L’Agenda 2030
e il metodo Asvis
- DI ENRICO GIOVANNINI*
Che futuro ci auguriamo per noi e i nostri cari?
Che cosa siamo disposti a fare per realizzarlo?
Possono sembrare domande
inutili, quasi offensive visto lo stato odierno del mondo. Ma sono le domande
che, in un modo o nell’altro, ci poniamo spesso, se non ogni giorno.
Dieci anni fa il mondo sembrava pronto a mettersi all’opera per cambiare il corso della storia, dopo un “anno mirabile” (il 2015) caratterizzato dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (maggio), dall’Accordo di Addis Abeba sul finanziamento ai Paesi in via di sviluppo (luglio), dalla firma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile da parte di tutti i Paesi delle Nazioni Unite (settembre) e dall’Accordo di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (dicembre). Sembrava che i leader politici, ma anche delle imprese e della società civile, fossero finalmente pronti a lavorare insieme per raggiungere, entro il 2030, quei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 che delineavano un mondo futuro senza povertà e disuguaglianze di genere, senza disoccupazione e sfruttamento, senza guerre e conflitti, capace di realizzare una prosperità compatibile con i limiti planetari e la qualità dell’ambiente, all’insegna del principio “nessuno sia lasciato indietro”.
Dieci anni fa ben pochi
nel nostro Paese conoscevano l’Agenda 2030 e il concetto stesso di sviluppo
sostenibile, e ancora meno persone pensavano di poter fare qualcosa per
realizzarlo. Nel 2014 ero stato coinvolto dal Segretario generale dell’Onu nel
disegno dell’Agenda, in particolare per l’aspetto di monitoraggio statistico.
Una volta firmata, mi
domandai quindi come costruire un soggetto destinato a trasformare l’utopia che
sembrava pervadere il mondo in azioni concrete anche nel nostro Paese. Ne
parlai con Pierluigi Stefanini, all’epoca presidente dell’Unipol, e insieme ci mettemmo
all’opera per contattare i vertici delle associazioni imprenditoriali, delle
organizzazioni sindacali, degli enti del Terzo Settore, del mondo della
ricerca, proponendo loro di lavorare insieme per l’attuazione concreta
dell’Agenda 2030. Una proposta decisamente “indecente” per un Paese in cui la
logica della “rottamazione” sembrava destinata ad applicarsi anche ai corpi
intermedi, al punto che Matteo Renzi all’epoca disse che «la disintermediazione
dei corpi intermedi è un fatto, e viene dai fenomeni di cambiamento che la
realtà sta producendo».
Fu anche la voglia di
dimostrare che le organizzazioni della società civile non erano “corpi morti
intermedi” a far sì che, intorno a un primo nucleo di una cinquantina di
soggetti, nacque l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), che
oggi compie dieci anni ed è diventata, con i suoi 300 soggetti della società
civile italiana, la più grande rete di questo tipo mai creata in Italia.
Un’esperienza unica al mondo, secondo l’Onu, per ampiezza e profondità
d’azione, che in questi dieci anni ha conseguito risultati importanti, a
partire dalla modifica della Costituzione per includere la tutela dell’ambiente
tra i compiti della Repubblica «anche nell’interesse delle future generazioni».
Il successo dell’Asvis,
conseguito anche grazie al contributo degli oltre mille esperti che operano, su
base volontaria, nei suoi gruppi di lavoro, non può far dimenticare che dieci
anni dopo le problematiche che portarono alla sua nascita sussistono ancora,
anzi. Se a livello globale, a causa di guerre, pandemia, crisi climatica,
riduzione degli aiuti allo sviluppo solo il 18% dei 169 Target specifici
dell’Agenda 2030 saranno raggiunti tra cinque anni, per sei Obiettivi su 17
(povertà, disuguaglianze, sistemi idrici e sociosanitari, condizioni degli
ecosistemi terrestri, qualità della governance, partnership) l’Italia si trova
ora in una condizione peggiore di quella del 2010, con differenze territoriali
in aumento per varie dimensioni.
Alcuni sostengono che si
debba accettare la sconfitta, riconoscere che i milioni di giovani che
riempivano le strade di tutto il mondo erano degli stupidi idealisti, che i
ricchi e potenti possederanno per sempre la terra, che la crisi climatica sia
«la più grande truffa della storia» (copyright Trump) e così via. Soprattutto,
che preoccuparsi della fine del mese invece che della fine del mondo è l’unica
cosa sensata da fare, accantonando quelle domande citate all’inizio. Invece l’Asvis non solo non disarma, ma rilancia il suo
impegno anche con il progetto “Ecosistema Futuro” (www.ecosistemafuturo.it) per
mettere il futuro, o meglio i futuri, al centro del dibattito culturale,
politico ed economico. Il progetto sta già aggregando, attraverso il cosiddetto “metodo Asvis”, tanti soggetti che
oggi, ma ancora ognuno per conto proprio, si impegnano a costruire un futuro
migliore: imprese che innovano, centri di ricerca che trovano soluzioni
rivoluzionarie, scuole e università che educano le giovani generazioni.
In un’epoca come questa lasciare che qualcun altro si occupi del nostro futuro non è decisamente una buona idea, nonostante gli insuccessi, la stanchezza e il clima di sfiducia che prende tanti.
Come recita la famosa poesia di Rudyard Kipling al figlio, «se
riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini a servire il tuo traguardo
quando sono da tempo sfiniti, e a tenere duro quando in te non resta altro se
non la volontà che dice loro “tenete duro” … tua sarà la terra e tutto ciò che
è in essa e – quel che più conta – sarai un Uomo, figlio mio».
*Direttore
scientifico dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile (Asvis)
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