e della produttività
non riconosciamo
più la verità”
La tecnologia e l’obiettivo
di essere sempre produttivi
impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.
Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,
legge la nostra società e
parla anche d’amore
di Valeria Pini
Un’indagine sulla verità
in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale.
Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è
più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché,
oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai
si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del
potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un
contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come
spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le
disavventure della verità (Feltrinelli editore).
Professore, come mai, in
un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva,
continuiamo a vivere di illusioni?
«La scienza “pensa” in
modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto
quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia
sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la
giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi,
pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è
una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero.
Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i
politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo
“mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di
andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che
sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».
Che cosa pensa del
pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo
sviluppo scientifico e tecnologico?
«Se la scienza è un
sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere
riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la
mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola
la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere
scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La
medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè
mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale,
facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare
l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».
C’è quindi da chiedersi
se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?
«A colpi di ignoranza non
vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso
dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non
siamo liberi».
Secondo lei, considerando
il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura
quest’ultimo influisce sulle nostre vite?
«Tutti pensano che la
tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è
un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la
tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto
se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho
detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La
tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».
In questa era dominata
dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?
«Un tempo la depressione
aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi
tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno
di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non
riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato.
Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina.
Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza,
funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non
riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In
definitiva, si è sempre inadeguati».
E in questo continuo
stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?
«Non ce la si fa. Günther
Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la
realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa
per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non
conta niente».
Sempre in questo quadro,
qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?
«Platone, che ha
inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla
follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non
inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua
follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai
una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci
vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».
A questo proposito, che
rapporto c’è tra amore e verità?
«Il problema non è
rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può
sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca
dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà
mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé
stesso».
Sempre affrontando il
tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per
aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?
«Gli adolescenti
soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la
configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo.
Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non
reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li
abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono
è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi
da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali».
Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i
genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi.
Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto
i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti
ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e
sono curioso di conoscerlo”».
Non siamo liberi, come
lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino
ineluttabile cui è condannato l’essere umano?
«Non siamo in una società
totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso
delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa
sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore.
L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non
vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre
la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la
persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la
forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare
come psiche collettiva».
Nessun commento:
Posta un commento