avuto; la fede ha motivato, vivificato e rinvigorito  la buona vita vissuta, il generoso  servizio alla comunità. L’impegno dei santi è sempre stato non solo spirituale ma anche civico. La loro  presenza è stata ed è una preziosa ed insostituibile risorsa per il progresso culturale, spirituale ed anche materiale di ogni popolo.
La scuola, luogo di cultura, non può trascurare questo aspetto. La conoscenza dei fatti e dei fenomeni religiosi fa parte del suo curricolo. Educare alla cittadinanza, infatti, è far conoscere ed apprezzare i testimoni del bene perché siano di esempio e di stimolo al nostro cammino terreno.  
Cosa fare? Ogni comunità scolastica e ogni insegnante troverà le vie più opportune, non solo a fine ottobre. Un modesto  esempio: si potrebbe cogliere l’occasione per fare preparare delle schede su alcuni santi, evidenziando le principali caratteristiche del loro impegno e le tracce che hanno lasciato; preparare una rappresentazione o un video, incontrare testimoni o esperti; visitare luoghi legati alla vita di un santo; oppure .....
Talora, purtroppo, ci si sofferma principalmente sui cosiddetti grandi (talora conquistatori e guerrafondai) trascurando quei grandi che, senza far troppo rumore, hanno costruito percorsi di pace e di vero progresso umano e sociale.
Di là dell’opportunità o meno di vivere e far vivere l’ormai consueto “gioco” di Halloween (che potrebbe dare anche  possibilità espressive, di buon gusto) siamo chiamati a orientare i ragazzi a comprendere i significati della ricorrenza di Halloween e delle festività religiose dei santi e dei defunti, a riscoprire e valorizzare le tradizioni locali e le caratteristiche virtuose di coloro che sono materialmente morti, ma che continuano a vivere nell'aldilà, un aldilà di felicità e non di terrore.
E’ opportuno ricordare che ci sono tradizioni fisse, ferme nella memoria e nei cuori delle persone, e ci sono tradizioni in evoluzione e migrazione, accolte con entusiasmo e a volte passione. L’unione di vecchio e nuovo spesso genera confusione, se non adeguatamente orientato ed accompagnato.
… e la zucca? Si, se serve per fare un po’ di sano schiamazzo e di buona allegria. Meglio adoperarla per preparare gustosi piatti da condividere con gli amici.
 In ogni caso prestare adeguata attenzione per non far crescere “zucche vuote o marce”.

 Giovanni Perrone


        OGNISSANTI E LE FESTE CRISTIANE