Lo scrittore De Giovanni:
«Senza compassione,
perdiamo l’umanità»
Fino a mille persone
potrebbero essere disperse nel Mediterraneo centrale dopo i giorni del ciclone:
numeri che sfuggono ai report e all’attenzione. L’autore napoletano riflette
sull’indifferenza e sulle parole necessarie per restituire voce a ogni singola
storia. «Gli altri», spiega, «vanno guardati con compassione, intesa in senso
etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore»
Secondo l’ong
Mediterranea, potrebbero essere mille i migranti partiti durante le tempeste
degli ultimi giorni di cui non si hanno più notizie. «Si stanno delineando i
contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del
Mediterraneo centrale», ha dichiarato ieri la portavoce di Sea-Watch Giorgia
Linardi qui su VITA (l’intervista si può leggere qui sotto). Mille
vite finite nel nulla, di cui poco si scrive e poco si legge. Sfuggono ai
report e all’attenzione mediatica, non tracciabili e per questo invisibili. Ben
visibile, però, è l’enormità di quel numero, che supera la metà dei morti
accertati in quelle stesse rotte nel 2025: 1.873 secondo i dati
forniti dall’Iom, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.
Come si supera
l’indifferenza? Quali parole usare per restituire unicità a ogni singola
storia? Lo abbiamo chiesto a Maurizio De Giovanni, scrittore e
sceneggiatore, uno che con le parole vive e lavora. Scrive della sua Napoli
(ama definirsi “visceralmente tifoso della sua città”), costruisce avvincenti
inchieste investigative attorno alla figura del Commissario Ricciardi e insieme
a un gruppo di autori conduce il laboratorio di scrittura con i ragazzi
dell’Istituto penale minorile di Nisida.
«Io scrivo facendo sempre
un passo indietro», ha detto in un’intervista, «mettendo me stesso come
emozione e commozione mentre racconto i personaggi». È così che dobbiamo
avvicinarci a notizie come questa?
Ne sono profondamente
convinto. Gli altri vanno guardati con compassione, intesa in senso
etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore. I
protagonisti di questi eventi non sono invasori, non sono rapinatori né persone
che vengono a rubarci il lavoro: la stragrande maggioranza di chi raggiunge
l’Italia su un barcone non vuole restarci ma andare altrove. E quando vuole
rimanere, non cerca altro che un luogo in cui vivere e sfuggire alla
disperazione, un posticino che gli consenta di mangiare.
Che cosa ha pensato
quando ha letto quel numero?
Che le tragedie non sono tutte uguali. Che l’attenzione dell’Occidente non è la stessa di fronte alle vicende umane. Ci addoloriamo, piangiamo, ci immedesimiamo (come è giusto che sia) di fronte a una notizia atroce, grave e terribile come quella di Crans-Montana, poi volgiamo lo sguardo ai migranti e li lasciamo andare a fondo nel silenzio e nella disattenzione. Una strage continua, ripetitiva, insostenibile di cui non ci accorgiamo, che teniamo a lato, osservando i commenti di chi continua a scrivere sui social “Dovrebbero restare a casa loro”.
In un Paese a crescita
zero, che invecchia spaventosamente, continuiamo a temere i nuovi arrivi come
se ci potessero togliere il piatto dal tavolo. Li vediamo come un rischio e un
pericolo sociale, li lasciamo ai margini, e invece dovremmo pensare che tra
quei mille c’è chi avrebbe potuto dipingere il quadro più bello della storia
dell’umanità, un cantante di successo o un poeta.
Lo scrittore Maurizio
De Giovanni.
Di fronte ai naufragi e
al vuoto lasciato dai dispersi, sarebbe forse più semplice non guardare, non
porsi domande, provare a reimmergersi ognuno nella propria quotidianità. Perché
invece serve ricordare?
Una cosa è provare
orrore, altra cosa è non guardare. Capisco che faccia male: anch’io preferisco
immaginare che siano sbarcati da un’altra parte o che non siano proprio
partiti, che ci sia stato un errore di valutazione. Ma non guardare non
significa cancellare qualcosa che è accaduto, il silenzio non attutisce il
dolore. Occupiamoci ancora dei dati di vendita del film di Checco Zalone,
apriamo infiniti dibattiti sul Var (e lo dico da appassionato di calcio),
continuiamo a indignarci per il ritardo di un treno, ma ricordiamoci sempre che
il mondo non si limita a quello che succede attorno a noi.
In un commento su Fb, una
nostra lettrice chiede: «Dov’è l’umanità? Non riesco più a trovare le ragioni
dell’inedia, del non far nulla. Siamo anestetizzati dal dolore». Come possiamo
risponderle?
L’umanità resiste al di là dell’odio e delle urla da tastiera.
Esisterà finché ci sarà qualcuno che
inorridisce di fronte a un bambino morto, che piange (anche soltanto dentro) di
fronte alla sofferenza degli altri.
In apertura, il naufragio
di Cutro del 26 febbraio 2023, in cui sono morte 94 persone, tra cui 35
minori. (Foto: Antonino Durso/LaPresse)
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