mercoledì 4 febbraio 2026

SENZA COMPASSIONE

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Lo scrittore De Giovanni:

 «Senza compassione, 

perdiamo l’umanità»

Fino a mille persone potrebbero essere disperse nel Mediterraneo centrale dopo i giorni del ciclone: numeri che sfuggono ai report e all’attenzione. L’autore napoletano riflette sull’indifferenza e sulle parole necessarie per restituire voce a ogni singola storia. «Gli altri», spiega, «vanno guardati con compassione, intesa in senso etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore»

di Daria Capitani

Secondo l’ong Mediterranea, potrebbero essere mille i migranti partiti durante le tempeste degli ultimi giorni di cui non si hanno più notizie. «Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale», ha dichiarato ieri la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi qui su VITA (l’intervista si può leggere qui sotto). Mille vite finite nel nulla, di cui poco si scrive e poco si legge. Sfuggono ai report e all’attenzione mediatica, non tracciabili e per questo invisibili. Ben visibile, però, è l’enormità di quel numero, che supera la metà dei morti accertati in quelle stesse rotte nel 20251.873 secondo i dati forniti dall’Iom, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Come si supera l’indifferenza? Quali parole usare per restituire unicità a ogni singola storia? Lo abbiamo chiesto a Maurizio De Giovanni, scrittore e sceneggiatore, uno che con le parole vive e lavora. Scrive della sua Napoli (ama definirsi “visceralmente tifoso della sua città”), costruisce avvincenti inchieste investigative attorno alla figura del Commissario Ricciardi e insieme a un gruppo di autori conduce il laboratorio di scrittura con i ragazzi dell’Istituto penale minorile di Nisida.

«Io scrivo facendo sempre un passo indietro», ha detto in un’intervista, «mettendo me stesso come emozione e commozione mentre racconto i personaggi». È così che dobbiamo avvicinarci a notizie come questa?

Ne sono profondamente convinto. Gli altri vanno guardati con compassione, intesa in senso etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore. I protagonisti di questi eventi non sono invasori, non sono rapinatori né persone che vengono a rubarci il lavoro: la stragrande maggioranza di chi raggiunge l’Italia su un barcone non vuole restarci ma andare altrove. E quando vuole rimanere, non cerca altro che un luogo in cui vivere e sfuggire alla disperazione, un posticino che gli consenta di mangiare.

Che cosa ha pensato quando ha letto quel numero?

Che le tragedie non sono tutte uguali. Che l’attenzione dell’Occidente non è la stessa di fronte alle vicende umane. Ci addoloriamo, piangiamo, ci immedesimiamo (come è giusto che sia) di fronte a una notizia atroce, grave e terribile come quella di Crans-Montana, poi volgiamo lo sguardo ai migranti e li lasciamo andare a fondo nel silenzio e nella disattenzione. Una strage continua, ripetitiva, insostenibile di cui non ci accorgiamo, che teniamo a lato, osservando i commenti di chi continua a scrivere sui social “Dovrebbero restare a casa loro”. 

In un Paese a crescita zero, che invecchia spaventosamente, continuiamo a temere i nuovi arrivi come se ci potessero togliere il piatto dal tavolo. Li vediamo come un rischio e un pericolo sociale, li lasciamo ai margini, e invece dovremmo pensare che tra quei mille c’è chi avrebbe potuto dipingere il quadro più bello della storia dell’umanità, un cantante di successo o un poeta.

Lo scrittore Maurizio De Giovanni.

Di fronte ai naufragi e al vuoto lasciato dai dispersi, sarebbe forse più semplice non guardare, non porsi domande, provare a reimmergersi ognuno nella propria quotidianità. Perché invece serve ricordare?

Una cosa è provare orrore, altra cosa è non guardare. Capisco che faccia male: anch’io preferisco immaginare che siano sbarcati da un’altra parte o che non siano proprio partiti, che ci sia stato un errore di valutazione. Ma non guardare non significa cancellare qualcosa che è accaduto, il silenzio non attutisce il dolore. Occupiamoci ancora dei dati di vendita del film di Checco Zalone, apriamo infiniti dibattiti sul Var (e lo dico da appassionato di calcio), continuiamo a indignarci per il ritardo di un treno, ma ricordiamoci sempre che il mondo non si limita a quello che succede attorno a noi.

In un commento su Fb, una nostra lettrice chiede: «Dov’è l’umanità? Non riesco più a trovare le ragioni dell’inedia, del non far nulla. Siamo anestetizzati dal dolore». Come possiamo risponderle?

L’umanità resiste al di là dell’odio e delle urla da tastiera. 

Esisterà finché ci sarà qualcuno che inorridisce di fronte a un bambino morto, che piange (anche soltanto dentro) di fronte alla sofferenza degli altri.

In apertura, il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023, in cui sono morte 94 persone, tra cui 35 minori. (Foto: Antonino Durso/LaPresse)


 

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