LA SFIDA DI PAPA LEONE
PER UN'UMANITA'
ALTERNATIVA
La sfida
Magnifica
humanitas non è un’enciclica
sull’intelligenza artificiale. Certo, parla anche di questo. Ma è molto di più.
In realtà essa si occupa dell’IA solo in quanto emblematica di una svolta
epocale della nostra civiltà, in cui, nel contesto della rivoluzione digitale,
il senso della persona sembra essere misconosciuto e modellato su quello delle
macchine.
Papa
Leone denuncia questo trend e, in nome di tutta la tradizione
dell’insegnamento sociale della Chiesa, propone una visione radicalmente
alternativa, richiamando l’analoga iniziativa – a suo tempo percepita come
rivoluzionaria – del suo omonimo: «Con questo spirito, nel 1891 Leone
XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum
novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135°
anniversario» (n.3).
Il
parallelismo tra i due documenti è dato dall’essere stati entrambi ispirati
dalla profonda crisi antropologica determinata da una rivoluzione industriale.
Quella a cui ha dovuto dare risposta la Rerum novarum capovolgeva
il rapporto tra l’essere umano e il suo strumento di lavoro perché, con la
scoperta della macchina a vapore, quest’ultimo diventava il vero protagonista,
rispetto a cui l’operaio diventava un “inserviente”. Oggi la rivoluzione
digitale, con l’avvento dell’IA, addirittura conferisce a questo strumento una
soggettività che sembra renderla autonoma e perfino darle un predominio
rispetto alle persone umane.
Il vero
pericolo non sono le macchine
Il
pericolo, però, nell’uno e nell’altro caso, non risiede nelle innovazioni
tecnologiche. L’enciclica respinge decisamente la tentazione di demonizzarle:
«La tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto
alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal
principio, in quanto “fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla
libertà dell’uomo” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 69)» (n.4).
Al tempo
stesso, tuttavia, appare inadeguato il luogo comune secondo cui la tecnica
sarebbe di per sé neutra, cosicché i problemi nascerebbero esclusivamente
dall’uso che se ne fa. Come osserva il papa, in quanto è basata sulla logica
dell’efficienza e della produttività, «la tecnica non è un semplice strumento e
(…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può
essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone
a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante» (n.92).
E la
minaccia che, secondo Prevost, oggi corriamo nel tempo dell’IA, è che «la
logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte
personali, sociali ed economiche» (n.92).
In
realtà, la logica puramente funzionale delle macchine diventa realmente
pericolosa perché alcuni gruppi di potere la utilizzano per i propri scopi e,
mascherando tali interessi dietro una finta asetticità, veicolano attraverso di
essa una cultura e delle forme di vita personale e sociale funzionali ai loro
interessi: «La tecnologia (…) non è neutrale, perché assume il volto di chi la
pensa, la finanzia, la regola, la usa» (n.9).
Non è
più lo Stato la minaccia, ma «attori privati, spesso transnazionali, dotati di
risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (n.5). E
«quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi
opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo
distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e
disuguaglianze» (n.95).
La posta
in gioco
La posta
in gioco, in definitiva, è l’identità dell’essere umano. Una cultura ispirata
alla logica delle nuove macchine «lascia intendere che ogni persona debba
guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior
pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile
prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere
risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come
fine in sé, mai strumentalizzabile» (n.51).
Questa,
che papa Leone definisce una «ideologia» (contrariamente alla tesi corrente che
esse siano morte), è agli antipodi della concezione che la Chiesa, sulla base
della Rivelazione, ha della persona. «Al centro della visione cristiana
dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono
creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr. Gen 1,26-27). (…)
La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal
ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che
la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non
viene mai meno» (n.50). Perciò «il valore della persona non dipende da ciò che
realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto
di essere persone» (n.51).
Misconoscere
questa verità fondamentale non è solo un errore teorico, ma ha conseguenze
drammatiche sul piano pratico. Un esempio particolarmente impressionante è la
riduzione del lavoro umano da espressione della persona a mero strumento,
soggetto alla logica efficientista delle macchine e modellato su di essa:
«Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente
la struttura stessa del lavoro (…). I lavoratori sono spesso costretti ad
adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano
queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora» (n.150).
Il venir
meno del bene comune
A essere
tradita, in questa visione distorta delle persone, è prima di tutto la loro
dimensione relazionale, ancora una volta centrale nella prospettiva cristiana:
«Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da
Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il
creato» (n.50).
Questa
concezione viene meno nella visione odierna della società come somma di
individui, ognuno dei quali ha il diritto di cercare il proprio interesse,
prescindendo da quello degli altri: «È un’illusione pensare che basti cercare
il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente
preoccupare degli altri (…). Il bene comune è un plus, risultato
dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni,
iniziative, sforzi e decisioni. Se si sommassero semplicemente i beni
individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza di questo plus che
li supera e allo stesso tempo li arricchisce» (n.61).
Perciò è
indispensabile l’intervento dello Stato, non solo per redistribuire la
ricchezza prodotta dall’economia, ma per impostarne correttamente i processi:
«Nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola
“mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le
dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro
dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici
dell’innovazione» (n.163).
Tutto
questo, proiettato a livello planetario, comporta la dura condanna del papa nei
confronti delle «nuove schiavitù» che la logica del profitto produce, a
dispetto della «mano invisibile». A questo proposito Leone non passa sotto
silenzio l’indifferenza o addirittura la complicità della Chiesa nei confronti
di quelle del passato. «Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui
non possiamo considerarci estranei (…). Per questo, a nome della Chiesa,
domando sinceramente perdono» (n.176).
Una
condanna che si allarga alle nuove forme di colonialismo che nell’era digitale
assumono «un volto inedito» (n.178), ma non meno disumano. E, più in generale,
a tutte le offese che la logica del potere infligge oggi agli esseri umani,
come emerge anche dagli scenari internazionali: «Se guardiamo alle dinamiche
mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della
potenza, fatta di polarizzazioni e violenze» (n.185).
La torre
di Babele e il modello di Neemia
Ma
questo, denuncia papa Leone, è una sfida a Dio, oltre che agli esseri umani.
Per questo, per evidenziarne la drammatica gravità, la paragona a quella con
cui, nel racconto biblico, gli uomini costruirono la torre di Babele, simbolo
di arroganza e di orgoglio illimitato.
Alla
vicenda di Babele, conclusasi nel caos dell’incomunicabilità, il papa
contrappone quella di Neemia, che, davanti alle rovine di Gerusalemme, ne
intraprende la ricostruzione chiamando a parteciparvi tutte le componenti del
popolo. «Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla
tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» (n.9).
Da qui
la pressante esortazione: «Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”:
l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce
le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di
tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni (…)
Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del
lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio (…) trasformando la
diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune
su cui far crescere giustizia e fraternità» (n.10).
I
poveri, i migranti e la guerra
Su
alcuni punti l’enciclica si presenta come una vera e propria sfida agli slogan e
alla prassi delle nostre società. Sono questi aspetti che, secondo il papa, la
rendono purtroppo immagine della torre di Babele. Così quando Leone ricorda che
tutta la tradizione cristiana, pur legittimando la proprietà privata, l’ha
sempre subordinata alla destinazione universale per cui «i beni della terra –
il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse naturali – sono donati da Dio all’intera
famiglia umana perché sostengano la vita di tutti, oggi e nelle generazioni
future, e che ogni persona ha un diritto originario all’uso di tali beni»
(n.65).
Ciò è in
radicale contrasto con ciò che accade oggi: «La ricchezza mondiale è cresciuta
in termini assoluti, ma si è accentuata la concentrazione in poche mani e si
sono allargati gli squilibri, sia tra i Paesi sia all’interno di uno stesso
Paese» (n.161).
Sulla
stessa linea anche la presa di posizione di Leone sul problema
dell’accoglienza, in un momento in cui sia negli Stati Uniti che nei Paesi
europei viene esaltata una logica sempre più difensiva e addirittura si parla
di “reimmigrazione”: «Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi
è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono
costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti
climatici e dei disastri ambientali. Il modo in cui una società li tratta
mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità»
(n.81).
Un altro
punto in cui la divaricazione è netta è quello delle armi e della guerra. Il
papa ricorda che anche durante la guerra fredda il problema era di contribuire
tutti alla costruzione della pace attraverso un progressivo disarmo. «Oggi,
invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle
scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come
strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri
etici che ne avevano limitato l’uso» (n.190).
Alla
base, c’è «la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e
decisioni politiche», perché «le industrie degli armamenti e i Paesi che
forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai
conflitti» (n.193).
Sfidando
«un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (n.188), Leone
dichiara senza mezzi termini, sulla linea dei suoi predecessori, che «oggi è
più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra
giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando
il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto» (n.192).
L’enciclica
fa dei chiari riferimenti ai conflitti in corso: «Riemerge la tentazione di
costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui
ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa (…) La forza del
diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più
forte”» (n.202).
L’appello
Alla
fine, ritornano le parole con cui si apre l’enciclica: «La magnifica umanità
creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una
nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano
insieme» (n.1).
Citando
Tolkien, il papa invita non solo tutti i fedeli, ma tutti gli uomini e le donne
di buona volontà, a realizzare questa scelta cominciando dalla loro piccola
cerchia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito
è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando
il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno
dopo terra sana e pulita da coltivare» (n.213). Anzi, cominciando da sé stessi.
Perché «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di
noi» (n.130).
Immagine di Gandalf’s Gallery da Flickr
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