Ritroviamo
la fratellanza
Dai latini, dai greci
e dai Vangeli è nata una teologia contraria a quella della prosperità sorta
Oltreoceano Un valore che supera il legame di sangue e accomuna classici,
cristianità e Illuminismo
I rigurgiti
dell’antipolitica sono stati ricondotti da filosofi come Platone al primato di
una dimensione ineludibile che precede la tecnica: il ”civis” governa il
“faber”. Lo scatenamento di oggi chiama in causa il rispetto della giustizia e
dei legami reciproci
La “novitas” che ci
soccorre viene dal mondo antico
-
di
IVANO DIONIGI
La
politica, ineludibile e naturaliter necessaria quale marca
distintiva della natura umana, come già teorizzava Aristotele, è avversata e
minacciata da una duplice cattiva utopia, che viene da lontano: l’utopia
dell’antipolitica e l’utopia della tecnica.
Nei Memorabili di
Senofonte leggiamo che Aristippo, paladino della politica come male assoluto,
obiettava a Socrate, teorico della politica come destino obbligato di ogni
uomo, che solo un pazzo può addossarsi l’onere del bene della città, la quale
oltretutto tratta i suoi politici come schiavi; e aggiungeva che tra comandare
ed essere comandato, lui sceglieva «la via di mezzo, la quale non passa né per
il potere né per la schiavitù, ma per la libertà». Al che Socrate ribatteva che
se quella via non passa né per il potere né per la schiavitù, « non passa
nemmeno fra gli uomini».
Una
versione aggiornata e amara di quell’antipolitica classica – dell’otium
securitario ed egoista – ritroviamo, oltre venti secoli dopo, in una celebre
pagina di Tocqueville, là dove raffigura e prefigura direi profeticamente la
psicologia di quei popoli e di quei cittadini che, intenti alla salvaguardia
dei loro interessi e incuranti dell’esercizio dei doveri politici e della cosa
comune, non si avvedono di trascurare proprio l’interesse principale: « Restare
padroni di sé stessi». Infatti, nel generale disinteresse della cosa pubblica
si crea «un momento critico» in cui – a fronte del governo vacante per
l’assenza di classe politica – «un ambizioso abile» si impadronisce facilmente
del potere purché garantisca « pace pubblica e ordine». Di qui, la riflessione
finale del teorico del pensiero liberale classico: « Una nazione che non
domandi al suo governo altro che il mantenimento dell’ordine, nel fondo del
cuore è già schiava: è schiava del suo benessere e l’uomo che deve incatenarla
può apparire».
Sostanzialmente
speculare, anche se non dichiaratamente ostile alla politica, campeggia
l’utopia della tecnica, che ha il suo profeta in Prometeo, il quale, come
leggiamo in Eschilo ha donato all’uomo «ogni arte umana»: le leggi del
cielo e della terra, il numero, la scrittura, la poesia e tutti i beni che la
terra cela. In verità quel Prometeo, autoproclamatosi onnipotente, mostrava già
due talloni d’Achille: era « più debole del destino » e affidava l’immortalità
dell’uomo a «cieche speranze».
Sarà
Platone a ridimensionare ulteriormente quel Prometeo semionnipotente
riconducendolo nell’alveo della politica. La tecnica, leggiamo nel Protagora, era
valida per proteggere dalle intemperie della natura e dalla ferocia delle
bestie, ma non dalle passioni degli uomini, i quali, non appena si radunavano,
si combattevano e morivano, perché ignari della politica. Al che Zeus, temendo
che la specie umana si estinguesse, inviò il suo messaggero Hermes perché
distribuisse «a tutti gli uomini senso del rispetto ( aidôs) e
senso della giustizia ( díke), in modo da dare origine agli
ordinamenti civili e a tutti quei legami che creano fratellanza ( philía) ».
Troviamo qui celebrato il primato della politica al quadrato: la politica
precede la tecnica, il faber è governato dal civis; inoltre,
la politica è di tutti.
Ma ecco il problema, lo scoglio imprevisto. Oggi il novello Prometeo, con la scoperta dell’ultima versione del fuoco – l’Intelligenza Artificiale – sembra affermarsi con tutta evidenza in modo definitivo e mandare in soffitta il Prometeo classico: sia il Prometeo incatenato di Eschilo, perché ormai la tecnica, senza limiti, si dichiara più forte del destino e della stessa morte; sia il Prometeo del Protagora di Platone, perché ormai la tecnica, anziché invocare, sostituisce la politica. Quale novello Hermes può annunciare la priorità e universalità della politica? E ancora: di fronte allo strapotere anonimo e gelido dell’Intelligenza Artificiale ci sarà ancora bisogno di noi? Prometeo avrà bisogno di Socrate? Per dirla con Ippocrate, là dove c’è “cura della tecnica” ( philotechnía), ci sarà cura dell’uomo ( philanthropía)?
Il
punto non è se programmeremo creature più potenti e più intelligenti di noi. La
questione sembra piuttosto ruotare attorno a questo interrogativo: che ne sarà
del rispetto e della giustizia, doni divini e capisaldi, secondo Platone,
«degli ordinamenti civili e di tutti quei legami che
creano fratellanza»? Ecco la crepa, il varco, la novitas che
ci può soccorrere: la fratellanza. A questo proposito, un conforto ci viene
dalla stessa classicità, dove la parola “fratello” ( frater latino, phrater greco)
rimanda non a una definizione di ordine genetico e a una dimensione verticale
centrata sul sangue – che, a cominciare da Caino e Abele e da Romolo e Remo,
non ha dato grande prova di sé –, ma a una definizione di ordine giuridico e a
una dimensione orizzontale centrata sulla relazione: frater (e phrater) nell’antichità
era un membro della “fratrìa”, la confraternita, la comunità allargata. Per
questo le lingue classiche si sono dovute inventare altre parole per indicare
il fratello consanguineo: il latino supplisce con germanus, il
greco con adelphós.
Ancor
più decisiva la novità cristiana. Infatti, la nozione genetica di fratellanza,
acutamente sentita nell’Antico Testamento, si perde nel Nuovo: «Ecco mia madre
ed ecco i miei fratelli. Chiunque faccia la volontà del Padre mio che è nei
cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Matteo 12, 49). Teologia della
fratellanza: l’esatto contrario della teologia della prosperità propagandata
Oltreoceano.
Infine,
la Fraternité che ha accompagnato e completato la LIberté e
l’Egalité della Rivoluzione francese. La fratellanza: valore sul quale,
convergono e si incrociano saggezza classica, novità cristiana, ragione
illuministica. Essere fratelli: più forte che essere consanguinei, più
impegnativo che essere cittadini, più nobile che essere uomini. Questa la via
che rende possibile la difficile e fragile bellezza di convivere nella città.
Questa, forse, l’unica consapevolezza che potrebbe farci deporre le armi.
Immagine: Dibattito all’areopago di Atene in un’incisione ottocentesca
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