mercoledì 18 febbraio 2026

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

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