"Educare all’odio?"
Il pregiudizio
Nella dimensione
collettiva della vita umana, l’educazione all’odio è il primo passo che rende
possibile e motiva il pregiudizio, la discriminazione, giustificando lo
scatenamento della violenza. La passione dell’odio è infatti passione dell’Uno
che vorrebbe escludere il Due sino al colmo della sua distruzione. Dove c’è
odio l’esperienza virtuosamente traumatica del Due viene sempre rigettata nel
nome dell’Uno. Distruggere il nemico significa infatti distruggere innanzitutto
l’esperienza del proprio limite che il Due costituisce. Per questa ragione, il
gesto di Caino trova il suo fondamento nel mito di Narciso: amare la propria
immagine, porsi come un Uno-tutto-solo, adorare il proprio Io, comporta la
soppressione di tutto ciò che è altro da me.
I cattivi maestri
I cattivi maestri di ogni
tempo incitano all’odio, armano le mani dei loro figli o dei loro allievi,
soffiano sul fuoco nichilistico della distruzione del nemico. Per lo più, come
accadde anche nel nostro paese negli anni Settanta, nascondendo le proprie
responsabilità.
È infatti sempre l’uso irresponsabile della parola da parte dei cattivi maestri a promuovere la violenza. L’ebbrezza del passamontagna calato sul volto che preparava lo scontro armato con le forze dell’ordine, raccontata con pathos da Toni Negri, resta nel mio ricordo di quegli anni come un invito irresponsabile all’odio che ha spinto molti giovani verso una lotta destinata a sconfinare nell’arbitrio assoluto della violenza. Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione.
Con l’invito paradossale
ad amare il nemico Gesù intende piuttosto
sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per
metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare
chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai
essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una
passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una
passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da
disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria
superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili
davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e
dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore?
Non è forse questo il grande, immenso, compito dell’educazione? Non a caso guerra e Scuola sono profondamente antagoniste. La funzione prima della Scuola non è infatti quella della trasmissione del sapere, ma quella della formazione della vita alla sua dimensione costitutivamente plurale, all’esperienza del Due e non dell’Uno-tutto-solo. Per questo, tutte le ideologie totalitarie snaturano la vocazione democratica della Scuola facendone un’officina di guerra e di indottrinamento, sottomettendola così al servizio dell’odio.
In ogni regime
totalitario, la missione democratica della Scuola viene avvelenata e distorta
dal virus dell’ideologia. I totalitarismi del Novecento sono stati esempi
storici sconvolgenti di come l’indottrinamento possa prende il posto
dell’educazione alla legge plurale della parola, alla legge del Due. Il nostro
tempo ripropone traumaticamente la stessa sfida sull’orlo di una guerra che
rischia di divenire mondiale: sarà la passione dell’odio a trionfare o sapremo
trovare nella fratellanza – nell’amore per il Due – un’alternativa etica a
questa passione mostruosamente umana?
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