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giovedì 10 dicembre 2020

LAICI NELLA CHIESA E NUOVI MINISTERI


Nuovi ministeri, il Papa: più spazio ai laici nella Chiesa

Nella prefazione del libro “Sinfonia di ministeri” del vescovo Fabio Fabene, Francesco chiede che riprenda il cammino per riconoscere la specifica vocazione dei laici. Nel volume, l’autore, sottosegretario del Sinodo dei vescovi, riassume il percorso sinodale che ha rilanciato il protagonismo laicale negli ultimi decenni


Fabio Colagrande – Città del Vaticano

 

Attraverso il cammino sinodale la Chiesa è giunta negli ultimi decenni a individuare nuovi ministeri che concretizzano il protagonismo dei laici nella vita ecclesiale. I recenti Sinodi dedicati alla famiglia, ai giovani e all’Amazzonia hanno suggerito nuovi ministeri laicali come quello della carità, per la tutela del creato, per l’accompagnamento della famiglia o dei giovani o per la guida pastorale della comunità. Ma, come scrive Papa Francesco nella prefazione del volume “Sinfonia di ministeri”, di monsignor Fabio Fabene, “dobbiamo verificare se siamo fedeli a questa identità laicale, facendo ripartire l’orologio che sembra essersi fermato. Il tempo è ora”. Il vescovo Fabene, dal 2014 sotto-segretario del Sinodo dei vescovi, ripercorre nel volume, edito dalla Libreria Editrice Vaticana e dalla San Paolo, il cammino ecclesiale che ha portato all’ampliamento dei ministeri laicali e a una nuova consapevolezza della loro centralità in una Chiesa missionaria e in uscita.

R.- Il Papa, fin dall'inizio del suo ministero, nell’Evangelii gaudium, ha parlato proprio del protagonismo che devono avere i laici in una Chiesa sinodale e missionaria. Francesco ha affermato che i laici rappresentano la stragrande maggioranza del popolo di Dio e sono una maggioranza che non deve essere silente, ma protagonista. Perché lo Spirito Santo dona a tutti i battezzati carismi e ministeri per l'edificazione della Chiesa e per l'evangelizzazione del mondo.

Il tema dei ministeri laicali - i cosiddetti “ministeri istituiti” come li ha chiamati Paolo VI per distinguerli da quelli “ordinati” - è stato richiamato più volte nelle recenti assemblee sinodali del 2018 e del 2019. Questo libro nasce proprio da questa sua esperienza diretta come sotto-segretario del Sinodo dei vescovi?

R.- Ancora prima nel Sinodo dedicato proprio ai laici e nell’esortazione apostolica Christifideles laici di San Giovanni Paolo II, del 1988, si parlava appunto della vocazione e della missione dei laici e dei loro ministeri. Quella fu un’occasione molto feconda per tutta la Chiesa per riflettere sulla vocazione, sulla missione dei laici ma anche sulla ministerialità laicale che San Paolo VI aveva riformato aprendo il cammino ministeriale, non solo per coloro che erano avviati verso il sacerdozio, ma anche per i laici, consentendogli l’accesso al lettorato e all’accolitato. Ma anche nel recente Sinodo amazzonico, come lei ricordava, si è molto parlato del tema della ministerialità e in particolare della Ministeria quaedam, il documento con cui Papa Montini, nel 1972, riformava i ministeri. Io credo che dobbiamo ripartire da lì per una nuova stagione “ministeriale”, per una nuova creatività in questo settore. Io sono stato certamente stimolato in questo senso dal Sinodo Panamazzonico, perché - come scrivo nel libro - nell'aula sinodale, come anche nei gruppi di studio dei circoli minori, le parole ministerialità e ministero risuonavano, quasi come un ritornello, da un punto all'altro dell'aula e questo mi ha sollecitato ad approfondire un aspetto che non riguarda soltanto la regione amazzonica ma tutta la Chiesa. I laici non sono chiamati infatti a svolgere un'opera di supplenza perché, come accade in quel territorio, mancano le vocazioni al sacerdozio e i sacerdoti. La loro non è un’opera di supplenza, ma la loro azione, la loro presenza, è veramente necessaria per l'edificazione della Chiesa comunione e per la sua stessa missionarietà.

Nella Querida Amazonia del 2020, come ricorda nel suo libro, Papa Francesco parla addirittura di “inculturazione della ministerialità”. Cosa significa? È un passo decisivo?

R.- Questo è un passo molto importante. Credo sia un passo avanti che il Papa sta facendo in questo ambito sollecitando le diverse parti del mondo, le diverse culture a radicare la ministerialità nei propri contesti sociali, culturali ed ecclesiali. Ciò significa che, secondo le esigenze della Chiesa nei diversi territori e culture, dobbiamo saper scrutare il tempo e le necessità di quelle Chiese e suscitare nuove ministeri proprio al servizio della diversità. Ricordiamoci sempre che i due principi fondamentali della Chiesa sono l'unità e la diversità. Ed è proprio nella diversità che si riscontrano la forza e la creatività dello Spirito Santo. Se siamo tutti uguali in forza del Battesimo, è lo stesso Spirito a suscitare la diversità, anche ministeriale, per il servizio alla Chiesa incarnata nei singoli continenti, nei singoli luoghi e nelle singole culture, secondo le necessità proprie di quelle comunità ecclesiali.

Cos’hanno a che fare con questo tema la presenza e l'azione dello Spirito Santo nella Chiesa?

R.- Sono fondamentali, perché la ministerialità non è un dato sociologico o un dato empirico, ma nasce dai carismi che lo Spirito dona a ciascun battezzato nella comunità ecclesiale. Di questa ricchezza carismatica e ministeriale parla chiaramente il Concilio Vaticano II. Potremmo dire che il ministero è il carisma messo in atto. Per questo è necessario il discernimento dei pastori che devono sapere scrutare e cogliere il carisma dei laici e poi istituirlo in un ministero di servizio per le loro comunità. È proprio lo Spirito che dona con abbondanza alla Chiesa carismi, ministeri, servizi proprio per edificare il corpo di Cristo. Quest’ultimo non è infatti una massa uniforme ma un popolo ricco appunto di quella diversità che è dono dello Spirito.

Potremmo dire che proprio dal sacerdozio di Cristo deriva il sacerdozio ministeriale che riguarda tutto il popolo di Dio…

R.- Tutti noi battezzati partecipiamo al sacerdozio di Cristo: il cosiddetto “sacerdozio comune”. Poi c’è il sacerdozio ministeriale che ricevono coloro che sono chiamati nella Chiesa a questo specifico ministero e partecipano proprio al ministero di Cristo sacerdote capo e agiscono nella persona stessa di Cristo. Ma tutti noi siamo partecipi del sacerdozio di Cristo, e i laici agiscono nella Chiesa proprio in quanto innestati nel sacerdozio di Cristo che è il sacerdozio battesimale.

Cosa intende con l’espressione “Sinfonia dei Ministeri” che dà il titolo al suo libro?

R.- Intendevo riferirmi a quella pluriformità che c’è nella Chiesa per opera dello Spirito Santo e nello stesso tempo alla sua unità. Come dicevo prima, i pilastri fondamentali della Chiesa sono l'unità, la comunione e la diversità ministeriale che non è uniformità, ma una Chiesa pluriforme che manifesta la ricchezza che lo Spirito Santo dona a tutto il popolo di Dio. In questo senso spero che questo libro sia una proposta, un aiuto, proprio perché i pastori siano capaci di far emergere questa ricchezza carismatica che c'è in ogni comunità.

 

Vatican News

 

 

sabato 21 novembre 2020

PAPA FRANCESCO E L'ECONOMIA. UN EVENTO MONDIALE CHE CI INTERROGA

 Troppo occupati dalle tragiche vicende della pandemia e dalla prospettiva poco allegra di una Natale senza festeggiamenti, i giornali hanno riservato ben poca attenzione al convegno The Economy of Francesco, che si è aperto giovedì 19 novembre, nel pomeriggio, e che raduna – alcuni in presenza , la maggior parte in diretta streaming – 2000 giovani economisti e imprenditori di 120 paesi di tutto il mondo, tutti under 35, 56% uomini e 44 % donne.

             di Giuseppe Savagnone *


Da marzo ad oggi l’evento, fortemente voluto da papa Francesco, è stato attivamente preparato da centinaia di questi giovani, che hanno dato vita, già nella fase precongressuale, a un vero e proprio movimento di cui il convegno vero e proprio è il coronamento. «Questo», ha detto l’economista Luigino Bruni, che ne è il coordinatore scientifico, «è già il primo grande e importante risultato di The Economy of Francesco».

Non è un incontro accademico

Un risultato destinato in questi giorni a dilatarsi e rafforzarsi perché, nelle rispettive nazioni di appartenenza, sono nati degli Hubs, delle vere e proprie strutture per seguire l’evento insieme (compatibilmente con le normative covid locali) con lo scopo di coinvolgere altri giovani e intere comunità, per fare un’esperienza condivisa di confronto e di approfondimento anche oltre le ore del programma online.

Non siamo davanti a un appuntamento accademico. I nomi dei relatori sono famosi – c’è anche un premio Nobel – ma quello che si è creato è un grande laboratorio in cui risulta decisivo l’apporto dei partecipanti e la ricaduta sui loro rispettivi ambienti di lavoro e di vita. Non a caso si è posto come limite di età quello dei 35 anni: si vuole scommettere sulla creatività e sull’inventiva dei giovani, sfidando luoghi comuni e schemi precostituiti dell’economia neocapitalista oggi imperante.

Obiettivo dell’iniziativa è infatti quello di progettare e costruire un mondo più umano, dunque più equo e sostenibile, di quello esistente. I testi di riferimento sono le due ultime encicliche di papa Bergoglio, Laudato si’ e Fratelli tutti.

Il retroterra dottrinale: l’«ecologia integrale»

C’è in gioco la crisi ecologica, ma non nel senso ristretto in cui spesso viene intesa da molti movimenti di “verdi”, che guardano quasi esclusivamente al rispetto dell’ambiente naturale. Come si dice nella Laudato si’, «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (LS n. 39). ). E’ questa che il papa chiama «ecologia integrale».

Il grande scandalo del mondo contemporaneo non sono solo l’inquinamento e il riscaldamento globale, ma – inscindibilmente connesso con questi fenomeni –il fatto che «mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati» (FT n.22).

«Per poter parlare di autentico sviluppo, occorrerà verificare che si produca un miglioramento integrale nella qualità della vita umana» (LS n.147). «Ma così non avviene, perché a garantire questa qualità, attraverso il perseguimento del bene comune, dovrebbe essere la politica e, nel sistema attuale, la politica è sottomessa ad un’economia che «assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto», perché a sua volta è dominata da una finanza che «soffoca l’economia reale» (LS n.109).

L’accusa di Francesco al neocapitalismo

Il pontefice, su questo punto, non usa perifrasi e chiama le cose con il loro nome: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo» (LS n.189).

Da qui i diversivi che fanno credere al grosso pubblico che il problema sia una eccessiva natalità: «Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi» (LS n.50).

Sotto accusa è anche la globalizzazione, il cui esito, nelle forme attuali, è di «imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” (Benedetto XVI, Caritas in veritate )» (LS n.12).

«Alcuni Paesi forti dal punto di vista economico vengono presentati come modelli culturali per i Paesi poco sviluppati, invece di fare in modo che ognuno cresca con lo stile che gli è peculiare, sviluppando le proprie capacità di innovare a partire dai valori della propria cultura» (FT n.51).

Il discorso di apertura del card. Turkson

Nel discorso con cui ha inaugurato i lavori del convegno The Economy of Francesco il card. Turkson, prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, è partito da queste premesse per sottolineare l’assoluta necessità di «generare una nuova economia», e, più precisamente, di «passare da un’economia liquida a un’economia sociale», e cioè da un’economia «indirizzata al profitto che deriva dalla speculazione e dal prestare con alti interessi», a un’economia «sociale che investa nelle persone creando posti di lavoro e garantendo formazione».

Il fatto che al simposio siano stati invitati e partecipino con entusiasmo dei giovani studiosi e operatori economici esclude che queste parole rimangano nobili esortazioni. Siamo davanti, piuttosto, a linee guida per l’elaborazione di una prospettiva irriducibile a quella oggi ritenuta ovvia.

Il magistero della Chiesa e il capitalismo

Il magistero della Chiesa non ha mai avallato il capitalismo e, anche quando il crollo del marxismo ha dato l’impressione che esso non avesse alternative, Giovanni Paolo II ha avuto cura di sottolineare la differenza tra un’economia di mercato – che i fatti confermavano essere l’unica possibile – e l’interpretazione che di essa dà il neocapitalismo, assolutizzando la logica del profitto.

Si è trattato però, finora, a parte dei predecessori di Francesco, di pese di posizione dottrinali – importanti sul piano teorico, ma poco incisive su quello pratico. Ora, invece, il papa non si limita più a scrivere encicliche, ma si impegna a tradurle in un linguaggio che consente ai princìpi di incarnarsi in precise formulazioni operative.

Di più: dà vita a un movimento di pensiero, in grado di coinvolgere il mondo accademico e quello produttivo, che, partendo dalle evidenti contraddizioni del sistema dominante, non lo attacca – come fu nel Sessantotto – a colpi di slogan e di rumorose contestazioni di piazza, ma elaborando costruttivamente soluzioni alternative.

Due “teologie della liberazione”

Molti hanno notato, in questi anni, l’influsso che la teologia della liberazione ha avuto nella formazione di papa Bergoglio. Alcuni ne hanno fatto un capo d’accusa, definendolo addirittura “comunista”.

Alla base c’è la convinzione che la teologia della liberazione sia una deviazione dottrinale condannata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in una Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione del 1986. Pochi sanno che, in un altro documento della stessa Congregazione, la Libertatis Nuntius (6 agosto 1984), dopo aver criticato alcune distorte interpretazioni di questa corrente teologica, si dice: «Questo richiamo non deve in alcun modo essere interpretato come una condanna di tutti coloro che vogliono rispondere con generosità e con autentico spirito evangelico alla “opzione preferenziale per i poveri”. Essa non dovrebbe affatto servire da pretesto a tutti coloro che si trincerano in un atteggiamento di neutralità e di indifferenza di fronte ai tragici e pressanti problemi della miseria e dell’ingiustizia».

«Lo scandalo delle palesi disuguaglianze tra ricchi e poveri – si tratti di disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri oppure di disuguaglianze tra ceti sociali nell’ambito dello stesso territorio nazionale – non è più tollerato».

Da questo punto di vista, dice il documento, «l’espressione “teologia della liberazione” designa innanzi tutto una preoccupazione privilegiata, generatrice di impegno per la giustizia, rivolta ai poveri e alle vittime dell’oppressione».

Papa Francesco e la teologia della liberazione

Non è Bergoglio a parlare, ma l’ex Sant’Uffizio, e a capo di esso c’era il card. Joseph Ratzinger. Vi è dunque una teologia della liberazione pienamente in linea con la tradizione della Chiesa, anche se i riflettori si sono più spesso puntati su quei filoni di essa che non lo sono. È appena il caso di dire che papa Francesco si fa coerente portavoce delle istanze che sono alla base della prima e che non solo sono compatibili col Vangelo, ma ne esprimono l’appello a non scambiare il cristianesimo con «un atteggiamento di neutralità e di indifferenza di fronte ai tragici e pressanti problemi della miseria e dell’ingiustizia».

Non sappiamo quali saranno gli esiti a lungo termine del convegno The Economy of Francesco. Posiamo fin da ora prevedere che gli attacchi contro il papa da parte di Viganò, di Bannon, di altri più o meno manifestamente collegati alla destra statunitense, si moltiplicheranno. Ma personalmente sono fiero che la Chiesa di cui faccio parte sia, finalmente, attaccata non perché sta dalla parte dei ricchi, ma perché si è schierata con i poveri.

 

*Pastorale Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu 

 

mercoledì 16 settembre 2020

SAPER CONTEMPLARE PER PRENDERSI CURA DI SE STESSI E DEL MONDO

Papa Francesco: Per uscire da una pandemia, occorre curarsi e curarci a vicenda. E bisogna sostenere chi si prende cura dei più deboli, dei malati e degli anziani. C’è l’abitudine di lasciare da parte gli anziani, di abbandonarli: è brutto, questo. Queste persone – ben definite dal termine spagnolo “cuidadores”, coloro che si prendono cura degli ammalati – svolgono un ruolo essenziale nella società di oggi, anche se spesso non ricevono il riconoscimento e la rimunerazione che meritano. Il prendersi cura è una regola d’oro del nostro essere umani, e porta con sé salute e speranza (cfr Enc. Laudato si’ [LS], 70). Prendersi cura di chi è ammalato, di chi ha bisogno, di chi è lasciato da parte: questa è una ricchezza umana e anche cristiana.

Questa cura, dobbiamo rivolgerla anche alla nostra casa comune: alla terra e ad ogni creatura. Tutte le forme di vita sono interconnesse (cfr ibid., 137-138), e la nostra salute dipende da quella degli ecosistemi che Dio ha creato e di cui ci ha incaricato di prenderci cura (cfr Gen 2,15). Abusarne, invece, è un peccato grave che danneggia, che fa male e che fa ammalare (cfr LS, 8; 66). Il migliore antidoto contro questo uso improprio della nostra casa comune è la contemplazione (cfr ibid., 85; 214). Ma come mai? Non c’è un vaccino per questo, per la cura della casa comune, per non lasciarla da parte? Qual è l’antidoto contro la malattia di non prendersi cura della casa comune? È la contemplazione. «Quando non si impara a fermarsi ad ammirare e apprezzare il bello, non è strano che ogni cosa si trasformi in oggetto di uso e abuso senza scrupoli» (ibid., 215). Anche in oggetto di “usa e getta”. Tuttavia, la nostra casa comune, il creato, non è una mera “risorsa”. Le creature hanno un valore in sé stesse e «riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 339). Questo valore e questo raggio di luce divina va scoperto e, per scoprirlo, abbiamo bisogno di fare silenzio, abbiamo bisogno di ascoltare, abbiamo bisogno di contemplare. Anche la contemplazione guarisce l’anima.

Senza contemplazione, è facile cadere in un antropocentrismo squilibrato e superbo, l’“io” al centro di tutto, che sovradimensiona il nostro ruolo di esseri umani, posizionandoci come dominatori assoluti di tutte le altre creature. Una interpretazione distorta dei testi biblici sulla creazione ha contribuito a questo sguardo sbagliato, che porta a sfruttare la terra fino a soffocarla. Sfruttare il creato: questo è il peccato. Crediamo di essere al centro, pretendendo di occupare il posto di Dio e così roviniamo l’armonia del creato, l’armonia del disegno di Dio. Diventiamo predatori, dimenticando la nostra vocazione di custodi della vita. Certo, possiamo e dobbiamo lavorare la terra per vivere e svilupparci. Ma il lavoro non è sinonimo di sfruttamento, ed è sempre accompagnato dalla cura: arare e proteggere, lavorare e prendersi cura… Questa è la nostra missione (cfr Gen 2,15). Non possiamo pretendere di continuare a crescere a livello materiale, senza prenderci cura della casa comune che ci accoglie. I nostri fratelli più poveri e la nostra madre terra gemono per il danno e l’ingiustizia che abbiamo provocato e reclamano un’altra rotta. Reclamano da noi una conversione, un cambio di strada: prendersi cura anche della terra, del creato.

Dunque, è importante recuperare la dimensione contemplativa, cioè guardare la terra, il creato come un dono, non come una cosa da sfruttare per il profitto. Quando contempliamo, scopriamo negli altri e nella natura qualcosa di molto più grande della loro utilità. Qui è il nocciolo del problema: contemplare è andare oltre l’utilità di una cosa. Contemplare il bello non vuol dire sfruttarlo: contemplare è gratuità. Scopriamo il valore intrinseco delle cose conferito loro da Dio. Come hanno insegnato tanti maestri spirituali, il cielo, la terra, il mare, ogni creatura possiede questa capacità iconica, questa capacità mistica di riportarci al Creatore e alla comunione con il creato. Ad esempio, Sant’Ignazio di Loyola, alla fine dei suoi Esercizi spirituali, invita a compiere la “Contemplazione per giungere all’amore”, cioè a considerare come Dio guarda le sue creature e gioire con loro; a scoprire la presenza di Dio nelle sue creature e, con libertà e grazia, amarle e prendersene cura.

La contemplazione, che ci conduce a un atteggiamento di cura, non è un guardare la natura dall’esterno, come se noi non vi fossimo immersi. Ma noi siamo dentro alla natura, siamo parte della natura. Si fa piuttosto a partire da dentro, riconoscendoci parte del creato, rendendoci protagonisti e non meri spettatori di una realtà amorfa che si tratterebbe solo di sfruttare. Chi contempla in questo modo prova meraviglia non solo per ciò che vede, ma anche perché si sente parte integrante di questa bellezza; e si sente anche chiamato a custodirla, a proteggerla. E c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare: chi non sa contemplare la natura e il creato, non sa contemplare le persone nella loro ricchezza. E chi vive per sfruttare la natura, finisce per sfruttare le persone e trattarle come schiavi. Questa è una legge universale: se tu non sai contemplare la natura, sarà molto difficile che saprai contemplare la gente, la bellezza delle persone, il fratello, la sorella.

Chi sa contemplare, più facilmente si metterà all’opera per cambiare ciò che produce degrado e danni alla salute. Si impegnerà a educare e promuovere nuove abitudini di produzione e consumo, a contribuire ad un nuovo modello di crescita economica che garantisca il rispetto per la casa comune e il rispetto per le persone. Il contemplativo in azione tende a diventare custode dell’ambiente: è bello questo! Ognuno di noi dev’essere custode dell’ambiente, della purezza dell’ambiente, cercando di coniugare saperi ancestrali di culture millenarie con le nuove conoscenze tecniche, affinché il nostro stile di vita sia sempre sostenibile.

Infine, contemplare e prendersi cura: ecco due atteggiamenti che mostrano la via per correggere e riequilibrare il nostro rapporto di esseri umani con il creato. Tante volte, il nostro rapporto con il creato sembra essere un rapporto tra nemici: distruggere il creato a mio vantaggio; sfruttare il creato a mio vantaggio. Non dimentichiamo che questo si paga caro; non dimentichiamo quel detto spagnolo: “Dio perdona sempre; noi perdoniamo a volte; la natura non perdona mai”. Oggi leggevo sul giornale di quei due grandi ghiacciai dell’Antartide, vicino al Mare di Amundsen: stanno per cadere. Sarà terribile, perché il livello del mare crescerà e questo porterà tante, tante difficoltà e tanto male. E perché? Per il surriscaldamento, per non curare l’ambiente, per non curare la casa comune. Invece, quando abbiamo questo rapporto – mi permetto la parola – “fraternale” in senso figurato con il creato, diventeremo custodi della casa comune, custodi della vita e custodi della speranza, custodiremo il patrimonio che Dio ci ha affidato affinché ne possano godere le generazioni future. E qualcuno può dire: “Ma, io me la cavo così”. Ma il problema non è come tu te la caverai oggi – questo lo diceva un teologo tedesco, protestante, bravo: Bonhoeffer – il problema non è come te la cavi tu, oggi; il problema è: quale sarà l’eredità, la vita della generazione futura? Pensiamo ai figli, ai nipoti: cosa lasceremo, loro, se noi sfruttiamo il creato? Custodiamo questo cammino così diventeremo “custodi” della casa comune, custodi della vita e della speranza. Custodiamo il patrimonio che Dio ci ha affidato, affinché possano goderne le generazioni future. Penso in modo speciale ai popoli indigeni, verso i quali abbiamo tutti un debito di riconoscenza – anche di penitenza, per riparare il male che abbiamo fatto loro. Ma penso anche a quei movimenti, associazioni, gruppi popolari, che si impegnano per tutelare il proprio territorio con i suoi valori naturali e culturali. Non sempre queste realtà sociali sono apprezzate, a volte sono persino ostacolate, perché non producono soldi; ma in realtà contribuiscono a una rivoluzione pacifica, potremmo chiamarla la “rivoluzione della cura”. Contemplare per curare, contemplare per custodire, custodire noi, il creato, i nostri figli, i nostri nipoti e custodire il futuro. Contemplare per curare e per custodire e per lasciare un’eredità alla futura generazione.

Non bisogna però delegare ad alcuni: quello che è il compito di ogni essere umano. Ognuno di noi può e deve diventare un “custode della casa comune”, capace di lodare Dio per le sue creature, di contemplare le creature e di proteggerle.

 

DISCORSO DI PAPA FRANCESCO



sabato 16 maggio 2020

SETTIMANA DELLA LAUDATO SI'


16-24 maggio - SETTIMANA DELLA LAUDATO SI'

Un Anno Speciale dedicato alla Laudato si’
Inizia il 24 maggio 2020 un anno ricco di iniziative nel quinto anniversario dell’Enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune. Lo annuncia il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

Debora Donnini - Città del Vaticano

Un tempo importante che si aprirà domenica 24 maggio e procederà con diverse iniziative con una chiara enfasi sulla "conversione ecologica". In questo consiste l’Anno di Anniversario Speciale Laudato si’. “Abbiamo bisogno, soprattutto, di ‘un movimento di popoli’ dal basso, un'alleanza di tutte le persone di buona volontà”, si legge nell’info utile diffusa dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che si richiama con forza alle parole di Papa Francesco che cinque anni firmò l’Enciclica, uno “spartiacque che ha richiamato l'attenzione del mondo sullo stato sempre più precario della nostra casa comune”.
Nel metterne in evidenza l’estrema attualità in relazione alle diverse questioni ambientali, il Dicastero in particolare sottolinea come questo quinto anniversario cada “nel bel mezzo di un altro momento spartiacque, una pandemia globale” e come, quindi, il suo messaggio sia profetico oggi come lo fu nel 2015 perché può fare da “bussola morale e spirituale” per il cammino verso un mondo più pacifico e sostenibile. Nel corso di questo Anno sono previsti incontri, webinar e anche dei premi. Sulle vie lungo le quali si snoderà questo tempo, si sofferma padre Joshtrom Kureethadam, coordinatore del settore Ecologia del Dicastero:
- Tutto l'Anno di Anniversario Speciale che inizia in questo mese di maggio possa diventare un tempo di grazia per cambiare rotta! Quello che ci ha colpito anche del Covid-19 è che non possiamo tornare al vecchio modo di vivere, ma dobbiamo creare un mondo più giusto, più equo, più fraterno ma anche più sostenibile.
In campo ci sono molte iniziative. Quali sono quelle su cui il Dicastero si è soffermato particolarmente nell'organizzazione?
R. - Possiamo dividerlo in tre tappe. Anzitutto c’è la Settimana Laudato si’ che abbiamo iniziato proprio oggi - va dal 16 e al 24 maggio - che in qualche modo lancia questo anniversario speciale. Ci sono diverse iniziative. Ci ha colpito anche il fatto che c’è tanta partecipazione: centinaia di organizzazioni, migliaia di persone, anche con tantissimi eventi. Già il 24 maggio abbiamo proposto una Preghiera da recitare in tutto il mondo a mezzogiorno. Poi arriva il Tempo del Creato, dal primo settembre al 4 ottobre, e poi verso metà giugno pensiamo di avere un webinar. Sempre a giugno dovrebbe uscire anche un testo inter-dicasteriale e poi a ottobre organizzeremo questo incontro molto atteso sull'alleanza educativa che è stato posticipato. A novembre ancora un appuntamento molto importante, anche questo posticipato, Economy of Francesco. Il culmine sarà verso maggio dell'anno prossimo quando avremo una conferenza internazionale. Nell'Anno dell'anniversario lanceremo tantissimi altri progetti, c’è la cappella Laudato si’ che è quasi pronta qui a Roma e poi girerà per il mondo. Ma tutto questo genera anche  progetti multipli pluriennali. Pensiamo per esempio di iniziare un cammino di 7 anni con le famiglie, con le diocesi, con le scuole, con le università, con gli ospedali, con il mondo del business (aziende agricole), con gli ordini religiosi. Abbiamo pensato anche ai premi Laudato si’, riconoscendo l'impegno delle persone che saranno coinvolte nei progetti pluriennali. È tutto puntato sull’azione concreta e partecipativa data la situazione del pianeta.
Al centro dell’ecologia integrale c’è l’uomo perché la pandemia ha mostrato in modo evidente questa interconnessione tra gli uomini. Quale strada seguire per lavorare nel solco della costruzione fraterna?
R. - La crisi del coronavirus da un lato ha messo in evidenza la nostra fragilità ma anche la relazionalità, l’interconnessione, l'interdipendenza. È importante la solidarietà: non possiamo superare questa crisi ma anche nessun'altra crisi se non siamo solidali, come diceva Papa Francesco in quella catechesi per la Giornata della terra: è camminando assieme e facendosi carico delle persone più vulnerabili tra di noi, che possiamo affrontare crisi globali.



martedì 6 febbraio 2018

PAPA FRANCESCO. MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2018


«Per il dilagare dell’iniquità,
 si raffredderà l’amore di molti» 
(Mt 24,12)

Cari fratelli e sorelle,
ancora una volta ci viene incontro la Pasqua del Signore! Per prepararci ad essa la Provvidenza di Dio ci offre ogni anno la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione»,[1] che annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita.
Anche quest’anno, con il presente messaggio, desidero aiutare tutta la Chiesa a vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia; e lo faccio lasciandomi ispirare da un’espressione di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà» (24,12).
Questa frase si trova nel discorso che riguarda la fine dei tempi e che è ambientato a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, proprio dove avrà inizio la passione del Signore. Rispondendo a una domanda dei discepoli, Gesù annuncia una grande tribolazione e descrive la situazione in cui potrebbe trovarsi la comunità dei credenti: di fronte ad eventi dolorosi, alcuni falsi profeti inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo.
I falsi profeti
Ascoltiamo questo brano e chiediamoci: quali forme assumono i falsi profeti?
Essi sono come “incantatori di serpenti”, ossia approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro. Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine!
Altri falsi profeti sono quei “ciarlatani” che offrono soluzioni semplici e immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare. E’ l’inganno della vanità, che ci porta a fare la figura dei pavoni… per cadere poi nel ridicolo; e dal ridicolo non si torna indietro. Non fa meraviglia: da sempre il demonio, che è «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44), presenta il male come bene e il falso come vero, per confondere il cuore dell’uomo. Ognuno di noi, perciò, è chiamato a discernere nel suo cuore ed esaminare se è minacciato dalle menzogne di questi falsi profeti. Occorre imparare a non fermarsi a livello immediato, superficiale, ma riconoscere ciò che lascia dentro di noi un’impronta buona e più duratura, perché viene da Dio e vale veramente per il nostro bene.
Un cuore freddo
Dante Alighieri, nella sua descrizione dell’inferno, immagina il diavolo seduto su un trono di ghiaccio;[2] egli abita nel gelo dell’amore soffocato. Chiediamoci allora: come si raffredda in noi la carità? Quali sono i segnali che ci indicano che in noi l’amore rischia di spegnersi?
Ciò che spegne la carità è anzitutto l’avidità per il denaro, «radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10); ad essa segue il rifiuto di Dio e dunque di trovare consolazione in Lui, preferendo la nostra desolazione al conforto della sua Parola e dei Sacramenti.[3] Tutto ciò si tramuta in violenza che si volge contro coloro che sono ritenuti una minaccia alle nostre “certezze”: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, l’ospite di passaggio, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese.
Anche il creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità: la terra è avvelenata da rifiuti gettati per incuria e interesse; i mari, anch’essi inquinati, devono purtroppo ricoprire i resti di tanti naufraghi delle migrazioni forzate; i cieli – che nel disegno di Dio cantano la sua gloria – sono solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte.
L’amore si raffredda anche nelle nostre comunità: nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium ho cercato di descrivere i segni più evidenti di questa mancanza di amore. Essi sono: l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l’ardore missionario.[4]
Cosa fare?
Se vediamo nel nostro intimo e attorno a noi i segnali appena descritti, ecco che la Chiesa, nostra madre e maestra, assieme alla medicina, a volte amara, della verità, ci offre in questo tempo di Quaresima il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno.
Dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi,[5] per cercare finalmente la consolazione in Dio. Egli è nostro Padre e vuole per noi la vita.
L’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello: ciò che ho non è mai solo mio. Come vorrei che l’elemosina si tramutasse per tutti in un vero e proprio stile di vita! Come vorrei che, in quanto cristiani, seguissimo l’esempio degli Apostoli e vedessimo nella possibilità di condividere con gli altri i nostri beni una testimonianza concreta della comunione che viviamo nella Chiesa. A questo proposito faccio mia l’esortazione di san Paolo, quando invitava i Corinti alla colletta per la comunità di Gerusalemme: «Si tratta di cosa vantaggiosa per voi» (2 Cor 8,10). Questo vale in modo speciale nella Quaresima, durante la quale molti organismi raccolgono collette a favore di Chiese e popolazioni in difficoltà. Ma come vorrei che anche nei nostri rapporti quotidiani, davanti a ogni fratello che ci chiede un aiuto, noi pensassimo che lì c’è un appello della divina Provvidenza: ogni elemosina è un’occasione per prendere parte alla Provvidenza di Dio verso i suoi figli; e se Egli oggi si serve di me per aiutare un fratello, come domani non provvederà anche alle mie necessità, Lui che non si lascia vincere in generosità?[6] ....