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venerdì 17 luglio 2026

RICONCILIAZIONE

 


Shevchuk: perdono e riconciliazione 
per sanare la memoria dei popoli europei



A Kyiv l’incontro tra l’arcivescovo Gallagher e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina che con i media vaticani esprime la gioia per la presenza dell'inviato speciale del Papa e per quella del cardinale Zuppi nei giorni scorsi: "Pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare con la Chiesa universale. 

Per noi sono un segno visibile della Chiesa che ci abbraccia”

-di Roberto Paglialonga - Inviato a Kyiv

È anche nel “contesto della guerra che scopriamo la forza della preghiera”. Oggi c’è più che mai bisogno di “perdono, concesso e ricevuto, per sanare la memoria storica dei popoli europei”. I media vaticani raccolgono le parole del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, a margine del suo incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, al secondo giorno di missione in Ucraina, e con il nunzio apostolico nel Paese, Visvaldas Kulbokas. L’inviato speciale di Papa Leone XIV per le celebrazioni del 35° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino, che si terranno domenica al Santuario del Monte Carmelo a Berdychiv, è giunto nella serata di venerdì a Kyiv, dopo una sosta alla chiesa di San Giovanni Paolo II a Rivne, a metà strada tra Leopoli e la capitale.

Beatitudine, quanto è importante in questo momento la preghiera insieme e la vicinanza del Santo Padre attraverso i suoi rappresentanti qui, l’arcivescovo Gallagher come inviato speciale per le celebrazioni al Santuario di Berdychiv, e pochi giorni fa il cardinale Zuppi?

Nei contesti di guerra riscopriamo il senso e la forza della preghiera. Pregare insieme vuol dire trovare uno spazio che cura le ferite: la preghiera è un balsamo, la grazia sanante dello Spirito Santo, che permea il cuore di una persona sofferente. Pregare insieme vuol dire condividere dei doni. Gesù stesso ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì fra di loro”. Ma pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare nel seno della Chiesa universale, è pregare con il Santo Padre stesso. È sentirsi di essere accarezzati dal padre. Perciò la presenza del cardinale Zuppi e dell’arcivescovo Gallagher per noi è un segno visibile della Chiesa universale e cattolica che ci abbraccia e prega per noi”.

Nel contesto della guerra in Ucraina, com’è la collaborazione tra le diverse comunità cattoliche in favore della popolazione sofferente?

In Ucraina abbiamo le stesse tragedie, le stesse sfide, pastorali e umanitarie, non solo fra i cattolici, ma anche con i fratelli ortodossi, con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, che fanno parte del Consiglio pan-ucraino delle Chiese che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni delle sue attività. Collaborare insieme vuol dire letteralmente salvare le vite, e talvolta la carità cristiana veramente oltrepassa i limiti confessionali o rituali. Sappiamo testimoniare insieme, cattolici del rito bizantino e del rito latino – come diceva Giovanni Paolo II – l’autenticità dell’amore cattolico, che abbraccia, sana, salva, serve a tutti.

Quali sono le principali necessità per la popolazione in un momento in cui i bombardamenti e la guerra si stanno intensificando?

Le necessità sono tante. Secondo le cifre che danno gli uffici delle Nazioni Unite, oggi in Ucraina ci sono 5 milioni di persone che sperimentano una emergenza umanitaria, e solo 2 milioni possono essere assistiti con le risorse che vengono concesse da queste strutture internazionali. Ma come mi ha detto una volta il sindaco della città di Kyiv, dalla Chiesa, più dei vestiti, del pane e degli alimenti, noi abbiamo bisogno della parola della speranza. Allora, questo momento di grande sofferenza per milioni di ucraini è un momento di nuova evangelizzazione, è il momento, il kairos di una grande conversione: è fame e sete per Dio. Soltanto la Chiesa di Cristo è capace di sanare queste ferite e rispondere, dare il pane della vita, l’eucarestia, la parola di Dio a quelli che sono affamati e assetati di Dio.

Nell’incontro con l’arcivescovo Gallagher avete toccato il tema della riconciliazione e del perdono. Come si fa a farsi portatori e promotori di questi due grandi doni in una situazione così difficile a livello internazionale?

In questi mesi in Ucraina stiamo commemorando il 25° anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II. Egli, come parte integrante del suo ministero petrino per l’Europa, vedeva di essere al servizio della riconciliazione fra i popoli del continente. E lui stesso diceva che suo dovere era quello di sanare la memoria storica dei popoli europei, soprattutto quando si tratta delle ferite che ancora oggi sono molto profonde nei nostri cuori, dopo la seconda guerra mondiale. A queste ferite antiche, si aggiungono ora quelle di questa guerra blasfema che viviamo in Ucraina. Ma qual è la medicina che ci ha donato Papa Wojtyla? Lui ci ha detto che questo balsamo per sanare la memoria è il perdono, concesso e ricevuto. Tutti siamo peccatori, tutti siamo coscienti che abbiamo offeso il nostro vicino: sempre i popoli confinanti hanno una memoria negativa talvolta del passato doloroso. Ma non dobbiamo essere schiavi di questo. È un passato che non possiamo rifare di nuovo.

Ma possiamo, attraverso il perdono, costruire un futuro migliore. Perciò il dono del perdono, concesso e ricevuto, è la medicina che sana la memoria storica dei popoli europei.

Vatican News

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sabato 9 maggio 2026

ARTIGIANI DI PACE

 


Proprio come un artigiano lavora con pazienza, cura e dedizione, anche la pace è il frutto di piccoli gesti compiuti con amore e responsabilità.

La pace inizia dentro ogni persona e si diffonde attraverso semplici atteggiamenti: perdonare, comprendere, accogliere e promuovere il bene.

Essere artigiani di pace significa avere il coraggio di agire in modo diverso. È rispondere al male con il bene, trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione.

Ogni gesto di bontà, ogni atteggiamento di giustizia e ogni parola di incoraggiamento sono come piccoli tasselli che aiutano a costruire un mondo più pacifico.

Che possiamo essere veri artigiani di pace, portando serenità, comprensione e amore a tutti coloro che incrociano il nostro cammino.

(Apollonio Carvalho Nascimento)

sabato 7 febbraio 2026

SPORT E UMANITA'

 

Leone XIV: durante le Olimpiadi invernali si fermino i conflitti in tutto il mondoLeone XIV: lo sport é importante per il bene dell’umanità.

 Occorre rispettare la Tregua olimpica

Il Papa, in una lettera in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e paraolimpici invernali di Milano Cortina, mette in guardia dalla dittatura della performance che può indurre al doping, dalla strumentalizzazione politica dello sport e dal considerarlo un videogame. Rilancia il valore dell’incontro, della relazione e dell’accoglienza, “espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Pagine dettate da una riflessione profonda sullo sport come mezzo per costruire la pace, per educare, per essere scuola di vita nella quale si sperimenta il limite, “la sconfitta senza disperazione” e “la vittoria senza arroganza”, in cui si tocca “la vita in abbondanza” che nasce “dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme”. La vita in abbondanza è la lettera di Papa Leone XIV, pubblicata oggi 6 febbraio, sul valore dello sport e in occasione dell’apertura dei XXV Giochi Olimpici Invernali, al via oggi fino al 22 febbraio tra Milano e Cortina d’Ampezzo, e dei XIV Giochi Paralimpici che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo nelle stesse località. Evento in vista del quale il Pontefice chiede di rispettare, in questo mondo in guerra, la Tregua olimpica.

Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato

La Tregua olimpica, strumento di speranza

Il Papa richiama su questa scia i suoi predecessori che allo sport hanno sempre affidato “un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace”. Ricorda poi che la Tregua olimpica nasce dall’accordo di sospendere ogni ostilità ed è uno strumento da riproporre soprattutto in questo tempo di conflitti, di dominio della “cultura della morte” perché utile a porre fine “alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto”. 

La gamification dello sport

I valori ma anche i pericoli che nascono da una visione distorta dello sport sono poi richiamati dal Papa nel suo documento in particolare il doping, il culto del profitto, la corruzione quando lo sport diventa business, il tifo che diventa fanatismo, la strumentalizzazione politica delle competizioni sportive, il ricorso alla tecnica facendo dello sport “un laboratorio di sperimentazione disincantata” o un videogame.

La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata.

Spazio di dialogo

Ripercorrendo l’uso di termini sportivi negli scritti di autori cristiani, il Pontefice intende evidenziare la profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano: corpo e spirito. Cita anche le esperienze fruttuose, come quelle di san Filippo Neri e san Giovanni Bosco, nelle quali lo sport rappresentava un ambito di evangelizzazione. Passando per il Concilio Vaticano II e per i Giubilei dello sport, Papa Leone sottolinea come l’esperienza sportiva sia “uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse”.

Imparare a perdonare

Immancabile il riferimento al tennis, lo sport che il Papa pratica, quando sottolinea l’esperienza esaltante dei due giocatori che si spingono al limite, che tendono a migliorarsi, sperimentando poi la gioia e la capacità di donarsi: una esperienza che “interrompe la tendenza all’egocentrismo”, favorisce il gioco di squadra che, se non è inquinato “dal culto del profitto”, fa crescere nella fraternità.

Lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare. Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili.

Inclusione e solidarietà

In questo percorso sono fondamentali le figure educative come gli allenatori che se animati da valori spirituali possono trasmettere “la cultura della squadra – scrive il Papa - fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo”.

L’accessibilità allo sport è per il Pontefice un criterio da perseguire con decisione perché molti bambini non avendo risorse sono esclusi, come anche ragazze e donne in diverse società mentre “a volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva”. “I valori autentici dello sport – sottolinea - si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione”.

La dittatura della performance

Uno dei rischi che nella Lettera il Vescovo di Roma evidenzia è quello di guardare allo sport come un business dove “conta solo ciò che può essere contato”, il che genera un’ossessione per i risultati e per il denaro che viene generato. La persona scompare, emerge la corruzione, il gioco d’azzardo, disilludendo così il grande pubblico.

La dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina.

Il rifiuto del doping

La competizione sportiva, quando è autentica, - scrive Leone XIV - presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto!

Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte.

Il rischio di un tifo violento

Particolare spazio nella riflessione del Papa è quello riservato agli spettatori e ai tifosi, attenzione al rischio di trasformare lo stadio in luogo di scontro, il tifo in fanatismo. È preoccupante quando “lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva”.

Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio.

La cura integrale della persona

C’è anche un altro rischio che Leone XIV mette in luce: trasformare gli stadi in “cattedrali laiche”, le partite cin “liturgie collettive”, gli atleti “figure salvifiche”. Una sacralizzazione che rileva il bisogno di senso e di comunione, “ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza”. Un rischio che chiama il pericolo del narcisismo quando l’atleta rimane “fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso”.

È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità. Tra i tanti esempi che potrei fare, voglio ricordare San Pier Giorgio Frassati, giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport.

Transumanesimo e Intelligenza artificiale

Guardando alla bellezza delle manifestazioni sportive, il Papa ricorda che un’ulteriore distorsione riguarda la strumentalizzazione politica delle competizioni che da luoghi di incontro diventano “palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici”.

Attenzione poi all’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali”.

Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata.

Vincere e perdere

Necessario dunque rilanciare la dimensione educativa e inclusiva dello sport perché – sottolinea Papa Leone – vincere non è primeggiare ma “riconoscere il valore del percorso compiuto” e perdere non è fallire “ma può diventare una scuola di verità e di umiltà”.

Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità.

Nella lettera si fa riferimento anche all’esperienza di Athletica Vaticana, nata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. “Essa – si legge - testimonia come lo sport possa essere vissuto anche come servizio ecclesiale, soprattutto verso i più poveri e i più fragili”.

Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso.

L’attenzione della Chiesa

In conclusione, il Papa si sofferma sulla necessità per le Chiese particolari di riconoscere lo sport “come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale”. Raccomanda pertanto la presenza all’interno delle Conferenze episcopali, di uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti. Un modo per unire insieme lo sviluppo fisico e spirituale come “dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana”, perché lo sport impara “a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità”.

La Chiesa è chiamata a farsi vicina là dove lo sport è vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica, avendo però particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni.

Scuola di vita

“Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, - conclude il Pontefice - capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica”, “una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata” nella quale corpo e spirito si armonizzano.

Non si tratta di un accumulo di successi o di prestazioni, ma di una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità. Lo sport può diventare davvero una scuola di vita, in cui si impara che l’abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme.

Vatican News

LEGGI QUI LA LETTERA DI PAPA LEONE XIV LA VITA IN ABBONDANZA SUL VALORE DELLO SPORT



 

giovedì 10 luglio 2025

IL CORAGGIO DI NON ODIARE

 La dimensione affettiva del perdono | La Civiltà Cattolica


 Giustizia e perdono

 davanti al baratro

 

-di MAURIZIO PATRICIELLO

 

Se almeno imparassimo a tacere quando il nostro dire altro non fa che gettare paglia secca sul fuoco ardente. L’acqua salata non spegne, al contrario, accresce la sete fino a portarti alla follia. La vendetta non ha mai reso un buon servizio al singolo e alla comunità.

Cinque anni fa, durante una lite, un giovane viene colpito con un pugno. La morte lo raggiunge dopo alcuni mesi. Il dolore dei genitori possiamo solo immaginarlo. Franco, l’assassino, dice di aver aggredito Giuliano per difendersi, essendo quest’ultimo armato. Dopo solo tre anni di carcere, Franco viene rimesso in libertà. Così hanno deciso i giudici. Le sentenze si rispettano anche quando non le condividiamo. L’ergastolo, la condanna a morte, la tortura del reo, i lavori forzati, anche se applicate su richiesta, non potrebbero mai rendere giustizia a colui al quale fu rapinato il sommo bene della vita. «Giustizia!», si grida da ogni dove.

Giustizia che, per essere veramente tale, necessita di esperti, tempo, prove, accusa, difesa. Il diritto penale non è un semplice accessorio. È il binario sul quale deve correre il treno di un processo. La verità è che nessuna pena, fosse anche la più severa, può illudersi di lenire le sofferenze di coloro che hanno perso un figlio, un fratello, una sorella, un genitore. Guai a confondere il desiderio di giustizia con la sete di vendetta. Martedì scorso, un fatto di sangue sconvolge la ridente cittadina di Rocca di Papa. Un uomo colpisce alle spalle, con diversi colpi di arma da fuoco, un giovane. L’uomo, 61 anni, è il papà di Giuliano, il ragazzo ucciso cinque anni fa.

La vittima è Franco, l’autore del micidiale pugno. Ben presto la notizia inizia a circolare. 

Un uomo è morto, un altro uomo ha rovinato – inutilmente! – la sua già tormentata vita e quella della famiglia. Ci sarebbe da piangere, o, almeno, da riflettere seriamente.

Invece, il mondo dei social si scatena. Le tastiere si infiammano. La maggior parte dei commenti fanno rabbrividire: «Bravo… Hai fatto bene… La colpa è della magistratura che non fa il suo dovere... Avrei anch’io fatto la stessa cosa…».

E, invece, no. Ci stiamo incamminando per una brutta strada. Stiamo prendendo una pericolosissima deriva. Abbiamo impiegato secoli per uscire dalla legge del taglione. Ci sono voluti menti eccelsi e cuori grandi per aiutarci a capire che la vendetta nulla toglie ma tanto aggiunge al dolore immenso – e, ribadisco, immenso – di coloro che hanno dovuto dire addio alla persona che amavano. Ancora non abbiamo imparato a usare gli strumenti che abbiamo a disposizione per risolvere i conflitti con calma, ragionando, ascoltando l’altro, facendo valere le nostre istanze, senza il bisogno di ricorrere all’offesa verbale, o, peggio, a quella fisica. Ancora non abbiamo compreso che la libertà, dopo il dono della vita, è il bene più prezioso che abbiamo ereditato da Dio. Ancora non abbiamo compreso che “ogni uomo è mio fratello”; che di ogni creatura umana siamo chiamati a essere custodi. Ancora non abbiamo compreso che di tutto ha bisogno questo nostro povero mondo tranne che dell’odio covato nel cuore che sfocia poi nella voragine della vendetta.

Non è facile perdonare colui che ti ha ammazzato un figlio. Il perdono è una strada da percorrere lentamente, accettando di essere aiutato da persone esperte, psicologi, preti, familiari di altre vittime che come te sono scesi nell’inferno del dolore, della rabbia, senza, però, esserne fagocitati. La morte di Franco non ha apportato alcun beneficio alla vita addolorata e stanca del papà di Giuliano. Al contrario.

La vendetta privata è un ritorno alla barbarie. Nessuno osi dire che l’assassino «ha fatto bene». Chi non ha, o non sa, dire una parola buona abbia almeno il buon senso di tacere. Le parole che incitano all’odio sono roventi schegge avvelenate. Una volta scagliate nessuno sarà capace di seguirne il corso. «Poni, Signore, una custodia alla mia bocca», prega il salmista. «Ferma il mio dir se non dico il vero» canta Clemente Rebora. E il vero, ancora una volta, è una parola magica. L’unica capace di lenire davvero il dolore di un padre per la morte del suo figliuolo.

 Beati coloro che l’hanno fatta propria. Beati coloro che credono profondamente a questo potente argine capace di contenere il fiume dell’odio, della sofferenza, del non senso, della vendetta. La parola magica è « perdono». 

Impariamo a pronunciarla prima che sia tardi. O, almeno, impariamo a tacere.

 

Maurizio Patriciello

 www.avvenire.it

 

sabato 5 aprile 2025

GLI ACCUSATORI


 

*Commento alla Parola* 

 V Domenica di Quaresima  

- 6 aprile 2025 -


Vangelo: Gv 8,1-11

Commento di don Massimo Grilli*

La dignità che sgorga dall’incontro con Gesù è pure il motivo conduttore del racconto dell’adultera. È noto che il brano non apparteneva originariamente al vangelo di Giovanni e che solo in un tempo posteriore vi ha fatto il suo ingresso, proveniente da un’altra fonte (Luca?). La sua accettazione liturgica avvenne molto tardivamente (qualcuno parla del V secolo) e alcuni studiosi indicano la causa di questo ritardo proprio nella naturalezza con cui Gesù perdona un peccato che era disciplinato dalla chiesa delle origini in modo piuttosto rigido. In ogni caso, anche se testualmente la scena è fuori posto, essa si adatta perfettamente al prosieguo del capitolo ottavo di Giovanni, dove si parla del giudizio veritiero di Gesù in contrasto con quello dei suoi oppositori. E proprio di giudizio si parla in questo episodio.

 La svergognata

La scena è pennellata da un artista: gli scribi e i farisei accusatori conducono la donna come una preda; lei, svergognata, “in piedi, di fronte a tutti”, e Gesù curvo che scrive con il dito per terra. Agostino ha tratteggiato in modo mirabile il dramma, scrivendo: «i relitti sono due: la misera e la misericordia”. Da una parte una donna, ridotta a uno stato di completo avvilimento dalla sua colpa e da una legge che la condanna senza appello, e dall’altra gli zelanti tutori dell’ordine, che hanno a cuore la legge, ma non l’uomo, e la consolidata pratica di interrogare gli altri, ma non se stessi. Gesù – osservato speciale – costretto a emettere la sentenza.

«Ma Gesù si mise a scrivere col dito per terra». Di questo gesto sono state date numerose spiegazioni, più o meno plausibili. Spesso si è pensato che scrivesse i peccati degli accusatori o la sentenza su di loro, pronunciata poi nel versetto seguente; altri hanno pensato a delle linee indistinte, tracciate per contenere i sentimenti di ripugnanza verso chi tentava di tendergli un tranello; altri ancora – soffermandosi sulla terra e sul dito – hanno fatto riferimento alla legge di Mosè scritta sulla pietra con il dito di Dio: una Legge interpretata in modo nuovo da Gesù.

 

I peccatori

Forse per comprendere a fondo l’atto dello scrivere dobbiamo portare la nostra attenzione a quanto Gesù dice subito dopo: «chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei», perché con questo pronunciamento Gesù rifiuta l’ipocrisia umana che utilizza lo zelo per la legge come un randello per condannare e abbattere. Si tratta di un pericolo che si annida in chi crede e in chi non crede, nei palazzi dei potenti e in quelli sacri, sulle strade del mondo e nelle case degli uomini: il desiderio di mortificare la dignità umana grazie a una libido del potere che si fa interprete persino della volontà di Dio. La salvaguardia di una legge non deve perdere di vista la dignità umana. Quando la difesa di un valore arriva al disprezzo dell’essere umano fino a calpestarne la dignità, quando si legifera solo in vista della punizione e della mortificazione della persona… allora si calpesta la speranza: rimane il regno degli “onnipotenti”.

 

LA salvezza

Quando il processo si è liquefatto, rimangono solo Gesù e la donna: la misera e la misericordia, e Gesù può finalmente emettere la sua sentenza definitiva: «Nemmeno io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più». La vita rinasce grazie a una Parola che non conosce condanna. Per i farisei, che l’avevano colta sul fatto, la donna era solo un’adultera: nient’altro. Per Gesù, invece, la donna che gli sta davanti non può essere definita soltanto dal suo peccato. Ogni uomo e ogni donna racchiudono un mistero che non può esaurirsi unicamente nel «già»; in ogni essere umano abita un «non ancora» di grazia, ancora inespressa. «Va’ e d’ora in poi non peccare più» è un atto di fiducia divina nella possibilità che ogni essere umano possa di nuovo alzarsi e andare!

 

*Don Massimo Grilli,

Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano

 

Diocesi  Tivoli -  Palestrina

 

 

 

martedì 25 febbraio 2025

L'ARTE DEL PERDONO

  

Dammi la forza di fare il primo passo

 

L'arte, difficilissima ma necessaria, del perdono

Tra le tante cose difficili che dobbiamo affrontare nella vita, ce n’è una che batte tutte le altre: perdonare.

Soprattutto quando subiamo un torto gratuito da chi abbiamo cercato di aiutare senza secondi fini. Di sicuro molti di noi potrebbero raccontare una storia di fiducia tradita, di amicizie compromesse, di invidie sfociate in aperta ostilità.

Si può tornare indietro, naturalmente, si possono mettere insieme i cocci di un rapporto frantumato ma questo comporta spesso essere disponibili a fare il primo passo verso l’altro, anche se in cuor nostro pensiamo di essere nel giusto.

 Però perdonare è necessario, anche per noi stessi, per evitare di avvelenarci il cuore e contribuire a frantumare la comunità. Inutile dire che il modello è la misericordia divina, inarrivabile eppure l’esempio cui ispirarsi, nel segno dell’amore vero che, come scrive san Paolo, «tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».

«Facci la grazia di saper compiere il primo passo», chiede in questa preghiera il cardinale belga Godfried Maria Jules Daneels (1933-2019).

«Padre, niente è difficile come offrire il vero perdono,
soprattutto a chi ci è vicino e ci ha davvero fatto soffrire.


Com'è difficile questo perdono!
Tante scuse girano nelle nostre teste:
Spetta a me fare il primo passo?


Ne vale la pena?
No, ora non posso
forse domani…
Ci costa perdonare, ma come mai?
Padre, sappiamo che la riconciliazione ed il perdono possono venire solo da te.


Donaci dunque la grazia del perdono, la forza di riconciliarci con chi è sotto il nostro tetto
e con chi è lontano: lo sposo che se n’è andato o il figlio che ha tagliato i ponti.


Facci amare anche i nostri nemici.

 Non lasciare che il sole tramonti con rancore e rabbia nei nostri cuori.


Facci la grazia di saper compiere il primo passo e saremo come te».



 

giovedì 9 gennaio 2025

L'ARTE DEL PERDONO

 


"Perdonare le offese: 

uno sguardo

 psicologico"

 


 di Eugenio Borgna 

 Cosa può dire uno psichiatra di una esperienza non solo umana, ma religiosa, così nobile e così fragile, così luminosa e così arcana, così difficile e così complessa, come è quella del perdono? Non può innanzitutto non riconoscere in essa, con stupore nel cuore, una delle più alte e indicibili testimonianze di umanità che consente a ciascuno di noi di realizzare fino in fondo gli ideali di una vita che dona qualcosa di sé agli altri, e che ci consente di andare al di là delle barriere interiori create dalla solitudine, dall’egocentrismo, dagli impulsi a ritorcere contro gli altri le sofferenze, che loro ci hanno procurato. Ma uno psichiatra non può nemmeno non considerare la fatica, le impervie montagne del risentimento, e della vendetta, che è necessario superare, se vogliamo iniziare il nostro doloroso personale cammino verso la conversione del cuore, e arrivare a conoscere e sperimentare le vie, ricolme di enormi ostacoli pulsionali, che ci portano alla luce del perdono e della redenzione dalle ingiustizie sanguinanti, che la vita ci ha fatto incontrare, e che continuano a serpeggiare in ciascuno di noi: se non sono trascese nel perdono. 

Questo mio discorso intende non occuparsi delle dimensioni etiche e filosofiche del perdono e del perdonare, e in ordine alle quali vorrei rinviare alle pagine straordinarie che sono state scritte da Romano Guardini in un suo splendido libro (Etica), edito dalla Morcelliana di Brescia, ma occuparsi invece dei meccanismi psicologici, degli svolgimenti tematici, delle motivazioni interiori, che entrano in gioco nel momento in cui siamo chiamati a perdonare, e magari vorremmo farlo, ma non ne siamo capaci. Se non scendiamo sulla scia della introspezione nelle regioni della nostra interiorità, e sulla scia della immedesimazione in quelle delle altrui interiorità, non saremo mai in grado di capire come si possa giungere a perdonare, e cioè a compiere un gesto di questa indicibile dimensione umana e cristiana, che è segno di una straordinaria capacità di trasporre le pulsioni egocentriche, anche legittime, che sono in noi, in orizzonti di una alta idealità etica. 

Insomma, la mia riflessione non vuole se non cercare di intravedere cosa si possa agitare nell’anima, nella interiorità, di chi è chiamato al perdono, e come sia possibile fare riemergere in noi e negli altri le fragili antenne di una speranza che apra il nostro cuore al perdono. 

 La fenomenologia del perdono 

 Se ci si vuole avvicinare a cogliere la ragione d’essere complessa di una esperienza umana e cristiana, come è questa del perdono, è necessario che la sua fenomenologia sia scomposta e ricomposta nei suoi modi di essere: nelle sue dimensioni costitutive. Così, perdonare una persona, che ci ha fatto del male, è cosa più facile quando ci sia stata una qualche nostra corresponsabilità, e ancora offrire spontaneamente il nostro perdono è cosa diversa da quella di essere invitati, o sollecitati, a farlo: distinzioni apparentemente inutili, e insignificanti, che, se considerate e giudicate dal punto di vista della libertà, hanno una ben diversa significazione etica. Non c’è realtà psicologica e umana più ancorata alla vita interiore di quella del perdonare, dell’offrire il nostro perdono a chi ci ha fatto del male, lasciando in noi ferite sanguinanti, e talora inemendabili. Sì, la dimensione interiore della vita non può non essere tenuta sempre presente nell’analisi di un fenomeno, che ci impegna in ogni nostra fibra, come è quello del perdono, nel quale siano in gioco valori etici di immensa significazione umana e cristiana, nella nostra vita frequentemente ignorati, o dimenticati: nonostante la loro grande importanza. 

 Come non pensare che non sia difficile, dopo qualche tempo, perdonare offese lievi che non feriscano la nostra dignità? Ma non è sempre così: le offese, anche quelle trainate dalle parole, e quelle che non dovrebbero destare serie risonanze emozionali, possono invece incistarsi, e continuare a persistere nel tempo: al di là di ogni possibile oblio. Sono offese che dovremmo sapere rimuovere dalla memoria, rendendola aperta alle esperienze di un passato che si liberi dalle ossessioni del male ricevuto, e si trascenda negli orizzonti sconfinati di un futuro che è speranza. Sono offese invece che ci logorano, che ostinate e crudeli oscurano, e avvelenano, le relazioni interpersonali, le corrodono, e le arrugginiscono, imprigionandoci in una disperata solitudine: divorata dal solo pensiero della ritorsione. Sì, sono offese che non consentono più di avere le abituali quotidiane relazioni, e nemmeno di corrispondere ai compiti della vita. Ma, perché le cose abbiano a cambiare, e perché la vita abbia a riprendere i modelli normali di vita, è necessario sapersi liberare dai condizionamenti ghiacciati e implacabili dei risentimenti e delle ritorsioni che accrescono senza fine il dolore che si è provato: venendo oltraggiati. 

Come convertire i cuori di chi mantiene l’odio e il risentimento nel suo cuore dinanzi ad avvenimenti così banali e insignificanti, così inutili e inconsistenti? Come dare anima alla quinta opera di misericordia spirituale che è appunto questa: perdonare le offese? La vita è ancora oggi, non di rado, contrassegnata dal deserto dell’amore e della generosità, e non è facile così arginare le influenze che le ingiustizie subite, al di là della loro consistenza, svolgono sui nostri stati d’animo e sulle nostre inclinazioni emozionali. Ci si rinchiude in un vorticoso groviglio di pensieri e di sentimenti contorti che sono sorgenti di ansie e di ossessioni, e che alimentano malessere e sofferenza. Come cambierebbe il mondo, il mondo in cui siamo immersi ogni giorno, se sapessimo perdonare queste offese che sono, fra l’altro, le più frequenti, e che dovremmo sentire l’impegno umano e cristiano di perdonare. Ma la pratica clinica ci insegna che sono proprio le offese banali e occasionali, che più si radicano nell’animo, e che sembrano placarsi solo quando (ma non è sempre così) le pulsioni alla rivendicazione, al risentimento e alla vendetta (quale atroce parola è questa) siano state arginate da sentenze giudiziarie, o da ritorsioni che nulla hanno più di umano. 

 Le cose cambiano quando le offese non sono solo episodiche, o leggere nei loro contenuti, ma gravi nelle loro conseguenze: sofferenze dell’anima e sofferenze del corpo che non hanno fine. Queste ferite, queste violenze, non è facile dimenticarle, e non è facile perdonarle; e in ogni caso un conto è parlarne quando non abbiamo subito oltraggi e offese gravi, e non le hanno subite persone a noi care, e un conto è parlarne quando noi ne abbiamo dolorosamente sofferto. Un volto sfigurato, e lacerato, un corpo martoriato che non ha più autonomia, una vita innocente stroncata da inumana violenza, l’immagine straziante del padre che tiene in braccio il figlioletto che muore: sono immagini che accadono quotidianamente ma, quando fossimo noi a essere così martoriati, saremmo capaci di perdonare, o anche solo di chiedere a chi ne sia stato sfigurato il perdono; senza lasciarci incrinare non dall’odio, che è una esperienza inumana, e vorrei che non la si provasse mai, ma dalla incapacità di perdonare, o di trovare in sé parole che ci aiutino a ricreare una speranza irraggiungibile di conversione del cuore che ci porti a vivere la grazia di un perdono umanamente impossibile? 

 Le parole, le mie parole, non possono non sentirsi fragili, fragilissime, nel momento in cui hanno a che fare con queste esperienze di inimmaginabile dolore conseguenti a violenze altrui. Il solo parlare di perdono e di perdonare in questi casi di estrema violenza non può essere fatto se non con grande timore, e con immensa delicatezza. Ma ci sono stati uomini, e ci sono state donne, che hanno saputo testimoniare indicibili capacità di perdono, e vorrei ricordare Massimiliano Kolbe, che ha scelto di morire per salvare la vita di un padre di famiglia, e (non potrei, certo, dimenticarla) Etty Hillesum, che nel suo diario dal campo di concentramento di Westerbork, dove attendeva di essere avviata con i suoi genitori e con un suo fratello ad Auschwitz, non ha mai una sola parola di odio e di risentimento nei confronti dei tedeschi. Ma non potrei nemmeno dimenticare santa Teresa di Calcutta che ha dedicato la sua vita a una ininterrotta testimonianza di amore e di perdono. In un contesto radicalmente diverso, ma, con una analoga indicibile generosità d’animo, e con una straordinaria concezione etica della politica, il Mahatma Gandhi e Nelson Mandela hanno fatto confluire le inenarrabili sofferenze subite nel fiume luminoso del perdono: oggi inimmaginabile in un campo come quello della vita politica. 

 Il perdono come cura? 

 L’esperienza umanissima del perdono è allora in conflitto senza fine con esperienze emozionali a essa antitetiche, come sono quelle del risentimento, della ritorsione, della vendetta, del rancore, e al perdono, come ho cercato di dire, non si giunge se non attraverso un lungo straziato cammino di riflessione interiore, e di liberazione dal giogo dell’odio e dei risentimenti. Certo, il perdono, lo dimostrano studi psicologici molto seri, consente di mantenere meglio il nostro equilibrio psichico, e la nostra salute psichica, mentre il mancato perdono non ci consente in alcun modo di uscire dalla cascata fatale dei risentimenti, e ci impedisce di sottrarci alla pesantezza pietrificata del passato, e di vivere il tempo come apertura alla speranza. Ma le parole della psicologia e della psichiatria non bastano a convertire al perdono persone che siano state ferite nell’anima da feroci ingiustizie, da grandi sofferenze, dalla perdita di persone amate, o dalla devastazione del proprio volto. Guarire perdonando: ma chi lo direbbe a persone lacerate dall’angoscia e dal dolore? Sono invece necessarie le parole che nascono dalla grazia della fede e della speranza, e che ci immergono nel mistero insondabile dell’amore che è l’anima del perdono. 

Sulla scia di queste ultime parole mi è possibile giungere ad altri orizzonti spirituali. 

Consolare, essere dotati della virtù della misericordia, è (anche) perdonare: un gesto interiore di indicibile coraggio e di immensa generosità che cambia il mondo di chi è perdonato, e anche di chi perdona. Il perdono, vorrei ripeterlo, non può nascere se non dal cuore che è capace di provare pietà e compassione, e di sacrificare il proprio io, la propria individualità, il proprio egoismo, e in particolare le proprie pulsioni. Nel perdono insomma ci allontaniamo dal male, dal male delle ritorsioni, delle vendette, e dal passato, e a chi è perdonato, ma anche a chi perdona, si aprono un altro futuro e un’altra speranza. Solo nel perdono rinascono possibilità di redenzione che sigillano la vittoria del bene: di un bene che sorpassa ogni dimensione naturalistica della vita, e diviene trascendenza. Ci sono state, e ci sono, mirabili testimonianze umane che hanno saputo sciogliersi dalle catene del risentimento e della vendetta dinanzi a oltraggi crudeli; e nondimeno noi tutti siamo chiamati a perdonare, al di là delle nostre fragilità e delle nostre debolezze, delle nostre paure, se la preghiera, e il mistero dell’agonia del Signore, vivono nel nostro cuore. 

 Il perdono è dovere morale 

 Vorrei ora avviarmi alla conclusione del mio cammino alla ricerca di parole che aprano il cuore al perdono, ricordando alcune considerazioni sul perdono di Romano Guardini, grande filosofo e grande teologo tedesco, anche se nato a Verona. Egli dice che perdonare può essere difficile, e anche molto difficile, ma è un dovere morale che non si comprende se non alla luce della fede in Dio; e dicendo ancora che la persona oltraggiata dalla ingiustizia deve fare in modo che essa non esista più: cosa, certo, difficilissima da fare propria se non alla luce della fede e della speranza. Il perdono non può se non tendere alla conversione del cuore, alla creazione di una nuova ideale relazione, che unisca il tu e l’io in un noi; dando inizio a una vita nuova che riscatta le ingiustizie subite, e ne lascia il giudizio ultimo a Dio. 

Ma, se non di giungere a queste vertiginose altezze spirituali, a ciascuno di noi (direi) è dato di fare lievitare dalla nostra interiorità gli slanci del cuore che ci consentano, questo è un impegno etico al quale non si dovrebbe venire mai meno, di perdonare le offese: se queste sono lievi, il perdono non può non essere possibile a ciascuno di noi, ma se sono gravi, certo, non resta se non pregare, e confidare nell’aiuto del Signore. 

 

Fonte: VP Plus quindicinale online

 *Eugenio Borgna (1930-2024) è stato primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università degli Studi di Milano.

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giovedì 3 ottobre 2024

IL PRIMO PASSO PER CAMBIARE

Chiedere la pace allora è riconoscere che abbiamo bisogno di un aiuto dall’alto, per capire davvero quanto male fa sentirsi i migliori, i più forti, i più giusti.

- di Riccardo Maccioni


 La parola chiave, il filo rosso, la serratura che apre il cuore alla vita dello spirito è “umiltà”. Nel senso evocato nel Libro dei Proverbi che la ricollega alla sapienza. Tipica di chi si curva di fronte alla grandezza di Dio. Cantata nel Magnificat. Simbolo dell’umanità che si gloria, come scrive san Paolo ai Filippesi, della grazia e della croce, non della propria intelligenza. L’umiltà, ha detto il Papa nel suo intervento inaugurale al Sinodo, che ci permette «di guardare il mondo riconoscendo di non essere meglio degli altri». È quello l’atteggiamento con cui domenica prossima e poi il 7 ottobre, anniversario del tragico agguato di Hamas a Israele, i credenti sono chiamati a pregare per la pace. 

E non a caso il primo appuntamento, che vedrà protagonista Francesco stesso e i sinodali, si svolgerà in Santa Maria Maggiore, Basilica carissima al Pontefice in cui è custodita una reliquia della sacra culla, cioè la memoria del più umile e straordinario dei doni, quello di un Dio che per la salvezza dell’umanità accetta di farsi creatura fragile, bisognosa di cure. Com’è appunto l’uomo quando non pretende di essere lui il centro di tutto, ma riconosce la propria dipendenza dall’infinitamente grande e gli apre il cuore per capire come mettersi al servizio del suo regno quaggiù in attesa di viverlo in pienezza nella vita che sarà. Perché la preghiera non è magia ma scuola di ascolto, è imparare, o almeno provarci, a vedere il mondo con gli occhi del Padre buono, è svuotarsi delle proprie sicurezze per accettare la scommessa dell’abbandono tra le braccia di chi promette di amarci come nessun altro mai.

Quasi inutile dire che non è per niente facile. Si tratta di lavorare sull’orgoglio, di rinunciare ad avere l’ultima parola, di ammettere che sì, quell’errore, quella prospettiva sbagliata, quel comportamento totalmente fuori luogo sono stati colpa nostra, esclusivamente nostra. La conseguenza o, meglio, il primo passo per cambiare, è chiedere perdono, senza pretendere di ottenerlo ma in nome della giustizia che, se non sempre guarisce le ferite, almeno le fa cicatrizzare così che smettano di far uscire sangue. Non a caso il primo ottobre in San Pietro, il Papa ha affidato ad alcuni cardinali delle pesanti ammissioni di colpa chiamando per nome i peccati commessi come Chiesa, verso le persone fragili, i poveri, i bambini. Negli abusi di coscienza, di potere e, terribile anche solo a dirsi, sessuali. 

E poi le offese al creato, contro la dignità delle donne, conseguenza dell’aver ingrigito e annacquato la novità del Vangelo finendo per ostacolare fino a bloccarla la creazione di una comunità veramente sinodale. È con questa consapevolezza delle proprie responsabilità, senza però cedere allo scoraggiamento, che Francesco invita i credenti lunedì prossimo a implorare il dono della pace nel mondo con una giornata di preghiera e digiuno. Cioè le armi, potenti proprio perché in apparenza spuntate, che la Chiesa usa da sempre contro i nemici più forti. Nel senso, ancora una volta, del paradosso del cristianesimo secondo cui è grande chi si fa piccolo, che innalza chi si abbassa e, quindi, dà forza con nutrimento spirituale a chi volontariamente rinuncia al cibo materiale.

Il richiamo è a tante pagine della Bibbia, dal digiuno di Mosè prima di ricevere le tavole della legge a Gesù che si ritira nel deserto per prepararsi a vincere le tentazioni del Diavolo. A partire da quegli esempi inarrivabili, nella misera e impaurita quotidianità che stiamo vivendo accettare volontariamente una privazione vuol dire riconoscere che la nostra stessa vita è un dono, di cui ogni uomo è perenne debitore. 

Chiedere la pace allora è riconoscere che abbiamo bisogno di un aiuto dall’alto, per capire davvero quanto male fa sentirsi i migliori, i più forti, i più giusti. Usando la violenza e l’inganno fino a bestemmiare Dio mentre ci si illude di parlare in suo nome, per dominare gli altri, per ridurli in schiavitù, per sfigurare la loro dignità. Tutto questo fa la guerra, perenne esercizio di arroganza ed egocentrismo. 

Nel segno di una rivendicata superiorità in realtà fasulla, perché la grandezza, quella vera, si alimenta di piccolezza, di dialogo, di mansuetudine. Di umiltà.

www.avvenire.it


domenica 21 luglio 2024

RICONCILIARSI CON SE STESSI


 -di Lisa Cremaschi




Per-dono = iperdono = dono grandissimo

Vorrei iniziare questa nostra conversazione con una breve nota filologica. Il termine perdono contiene la parola “dono” con un prefisso, quel “per” che deriva dal greco “ypér”; in italiano noi diciamo “iper” (ad es.: iperattivo, ipermercato, iperprotettivo) dove quell’iper indica la grandezza, una grandezza vorrei dire quasi eccessiva. Perdono è un dono grande enorme, grande fino all’eccesso che Dio ci ha fatto e che noi siamo chiamati a fare agli altri, al nostro prossimo, ma anzitutto al primo prossimo che noi incontriamo, che siamo noi stessi. Sì, il primo prossimo che incontro sono io e il vangelo chiede “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 19,19). Potremmo parafrasare: “Perdona il tuo prossimo come perdoni a te stesso”.

 Ma diciamo anzitutto qualche cosa sul perdono a partire dalla Prima lettera ai corinzi 13,5: “L’amore non aggredisce, non tiene conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, mette la sua gioia nella verità. Esso copre tutto, aderisce a tutto, spera tutto, soffre tutto”. 

 L’amore perdona. Perdonare è qualcosa di gratuito, è un dono che noi facciamo a chi ci ha fatto del male. É un atto creativo che ci trasforma da prigionieri del passato in uomini liberi, in pace con le memorie del passato. Solo chi è libero sa perdonare, perché il perdono non è una re-azione, una risposta vincolata, predeterminata, ma è un atto nuovo, non condizionato da ciò che l’ha provocato; è spezzare la logica del taglione, il desiderio di vendetta. Il perdono è una risposta a una sofferenza che si subisce per mano di qualcun altro. Essa esige, dunque, l’onesto riconoscimento che stiamo soffrendo a motivo di un altro dal quale aspettavamo amore. “Proprio da lui! Proprio da lei!”. 

Ci è più difficile perdonare le persone che amiamo di più. Se patiamo ingiustizia da parte di un estraneo, la sopportiamo più facilmente. Il perdono è rivolto a coloro che non scusiamo, perché capiamo che in qualche modo sono responsabili dell’offesa che stiamo subendo. Siamo disillusi, ci attendevamo molto da alcune persone, e invece ... Ci sentiamo vittime di gesti di slealtà e di tradimento. Il perdono esige anzitutto un ritorno in se stessi, l’assunzione della coscienza della propria povertà interiore: vergogna, sentimento di rifiuto, aggressività, vendetta. Uno sguardo più lucido su di sé è una tappa obbligatoria sul difficile cammino del perdono. 

 Il perdono è un atto intenzionale. Dobbiamo volerlo, porre dei gesti, fare un cammino. Non è un atto, è un processo, un cammino che richiede ripetuti atti di volontà. Non basta dirci una sola volta: “Ho perdonato”. Spesso la ferita subìta riprende a sanguinare e ancora una volta dobbiamo perdonare. 

 Tante volte non abbiamo perdonato il passato, anche un lontano passato: i nostri genitori, un torto subito nell’infanzia ... Oppure non ci perdoniamo di essere stati deboli, di non aver saputo affrontare le difficoltà della vita, di non aver saputo cogliere occasioni che forse ci avrebbe portato a vivere in altro modo. Ci sentiamo fallimentari. Il rischio è quello di vivere nel rancore: rancore con noi stessi, rancore verso la vita. Rancore deriva dal latino rancēre essere rancido. Quante volte abbiamo il cuore rancido, amaro, un’amarezza di fondo che diventa lo scenario sul quale trascorrono le nostre giornate. Diventa un grigiore che colora le nostre giornate. 

 Che fare allora? Dimenticare? Voltare pagina? Perdonare è dimenticare? È possibile dimenticare? Ci sono ferite che forse non si rimargineranno mai o che a volte si riaprono dinanzi a eventi che ci fanno rivivere traumi passati. Sul monumento innalzato a Parigi ai deportati morti nei campi di concentramento tedeschi, per la maggior parte ebrei, sta scritto: “Perdoniamo ma non dimenticheremo mai”. È secondo il vangelo? Dobbiamo dimenticare? A volte si dice che il tempo guarisce; no, il tempo non basta. Rimuovere il male subìto, o il male che abbiamo fatto non ci aiuta a ritrovare la pace né con noi stessi né con gli altri. È necessario rivisitare il passato e questo significa concretamente riconoscere che soffriamo per il male subìto, riconoscere la propria ferita, fare la verità. Gesù non ha mai chiesto di dimenticare, chiede molto di più. 

 Perdonare significa ricordare il passato, che non vuol dire ripetere mentalmente il passato, ma far riemergere la memoria dell’atto per convertirla. L’oblio non cancella, bensì seppellisce il ricordo indesiderato nella profondità della memoria, dov’è inaccessibile alla coscienza e produce distruzioni tanto più gravi quanto più nascoste. Dimenticare è un modo per non affrontare un ricordo fastidioso o di relegarlo nel passato. É diverso dalla rimozione, perché è deliberato. Posso distinguere tra peccato e peccatore, non ridurre l’altro al male che mi ha fatto, a quelle parole che mi ha detto, riconoscere che è più grande di quel singolo gesto, di quelle parole. Per giungere a perdonare è essenziale continuare a credere alla dignità di colui o di colei che ha ferito, oppresso, tradito. Sul momento chi ha fatto il male sembra un essere cattivo da condannare. 

 Ripeto la domanda: Perdonare è dimenticare? Gesù non chiede di dimenticare, chiede molto di più. Ci sono ferite che non è possibile dimenticare perché, dopo anni sanguinano ancora. 

C’è il rischio di essere dominati dall’odio, dall’avversione, ma proprio in quest’odio per chi mi ha fatto del male gli consento di diventare signore e padrone della mia vita. La tragedia più grande dell’essere oggetto del male è il fatto che facilmente la vittima viene trasformata in peccatore, e per questa via si accresce la spirale della violenza. Non c’è da meravigliarsi se i giudei dissero che Gesù stava bestemmiando quando perdonò i peccati. Umanamente il perdono sincero e incondizionato sembra al di là delle nostre possibilità naturali. Scrive Vladimir Jankelevitch: “C’è una sola cosa che Dio non sa fare … fare in modo che le cose fatte non siano mai state fatte” (La mauvaise conscience, p. 82). 

 Il perdono non è oblio del passato: è il rischio di un avvenire diverso da quello imposto dal passato o dalla memoria. È spezzare la legge della ripetizione. Ma come perdonare? Cessando di guardare a ciò che mi ha fatto l’altro per guardare a ciò che ha fatto per me l’Altro, il Signore. Cristo che abita in me può perdonare, lui che ha concluso la sua vita terrena perdonando (Lc 23,34: “Padre, perdona loro; non sanno quello che fanno”). Hanno ucciso Gesù, ma non il potere dell’amore sconfinato. Gesù non chiede il risarcimento delle offese fatte contro di lui, infrange la legge del taglione e va incontro alla morte liberamente, vivendola non come condanna, ma come dono d’amore. 

È iniziata una nuova via per far fronte al male. La base del rapporto non è più costituita dalle offese che ci procuriamo reciprocamente, ma dall’amore che è capace di vincere il dolore e l’amarezza delle offese. “L’amore non tiene conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, mette la sua gioia nella verità. Tutto copre, a tutto aderisce, spera tutto, soffre tutto”. 

 L’amore ci spinge a cercare di comprendere in profondità l’atteggiamento dell’altro. Forse non si rendeva conto di quello che stava dicendo; forse era arrabbiato per qualche altro motivo, forse aveva semplicemente dormito male ... o non si rendeva conto di quello che diceva. Quante volte è successo anche a te di dire cose che non avresti voluto dire, frasi che hai detto alla moglie, ai figli, frasi in cui non credevi veramente eppure le hai dette. Tante volte usiamo un doppio peso e una doppia misura: una misura con noi stessi, un’altra molto più severa ed esigente con gli altri. Ma se il perdono potesse ridursi alla comprensione, diventerebbe la semplice scusa di un errore di giudizio, la correzione di una traiettoria deviata. 

 A volte uno non perdona altri perché non sa perdonare a se stesso di aver permesso che l’altro lo offendesse. Perdonarsi: accettare di essere persone fragili, limitate, che sbagliano, accettare i propri errori con serenità senza rabbia contro di sé, avere comprensione e misericordia per se stessi. Nel cammino di guarigione delle proprie ferite è essenziale poter condividere con qualcuno la propria sofferenza, dare il nome a ciò che si è perso con il male subìto e poter esprimere i nostri sentimenti: la frustrazione, la collera, il desiderio di vendetta. Solo se accettiamo che in noi ci sono queste reazioni, questi sentimenti possiamo guardarli in faccia ed evangelizzarli. 

 A volte non perdoniamo a noi stessi di avere iniziato una relazione che si è rivelata un inferno, di esserci infilati in situazioni che sono poi diventate a cielo chiuso. Se non abbiamo il coraggio di assumere la nostra storia, di rileggerla dandole un senso non riusciremo neppure a perdonare gli altri. 

Non illudiamoci: il passato lo portiamo con noi. Pensiamo alla guarigione dell’uomo paralizzato in Mc 2,1-12; Gesù lo perdona, lo guarisce e poi gli dice: “Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua” (Mc 2,11). Alzati, in greco si usa il verbo egheíro, che è uno dei due verbi impiegati per indicare la resurrezione; potremmo tradurre “risvegliati” oppure “risorgi”. Ma c’è quella annotazione che potrebbe sembrare fuori luogo: “prendi la tua barella”; ormai a che cosa gli serve? La barella è il suo passato, non può rigettarlo sugli altri, lo tiene con sé ma quella barella muta di significato: non è più segno di malattia, ma segno di guarigione. 

 E qui dobbiamo aver chiaro che non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo di viverlo. Non si piange sul latte versato. Non serve a nulla ripetere mentalmente ciò che abbiamo vissuto, ricordare i nostri fallimenti, ripeterci che abbiamo sbagliato tutto. Con un lavoro interiore, con un lungo lavoro interiore possiamo giungere a riconciliarci con noi stessi; sì, sono questo e nient’altro che questo. Mi accolgo così come sono smettendo di sognare di essere diverso, abbandonando i periodi ipotetici dell’irrealtà che possono servire per fare esercizi grammaticali (ricordate a scuola: periodo ipotetico dell’irrealtà; ecc.), ma fanno tanto male nella vita. “Se invece di comportarmi in quel modo, mi fossi comportato in un altro …, se invece di sposare quella persona ne avessi sposata un’altra, se invece di farmi monaca, mi fosse sposata …”. Mi perdono di non essere altro. Più si va avanti nella vita e più ci rendiamo conto che tante cose si sono avverate diversamente da come avremmo pensato, desiderato, sognato. Forse il bilancio è in rosso. Eppure, se siamo cristiani, c’è un filo rosso che attraversa la nostra vita: il vangelo, la ricerca del Signore. e allora possiamo abbandonare la nostra vita, il passato, il presente, il futuro, nelle mani del Signore che ci conosce più di quanto noi stessi ci conosciamo, che ci vuole bene più di quanto noi siamo capaci di volerci bene e di voler bene. “Come un bambino in braccio a sua madre è tranquillo il mio cuore”, recita il salmo 131. Dice un padre della chiesa siriaca: “Sii in pace con te stesso, e il cielo e la terra saranno in pace con te” (Isacco di Ninive, Prima collezione 2). E Serafino di Sarov: “Trova la pace e migliaia di persone attorno a te troveranno salvezza”. 

 Ma per trovare la pace con il nostro passato dobbiamo cercare di dargli un senso. Vorrei qui riprendere la storia di Giuseppe, che tutti conoscete. È una storia di rapporti fraterni “sbagliati”, se così si può dire. Giuseppe non è un modello di santo; provoca i fratelli con i suoi sogni in cui si vede come il più grande di tutti, davanti al quale tutti si devono piegare. È il più amato dal padre e sa sfruttare questo amore a suo vantaggio contro gli altri. E gli altri fratelli non hanno pazienza, non lo sopportano più, fino a decidere di ucciderlo. Poi interviene un fratello e li convince a venderlo come schiavo invece di ucciderlo. E Giuseppe in Egitto attraversa una serie di vicende; grazie alla sua abilità e alla sua intelligenza, fa strada fino a diventare viceré dell’Egitto. Quando la carestia si abbatte sulla terra di Canaan il vecchio Giacobbe manda i suoi figli in Egitto a cercare del grano e Giuseppe riconosce i suoi fratelli. Poco dopo si farà riconoscere, svelerà: “Io sono Giuseppe, vostro fratello che voi avete venduto come schiavo in Egitto”, e farà venire in Egitto tutta la sua famiglia. Ma, dopo la morte del padre, Giacobbe, i suoi fratelli temono che ora si vendicherà di loro, di tutto il male che gli hanno fatto patire. Hanno paura, ma Giuseppe dice loro: “Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate pensate del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,19-20). Giuseppe non tiene conto del male ricevuto dai suoi fratelli, anzi sa trasformarlo, trasfigurare il male che ha patito da parte dei fratelli, ricavando da quella storia che è stata così dolorosa, qualcosa di buono, di positivo, sa trarre il bene anche dal male. A volte è proprio così; se viviamo tutto con bontà e pazienza scopriamo che anche da quello che è andato male, dal dolore, dalla sofferenza possiamo ricavare un insegnamento, imparare un po’ di bontà. Il dolore va riscattato, è sempre un grido alla vita, un’attesa della resurrezione, un’invocazione al Signore perché venga presto. Nulla è perduto e niente ci può separare da Cristo Gesù (Rm 8,35-39). 

 I padri giungono a dire che il nemico può diventare nostro maestro. Quando qualcuno ci fa del male, noi che ci credevamo tanto buoni, scopriamo di avere dentro di noi desideri di vendetta, tanta rabbia, il desiderio cattivo di farla pagare all’altro. In questo il nemico ci fa da maestro: ci fa toccare con mano che non siamo buoni, ci fa conoscere i sentimenti che abbiamo nel cuore, ci offre un’occasione per convertirci. 

  Il nemico come medico e come maestro 

 Vorrei leggervi due testi tratti da monaci 

Abba Zosima: (Palestina, fine V sec. - inizio del VI) 

  “Abba Zosima diceva: ‘Se uno accoglie un pensiero riguardo a chi lo ha afflitto, gli ha fatto torto, lo ha offeso o gli ha fatto del male, e trama pensieri contro di lui, costui tende un laccio alla propria anima al pari dei demoni. Si tende un laccio da solo! Ma perché dico: trama? Se non pensa a chi gli ha fatto del male come a un medico, fa torto a se stesso … Devi accogliere quanto ti viene da lui come una medicina che Gesù ti ha mandato’” (Zosima, Colloqui 3). 

 Un secondo testo è tratto dagli insegnamenti che Doroteo, monaco nel deserto di Gaza, nel VI secolo, dava ai suoi fratelli. Dice in una sua catechesi: “A volte uno pensa di essere nella pace e nella tranquillità ma, non appena un fratello gli dice una parola che lo rattrista, si turba e ritiene di aver tutto il diritto di rattristarsi, dicendo dentro di sé: ‘Se quel fratello non fosse venuto a parlarmi e non mi avesse turbato, non avrei peccato!’. Questa è un’illusione, un falso ragionamento. Forse che chi gli ha detto quella parola ha messo in lui la passione? Gli ha solo manifestato la passione che era in lui, perché, se vuole, possa pentirsene. Costui somiglia a un pane di grano puro, esteriormente di bell’aspetto, ma che appena spezzato, rivela il suo marciume; così anche lui credeva di starsene in pace, ma dentro di sé aveva la passione senza saperlo. Una sola parola del fratello ha fatto uscire il marciume che teneva nascosto dentro. Se dunque vuole ottenere misericordia, si penta, si purifichi, cerchi di fare progressi, e vedrà che deve piuttosto ringraziare il fratello per essere stato per lui motivo di profitto” (Doroteo di Gaza, Insegnamenti 7,82). 

 A questi due testi ne vorrei accostare un altro che non è stato scritto da un cristiano, ma dal Dalai Lama, la massima autorità tibetana: 

 “La compassione di cui parla il buddismo mayahana non è l’amore comune che sentiamo verso coloro che ci sono cari e vicini; questo amore può essere accompagnato da egoismo e ignoranza. 

Dobbiamo amare anche i nostri nemici … Se io ho aiutato qualcuno per quanto ne ero capace e costui mi offende nel modo più vergognoso, io devo considerare questa persona come il mio più grande maestro. Se i nostri amici si trovano bene con noi e ci sono vicini, niente ci può rendere consapevoli dei nostri sentimenti o delle nostre idee negative. Solo quando qualcuno ci combatte e ci critica possiamo accedere alla conoscenza di noi stessi e giudicare la qualità del nostro amore. In questo i nostri nemici sono i nostri grandi maestri. Essi ci mettono in grado di vagliare la nostra forza, la nostra tolleranza e il nostro rispetto per gli altri. Se noi invece di nutrire sentimenti di odio verso i nostri nemici, li amiamo ancora di più, allora non siamo lontani dal raggiungimento dello stato del Budda: la consapevolezza illuminata che è lo scopo di tutte le religioni” (citato in Parole dal deserto, a cura di L. Cremaschi, Magnano 1992, pp. 125-126). 

 L’AT esorta all’amore per lo straniero, alla compassione per il nemico; in Es 23,4-5, fra le disposizioni riguardanti il dovere di rendere giustizia in modo imparziale nei processi, si trova il seguente precetto: “Se tu trovi il toro del tuo nemico o il suo asino smarrito, abbi cura di ricondurglielo. Se tu scorgi l’asino del tuo nemico soccombere sotto il suo carico, guardati bene dall’abbandonarlo; al contrario aiutalo a scaricarlo”. E Lv 19,17-18 ammonisce: “Non odiare il tuo fratello in cuor tuo ... Non vendicarti e non conservare rancore verso i figli del tuo popolo, e ama per il tuo prossimo ciò che ami in te”. La regola d’oro: “Non fare a nessuno ciò che non ti piacerebbe subire”, fa la sua comparsa per la prima volta in Tb 4,15. Verrà ripresa da rabbi Hillel, che, quando un non-ebreo gli chiese di insegnargli tutta la Legge nel lasso di tempo in cui riusciva a stare ritto su un piede solo, disse: “Ciò che risulta odioso non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah e il resto non è che commento. Va’, imparalo”. Gesù la trasformerà in senso positivo: “Fa al tuo prossimo ciò che vorresti fosse fatto a te” e nel discorso sul monte ammonisce ad amare i nemici e a pregare per i persecutori (Mt 5,43-45; Lc 6,27-28.35). Se il cristiano, vivendo lo spirito delle beatitudini, conosce opposizioni, rifiuti, persecuzioni, d’altro non deve essere lui a entrare in conflitto con gli altri, crearsi dei nemici. È nemico di nessuno, ma ha molti nemici. Il suo amore per chi gli ha fatto del male è generato dall’amore che Dio ha avuto per lui mentre ancora gli era nemico (Rm 5.8.10). Dobbiamo amare fino alla fine, come ha amato Gesù. Rabbi Natan diceva: “Il più grande eroe è colui che trasforma il suo nemico in amico”. Occorre uscire dalla demonizzazione dell’altro: il pagano, lo straniero, l’ebreo, l’eretico, il musulmano sono alcuni dei visi storici in cui i cristiani hanno incarnato il nemico. 

 Ma il vero nemico è in noi e non fuori di noi e la lotta che dobbiamo ingaggiare è quella interiore. Lotta per non cedere alla cattiva tristezza (2Cor 7,10), per non lasciare che l’amarezza domini la nostra vita; una lotta “secondo le regole” come dice Paolo (2Tm 2,5), cioè secondo il vangelo, secondo la legge dell’amore. 

 Ma come realizzare tutto questo? Ne siamo capaci? È solo il Signore che sa perdonare, solo se accogliamo il Signore dentro il nostro cuore, dentro la nostra vita, allora sarà lui stesso a perdonarci e a perdonare. È l’invocazione che rivolgiamo nel Padre nostro: “Perdona i nostri peccati, come anche noi perdoniamo a chi è in debito con noi”. Perdonaci, Signore! Insegnaci a perdonarci e a perdonare. 

 E anch’io, alla fine di questa nostra conversazione, sento di dover chiedere a Dio e a voi il perdono, perché avverto la distanza tra le parole e la mia vita, tra quello che dico e quello che riesco a realizzare. Nel vangelo di Luca si racconta che il padrone, che ha consegnato le monete ai suoi servi perché le facessero fruttare, a quel servo che ha avuto paura e non ha fatto lavorare la moneta che gli era stata affidata dice: “Dalle tue stesse parole ti giudico” (Lc 19,22). Che il Signore ci perdoni! Ma se Dio non si stanca di perdonare, perché dovremmo stancarci noi?


Fonte: Parrocchia San Giovanni Maria Vianney

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