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venerdì 17 luglio 2026

RICONCILIAZIONE

 


Shevchuk: perdono e riconciliazione 
per sanare la memoria dei popoli europei



A Kyiv l’incontro tra l’arcivescovo Gallagher e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina che con i media vaticani esprime la gioia per la presenza dell'inviato speciale del Papa e per quella del cardinale Zuppi nei giorni scorsi: "Pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare con la Chiesa universale. 

Per noi sono un segno visibile della Chiesa che ci abbraccia”

-di Roberto Paglialonga - Inviato a Kyiv

È anche nel “contesto della guerra che scopriamo la forza della preghiera”. Oggi c’è più che mai bisogno di “perdono, concesso e ricevuto, per sanare la memoria storica dei popoli europei”. I media vaticani raccolgono le parole del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, a margine del suo incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, al secondo giorno di missione in Ucraina, e con il nunzio apostolico nel Paese, Visvaldas Kulbokas. L’inviato speciale di Papa Leone XIV per le celebrazioni del 35° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino, che si terranno domenica al Santuario del Monte Carmelo a Berdychiv, è giunto nella serata di venerdì a Kyiv, dopo una sosta alla chiesa di San Giovanni Paolo II a Rivne, a metà strada tra Leopoli e la capitale.

Beatitudine, quanto è importante in questo momento la preghiera insieme e la vicinanza del Santo Padre attraverso i suoi rappresentanti qui, l’arcivescovo Gallagher come inviato speciale per le celebrazioni al Santuario di Berdychiv, e pochi giorni fa il cardinale Zuppi?

Nei contesti di guerra riscopriamo il senso e la forza della preghiera. Pregare insieme vuol dire trovare uno spazio che cura le ferite: la preghiera è un balsamo, la grazia sanante dello Spirito Santo, che permea il cuore di una persona sofferente. Pregare insieme vuol dire condividere dei doni. Gesù stesso ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì fra di loro”. Ma pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare nel seno della Chiesa universale, è pregare con il Santo Padre stesso. È sentirsi di essere accarezzati dal padre. Perciò la presenza del cardinale Zuppi e dell’arcivescovo Gallagher per noi è un segno visibile della Chiesa universale e cattolica che ci abbraccia e prega per noi”.

Nel contesto della guerra in Ucraina, com’è la collaborazione tra le diverse comunità cattoliche in favore della popolazione sofferente?

In Ucraina abbiamo le stesse tragedie, le stesse sfide, pastorali e umanitarie, non solo fra i cattolici, ma anche con i fratelli ortodossi, con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, che fanno parte del Consiglio pan-ucraino delle Chiese che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni delle sue attività. Collaborare insieme vuol dire letteralmente salvare le vite, e talvolta la carità cristiana veramente oltrepassa i limiti confessionali o rituali. Sappiamo testimoniare insieme, cattolici del rito bizantino e del rito latino – come diceva Giovanni Paolo II – l’autenticità dell’amore cattolico, che abbraccia, sana, salva, serve a tutti.

Quali sono le principali necessità per la popolazione in un momento in cui i bombardamenti e la guerra si stanno intensificando?

Le necessità sono tante. Secondo le cifre che danno gli uffici delle Nazioni Unite, oggi in Ucraina ci sono 5 milioni di persone che sperimentano una emergenza umanitaria, e solo 2 milioni possono essere assistiti con le risorse che vengono concesse da queste strutture internazionali. Ma come mi ha detto una volta il sindaco della città di Kyiv, dalla Chiesa, più dei vestiti, del pane e degli alimenti, noi abbiamo bisogno della parola della speranza. Allora, questo momento di grande sofferenza per milioni di ucraini è un momento di nuova evangelizzazione, è il momento, il kairos di una grande conversione: è fame e sete per Dio. Soltanto la Chiesa di Cristo è capace di sanare queste ferite e rispondere, dare il pane della vita, l’eucarestia, la parola di Dio a quelli che sono affamati e assetati di Dio.

Nell’incontro con l’arcivescovo Gallagher avete toccato il tema della riconciliazione e del perdono. Come si fa a farsi portatori e promotori di questi due grandi doni in una situazione così difficile a livello internazionale?

In questi mesi in Ucraina stiamo commemorando il 25° anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II. Egli, come parte integrante del suo ministero petrino per l’Europa, vedeva di essere al servizio della riconciliazione fra i popoli del continente. E lui stesso diceva che suo dovere era quello di sanare la memoria storica dei popoli europei, soprattutto quando si tratta delle ferite che ancora oggi sono molto profonde nei nostri cuori, dopo la seconda guerra mondiale. A queste ferite antiche, si aggiungono ora quelle di questa guerra blasfema che viviamo in Ucraina. Ma qual è la medicina che ci ha donato Papa Wojtyla? Lui ci ha detto che questo balsamo per sanare la memoria è il perdono, concesso e ricevuto. Tutti siamo peccatori, tutti siamo coscienti che abbiamo offeso il nostro vicino: sempre i popoli confinanti hanno una memoria negativa talvolta del passato doloroso. Ma non dobbiamo essere schiavi di questo. È un passato che non possiamo rifare di nuovo.

Ma possiamo, attraverso il perdono, costruire un futuro migliore. Perciò il dono del perdono, concesso e ricevuto, è la medicina che sana la memoria storica dei popoli europei.

Vatican News

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venerdì 29 agosto 2025

CUL DE SAC

Una trattativa

 insensata 


per una guerra

 sbagliata

 

-       di  Giuseppe Savagnone 

 

La diplomazia del narcisismo

La tempesta di missili e droni russi che si è ultimamente abbattuta su Kiev è solo un’ulteriore conferma che la pace in Ucraina è lontana. La promessa di Trump di concludere questa guerra nel giro di quarantott’ore, si è rivelata, come del resto molte altre, una vuota vanteria, specchio del suo narcisismo. 

Narcisismo che ha caratterizzato anche le giravolte diplomatiche con cui il Tycoon ha gettato il mondo in balìa dei suoi mutevoli umori. Anche in questa vicenda, come in altre, Trump gioca a imitare Dio, ma la interpretazione che dà di questo ruolo è quella di una divinità capricciosa e prepotente.

Il presidente americano ha esordito attaccando, paradossalmente, il paese aggredito e mostrando al contrario disponibilità e simpatia per l’aggressore. Poi ha cominciato a rendersi conto che la guerra l’aveva voluta Putin, ma ha continuato a imputare a Zelenskyi la sua mancata interruzione, minacciandolo di privarlo del sostegno militare americano e indebolendo la sua posizione.  

Il fatto è che Trump sin dall’inizio ha creduto di risolvere tutto con un dialogo a due col presidente russo, escludendo proprio il governo ucraino che avrebbe dovuto esserne il protagonista. Ma questo confronto diretto si è risolto in un disastro.

Putin lo ha chiaramente preso in giro tenendolo a bada con vaghe promesse. E anche il celebratissimo incontro del 15 agosto in Alaska, che avrebbe dovuto imporre al presidente russo almeno un cessate il fuoco immediato, è servito solo a sdoganarlo dall’isolamento internazionale in cui si era trovato dopo l’invasione dell’Ucraina.

Un effetto collaterale particolarmente negativo di questa condotta sconnessa e autoreferenziale dell’inquilino della Casa Bianca è stata la rottura del fronte comune che fino ad ora aveva unito le due sponde dell’Atlantico. 

L’Europa, tradizionale alleata degli Stati Uniti, è stata ridotta al ruolo umiliante di vassallo, rimanendo esclusa dai negoziati. E l’incontro del 18 agosto – svoltosi significativamente alla corte del presidente americano – ha visto i suoi leader uniti, ma ha anche evidenziato la loro impotenza a ottenere dal loro interlocutore chiare e sicure garanzie sul suo futuro comportamento.

A coronare questa serie impressionante di contraddizioni, di errori e di scacchi, il Tycoon ha ultimamente lasciato capire che potrebbe fare un passo indietro, rinunziando al ruolo di mediatore che all’inizio si era attribuito con trionfale sicumera. Infantile protesta di un narcisismo deluso.

Sono quasi commoventi gli sforzi degli ammiratori di Trump – in prima linea la nostra premier e la stampa di destra in Italia – per rintracciare in questo demenziale susseguirsi di prese di posizione inconcludenti per la pace e nocive per tutto l’Occidente, un disegno geniale e coraggioso, destinato a farlo tornare grande. Magari attribuendo agli ultimi incontri con Putin in Alaska e con i capi europei a Washington il significato di importanti passi avanti verso la pace che chiaramente non hanno avuto, come i missili su Kiev confermano.  

Sulle macerie della diplomazia americana, i governi europei continuano a discutere fra loro delle garanzie da chiedere alla Russia, in un eventuale accordo di pace, per la sicurezza dell’Ucraina.  Ma è tutto puramente ipotetico, perché il governo di Mosca per ora non sembra intenzionato a fermare la guerra e, in ogni caso, ha già dichiarato di ritenere irrilevanti le conclusioni di questo dibattito, quali che esse siano.

Peraltro, Zelenskyi si dice profondamente grato all’Europa per il suo sostegno, ma sembra convinto – e probabilmente ha ragione – che solo gli Stati Uniti possono veramente garantire sia il raggiungimento che il mantenimento di una pace durevole. Anche se Trump sembra, al contrario, intenzionato a scaricare sui governi del vecchio continente il principale carico economico e militare di questo ruolo.

L’illusione di Putin

Il fatto è che una guerra cominciata male difficilmente può finire bene. E la guerra d’Ucraina è veramente cominciata nel peggiore dei modi.

Se è vero che non esistono guerre “giuste”, questa è stata ancora più sbagliata di altre. Alla radice – checché ne dicano i commentatori filo-russi – c’è stato il disegno imperialistico di Putin di ricostituire la “Grande Russia”, tentando di riportare l’Ucraina sotto il controllo di Mosca, se non attraverso una esplicita annessione del suo territorio, almeno imponendo la creazione di un governo fantoccio, asservito alla politica del Cremlino. Lo conferma il discorso tenuto per l’inizio della “operazione speciale”, dal presidente russo: «Non rinuncerò mai alla convinzione che i russi e gli ucraini sono un solo popolo».

E del resto solo in questa logica si spiega la portata dell’attacco del 24 febbraio, volto alla conquista non del Donbass, ma della stessa capitale, anche se poi l’andamento degli eventi bellici ha ridimensionato il conflitto a quella regione.  Putin si era illuso, evidentemente, di condurre una guerra-lampo, destituendo il governo filo-occidentale di Zelenskyi e mettendo Stati Uniti ed Europa davanti al fatto compiuto.

A impedirglielo sono stati certamente anche i servizi segreti americani, che hanno avvertito in tempo Kiev, consentendo al suo esercito di bloccare l’attacco dei paracadutisti russi alla capitale, ma soprattutto la inaspettata, orgogliosa resistenza del popolo ucraino, che ha risposto con la sua lotta coraggiosa alla forzata omologazione con quello russo sognata da Putin.  

Una demonizzazione

Tutta colpa della Russia, dunque? Si è cercato di farlo credere e in larga misura questa è ancora la rappresentazione che prevale nell’immaginario collettivo dell’Occidente. Per questo, all’indomani dell’invasione russa si è scatenata una demonizzazione senza precedenti non solo nei confronti dei sostenitori di Putin, ma dei russi in quanto tali.

Anche allora l’esagerazione e l’improduttività di questo comportamento era evidente. Le denunziavo in un mio “chiaroscuro”, pubblicato, poco dopo l’inizio della guerra, il 22 aprile 2022, su “Tuttavia” e intitolato Non è così che si costruisce la pace, in cui, dopo aver riferito della decisione senza precedenti degli organizzatori del torneo di tennis di Wimbledon di escludere dalla edizione del 2022 i giocatori russi e bielorussi, tra cui Daniil Medvedev, allora numero due del mondo, Andrej Rublëv, numero otto, e la bielorussa Aryna Sabalenka, numero quattro del mondo – osservavo: «In realtà non si tratta di una novità.

Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina il Comitato Olimpico Internazionale ha “vivamente raccomandato” a tutte le federazioni mondiali di “non invitare atleti russi e bielorussi” nelle competizioni sportive internazionali. E cosi, il 3 marzo il CDA del Comitato paraolimpico internazionale ha deciso che gli atleti di Russia e Bielorussia non avrebbero potuto partecipare alle imminenti Paralimpiadi invernali di Pechino.

In un primo momento si era ipotizzato che lo facessero da “neutrali”, senza essere inquadrati ufficialmente nelle squadre dei loro rispettivi Paesi, ma poi questa misura era sembrata troppo blanda e si era definitivamente optato per una esclusione non solo delle squadre, ma dei singoli atleti in base alla loro nazionalità».

E già allora facevo notare: «Ora, in una logica morale non c’è posto per una discriminazione puramente etnica (…). Essere sostenitori di Putin, come gli oligarchi russi, giustamente penalizzati con il sequestro dei loro beni per il loro ruolo nel sostenere una dittatura sanguinaria – è una colpa. Essere russi no. A maggior ragione questo vale in un ambito, come lo sport (…). Fin dai tempi dei Greci le Olimpiadi erano il momento in cui le ostilità e le discriminazioni venivano superate in nome di una comune esperienza di umanità. Il caso del tennis sta facendo rumore. Ma forse fa più pena pensare che a Pechino, nelle paraolimpiadi, dei poveri disabili, uomini e donne, che si erano a lungo allenati nella speranza di avere anche loro un momento di pienezza, siano stati discriminati ed esclusi per il luogo in cui erano nati e cresciuti. No, non è così che si costruisce una pace degna di questo nome».

Osservazioni che appaiono particolarmente attuali di fronte alle ipotesi di boicottaggio di squadre sportive o di personaggi dello spettacolo israeliani, che molti giustamente respingono in nome del valore universale dello sport e dell’arte. 

C’è da chiedersi dove fossero, però, questi saggi osservatori quando il trattamento di discriminazione veniva applicato a personalità russe che peraltro, come il tennista Medvedev, avevano preso pubblicamente le distanze da Putin e dalla sua politica.

Un’altra illusione

In ogni caso, la verità sull’origine di questa guerra è più complessa ed è giusto ricordarla, senza nulla togliere alle responsabilità di Putin. A spianare la strada all’imperialismo del dittatore russo ci sono stati gravi errori anche da parte dell’Ucraina e dell’Occidente. 

Per quanto riguarda la prima, il governo di Kiev nel 2014 si era impegnato, con gli accordi di Minsk, a fare una riforma costituzionale volta a garantire una relativa autonomia – come quella concessa dall’Italia all’Alto Adige – alle regioni russofone del Donbass.

Impegno mai rispettato, con l’aggravante di aver consentito a forze irregolari di estrema destra, come il battaglione Azov, di imperversare in questi territori.

Ma c’è stato anche il mancato rispetto, da parte dell’Occidente, di un impegno preso, in occasione della caduta del muro di Berlino, dal presidente americano George Bush sr. In un’intervista  al «Corriere della Sera»  del 15 luglio 2007, Jack Matlock, ambasciatore americano a Mosca dal 1987 al 1991 ha raccontato:  «Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che, se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola».

Così, nel 1999 Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca divennero a tutti gli effetti membri della NATO. Nel 2004 fu la volta di quattro Paesi ex membri del Patto di Varsavia: Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia, nonché di tre ex repubbliche sovietiche, Lettonia, Estonia e Lituania. Nel 2009 aderirono Croazia e Albania. Nel 2017 il Montenegro. Nel 2020 la Macedonia del Nord. 

Questo accerchiamento non poteva non allarmare la Russia e sollevare da parte sua forti resistenze all’ingresso nella NATO – alleanza militare per statuto anti-Russa – di un’altra ex repubblica sovietica, per di più del peso dell’Ucraina.

Putin chiese al segretario della NATO e a Biden, ricordando la promessa di Bush.  Ma il primo rispose che non se ne riteneva affatto vincolato, il secondo non rispose nulla. È probabile che Putn avrebbe perseguito egualmente il suo disegno imperialistico. Ma è certo che il presidente americano non disse una parola per fermarlo.

Perché? Una risposta può venire dai proclami trionfalistici di Biden sulla inevitabile sconfitta della Russia, destinata, per citare le parole del presidente americano, a essere “un paria” sullo scenario internazionale. I fatti hanno smentito clamorosamente queste previsioni.

Così, la guerra in corso è il frutto, di due opposte illusioni. Su entrambi i fronti si è creduto di poter prevalere con la forza, mettendo in ginocchio il nemico. Una lezione di storia che evidenzia i limiti del machiavellismo e che forse dovrebbe essere riconosciuta e meditata da tutte e due le parti. E questo esame di coscienza, forse, la prima vera condizione per avvicinarci oggi alla pace.

 www.tuttavia.eu

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martedì 27 maggio 2025

SENZA PENSARCI DUE VOLTE

 

Ucraina e Palestina: due storie.”




 Alessandro D’Avenia

Sono andato a vedere la mostra «De bello - Notes on war and peace» (Sulla guerra - Appunti su guerra e pace) organizzata nello spazio Gres Art 671 a Bergamo dalla Fondazione Pesenti che ne fa anche il teatro di incontri per una cultura della pace. Il titolo della mostra, in latino e inglese, mi ha ricordato che le lingue di derivazione latina per dire «guerra» hanno preferito l'antico tedesco werran (war in inglese) confondere, mischiare, al latino bellum perché simile a bellus: bello, che indica al contrario ordine e armonia. 

 La storia della lingua testimonia che bellezza e guerra sono incompatibili e inconfondibili, come evidente nella mostra, in cui a farmi da guida c'era un ex alunno. Tra le opere mi ha colpito la serie «Lost&Found» dell'artista ucraina Masha Shubina, che ha dipinto ordigni bellici su tovaglie, tovaglioli e tendine un tempo ricamati a mano dalla nonna, mostrando l'opposizione tra bello e bellum (guerra), tra chi fa casa e chi la disfa. 

 Voglio allora raccontare due storie, una ucraina e una palestinese. 

 La prima, simile ai ricami dipinti da Shubina, è narrata da Svitlana Dukovych su VaticanNews. La protagonista è Viktoria, dottoressa ucraina 30enne che all'inizio dello scontro era a Kyiv, ma non è voluta tornare nella città d'origine: «I nostri militari avrebbero avuto bisogno di cure mediche. E poiché sono un medico, ho deciso di rimanere». 

 Viktoria lavora sull'ambulanza perché ci vogliono quattro ore per andare dal fronte al primo ospedale: «Non esiste un paziente stabile in guerra e può diventare critico durante il viaggio». Ha toccato la morte sin dal primo giorno di servizio, nel soccorrere un giovane paramedico giunto in Ucraina come volontario: «Abbiamo lottato più di mezz'ora, ma non è stato possibile salvarlo. Ho chiuso i suoi occhi e l’ho affidato a Dio, affinché lo accogliesse dopo un sacrificio così grande: esser venuto da un altro Paese per aiutarci. Gli sono molto grata». Parole e gesti della dottoressa ricordano i ricami della nonna della pittrice: «Uno sguardo, un sorriso, una parola di incoraggiamento: sono cose che i protocolli non specificano ma fanno parte del mio lavoro. I pazienti mi tengono spesso per mano, soprattutto chi subisce lesioni agli occhi per schegge o ustioni. In una delle evacuazioni stavamo portando un soldato che non riusciva a vedere. Abbiamo guidato per circa quattro ore. Mi teneva la mano e quando la toglievo per fare un’iniezione all'altro ferito nell’auto, iniziava ad agitarsi e mi chiedeva: Viktoria, dove sei? Voglio sentire la tua mano». La giornalista le ha chiesto dove trova la forza: «Per me i barlumi di speranza sono nella fede. Credo che il Signore abbia seminato un seme di sé e della sua speranza in ogni persona... quindi vado al fronte, contribuisco a salvare vite umane e faccio il possibile. Se sono una piccola goccia nell’oceano, ringrazio Dio per questo... Credo che Dio operi attraverso ognuno di noi». 

 Qualche metro oltre i ricami dipinti il mio ex-alunno mi ha introdotto in un vero e proprio spazio bellico delimitato da tre foto gigantesche del fotoreporter di guerra Gabriele Micalizzi, che ha voluto stamparle su tessuti grezzi cuciti tra loro, come fossero arazzi medievali, ottenendo una grana dell'immagine che rende tangibili, anche agli occhi, le asperità dell'evento. 

 Anche in questo caso il supporto dell'opera evita qualsiasi estetizzazione degli eventi narrati. Una delle foto è intitolata «L'umarell» ed è stata scattata a Gaza: un ragazzo palestinese, seduto tra i gas lacrimogeni durante una manifestazione, osserva da un striscia di pace la violenza che lo circonda. 

 Ho collegato la fotografia alla storia raccontata (sempre su VaticanNews) da Roberto Cetera che ha incontrato le famiglie di circa 100 bambini palestinesi ricoverati al Policlinico Umberto I di Roma. Tra loro, nel reparto di oncologia pediatrica, c'è Zeina, quattro anni, con la sorellina di due e la madre, Manar Farhat Murtaja, 29 anni, che racconta: «Siamo qui da quattro mesi, non sono mai uscita; mangiamo e dormiamo tutte e tre in questa stanza. Grazie a un corridoio umanitario siamo arrivate a Roma. Zeina stava male ma a Gaza non c’era possibilità né di curarla né di diagnosticare la malattia. Gli ospedali più vicini erano distrutti e le poche strutture in funzione danno la precedenza ai feriti estratti dalle macerie in pericolo di vita. Per mesi non abbiamo saputo cosa avesse e abbiamo perso tempo prezioso per aggredire il tumore. Tremila chilometri per arrivare fin qui quando appena fuori Gaza ci sono strutture efficienti che avrebbero potuto curare mia figlia». 

 Il marito di Manar è a Gaza, non lo hanno fatto partire con loro: «Riesco a parlare con lui solo qualche volta al telefono. Abbiamo perso tutto: la nostra casa non c’è più, e con essa anche mio padre non c’è più, è stato ucciso dalle bombe israeliane». 

 Come il ragazzo della foto, Manar guarda la distruzione e rimpiange il fatto che ciò che era vicinissimo le è sempre stato irraggiungibile: «Ho quasi 30 anni e non sono mai uscita da Gaza. Non avrei mai immaginato che la prima volta sarebbe stato in Italia per curare mia figlia. Mi sarei accontentata di vedere Gerusalemme, che è a soli 60 km da dove vivevo, ma era un sogno». 

 Mostra viene dalla radice mon- (contenuta in monito, ammonire, mostrare, mostruoso) che significa avvertire, far sapere, ricordare, porre nella mente. 

 Che cosa in questo caso? Che gli uomini da sempre cercano di individuarsi (diventare se stessi) o con la guerra o con l'amore. La storia di Caino e Abele, che erano fratelli, lo racconta perfettamente: gli uomini, a differenza degli animali, non uccidono per necessità, ma perché vogliono essere (figli) «unici» e soli, ed è lo stesso motivo per cui cercano l'amore. Ma mentre il violento vuole l'unicità solo per se stesso, chi ama la riconosce anche all'altro, lo riconosce «unico» come un altro se stesso, e rinuncia quindi al potere su di lui. 

 Due sono le strade nelle relazioni (amici, coppia, lavoro, popoli...): o l'io cerca di esistere a scapito dell'altro o a favore dell'altro, o prende la vita o la dà, o sacrifica l'altro o si sacrifica per l'altro, o fa il bellum o il bello. 

 Ma mentre il potere sull'altro dà solo l'illusione di essere unici e in realtà rende soli, il potere con l'altro rende unici e libera dalla solitudine. 

Lo scriveva così David Foster Wallace in Infinte Jest: «Si è, solo ed esclusivamente e completamente, ciò per cui si morirebbe senza pensarci due volte. Tu, per cosa moriresti senza pensarci due volte?».

Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 24 aprile 2025

SETE DI LIBERTA'

 La Resistenza 

non finisce mai e non ha confini,

 i ladri di libertà ci sono sempre

 

-         di Salvatore Parlagreco 

-           

Il 25 aprile non è solo la conquista della libertà e della democrazia in Italia, la Resistenza dei partigiani italiani non è solo anniversario e memoria civile di un popolo di uomini e donne che diedero la vita per c riprendersi il Paese usurpato dai nazifascisti; il 25 aprile è anche, o dovrebbe essere anche, la Festa della Liberazione da ogni usurpatore di diritti umani. C’è un obbligo morale per chi festeggia il 25 aprile, l’obbligo di testimoniare a coloro che sono morti per la democrazia e la libertà, il sostegno, la fratellanza, la solidarietà attiva.

Tacere sulla Resistenza del popolo ucraino segnala una imperdonabile omissione, una visione riduttiva e angusta, un intollerabile vulnus ai valori di quella lotta per la libertà.

Come si può testimoniare la Festa della Liberazione senza sentirsi, con il  cuore e con la mente, vicini a quanti, non solo in Ucraina, ma ovunque nel mondo, danno tutto, anche la vita, per la difesa di valori e diritti, che danno dignità alla esistenza degli uomini e delle donne? 

Chi celebra la Liberazione e su chi oggi combatte per la propria indipendenza, democrazia, dignità umana, tradisce quello stesso spirito che afferma di onorare. Non basta sventolare la bandiera il 25 aprile se poi si resta silenti. Il 25 aprile non è una commemorazione da cartolina, né un semplice appuntamento del calendario civile. È un giuramento rinnovato, un patto vivo tra generazioni che si sono consegnate la fiaccola della libertà, del coraggio, della resistenza alle ingiustizie. I partigiani di libertà devono sostenere la Resistenza ovunque si manifesti oggi. Ignorarla, sminuirla è tradire la nostra.

L’Ucraina, come altre nazioni aggredite, è diventata terreno di una nuova resistenza: non retorica, ma fatta di fango, sangue, madri che piangono figli caduti, città distrutte, e milioni di persone costrette a scegliere se arrendersi o morire liberi. Mezzo milione di vite spezzate non possono essere ignorate nel nome di un malinteso “equilibrio” o di un pacifismo astratto e inerte, che nella pratica si trasforma in complicità con l’usurpatore. Chi oggi si rifugia nel silenzio o in una neutralità sterile, non è un pacificatore. Diviene un complice, magari inconsapevole, ma pur sempre complice dell’aggressione.

Il 25 aprile è anche oggi. È adesso. È in ogni trincea, in ogni strada bombardata, in ogni grido che chiede aiuto e libertà. 

Chi tace, chi relativizza, chi equidista, ha abbandonato la Resistenza. Ha abbandonato se stesso.

 La Storia ci osserva, e non accetta i silenzi come risposta. Chi ama la libertà, la difende ovunque. Chi ama la giustizia, non chiude gli occhi. E chi celebra la Liberazione, deve prima di tutto scegliere da che parte stare. Perché oggi, come allora, il silenzio è già una scelta. Ed è la scelta sbagliata.

 

in Articoli 

 

 

 

 

venerdì 7 marzo 2025

REARM EUROPE


 La risposta dell’Europa 

alla nuova realtà internazionale

 



-di Giuseppe Savagnone*

 Quella che il Consiglio dell’UE doveva affrontare, e per cui era definito “straordinario”, era una situazione internazionale del tutto nuova: per la prima volta l’Europa si trova a dover gestire da sola, senza l’ombrello americano, la propria sicurezza e, al tempo stesso, garantire all’Ucraina la continuazione del suo appoggio, di fronte all’aggressione russa, ora che gli Stati Uniti hanno sospeso i loro aiuti militari.

Era in gioco una svolta epocale, dunque, da cui doveva emergere una nuova capacità del vecchio continente – ora riunificato, di fatto, dal riavvicinamento del Regno Unito, dopo il ripudio da parte di Trump della sua storica sintonia con gli USA – di riscoprire finalmente la propria dimensione politico-militare, divenendo a sua volta un soggetto in grado di far fronte allo strapotere di Stati Uniti e Russia e di sedere con loro, da pari a pari, al tavolo dove si decidono le sorti dell’Ucraina e non solo.

E a questo era finalizzato il piano ReArm Europe, proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che il Consiglio ha approvato all’unanimità, anche se con la dissociazione dell’Ungheria per quanto riguarda l’appoggio all’Ucraina. 

Già quando era stato reso noto, il documento aveva suscitato reazioni molto positive, nel nostro paese, da parte di rappresentanti di entrambi gli schieramenti politici.

«Finalmente si fanno concreti passi in avanti per costruire una indispensabile difesa europea», ha scritto su X il segretario di Forza Italia, e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Era il grande sogno di Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi». E secondo Carlo Fidanza, capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, il piano «ha il merito di passare finalmente dalla mera enunciazione di principio a strumenti concreti per rafforzare il quadro degli investimenti europei nella difesa».

Ma anche autorevoli esponenti del PD, come Gentiloni e Guerini, si sono detti favorevoli. Secondo il primo, quella proposta dalla von del Leyen «è la strada giusta». Quanto a Guerini, per lui «l’esigenza della crescita della Difesa europea è ineludibile (…). Altrimenti facciamo solo chiacchiere».

Ma, quando si va a vedere il documento, non si può non restare delusi. Non entriamo nel merito della sua struttura, per la quale una persona intellettualmente rigorosa come il ministro Giorgetti lo ha definito privo di «un senso» e «fatto in fretta e furia senza una logica».

Ma è il suo contenuto a lasciare molto perplessi. Esso, infatti, non fa altro che autorizzare gli Stati membri dell’UE a sforare, per spese militari, fino a 650 miliardi di euro, il tetto previsto dal patto di stabilità e ad avere prestati fino a 150 miliardi di euro.

Una festa per le industrie e i mercanti di armi, le cui azioni in borsa infatti sono salite alle stelle. E una conferma di quello che papa Francesco ha instancabilmente ripetuto da tre anni a questa parte sul fatto che sono loro i soli a trarre profitto dalla guerra, sulla pelle di centinaia di migliaia di giovani vite stroncate o mutilate.

Un prezzo da pagare è stato ribadito nel Consiglio straordinario, per riscattare l’Europa da una condizione di minorità e per sostenere i diritti del popolo ucraino, ora che gli Stati Uniti lo hanno clamorosamente abbandonato.

Ed è verissimo che l’alternativa ad un’assunzione di responsabilità da parte dei paesi europei oggi sembra essere quella di un umiliante vassallaggio nei confronti del Grande Fratello americano, di cui è una triste anticipazione la resa incondizionata del presidente ucraino, costretto a presentarsi col cappello in mano a chi lo aveva insultato e cacciato via dalla Casa Bianca, rimettendosi umilmente al suo volere.

Se si vuole evitare questo, all’Ucraina e a tutta l’Europa, bisogna pur ricorrere ad un rafforzamento militare. Il problema, però, è il modo in cui ci si propone di farlo.

Non mi capita spesso di essere d’accordo con Eddy Schlein, ma stavolta credo proprio che abbia avuto ragione di criticare fin dal suo apparire il piano ReArm Europe: «Quella presentata oggi da von Der Leyen non è la strada che serve all’Europa. All’Unione Europea serve la difesa comune, non il riarmo nazionale. Sono due cose molto diverse», ha detto, aggiungendo che «manca ancora la volontà politica dei governi di fare davvero una difesa comune». Il piano della presidente della Commissione UE «così rischia di diventare il mero riarmo nazionale di 27 Paesi e noi non ci stiamo».

Prospettive illusorie di pace

Quello che la segretaria del PD non ha detto è che questa non è altro che la continuazione di una logica che ha ispirato finora la Commissione dell’UE, rieletta recentemente proprio con i voti del suo partito, e di cui la von der Leyem coerentemente resta sostenitrice. 

Una logica che ha puntato sulla forza militare in vista di quella che Zelensky – allora con l’appoggio degli Stati Uniti – annunciava come la prossima «vittoria completa» e di una pace che ne sarebbe stata la ovvia conseguenza.

Disegno già allora illusorio e oggi più che mai privo di reali fondamenti, come ha ribadito, un’autorevole voce del mondo cattolico, Stefano Zamagni, che ha definito il piano ora approvato dal Consiglio UE «un errore tragico dal punto di vista politico».

«Con i fondi indicati da Von der Leyen», ha fatto notare Zamagni, «si raggiungerebbe un target di armamenti convenzionali non adeguato», e ancora più insufficiente se confrontato con l’arsenale atomico della Russia. «Invece di aumentare la spesa militare» dunque, «dovremmo puntare su politiche di disarmo bilanciate tra i vari Paesi».

Ma anche da parte di ambienti laici la proposta di puntare univocamente sull’aumento delle spese militari è contestata decisamente. A detta di Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della «Rete italiana pace e disarmo» «la pace vera non è la mancanza di conflitto armato (…). La pace vera è (…) la crescita delle società, delle culture, delle opportunità per le persone, del rispetto dei diritti a partire da quello della vita.

La “forza” invocata da von der Leyen tutto questo non lo garantisce». La logica a cui si ispira il suo piano «porta al riarmo, e il riarmo porta a nuova conflittualità, porta cioè a una crescita di guerra e quindi a nuovo riarmo (…). Ripenso a chi in questi tre anni ha ripetuto che si sarebbe vinta la pace perché si sarebbe vinta la guerra contro Putin».

Una critica che a prima vista può apparire simile a quella della Lega, anch’essa molto critica nei confronti del piano: «Per Ursula von der Leyen gli Stati europei possono fare debito solo per armarsi», ha commentato ironicamente Salvini. «È questa la via maestra per sostenere e lasciare i nostri figli in un continente in pace?».

Una presa di posizione che però in realtà nasce da premesse molto diverse da quelle di Zamagni e Vignarca. Salvini è da sempre un entusiasta ammiratore di Putin e ora lo è di Trump, così come è da sempre ostile all’idea di un’Europa che diventi soggetto politico-militare sovranazionale. La pace che invoca è dunque la sottomissione a cui il nostro continente sarebbe ridotto rinunziando ad armarsi.

I problemi su cui si sono chiusi gli occhi

Il vero problema allora non è se sia giusto potenziare le forze militari europee, ma in che prospettiva farlo. Se puntare solo su questo potenziamento o, attraverso di esso, avviare un salto di qualità che permetta a un nuovo soggetto politico europeo di cercare una pace autentica al tavolo dei negoziati.

Quella scelta finora e confermata nel piano approvato dal Consiglio straordinario è la linea sostanzialmente nazionalista/sovranista che finora ha impedito il passaggio dall’unità economica dell’Europa a quella politica. Nessuno Stato vuole rinunziare al suo esercito.

Le conseguenze negative sono evidenti già a livello funzionale ed economico. A fronte di un solo modello di aereo di combattimento oggetto sviluppato negli USA (JSF-F35), in Europa ce ne sono tre (Tempest, Gripen, e Rafale), con una duplicazione dei costi. E in Europa si producono diciassette tipologie differenti di carro armato, rispetto agli Stati Uniti, muniti del solo M1 Abrams. Per non parlare delle inevitabili disfunzioni derivanti dalla mancanza di un comando unificato.

Ma c’è un aspetto più sostanziale. La creazione di una difesa comune sarebbe un passo significativo verso l’unità politica. Il piano della von der Leyen riproduce lo schema nazionalistico e non guarda al futuro, confermando la frammentazione che rende l’Europa irrilevante, sullo stesso piano militare, non perché spende poco, ma perché spende male. Certo, creare un esercito europeo non è compito che possa essere realizzato dall’oggi al domani. Ma qui non si vede neanche la volontà di muoversi in questa direzione.

Come non si vede un progetto che consenta di redistribuire i costi di questa operazione senza scaricarli, come sempre, sulle fasce più deboli, riducendo i finanziamenti ai servizi essenziali. Ancora una volta devo dare ragione a un esponente politico con cui spesso non mi trovo d’accordo, il leader dei 5stelle Giuseppe Conte, che ha parlato di «una furia bellicista», e di «30 miliardi per l’Italia sottratti a sanità, istruzione, scuola, sottratti agli aiuti, al sostegno per famiglie e imprese che sono vessati, al caro bollette, al carovita».

Perché è chiaro che le uscite aggiuntive, a cui si sta dando il via libera, saranno tutte a debito e, prima o poi, dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o tagliando la spesa sociale.

Si tratta di sacrificare, insomma, settori vitali come la sanità o l’istruzione, tanto più in un paese come l’Italia dove si preferisce ridurre i servizi ai poveri che “mettere le mini” nelle tasche dei ricchi.

Soprattutto, però, quello che è assente – sia nel piano approvato dal Consiglio della UE, sia nelle critiche della Schlein e di Conte – è l’esigenza di trovare una piattaforma valoriale comune, indispensabile per arrivare a una vera integrazione politica, di cui la dimensione militare dovrebbe esser solo un aspetto.

Anche questo non si può certo improvvisare, anzi richiede ancora più sforzi e più tempo, perché si tratta di dare all’Europa un’anima che in questo momento essa sembra avere perduto. Ma si dovrebbe almeno porre il problema, senza illudersi che per ritrovarla basti aumentare le spese militari. O credere che quest’anima si possa recuperare, come sembra pensare Tajani, mettendo sullo stesso piano De Gasperi e Berlusconi, due modelli opposti di umanità e civiltà.

La svolta che la nuova realtà internazionale esigeva, dunque, non c’è stata veramente. Si sono chiusi gli occhi sull’urgenza di procedere verso una maggiore unità europea. Saranno i fatti a dimostrare inesorabilmente le conseguenze di questa cecità. Possiamo solo sperare che, quando ciò avverrà, non sia troppo tardi.

Il piano ReArm Europe sicuramente ha il merito di contrapporsi all’ambigua linea della Lega e in generale alla rassegnata accettazione della logica predatoria condivisa da Putin e Trump.

 

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sabato 21 dicembre 2024

L'INUTILE STRAGE


Verso la fine di una «inutile strage»




-di  Giuseppe Savagnone 


Non sarà la guerra a portare la pace

«L’Ucraina attualmente non ha forze sufficienti per riconquistare il Donbass e la Crimea con mezzi militari. Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Per la prima volta, il presidente ucraino Zelens’kyj ha riconosciuto che non sarà la vittoria in guerra a portare la pace.

Finora, nei suoi discorsi, il termine “pace” era stato sistematicamente sostituito da quella “vittoria”. La sola pace che egli dichiarava di volere era quella ottenuta sconfiggendo sul campo gli invasori russi.

Una posizione esattamente simmetrica a quella di Putin e non meno lontana da ogni apertura a qualsiasi trattativa. In coerenza con questa impostazione, il tanto atteso piano di pace che Zelens’kyj ha presentato nello scorso ottobre al parlamento di Kiev era intitolato «piano di vittoria».

Anche il “Convegno per la pace in Ucraina”, solennemente convocato in Svizzera il 16 e 17 giugno precedente, era stato fin dall’inizio concepito non come una prova di negoziato per mettere fine alle ostilità – la Russia non era stata neanche invitata – ma come una chiamata a raccolta dei sostenitori di Kiev in questa guerra. 

E in questi più di due anni di guerra la sola ripetuta, assillante richiesta del leader ucraino è stata quella di altre armi, a suo dire decisive per salvare non solo l’Ucraina, ma l’intero Occidente dall’aggressività di Mosca.

Richiamando spesso l’antico detto «si vis pacem para bellum», “se vuoi la pace prepara la guerra”, ma in una nuova e ben diversa versione: «Si vis pacem fac bellum», “se vuoi la pace fai la guerra”.

Una guerra per procura?

E su questa linea si sono accodati a Zelens’kyj, senza riserve, fin dall’inizio, tutti i leader occidentali, incalzati dalla foga oratoria e diplomatica del presidente ucraino, che ossessivamente li accusava di non fare abbastanza per sostenere il suo paese.

Così la NATO ha sempre più assunto il ruolo di protagonista diretto dello contro, tanto da far parlare di una “guerra per procura” combattuta dagli ucraini per conto terzi.

L’iniziale intento di difendere i diritti di un popolo aggredito e oggetto di violenze inaudite, evidenziate dalla terribile strage di Bucha, si è ben presto trasformato in quello di umiliare la Russia per farne – secondo le parole del presidente americano Biden – «un paria», isolandola «dal palcoscenico internazionale».

Da qui, lo stanziamento di cifre enormi per rispondere alle continue richieste di armamenti del leader ucraino. Per la UE, la von der Leyen ha parlato di una spesa di 130 miliardi di euro e, solo dal febbraio 2022 all’ottobre 2023, il Congresso degli Stati Uniti ha destinato 113 miliardi di dollari. Con il conseguente arricchimento di coloro che producono e commerciano armi.

Da qui, una serie impressionane di sanzioni economiche, pagate a caro prezzo soprattutto dall’Europa, il cui effetto inevitabile sarebbe stato – si ripeteva con sicurezza – di mettere in ginocchio in breve tempo l’economia russa.

Da qui, soprattutto, una demonizzazione della Russia che non ha precedenti, neppure in altri episodi di aggressioni unilaterali (niente di simile si era fatto contro gli Stati Uniti, quando nel 2003 avevano attaccato l’Iraq sulla base di prove riconosciute poi false). Il Comitato Olimpico Internazionale, in un comunicato – pur riconoscendo «la sua missione di contribuire alla pace attraverso lo sport e di unire il mondo in una competizione pacifica al di là di ogni disputa politica» –, in conseguenza di questa guerra raccomandò «vivamente» a tutte le federazioni mondiali di «non invitare atleti russi e bielorussi» nelle competizioni sportive internazionali.

Su questa direttiva si sono subito mossi gli organismi internazionali responsabili dei diversi tipi di sport. Il 1° marzo scorso era stata la Federazione internazionale di sci (FIS) a prendere una analoga decisione: «Per garantire la sicurezza e la protezione di tutti gli atleti nelle competizioni FIS, il Consiglio FIS ha deciso all’unanimità, in linea con la raccomandazione del CIO, che con effetto immediato nessun atleta russo o bielorusso potrà partecipare ad alcuna competizione FIS a qualsiasi livello, sino alla fine della stagione 2021-2022».

Il 3 marzo il Cda del Comitato paralimpico internazionale – sempre ribadendo con fermezza l’esigenza «che sport e politica non debbano mescolarsi» – decise che gli atleti di Russia e Bielorussia non avrebbero potuto partecipare alle imminenti Paralimpiadi invernali di Pechino.

In un primo momento si era ipotizzato che lo facessero da “neutrali”, senza essere inquadrati ufficialmente nelle squadre dei loro rispettivi Paesi, ma poi questa misura sembrò troppo blanda e si optò per una esclusione non solo delle squadre, ma dei singoli atleti in base alla loro nazionalità.

Dall’hockey su ghiaccio, al basket, fino alla dama: russi e bielorussi furono messi fuori da tutte le competizioni mondiali ed europee. Nella stessa logica, la Nazionale russa di calcio fu esclusa dai Mondiali e i club russi dai tornei internazionali. 

Perfino gli organizzatori del torneo di tennis di Wimbledon, il più antico del mondo, si ritennero obbligati, «con profondo rammarico», ad escludere dalla successiva edizione – per «limitare l’influenza della Russia» – tennisti famosi come Medvedev, allora numero due del mondo, e Andrej Rublëv, numero otto, che pure si erano pronunziati contro la guerra, ma erano irrimediabilmente russi.

Nei teatri occidentali furono boicottate rappresentazioni teatrali, spettacoli musicali, attori, registi, perché russi.  Niente di paragonabile a ciò che è poi accaduto davanti a quelli che la Corte penale internazionale» ha definito i «crimini di guerra» di Israele, condannando il suo premier Netanyahu come aveva condannato quello russo Putin.

La fine di un’illusione

Non sono un politologo e tanto meno un profeta, ma già allora – nell’aprile dal 2022 – ho pubblicato su «Tuttavia» un chiaroscuro dal titolo: «Non è così che si costruisce la pace». Sforzandomi di spiegare, in diversi chiaroscuri successivi, che demonizzare e isolare il nemico, nella convinzione così di ottenere la pace vincendo la guerra, si è sempre rivelata solo una tragica illusione.

Un’illusione che, nel caso dell’Ucraina, è stata pagata sulla loro pelle dalle centinaia di migliaia di giovani morti o feriti in quasi tre anni di accaniti quanto sterili combattimenti.  Gli sviluppi del conflitto hanno confermato questa facile previsione. L’economia russa non è crollata (mentre sono entrate in crisi quelle di Germania e Francia). Anzi il tentativo di chiuderla in un cordone sanitario ha avuto come effetto quello di rafforzare i legami della Russia con Brasile, India, Cina e Sudafrica (il Brics), a cui si stanno aggiungendo sempre nuovi paesi del Sud del mondo interessati al progetto di sostituire il dollaro come moneta degli scambi internazionali.

Ma è soprattutto sul campo che lo scenario è progressivamente peggiorato. L’esercito russo, dopo una partenza disastrosa, si è riorganizzato e sta facendo inesorabilmente valere la sua superiorità numerica, avanzando nel Donbass.

Le armi sono state date, ma le guerre le fanno gli uomini, e all’esercito ucraino mancano. Non solo a causa delle perdite – inferiori a quelle russe, ma pur sempre enormi -, bensì per la fuga dei suoi soldati dal fronte – si parla di più di 100.000 disertori (alcune fonti addirittura di 170.000) – e per la renitenza alla leva dei più giovani, che si nascondono o si rifugiano all’estero per sfuggire al reclutamento.  Solo in Germania – riporta il quotidiano «Bild,» citando i dati del ministero degli Interni – tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sarebbero arrivati ben «163.287 ucraini maschi e normodotati». Altri 80mila in Polonia…

Ora l’avvento di Trump, alla presidenza degli Stati Uniti, ha ulteriormente compromesso le già tenui prospettive di resistenza dell’Ucraina. Già prima delle elezioni il nuovo presidente americano ha dichiarato di non voler più sostenere economicamente questa guerra e di non voler più mantenere in piedi la NATO, che ne è stata finora la principale protagonista. 

Zelens’kyj aveva cercato di anticipare i tempi chiedendo l’ingresso immediato dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica. Richiesta che è stata respinta, però, facendo notare che esso avrebbe l’effetto di determinare automaticamente l’entrata in guerra di tutti gli altri membri, trasformando il conflitto in atto nella terza guerra mondiale. Un prezzo che il presidente ucraino era evidentemente disposto a pagare, sempre in nome della vittoria finale, ma gli altri Stati no.

E ora i nodi sono al pettine. C’è ancora chi parla senza esitazioni di vittoria, come il premier del Belgio De Croo. Ma altri capi di governo, cominciano a essere meno netti che in passato. È il caso della Meloni – pur strenua sostenitrice dell’Ucraina –, che, al recente summit della NATO, ha detto: «Forse dobbiamo tutti prendere atto delle condizioni, della situazione sul terreno, dei dati di realtà», riconoscendo che «gli italiani fanno sempre più fatica a sostenere il nostro sforzo».

In un tweet su X il cancelliere tedesco Scholz ha fatto sapere che, durante una conversazione telefonica con Trump, ha concordato con lui «che è importante intraprendere il percorso verso una pace giusta per l’Ucraina il prima possibile». E anche il neopresidente del Consiglio europeo, Costa, ha sostituito allo slogan dell’immancabile vittoria, l’auspicio che quella che si realizzerà sarà «una pace duratura, non una capitolazione».

Si ricomincia, insomma, a parlare della necessità di una pace che non sia il frutto della vittoria. Si ammette, insomma, che non sono le armi a poterla produrre. Si profila un negoziato che, con ogni probabilità, sancirà le richieste russe che già erano state accolte con gli accordi di Minsk, prima della guerra. Ma questo avviene dopo un numero di morti e di feriti che sembra raggiunga i 500mila.

Non può non sorgere, prepotente, la domanda: «Ne valeva la pena?». Torna alla mente il grido di papa Francesco: «Una guerra sempre, sempre, è la sconfitta dell’umanità. Non esistono le guerre giuste, non esistono!». Qualche giornale ha ricordato anche le parole di papa Benedetto XV, che scongiurava di fermare il primo conflitto mondiale, definendolo una «inutile strage». Una espressione che purtroppo – come diventa sempre più chiaro – esprime perfettamente il nonsenso di questa guerra.

 *Editorialista e scrittore. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

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 Immagine: Autore: rawpixel.com

 

 

sabato 31 agosto 2024

LA GRANDE ILLUSIONE

ALLA RICERCA 
DELLA PACE ... 
FACENDO GUERRA


- di Giuseppe Savagnone*


 Una lunga pausa di non-guerra

Davanti agli sconfortanti scenari di guerra che ormai quotidianamente scorrono davanti ai nostri occhi, viene alla mente il famoso film girato da Jean Renoir nel 1937, intitolato «La grande illusione». Allora il regista aveva ancora solo presente il dramma della Prima guerra mondiale. Avrebbe dovuto di lì a poco prendere atto quanto il mondo fosse ancora prigioniero dell’«illusione» che egli aveva denunziato.

 È sembrato, dopo il 1945, che finalmente la lezione delle due grandi tragedie con cui si è aperto il secolo scorso avesse dato qualche frutto. La guerra è continuata, fra i paesi del blocco comunista e quelli occidentali, ma è almeno diventata “fredda”. A questo ha certamente contribuito l’avvento di nuove armi – prima fra tutte quella atomica -, di cui entrambi gli Stati leader dei rispettivi schieramenti, Stati Uniti e Unione Sovietica, erano in possesso e che, con la loro spaventosa potenza distruttiva, facevano prevedere, in caso di conflitto, una catastrofe planetaria, senza vinti né vincitori.

 Da qui un lungo periodo di relativa pace, rotta solo, in Europa, da conflitti locali – come quelli determinati, alla fine Novecento, dalla dissoluzione della Repubblica jugoslava – e, fuori di essa, da guerre, come quelle tra Israele e gli Stati arabi, che non avevano coinvolto le grandi potenze in uno scontro frontale.

 Anche le due spedizioni militari condotte, tra la fine del secolo scorso e i primi del nostro, da coalizioni guidate dagli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein – la prima motivata dall’occupazione, da parte di quest’ultimo, del Kuwait, la seconda da una pretesa minaccia (rivelatasi poi inesistente) con armi di distruzione di massa – tutto sommato non avevano determinato un clima di tensione internazionale che potesse far percepire, anche lontanamente, il pericolo di una nuova guerra mondiale.

 Anche perché, con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, il blocco comunista si era ormai sfaldato, lasciando il posto a una univoca egemonia americana. I nemici naturalmente non mancavano, ma andavano cercati nelle organizzazioni terroristiche islamiche e nelle loro proliferazioni, da Al-Qāʿida all’ISIS.

 L’aggressione di Putin all’Ucraina

Con la sciagurata «operazione speciale» avviata da Putin nei confronti dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, questa lunga pausa di pace – o almeno di non-guerra – , che durava dal 1945, si è bruscamene interrotta.

 Ben lungi da risolversi in un conflitto locale, come forse immaginava il capo del Cremlino, l’invasione  russa – dopo l’annessione della Crimea, nel 2014 – è stata considerata dalle potenze occidentali e dai loro alleati alla stregua delle annessioni messe in atto da Hitler, alla viglia della Seconda guerra mondiale e come tale è stata fronteggiata con estrema decisione, per evitare le conseguenze disastrose che un debole pacifismo aveva prodotto allora, nella Conferenza di Monaco del 1938.

 Dietro impulso della NATO – un’alleanza militare sorta in funzione anti-russa alla fine della Seconda guerra mondiale e rivalutata in questa occasione – si sono messe in atto a sostegno dell’Ucraina (che pure non faceva parte dell’Alleanza atlantica) tutta una serie di misure economiche, politiche e militari contro la Russia, tanto da far parlare di una “guerra per procura”.

 Tutto questo ha spaccato il pianeta – i grandi paesi del Sud globale (Cina, India, Brasile, Sudafrica) non hanno aderito né al boicottaggio né al fronte polito-militare che lo sosteneva – ma non impedito alla Russia di continuare la sua guerra e, dopo un inizio disastroso, di avere dei discreti successi.

 Anche la recente invasione del territorio russo nella regione di Kursk – inizialmente salutata dai governi e dalle opinioni pubbliche occidentali come una svolta decisiva e un rovesciamento delle sorti della guerra – si rivela sempre di più una mossa efficace sul piano psicologico e propagandistico, ma di dubbia efficacia sulle sorti complessive del conflitto.

 Per non dire che, stando a molte analisi militari, il “colpo di scena” voluto da Zelens’kyj (che, non dimentichiamolo è un uomo di teatro e ne ha dato prova in molte occasioni), può costare caro in termini strategici a un esercito già alle prese con una grave carenza di uomini.

 La pace impossibile

Ciò rende problematica, per non dire praticamente impossibile, ogni prospettiva di exit dal conflitto. Infatti, per il premier ucraino – appoggiato in questo senza riserve dal presidente Biden e dalla maggioranza dei leader occidentali – ciò che conta è piegare la Russia sul campo di battaglia. Il problema della pace si porrà solo dopo la vittoria. L’accordo a cui Putin dovrà essere costretto non prevede un vero e proprio negoziato, se non per sancire la totale rinunzia alle conquiste russe, perfino a quella, già realizzata nel 2014, della Crimea.

 È significativo che al grande vertice di pace indetto dalla Svizzera a Lucerna il 16 e il 17 giugno scorso, su iniziativa di Zelens’kyj, la Russia non sia stata nemmeno invitata, trasformando in realtà il convegno in una raccolta di adesioni alla rivendicazione ucraina della propria integrale identità territoriale.

 In questa prospettiva si pone anche il recente attacco nella regione di Kursk. «L’Ucraina – scrive su X (ex Twitter) Mychajlo Podoljak, consigliere presidenziale ucraino – «non è interessata a occupare i territori russi (…). Ma se parliamo di potenziali negoziati – sottolineo potenziali – dovremo mettere la Federazione Russa al tavolo delle trattative. Alle nostre condizioni (…). Abbiamo mezzi efficaci e collaudati per costringerli. Oltre a quelli economici e diplomatici, c’è anche lo strumento militare. Dobbiamo infliggere alla Russia sconfitte tattiche significative. Nella regione di Kursk, possiamo vedere chiaramente come lo strumento militare venga oggettivamente usato per convincere la Federazione Russa a entrare in un processo negoziale equo».

 Peraltro, Zelens’kyj non si stanca di ripetere agli alleati che la posta in gioco non è solo la libertà dell’Ucraina, ma quella dell’Occidente e del mondo intero.

 E così del resto, la guerra è stata impostata fin dall’inizio dalla NATO, finalizzandola a dimostrare, come ha detto Biden in un discorso del 2022, «quanto la guerra di Putin abbia fatto della Russia un paria» e «isolarla dal palcoscenico internazionale». E così si è fatto (si pensi all’esclusione degli atleti russi dalla Olimpiadi e dalle Paralimpiadi, che avrebbero dovuto essere il luogo del superamento dei contrasti).

 In questa logica, nessun dialogo è possibile, non solo per la volontà di Putin di perseguire fino in fondo il suo cinico progetto imperialistico, ma anche per la simmetrica indisponibilità occidentale a un dialogo che contrasterebbe con questa linea.

 Col rischio sempre più reale, però, di trasformare questa, che è già una terza guerra mondiale per procura, in un conflitto diretto tra l’Occidente e la Russia. Purtroppo non è un pericolo remoto. Al punto in cui siamo, nessuno dei due contendenti può permettersi di perdere. La speranza che ci rimane è quella che la guerra duri senza fine, con i suoi spaventosi costi di vite umane e di distruzioni materiali.

 Un’altra guerra infinita

C’è un’analogia tra il conflitto in Ucraina e ciò che sta accedendo nel Medio Oriente. Qui non c’è una terza guerra mondiale, nemmeno indiretta. Però anche in questo caso l’Occidente, con i suoi alleati della NATO, è fin dall’inizio schierato a fianco di Israele e gli offre il suo pieno appoggio militare, economico e politico.

 Un appoggio non certo contraddetto dagli inviti alla moderazione e dalle pressioni per una tregua, rivolti a Tel Aviv dai governi occidentali, che appaiono scandalosamente inadeguati davanti alla sistematica violazione, da parte dell’esercito israeliano, di tutti i princìpi del diritto internazionale e dei diritti umani più elementari. Quando, da parte degli Stati Uniti, basterebbe – per rendere credibili queste riserve – la sospensione delle imponenti forniture di armi che continuano ad essere garantite anche mentre il segretario di Stato Blinken pressa per una tregua umanitaria.

 E anche in questo caso l’ “aggredito” – che qui è Netanyahu – non vuole sentir parlare di pace se prima non ha ottenuto una vittoria totale, che in questo caso non e solo la disfatta dell’avversario, ma la sua totale distruzione. «Porremo fine alla guerra solo dopo aver raggiunto tutti gli obiettivi, compresa l’eliminazione di Hamas e il rilascio di tutti i nostri ostaggi», ha dichiarato, ancora lo scorso luglio, il premier israeliano.  

 E anche lui ricorda ai suoi alleati e sostenitori che la posta in gioco del conflitto che Israele sta combattendo ha un valore universale: «Quello che sta accadendo – ha detto Netanyahu parlando al Congresso americano, da cui è stato entusiasticamente applaudito, come già era accaduto poco tempo prima con Zelens’kyj – «non è uno scontro di civiltà, ma tra barbarie e civiltà, tra coloro che glorificano la morte e coloro che glorificano la vita».

 Il Bene contro il Male. In questa logica manichea, ogni concessione sarebbe un tradimento. Certo, Biden sembra colpito dalla constatazione che il Male, a differenza di quanto accade nella guerra tra Russia e Ucraina, purtroppo assume il volto di donne e bambini palestinesi massacrati a migliaia dai difensori del Bene. Ma gli scrupoli del presidente americano non lo hanno portato, in dieci messi, al punto di dissociarsi dal suo alleato israeliano.

 Anche qui, però, sembra proprio che l’appoggio dovrà essere prolungato ancora per molto, forse all’infinito. La guerra a Gaza non è andata bene a Israele, che, in questi dieci mesi, non è riuscito a raggiungere nessuno dei due obiettivi che si era proposto e questo lo spinge a cercare altri teatri dove esercitare la sua assoluta superiorità militare. In questa logica si spiega l’ultimo attacco alla Cisgiordania, il cui gruppo dirigente è costituito dall’OLP, che non ha nulla a che vedere con Hamas e con la strage del 7 ottobre, e che anzi  avrebbe dovuto essere fin dall’inizio il partner su cui puntare per isolare i terroristi della Striscia.

 Solo che moltiplicare la propria aggressività non solo non giova all’immagine internazionale, già ampiamente compromessa davanti all’opinione pubblica mondiale, ma suscita sempre nuovi nemici. Più diventa chiaro che il bersaglio da colpire e distruggere non è Hamas, ma i palestinesi, più Israele si troverà odiato e isolato dalla gente dei territori in cui deve pur continuare a vivere. E le bombe americane da novecento chili per questo non serviranno.

 La grande illusione, in entrambe queste vicende, è credere che puntando sulla forza muscolare delle armi – con i soldi degli alleati (che siamo  sempre noi occidentali) – si risolveranno i problemi. I fatti dicono il contrario. Forse sarebbe il momento che anche i nostri governi ne prendessero atto e che, invece di continuare a giurare incrollabile sostegno a Kiev e a Tel Aviv, cominciassero finalmente a chiedersi cosa fare concretamente per arrivare alla pace senza aspettare la fantomatica vittoria totale.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura – Arcidiocesi di Palermo

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