Visualizzazione post con etichetta NATO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NATO. Mostra tutti i post

martedì 11 marzo 2025

RIARMIAMOCI e PARTITE !

 


Quando una cultura invecchia e comincia a perdere i suoi obiettivi, sorge un conflitto tra coloro che vorrebbero eliminarla per stabilire dei nuovi modelli culturali e coloro che vorrebbero invece mantenere il vecchio modello con il minor numero possibile di cambiamenti». 

- di Alessandro D’Avenia

 Nel 1953 il mondo era appena uscito dalla guerra e diviso in due sfere di influenza e deterrenza, americana e sovietica, e Philip Dick (per il provocatorio Carrère, che gli ha dedicato una bellissima biografia, il più grande scrittore del '900) pubblicava «I difensori», un racconto in cui l'umanità, impegnata in una guerra tutt'altro che fredda tra Russi e Americani, vive e lavora sottoterra per alimentare lo scontro affidato ai robot in superficie, dove c'è solo un ammasso di macerie tossiche sotto un cielo incolore. I difensori del titolo sono i «Plumbei», robot intelligenti (le nostre intelligenze artificiali) coperti di piombo anti-radiazioni: combattono e aggiornano gli umani sullo stato della guerra in cui i Russi stanno prevalendo grazie alle mine intelligenti (i nostri droni). Un gruppo di tecnici e soldati americani deve risalire in superficie per risolvere un'anomalia: non è mai accaduto dall'inizio dello scontro a causa della radioattività sostenibile dagli umani solo per pochi minuti. Una volta arrivati su, il gruppo ha però una sorpresa: il mondo là fuori è splendido e nuovo, non c'è la guerra, notizie e immagini che giungevano sottoterra erano create ad arte dai robot con dei modellini. 

 Perché i difensori hanno agito così? Ci serve saperlo nello scenario odierno. 

 I robot rispondono come farebbe un'intelligenza artificiale progettata esclusivamente per il bene dell'uomo: «Non appena abbandonaste la superficie, la guerra cessò. Avete ragione, siete stati ingannati. Avete lavorato duro nel sottosuolo, mandando su cannoni ed armi, e noi li distruggevamo non appena arrivavano. Ci avete creati per continuare al vostro posto la guerra mentre voi umani vi rifugiavate nel sottosuolo per sopravvivere. 

Ma prima che noi potessimo continuare la guerra, era necessario analizzarla per determinare quali ne fossero gli scopi. Scoprimmo che le culture passano attraverso delle fasi. Quando una cultura invecchia e comincia a perdere i suoi obiettivi, sorge un conflitto tra coloro che vorrebbero eliminarla per stabilire dei nuovi modelli culturali e coloro che vorrebbero invece mantenere il vecchio modello con il minor numero possibile di cambiamenti». 

 È ciò che accade anche oggi in Occidente, nello scontro tra globalizzazione e multipolarismo, tra élite e popolo, tra progressisti e conservatori. 

 Ma seguiamo l'analisi antropologica del robot: «Il conflitto interno minaccia di coinvolgere la società in una guerra contro sé stessa, gruppo contro gruppo. Le tradizioni vitali possono andare perdute, non solo alterate e riformate, ma distrutte completamente in questo periodo di caos e di anarchia. È necessario perciò che l'odio all'interno di una civiltà venga incanalato verso l'esterno, un gruppo esterno, in maniera che la cultura stessa possa sopravvivere alla sua crisi. La guerra ne è il logico risultato». 

 Insomma per non distruggersi, ricompattarsi e salvare le strutture che l'hanno costituita come tale (oltre all'economia che ne è conseguenza operativa nella storia umana sono la combinazione di educazione, religione e forme di appartenenza a un gruppo), una cultura divisa preferisce cercare un nemico al di fuori invece di soluzioni nuove alla crisi interna. 

Vale per popoli, città, famiglie, coppie, singoli: per paura e pigrizia non affrontiamo le ombre ma le proiettiamo fuori, odiando negli altri ciò che non va in noi, convinti che, distrutto il nemico, risolveremo la crisi che invece sarà ancora lì, peggiore di prima, dopo che il fumo della battaglia si sarà diradato. 

 La logica di ferro, anzi di piombo, del robot prospetta la soluzione: «La guerra, per una mente razionale, è assurda. Ma, in termini di bisogni umani, svolge una funzione d'importanza vitale ed insostituibile. E continuerà a svolgerla finché l'Uomo non sia cresciuto al punto da eliminare totalmente l'odio dentro di lui». I robot confidano in un'evoluzione umana lineare: «In questi otto anni abbiamo osservato importanti mutamenti nella mente degli uomini: la fatica ed il disinteresse stanno gradatamente prendendo il posto dell'odio e della paura. Ma l'inganno deve continuare, almeno per un altro po'. Non siete ancora pronti per la verità». 

 Robot, creati per proteggere gli uomini, hanno quindi fatto (con un po' di Imagine) la scelta più logica: interrompere la guerra e preparare la Terra per una umanità nuova. 

 Per tutta risposta gli Americani vogliono approfittare della scoperta per impadronirsi della Terra prima degli ignari Russi, e così si affrettano a tornare sottoterra, ma i robot hanno distrutto il tunnel di collegamento. Sono quindi costretti a rimanere in superficie dove incontrano proprio un gruppo russo venuto su qualche mese prima. Si preparano allo scontro, ma i robot li fanno ragionare: i Russi sono disarmati e le armi non servono più, per sopravvivere devono non solo smettere di combattersi, ma unirsi e aiutarsi, per procurarsi da vivere: «la necessità di risolvere i problemi quotidiani dell'esistenza vi insegnerà come tirare avanti nello stesso mondo. Non sarà facile, ma ce la farete». 

 Solo obiettivi di bene comune possono distogliere culture internamente in crisi dalla soluzione bellica, ma i robot ignorano che l'uomo non smetterà mai di proiettare le proprie ombre su un nemico esterno, perché Caino è sempre in noi e cerca sempre un Abele a cui attribuire il proprio male. 

 Lo storico Emmanuel Todd in «La sconfitta dell'Occidente», proseguendo il suo «Breve storia dell'umanità» e svincolandosi dalla lettura, dominante e riduttiva, della storia in chiave prettamente economica, dimostra che la crisi riguarda le strutture che hanno unito alcuni popoli in quello che chiamiamo Occidente. Oggi infatti, esaurito il collante della sofferenza postbellica, la globalizzazione economica mette in concorrenza le culture che finiscono col ripiegarsi su se stesse. Emergono così gli egoismi nazionali, incarnati da oligarchie di potere che generano la loro controparte: i populismi; la diplomazia è resa inutile dalla logica dei rapporti di forza economici, militari e tecnologici. L'alternativa è creare l'unità su basi più profonde, di impegno comune sulle emergenze: povertà, fame, istruzione, sanità, inquinamento. Come ha detto papa Francesco: «La fame nel mondo finirebbe, se non si fabbricassero armi per un anno», ma questa scandalosa evidenza è considerata alla stregua della fantascienza di Dick: fantasie. Infatti dopo le attuali mosse americane, gli attuali leader dell'UE - invece di riscoprire lo specifico europeo che non è la potenza militare ma una diplomazia che provi a ricostruire un'unità culturale dagli Urali all'Atlantico, come auspicavano e provarono a fare alcuni leader europei alla fine della guerra mondiale e dopo la caduta del comunismo - hanno proposto il riarmo e l'ombrello nucleare di marca francese, togliendo i vincoli di bilancio al debito che peserà ulteriormente sulle future generazioni. Ma all'Europa non basterà un esercito comune per unirsi, così come non è bastata una moneta comune. 

Che cosa hanno veramente in «comune» un irlandese, un italiano, un francese, un ungherese, un rumeno... che li spingerebbe a difendere anche con il proprio corpo l’Europa come gruppo vitale di appartenenza? La mancanza di una risposta è la nostra crisi interna. 

 Di certo, se la NATO finirà, bisognerà rendersi finalmente indipendenti anche sul piano difensivo, ma questo scenario, per quel che capisco, è tutt'altro che certo. L'antropologo Jared Diamond ha dimostrato, prima in «Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere» e poi in «Crisi. Come rinascono le nazioni», che le civiltà, invece di affrontare le crisi interne, che spesso neanche vedono, prese dalla smania di salvarsi fanno scelte irrazionali con cui invece si danno il colpo di grazia: «Tutti si trovano ad affrontare crisi e spinte al cambiamento: dai singoli individui ai gruppi, alle aziende, alle nazioni, al mondo intero. Per affrontarle positivamente è necessario un processo di cambiamento selettivo: non essendo possibile né auspicabile che individui e nazioni cambino completamente, abbandonando ogni aspetto della loro identità passata, la sfida diventa, tanto per le nazioni quanto per le persone in crisi, capire quali parti della loro individualità stiano funzionando bene e non vadano modificate, e quali necessitino di cambiamento. L’obiettivo è individuare nuove soluzioni in armonia con le capacità e caratteristiche di ciascuno». 

 È l'occasione di una nuova unità, ma non vedo nelle leadership attuali la capacità di un cambiamento selettivo, ma la coazione a ripetere soluzioni già bollate dalla storia come fatali, soluzioni che, per essere sostenute, costringeranno i nostri figli a lavorare sottoterra se non a combattere sul campo.

Lo avevano capito i robot del '53. Noi?   

 Corriere della Sera

Immagine

 

 

venerdì 21 giugno 2024

RUSSIA E SUD GLOBALE

 

Dietro la Russia, la sorda protesta del sud globale



-        di Giuseppe Savagnone*

Il mondo si divide

Non sono stati molti gli osservatori che hanno dato il giusto rilevo a quanto è accaduto al “Convegno per la pace in Ucraina” del 16 e 17 giugno scorso.

 Tutti, naturalmente, hanno evidenziato che, a fronte degli 80 paesi e delle 4 organizzazioni internazionali che hanno sottoscritto i 10 punti della proposta di pace   del presidente ucraino Zelensky, ce ne sono stati 12 che non hanno voluto farlo: l’India, il Brasile (presente come osservatore), il Messico, la Colombia, il Sudafrica, l’Indonesia, la Thailandia, la Libia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Armenia, il Vaticano (anch’esso presente come osservatore).

 Senza contare i 68 Stati che hanno declinato l’invito a partecipare – in tutto il governo svizzero ne aveva invitati 160 – , esprimendo già con questo rifiuto il loro dissenso. E tra questi c’è la Cina, il cui ruolo in una eventuale trattativa di pace è fondamentale.

 E in tutte le cronache e i commenti è stato riconosciuto che non si è trattato di una fronda marginale. Alcuni degli Stati che non hanno firmato sono dei giganti, già anche semplicemente sotto il profilo demografico. Basti pensare che essi, insieme, contano qualcosa come 2 miliardi e 25 milioni di abitanti. Se a questi si aggiunge la Cina, che non ha mandato nessun rappresentante, si arriva a 3 miliardi e 66 milioni di persone, quasi la metà della popolazione mondiale.

 Ma si è sottolineato che comunque hanno sottoscritto il documento, fra gli altri, gli Stati Uniti, tutti i membri dell’UE, il Consiglio d’Europa, la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Regno Unito, il Canada, la Turchia, l’Argentina, Israele, il Giappone, la Corea del sud. Insomma, i paesi che contano, quelli del G7, più qualche altro che si allinea alle loro posizioni.

 Ciò che spesso non è stato messo in luce è la portata epocale di quanto sta accadendo, e di cui la vicenda della guerra in Ucraina è solo una manifestazione, la divisione del pianeta in due aree, che non corrispondono al facile schema secondo cui i paesi democratici – che poi sarebbero quelli del G7, nella loro maggioranza membri della NATO – lotterebbero in difesa della libertà contro quelli totalitari.

 Perché alcuni degli Stati che prendono le distanze dalla linea degli Stati Uniti e dei loro alleati nei confronti della Russia sono anch’essi democratici, come l’India e il Brasile. Altri, invece, a cominciare dalla Russia, non lo sono affatto. Che cosa dunque li accomuna?

 La contrapposizione tra Nord e Sud

Il fatto è che tutti questi paesi oggi si riconoscono parte del cosiddetto “Sud globale”, un’espressione oggi sempre più usata per designare tutte quelle nazioni che sono state in qualche modo vittime di colonialismo o di sfruttamento e che stanno sperimentando processi di sviluppo ancora incompiuti (ancora in un recente passato si parlava di “paesi in via di sviluppo”).

 Proprio la guerra in Ucraina ha evidenziato e potenziato questa contrapposizione, emersa già nell’aprile del 2022, quando, all’indomani dell’invasione russa, l’Assemblea generale dell’ONU ha sospeso la Russia dal Consiglio dei diritti umani.

 Biden aveva espresso, in questa occasione, tutta la sua soddisfazione per una decisione che a suo avviso dimostrava «quanto la guerra di Putin abbia fatto della Russia un paria (…). Noi continueremo a lavorare con le nazioni per far rispondere la Russia delle atrocità commesse, e per alzare la pressione sull’economia russa, e isolare la Russia dal palcoscenico internazionale».

Il presidente americano, però, non aveva fatto sufficiente attenzione al fatto che la decisione – pur essendo presa a larga maggioranza – non era stata unanime. 93 paesi si erano pronunciati a favore, mentre 24 si erano opposti e 58 si erano astenuti.

 Tra i contrari, molti storici alleati di Mosca, come Cina, Cuba, Bielorussia, Siria e Vietnam e altri che lo sono diventati di recente grazie agli aiuti militari ricevuti dal Cremlino, come Mali, Gabon, Zimbabwe.

 C’erano poi gli astenuti, tra cui figuravano più o meno gli stessi che ora non hanno ritenuto di firmare il documento di Zelensky: l’India, il Brasile, il Messico, il Sudafrica, l’Indonesia, la Thailandia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti.

 Particolarmente significativa era stata la presa di posizione della Cina, in cui si esplicitava, piuttosto che un pieno accordo con la Russia sul merito della sua politica, un dissenso nei confronti dello stile enfatizzato dal presidente americano, basato sull’esclusione: «Il dialogo e il negoziato sono l’unica via per uscire dalla crisi in Ucraina», aveva detto l’ambasciatore cinese all’ONU, Zhang Jun, dopo il voto. «Questa risoluzione», aveva aggiunto, «aggrava le divisioni tra gli Stati membri, aggiunge benzina al fuoco, e non aiuta i colloqui di pace».

 Una riflessione che probabilmente è alla base anche della scelta del Vaticano di non firmare il documento finale dell’incontro di Lucerna, chiaramente ispirato alla logica della contrapposizione frontale nei confronti della Russia.

 Una logica, peraltro, che aveva già determinato, nel marzo del 2014, dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca, l’esclusione della Russia dal G8 – il gruppo dei paesi del mondo con le economie più avanzate – di cui faceva parte nel 1997. E che si sarebbe espressa, dopo l’aggressione di Putin nei confronti dell’Ucraina, in ondate successive di sanzioni sempre più pesanti che, nelle intenzioni degli Stati della NATO, avrebbero dovuto metterne in ginocchio l’economia.

 Per non dire dell’esclusione sistematica degli atleti russi da tutte le gare internazionali, dai tornei di calcio alle paralimpiadi di Pechino, e della cancellazione della presenza di artisti e opere d’arte russe da mostre e teatri.

 Il BRICS

Le cose non sono andate come Biden e gli altri leader della NATO prevedevano. La Russia non è rimasta isolata sulla scena del «palcoscenico internazionale». E la sua economia non è crollata, anzi – pur avendo dei forti contraccolpi – ha superato, secondo i più recenti dati della Banca Mondiale pubblicati all’inizio di giugno, quella del Giappone, scalzandola dal quarto posto nella graduatoria mondiale.

 Tra le spiegazioni di questa inaspettata resilienza c’è quella che già da prima della crisi ucraina la Russia aveva stretto forti legami con quel “Sud del mondo” di cui si è parlato. Di questi legami è a più evidente e significativa espressione   la nuova realtà del BRICS.

 Noto anche come “Gruppo dei Cinque”, il BRICS è un forum economico internazionale fondato nel 2009 da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ( BRICS è l’acronimo composto dalle loro iniziali) come alleanza tra le economie emergenti. Al nucleo iniziale si sono andati aggiungendo, recentemente, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudafrica, l’Iran, l’Egitto e l’Etiopia. E altri, come la Nigeria e la Turchia, stanno orientandosi a parteciparvi.

 Si tratta di Stati che hanno storie, culture, istituzioni molto diverse tra loro. E, a differenza della Nato, il BRICS non comporta una alleanza politico-militare fra i membri. Vi è però qualcosa che li accomuna e che spiega la loro vicinanza alla Russia (geograficamente non rientrante nel concetto di “Sud”), ed è la loro spinta  ad emergere, in potenziale o esplicita contrapposizione ai paesi ricchi, e in larga misura ex colonialisti, del G7, contestandone il ruolo egemone, finora dato per indiscusso.

 Il terreno del conflitto è innanzi tutto quello economico. Si tratta di scalzare il quadro di un’economia neocapitalista che finora ha avuto negli Stati Uniti il suo perno. Va in questa direzione la proposta avanzata nel vertice dell’agosto 2023 dal presidente del Brasile Lula da Silva, di introdurre una moneta comune che possa permettere ai paesi BRICS di non ricorrere al dollaro americano per effettuare gli scambi.

 Ciò che di fatto è avvenuto non è ancora l’adozione di una moneta unica, ma il ricorso a quelle dei singoli paesi, in sostituzione del dollaro. In generale l’utilizzo del dollaro nei commerci dei paesi BRICS è in forte diminuzione, appena il 28,7% nel 2023, anno in cui un quinto di tutto il commercio petrolifero mondiale è stato fatto con monete diverse dal dollaro.

 Insomma, lo sforzo di emancipazione dall’Occidente è in pieno svolgimento e il BRICS esercita una sempre maggiore attrattiva verso paesi dell’Asia e dell’Africa che covano, in modo più o meno esplicito, un atteggiamento di risentimento nei suoi confronti.

 Il nuovo asse spaziale

Lo spazio ha sempre avuto un ruolo simbolico importante nel definire i rapporti tra le diverse realtà sociali, politiche ed economiche del pianeta. A lungo, dopo la seconda guerra mondiale, l’asse spaziale fondamentale è stato quello orizzontale: Est ed Ovest, Oriente Vs Occidente.

 Si parlava di “paesi dell’Est, per indicare non solo e non tanto una collocazione geografica, quanto l’appartenenza alla realtà del mondo comunista, e di “paesi dell’Ovest” per designare gli Stati democratici.

 Nel tempo della globalizzazione il pianeta sembrava unificato dalla vittoria dell’Occidente democratico e neocapitalista. Le differenze erano relativizzate da un comune orizzonte economico, che era anche un fattore di pace politica.

 La crisi ucraina ha aperto la strada a quello che il presidente Biden in un suo discorso ha definito «un nuovo ordine mondiale», accentuando esigenze e prospettive che già maturavano nel periodo precedente.

 (Il BRICS nasce nel 2009, ma è evidente che il suo ruolo era molto diverso per una Russia strettamente legata alla Germania di Angela Merkel, com’era fino al febbraio del 2022, e quella attuale, ormai isolata dai paesi europei).

 Adesso l’asse spaziale prevalente è quello verticale Nord-Sud. E la Russia, a dispetto della sua collocazione geografica, è legata al secondo di questi poli. Basta scorrere la lista dei paesi che non intendono allinearsi alla politica di contrapposizione proposta dal presidente Zelensky e sposata senza riserve dalla NATO, per rendersi conto che anche gli Stati che non sono membri del BRICS – per esempio il Messico – costituiscono il Sud rispetto a un Nord (nel caso del Messico, gli Stati Uniti) molto più ricco.

 Essi in buona parte non condividono la cinica politica dittatoriale e imperialista di Putin, ma non intendono allinearsi con un ex Occidente che forse non è mai stato, come pretendeva, il paladino della libertà.

 Quale libertà

Peraltro, la nuova contrapposizione spaziale tra Nord e Sud ha, al di là del gioco diplomatico e della collocazione politica degli Stati, una portata che la rende assai meno ideologica di quella del passato tra Est e Ovest – qui non c’è più il conflitto tra filosofia liberale e marxismo – , ma più drammatica sul piano esistenziale. Perché rientra in essa il problema dei grandi flussi migratori che dal Sud cercano di raggiungere il Nord, venendone sempre più duramente respinti.

 Così è nel caso dell’immigrazione che dal Messico proietta i latinos poveri verso la frontiera degli Stati Uniti, suscitando le ire di Trump e le sempre più decise misure restrittive di Biden.

 Così è nel caso dell’Europa, sempre più sensibile alla linea della Meloni, che in Italia mira a respingere gli “invasori” cercando di bloccarli in campi di concentramento fuori delle frontiere, in Libia e Tunisia o in Albania. Così è nel caso del Regno Unito, dove il premier Sunak ha fatto recentemente passare una legge che prevede la deportazione degli immigrati nel Ruanda.

 La caduta del muro di Berlino, nel 1989, ha segnato la fine della contrapposizione tra Est ed Ovest. Ma ora nuovi muri sorgono dappertutto, in America come in Europa, tra Nord e Sud. Con un numero di vittime enormemente superiore a quelle cadute nel passaggio del muro di Berlino. E creando un clima che da un lato è quello della difensiva ad oltranza, dall’altro quello della disperata ricerca di una migliore condizione di vita.   Il «nuovo ordine mondiale», rischia, così, di essere un ritorno a quello dell’odio e della paura.

 Con la differenza, che qui, ad alzare le barriere non sono più dei paesi totalitari, ma le nostre democrazie – le stesse che hanno lottato per la libertà e che ora sembrano aver concluso che quella che volevano era solo la “loro” libertà, da cui cerano di tenere lontani quanti vorrebbero esserne partecipi.

 

*Scrittore ed Editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

Immagine


sabato 29 aprile 2023

LA PACE. UN MIRAGGIO?

 

- di Giuseppe Savagnone*

 

La lettura dominante della guerra in Ucraina

L’attesa telefonata del presidente cinese Xi Jinping al suo omologo ucraino Zelensky ha riportato in primo piano il problema irrisolto delle prospettive di pace nella guerra che da più di un anno infuria nel cuore dell’Europa. Una guerra, che, malgrado il passare del tempo, non si è avvicinata di un passo a una sua ragionevole soluzione, anzi sembra essersene allontanata sempre di più. Cerchiamo di capire perché.

Secondo la lettura largamente dominante – in Italia, come del resto in tutti i paesi membri della Nato – la causa di tutto è la gratuita aggressione della Russia, che rientra, peraltro, in un più ampio disegno imperialistico del dittatore russo Putin, volto alla ricostituzione dei confini dell’ex Unione Sovietica. Di questo piano era stato già un primo tassello il colpo di mano con cui Mosca si era impadronita, nel 2014, della Crimea. Già allora era stato un errore, da parte della comunità internazionale, non reagire a questa occupazione illegale. Cedere ora anche sull’invasione del Donbass significherebbe ripetere l’errore fatto dalle democrazie occidentali nel 1938, nella conferenza di Monaco, di fronte all’escalation di Hitler.

A rafforzare questa rappresentazione sono stati anche i gravissimi crimini contro l’umanità perpetrati dagli invasori: torture e massacri (Bucha e varie fosse comuni), deportazione di più di mille bambini ucraini in Russia, attacchi indiscriminati a bersagli non militari). Da qui la necessità di isolare la Russia sia con una serie di sanzioni economiche, sia sospendendola da tutti gli organismi internazionali, come il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, sia escludendo i suoi atleti da ogni competizione sportiva e perfino sospendendo la programmazione nei teatri di opere di autori russi. L’ultimo atto coerente ed inevitabile di questa linea è stato il mandato di arresto spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia nei confronti di Putin.

In questa logica l’unica pace possibile è quella che può essere raggiunta sconfiggendo l’esercito russo. Perciò l’inesauribile attività diplomatica di Zelensky si è concentrata esclusivamente sulla richiesta di armi sempre più sofisticate per colpire gli invasori. Al posto della parola “pace” nei suoi discorsi è stato sempre in primo piano quella “vittoria”. La prima meta può essere infatti solo il frutto del raggiungimento della seconda.

L’interpretazione minoritaria

La tesi minoritaria, sostenuta tra gli altri dallo storico Franco Cardini, vede le cose in modo opposto. Ad essere aggredita, malgrado le apparenze, è stata proprio la Russia, costretta alla guerra sia per l’accerchiamento realizzato in questi anni – violando esplicite promesse degli Stati Uniti – con l’estensione a macchia d’olio della NATO, sia per le continue aggressioni nei confronti delle popolazioni di etnia russa del Donbass da parte del battaglione Azov e delle altre frange filo-naziste dell’esercito ucraino.

 A tutela di queste popolazioni erano stati siglati, nel 2014, gli accordi di Minsk, che prevedevano, oltre al cessate il fuoco tra separatisti ed unionisti, una modifica costituzionale dell’Ucraina che garantisse l’autodeterminazione amministrativa e linguistica delle regioni di etnia russa di Donetsk e Lugansk, ma il governo ucraino li ha sistematicamente violati, non effettuando la promessa revisione costituzionale e anzi proibendo la lingua russa. E in questo quadro si situa, sempre nel 2014, la pretesa occupazione della Crimea da parte di Putin, che è stata in realtà un atto di autodeterminazione del popolo di questa regione, in prevalenza di etnia russa.

La politica intollerante e nazionalista del governo ucraino si è svolta, peraltro, con l’appoggio dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti, i quali negli ultimi anni hanno armato e addestrato l’esercito ucraino in vista del prevedibile scontro con la Russia. Una prossimità che ha portato l’Ucraina a chiedere di entrare anch’essa nella NATO, anche se provvisoriamente la richiesta era stata respinta.

Davanti a questo quadro Putin è stato costretto a scegliere tra una umiliante acquiescenza – rischiando anche di essere delegittimato agli occhi dei suoi sostenitori – e fare un atto di forza.

Da qui lo scoppio di questa che si configura in realtà come una guerra per procura “fino all’ultimo ucraino” contro la Russia, allo scopo di bloccare il suo avvicinamento all’Europa, temutissimo dagli Stati Uniti, spezzando i legami economici sempre più stretti che li univano, di isolarla internazionalmente e di indebolirla militarmente ed economicamente.

La pace richiede perciò l’interruzione della fornitura di armi all’esercito ucraino, un’immediata sospensione delle ostilità e l’accettazione, da parte di Zelensky, delle giuste richieste russe sulla Crimea e il Donbass, nonché l’impegno dell’Ucraina a non entrare nella NATO e a diventare uno Stato neutrale.

L’insostenibilità della versione minoritaria

Entrambe queste versioni contengono un’anima di verità, ma sono nel loro complesso false. Vediamo perché, cominciando dalla versione minoritaria. Dipingere Putin come la vittima di una trappola è contrario all’evidente intenzione del dittatore di perseguire una politica di potenza che porti alla ricostituzione dell’impero sovietico da poco dissolto. 

Significativa la sua dichiarazione all’indomani dell’invasione: «Non rinuncerò mai alla convinzione che i russi e gli ucraini sono un solo popolo». Da qui anche il rifiuto di chiamare “guerra” quella in corso – una guerra si fa fra due popoli – e il ricorso all’espressione “operazione speciale”.

Ma è proprio così? La strenua resistenza del popolo ucraino lo smentisce. Peraltro, Putin nasconde il fatto che, fra il 1929 e il 1932, la popolazione ucraina fu da Stalin sottomessa a una politica di collettivizzazione forzata della terra, che provocò la morte per fame di quasi tre milioni di persone, il cosidetto Holodomor, da holod (fame, carestia) e moryty, (uccidere affamare). La violenza distruttiva con cui i russi stanno conducendo questa guerra rievoca quella tragedia. E il mondo non poteva assistere passivamente a questo scenario.

A questo punto il pacifismo che risulta dalla posizione di chi misconosce tutto questo è molto diverso dalla vera esigenza di pace. Agostino ha definito la pace «tranquillità dell’ordine». Dove “ordine” implica innanzi tutto libertà e giustizia. Senza di esse, lo si ridurrebbe a quello espresso nella famosa frase dal ministro francese Sebastiani, nel 1831, dopo la spietata repressione russa della rivolta polacca: «L’ordine regna a Varsavia».

I limiti della tesi maggioritaria

Ma anche la forza della tesi data da molti per scontata sta nell’avere isolato con un fascio di luce i fatti del presente, lasciando nell’ombra la storia in cui si inquadrano e che è decisiva per capirli. In principio c’è la crisi dell’Unione Sovietica, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, col crollo emblematico del muro di Berlino. Nel summit di Malta del 2-3 dicembre 1989 George Bush Sr assicurò a Michail Gorbaciov che, in cambio di un pacifico ritiro della Russia, la coalizione non avrebbe esteso la sua presenza «neppure di un centimetro a est dei confini della Germania riunificata».

Si trattava di un accordo meramente verbale. Ma la sua esistenza è confermata dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock,  in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera»  del 15 luglio 2007:  «Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’URSS nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola».

Così, nel 1999 Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca divennero a tutti gli effetti membri della Nato. Nel 2004 fu la volta di quattro Paesi ex membri del Patto di Varsavia: Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia, nonché di tre ex repubbliche sovietiche, Lettonia, Estonia e Lituania. Nel 2009 aderirono Croazia e Albania. Nel 2017 aderì il Montenegro. Nel 2020 la Macedonia del Nord.

Basta guardare la carta dell’Europa orientale per rendersi conto che quello che si è verificato è un accerchiamento della Russia da parte dell’America e dei suoi alleati.

Questo quadro non poteva non allarmare il Cremlino e sollevare da parte sua  forti resistenze davanti alla prospettiva dell’ingresso nella Nato di un’altra ex repubblica sovietica, appunto l’Ucraina. Nel dicembre 2021 Putin inoltrò ufficialmente al governo statunitense una proposta di accordo sulla situazione ucraina. Senza risposta.

Anzi, a proposito dell’accordo di Malta del 1989, il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg replicò seccamente, circa un mese prima dell’invasione russa, che «nessuno mai, in nessuna data e in nessun luogo, aveva fatto tali promesse all’Unione Sovietica». E all’assicurazione del cancelliere tedesco che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO non era all’ordine del giorno non ha mai fatto riscontro un’analoga garanzia – l’unica veramente decisiva – da parte degli Stati Uniti.

 Mentre nel caso dei missili russi a Cuba, nel 1962, la Russia di Krusciov aveva compreso la necessità di fare un passo indietro, l’America di Biden non ha fatto nulla per rassicurare il Cremlino. E dà l’impressione ora di stare combattendo davvero una costosa “guerra per procura” (si parla di 73 miliardi, tra forniture militari e sostegni economici, a fronte dell’unico miliardo a favore dei paesi del terzo mondo…). Per la felicità dei mercanti di armi. Del resto fino a pochi giorni fa sempre Stoltenberg ha ribadito che il posto dell’Ucraina è nella Nato. Esattamente ciò che serve a perpetuare sine die la guerra.

Invece della pace, un nuovo “ordine” basato sulla divisione

Sia i ministri degli esteri di Russia e Cina, sia il presidente degli Stati Uniti hanno parlato del delinearsi di «un nuovo ordine mondiale». Ma non è quello della pace. Ciò che sembra destinato a caratterizzarlo è la fine del dialogo tra le maggiori potenze che, pur con mille difficoltà e incomprensioni, aveva segnato la fine della “guerra fredda”.

Ora, invece, il mondo sembra destinato ad essere teatro della radicale contrapposizione tra due blocchi di potenze – Cina e Russia da un lato, la NATO dall’altro – in aspra lotta tra loro sul piano politico e, potenzialmente, su quello militare.

Il «nuovo ordine mondiale», rischia, così, di essere quello dell’odio e della paura. E del resto sembra che a questa prospettiva ci si prepari anche in un’Europa, di cui questa guerra ha rivelato – ma anche sancito – l’incapacità di essere una realtà politica, e ai cui singoli membri resta solo di riprendere una frenetica corsa agli armamenti sotto l’insegna della NATO.

Di fronte a questi scenari inquietanti ritornano alle mente le parole di papa Francesco: «Una guerra sempre, sempre, è la sconfitta dell’umanità». Questa sicuramente lo è.

 

* Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu .

  Scrittore ed Editorialista



venerdì 6 maggio 2022

GLOBALIZZAZIONE IN CRISI


 - di Giuseppe Savagnone*

Le guerre dimenticate

Gli osservatori dicono che nel mondo, quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ce n’erano già in corso ben 169 di cui nessuno parlava. E non perché fossero meno disastrose e sanguinose di quella che sta devastando l’ex repubblica sovietica: per menzionarne solo una – quella che nello Yemen, dal 2014, vede contrapposto il fronte sciita, supportato dall’Iran, e quello sunnita, sostenuto dall’Arabia Saudita con l’appoggio dagli Stati Uniti – , l’ultimo rapporto dell’Onu, pubblicato lo scorso novembre, parla di 150mila persone che hanno perso la vita negli scontri armati e per i bombardamenti aerei, e addirittura di 377mila se si considerano le vittime degli effetti indiretti del conflitto, come la scarsità di acqua e di cibo.

La guerra in Ucraina, per quanto violenta e disumana, ha causato finora un numero di morti misurabile, al massimo in poche decine di migliaia (includendo anche le perdite militari russe). Nulla di lontanamente paragonabile a quella yemenita. Eppure, agli occhi di noi occidentali sta risultando molto più significativa e sconvolgente di tutte le altre messe assieme.

È vero, essa si combatte in Europa. Ma anche quelle nate dalla dissoluzione della ex Jugoslavia si sono svolte sul suolo europeo, senza avere la risonanza del conflitto ucraino. È vero anche che in quest’ultimo, checché ne dicano i negazionisti, ci sono state atroci esecuzioni di civili, stupri, devastazioni che hanno commosso e indignato l’opinione pubblica. Ma violenze inaudite sui civili hanno accompagnato e accompagnano anche le altre guerre del passato (si pensi alle “pulizie etniche nella ex Jugoslavia e del presente). Per restare al caso dello Yemen (uno su 169…), secondo l’Undp, l’Agenzia per lo sviluppo dell’Onu, in questo conflitto dimenticato «nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni».

E tuttavia nessun premier, tanto meno il presidente americano, ha denunziato con tanta accorata indignazione i crimini e le atrocità perpetrate verso gli innocenti nel corso del conflitto yemenita o delle altre guerre. Nessun parlamento si è reso disponibile ad ascoltare la voce delle vittime, nessun fronte comune è stato creato, da parte dei governi dei Paesi democratici, per indire sanzioni contro gli aggressori o per fornire armi agli aggrediti. Né l’opinione pubblica ha percepito sia pure una lontana eco dei drammi umani che si stavano consumando e che continuano ogni giorno a svolgersi sotto i nostri occhi indifferenti.

La sola reazione del mondo occidentale, dell’Europa in particolare, è stato l’allarme per l’arrivo dei profughi di queste guerre, considerati un peso insostenibile per la nostra economia e una minaccia per la nostra civiltà, tanto da essere paragonati a barbari invasori da fermare alle frontiere con tutti i mezzi. Ancora una volta non può non sorprendere la diversità di atteggiamento verso i profughi ucraini, che gli stessi personaggi politici impegnati in prima linea da anni nella chiusura ai migranti, hanno accolto a braccia aperte e definito «veri profughi», contrapponendoli a quelli «falsi» provenienti da tutte le altre guerre. E qui si trattava di più di cinque milioni di persone, e non di alcune decine di migliaia!

Sono dati che forse dovrebbero farci riflettere sul peso che hanno i mezzi di comunicazione nella nostra percezione della realtà. In questo senso, sicuramente ha avuto un peso determinante nel coinvolgimento del mondo occidentale la spettacolarizzazione del conflitto ad opera del presidente ucraino Zelens’kyi, che ha fatto il giro dei parlamenti dei Paesi democratici per sostenere la sua causa.

Una svolta epocale

Ma l’immagine non è solo una proiezione esterna alla realtà: essa contribuisce a costituirla. Così, proprio a causa della risonanza politica e mediatica che sta avendo, questa guerra è effettivamente diversa dalle altre. Al punto che si può con fondamento affermare che essa, a differenza di tutte le altre scoppiate dopo 1945, ha ormai assunto i connotati di un conflitto mondiale.

In esso ha un ruolo decisivo il rilancio della Nato. L’incontro di Bruxelles del 24 marzo, guidato da Biden, segna una svolta per gli equilibri in Europa. La Nato, originariamente una alleanza militare con la finalità di far fronte all’Unione Sovietica – e perciò ritenuta da molti ormai superflua dopo la fine di quest’ultima (nel 2017 Donald Trump la definì ormai «inutile») alla luce dei nuovi sviluppi collegati alla crisi ucraina «diventa improvvisamente il modello di una nuova costruzione occidentale» (Giuseppe Sarcina, «Corriere della Sera» online del 24 marzo).

Si tratta, come dice il titolo dell’articolo di Sarcina, di «una svolta epocale», di cui sembra perfettamente consapevole il presidente degli Stati Uniti, Biden, il quale, già durante il viaggio verso l’Europa, aveva detto: «Ci sarà un nuovo ordine mondiale là fuori, e dobbiamo guidarlo. E dobbiamo unire il resto del mondo libero nel farlo».

E in effetti, al successivo vertice della Nato, tenuto alla fine di aprile in Germania, a Ramstein (significativamente una base militare americana), sono stati invitati 14 paesi che non sono membri della Nato. Oltre a Ucraina, Svezia e Finlandia, l’invito è stato esteso ai partner del pacifico – Giappone, Corea del Sud, Australia – , a Israele e ad alcuni paesi africani come il Kenya e la Tunisia. Una conseguenza immediata di questo rilancio dell’Alleanza atlantica – legata al suo carattere militare – è il potenziamento della spesa che i Paesi membri dovranno destinare agli armamenti. Si era già da tempo in quest’ordine di idee, ma ora la corsa a rafforzare i rispettivi eserciti è diventata molto più stringente.

Ma non è questa la novità più decisiva per il futuro. Le dimensioni planetarie assunte dal conflitto in Ucraina sembrano destinate a spaccare il mondo in un modo paragonabile solo alla guerra fredda. Da una parte la Nato, dall’altra non solo la Russia, ma Paesi come la Cina, l’India, l’Iran, il Brasile, molti Stati africani…

La globalizzazione tra luci e ombre

La contrapposizione distrugge l’unità del pianeta non solo a livello politico, ma anche a quello economico. Le sanzioni stanno scatenando un effetto a catena della cui portata si sta cominciando a rendersi conto. Dall’inizio di questo secolo, sotto l’egida della World Trade Organization (WTO), l’organizzazione mondiale del commercio, il mondo ha conosciuto una crescente interdipendenza tra le economie dei diversi Paesi continenti, senza barriere divisorie.

Ciò ha comportato indubbi vantaggi, di cui forse è superfluo parlare, perché sono sotto gli occhi di tutti, ma anche dei problemi, a cui spesso l’opinione pubblica ha fatto meno caso. Il più evidente, di cui si parla molto in questi giorni a proposito delle fonti energetiche, è la dipendenza che si è creata verso altri Paesi. Proprio perché la globalizzazione metteva in seconda linea le divisioni politiche ed esaltava i vantaggi economici della interdipendenza, essa ha creato situazioni paradossali – come quella del condizionamento di Germania e Italia dalla Russia per le forniture di gas – , che nel secolo scorso erano impensabili.

Ma ci sono altre ombre non meno rilevanti. Si pensi al fenomeno della de-localizzazione delle aziende, che ha permesso ai produttori dei Paesi più evoluti economicamente di trasferire le loro catene produttive in quelli più poveri, approfittando così della minore tutela che essi garantivano ai lavoratori, in termini di salari e di diritti e, conseguentemente, dei minori costi. Da qui profitti alti e prezzi sul mercato relativamente bassi.

Un fenomeno che, come contraccolpo, ha avuto l’indebolimento della forza contrattuale della classe operaia negli stessi Paesi ricchi e il contenimento dei salari. La concorrenza di mano d’opera a bassissimo costo ha avvantaggiato i produttori, ma svantaggiato i lavoratori e reso molto meno efficaci le rivendicazioni dei sindacati. Per non parlare del trasferimento di produzioni e di materiali inquinanti che i Paesi del primo mondo hanno potuto effettuare al di fuori dei propri confini, scaricandone gli svantaggi su quelli del terzo mondo e godendone così i vantaggi senza pagarne il prezzo.

 Cosa sta succedendo

Come ha osservato Federico Rampini sul «Corriere della Sera» del 29 aprile scorso, tutto questo quadro, con le sue luci e le sue ombre, oggi è in crisi. All’ultimo vertice del G20, gli alleati occidentali hanno disertato l’intervento del rappresentante russo. E la distanza tra la Nato e i suoi rivali politici sta già avendo gravissime conseguenze sui loro rapporti economici.

In conseguenza di ciò, tutti cercano di recuperare una relativa autosufficienza, per quanto possibile. Ciò significa anche che molte produzioni dovranno essere riportate nei confini dei rispettivi Paesi di appartenenza, o almeno in quelle di fedeli alleati. Ma questo ridarà forza alle richieste degli operai e ai loro sindacati. Con l’evidente valenza positiva di tutto ciò, ma anche con la creazione di nuovi scenari problematici a cui fare fronte.

Osserva Rampini: «Come negli anni Settanta — quando ancora l’Occidente produceva in casa buona parte dei beni industriali — rischia di ripartire una spirale prezzi-salari-profitti, alimentata da un’implicita lotta fra capitale e lavoro sulla ripartizione del reddito nazionale». Un maggiore ruolo in questo processo di ridefinizione delle rispettive economie lo avranno sicuramente gli Stati. Nel recente passato scavalcati dalla

globalizzazione, essi ora – in un mondo in cui le alleanze politiche e militari tornano ad essere decisive, sostituendo o almeno condizionando le interdipendenze economiche – sembrano destinati a riconquistare un potere determinante.

Lo stanno già avendo nella imposizione delle sanzioni e nel far fronte alle loro conseguenze. Insomma, la guerra in Ucraina, al di là delle sue proporzioni geografiche, politiche e militari di “conflitto locale”, si sta rivelando una “guerra mondiale” per le sue conseguenze. Anche quando sarà finita, il mondo non sarà più quello di prima.

A noi non è dato influire direttamente sul corso di questi eventi. Ma possiamo almeno tutelare la nostra dignità di esseri pensanti cercando di capire cosa sta succedendo. Perché – dobbiamo rendercene conto – sta succedendo a tutti noi, e non solo agli ucraini e ai russi. Di questo è giusto essere consapevoli.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu



venerdì 13 agosto 2021

CARTA ATLANTICA : 80 ANNI !

Fu siglata il 14 agosto 1941 dal presidente statunitense Roosevelt e dal premier britannico Churchill e si tratta di uno degli atti diplomatici più importanti dello scorso secolo. Il Rettore della Lumsa, Francesco Bonini: "Una bussola, importante non dimenticare valori e principi"

-        di Andrea De Angelis –

Non fu firmata in un ufficio, tantomeno nella sede di un'ambasciata. La storia ottant'anni fa si scrisse a bordo della nave da battaglia Prince of Wales, ancorata ad Argentia nella Placentia Bay, sull'isola di Terranova. La Carta Atlantica, siglata dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston Churchill, dirà molto del futuro ordine mondiale. I punti essenziali, messi neri su bianco, furono la rinuncia ad ingrandimenti territoriali, il diritto di autodeterminazione dei popoli e quello di accesso, in condizioni di parità, al commercio ed alle materie prime del mondo; e ancora la libertà dei mari e la rinuncia all’impiego della forza, una volta distrutta la tirannia nazista.

La genesi 

La Carta Atlantica preparò di fatto l’alleanza militare tra i Paesi in guerra contro l’Asse e fu lo strumento al quale si richiamò esplicitamente la successiva Dichiarazione delle Nazioni Unite. Quanto stabilito il 14 agosto 1941 da Stati Uniti e Regno Unito è frutto dell'incontro - avvenuto nei giorni immediatamente precedenti alla firma dell'accordo - tra Roosevelt e Churchill. I due si conobbero di persona il 12 agosto e 48 ore dopo arrivò la storica firma. Quell'incontro ebbe a sua volta origine da una legge approvata dal Congresso statunitense, il Lend-lease act in base al quale Washington avrebbe potuto fornire al Regno Unito e ad altri Paesi alleati grandi quantità di materiali bellici senza esigerne l'immediato pagamento durante il conflitto mondiale. Nel periodo precedente, infatti, le esportazioni di materiali bellici dagli Stati Uniti erano soggette alle norme delle cosiddette Leggi di Neutralità del 1937 e 1939, che richiedevano obbligatoriamente il pagamento alla consegna ed il trasporto ad opera del compratore. Nell'autunno 1941, grazie alla nuova normativa e dopo l'accordo diplomatico siglato due mesi prima, la Casa Bianca approvò un miliardo di dollari di aiuti alla Gran Bretagna. 

Dalla Carta Atlantica alla Nato

A quasi otto anni di distanza da questo accordo, il 4 aprile 1949 venne firmato a Washington il Patto Atlantico. A siglarlo furono gli Stati Uniti, il Canada e diversi Paesi dell'Europa occidentale, tra cui Stati come Italia, Grecia e Turchia che geograficamente non hanno sbocco sull'Oceano Atlantico. Il Patto è il Trattato Istitutivo della Nato, l'Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord, di cui fanno parte attualmente 30 Stati. Ha sede a Bruxelles ed ha rappresentato durante la Guerra Fredda il cosiddetto "blocco occidentale". Alla base di questa organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della Difesa c'è il concetto di "Difesa collettiva", riportato nell'articolo 5 del Patto: "Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica".

La nuova Carta Atlantica 

Il 10 giugno 2021 il presidente statunitense Joe Biden ed il premier britannico Boris Johnson hanno firmato la cosiddetta Nuova Carta Atlantica. Ciò è avvenuto, come ottant'anni fa, nel corso del primo incontro tra i leader politici delle due potenze mondiali. L'accordo è stato siglato a Carbis Bay, in Cornovaglia, alla vigilia del vertice G7 tenutosi due mesi fa. Il nuovo documento, "che costruisce sugli impegni e le aspirazioni delineati 80 anni fa", guarda alle sfida poste da altri Paesi e promette di promuovere il libero commercio, i diritti umani, l'ordine internazionale, contrastando "coloro che tentano di minare le nostre alleanze e istituzioni". Nel mirino di Biden e Johnson finisce anche "l'interferenza attraverso la disinformazione" in elezioni e pratiche economiche opache, quindi il forte impegno a costruire difese globali più forti contro le minacce sanitarie, negli anni della pandemia di Covid-19. 

Ribadire i principi

Francesco Bonini, Rettore della Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa), nell'intervista a Radio Vaticana - Vatican News illustra l'importanza di quell'accordo e sottolinea come sia fondamentale difendere e ribadire i principi che sono alla base non solo di quel documento, ma anche di altre firme storiche che derivano proprio dalla Carta Atlantica:

Intervista a Francesco Bonini

Oggi possiamo affermare che quella firma, arrivata 80 anni fa tra due leader che non si erano mai incontrati prima di quel momento, ha cambiato la storia?

Quella firma arrivò in uno dei momenti più bui del secondo conflitto mondiale. La Gran Bretagna resisteva da sola, dopo la capitolazione della Francia, ed era da poco iniziata la cosiddetta Operazione Barbarossa, cioè l'aggressione nazista all'Unione Sovietica con cui si era tra l'altro spartita l'Europa Centro-Orientale. Una delle clausule della Carta Atlantica era proprio quella di rinunciare a qualsiasi acquisizione territoriale, con un chiaro intento di rivolgersi a Mosca che aveva occupato le Repubbliche Baltiche. Indubbiamente la firma della Carta Atlantica ha rappresentato la base solida per ripartire, in modo di resistere prima e vincere poi la Germania nazista. Non dimentichiamo che pochi mesi dopo gli Stati Uniti entreranno in guerra. 

Per certi versi è impensabile immaginare l'Europa che conosciamo oggi senza quell'accordo?

Sì, quell'accordo ha avvicinato le due sponde dell'Atlantico ed è stato un processo assolutamente irreversibile. Dopo la fine della guerra si trattava di resistere all'espansionismo sovietico. Si arriverà così a Yalta, alla Nato e sempre nel 1949 al Consiglio d'Europa. Quei valori per resistere diventeranno anche dei valori per ricostruire l'Europa, in nome della pace, della democrazia, del progresso economico. Valori che porteranno anche al cosiddetto miracolo italiano. 

Oggi però ci sono delle frizioni, pensiamo ad esempio a quelle tra Grecia e Turchia. Siamo dinanzi ad un parziale fallimento della Nato, oppure è quasi fisiologico che accada ciò?

La storia è sempre molto complessa, gli equilibri si sono via via aggiornati, specie dopo la fine dell'Unione Sovietica. Credo però che questa comunanza di visione sui grandi principi democratici e costituzionali tra l'Europa Occidentale e gli Stati Uniti possa essere un propellente di sviluppo anche in cui teatri, penso al Mediterraneo, che presentano delle problematiche. C'è stato un momento in cui l'Atlantico si è nuovamente allargato, con l'emergere anche negli Stati Uniti di spinte verso il Pacifico, considerando quasi come un qualcosa di vecchio il rapporto con l'Europa. Penso però che si tratti invece di un ancoraggio solido, specie in un mondo come quello globalizzato, per dare un po' di senso alle relazioni internazionali. Dando il giusto spazio ai valori ed ai principi che non sono semplice retorica, ma una precisa necessità per i popoli e gli Stati. Tornare ai principi della democrazia e di pace scritti nella Carta Atlantica e presenti nella Nato e nelle istituzioni europee permette di vincere le sfide complesse di un mondo che uno scrittore francese definiva 'sbussolato', cioè privo di bussola. Il buon rapporto tra Europa e Stati Uniti è invece un punto fondamentale sia per l'oggi che per il futuro. 

Per concludere, che effetto le ha fatto vedere un paio di mesi fa il presidente Biden ed il premier Johnson firmare la cosiddetta Nuova Carta Atlantica?

Ormai il rapporto tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna è assolutamente incommensurabile rispetto ad 80 anni fa. Allora erano due grandi potenze, oggi l'unica potenza è Washington. La Gran Bretagna è in qualche modo al seguito, orfana dell'Unione Europea alla ricerca di se stessa. Il punto fondamentale non è il rapporto tra questi due Paesi, ma quello tra Stati Uniti ed Europa Occidentale. Per questo dopo otto decenni ricordiamo quella firma, perché la Carta Atlantica è un momento importante, un prologo ad una storia molto più grande. 

Vatican News