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sabato 26 settembre 2026

DESIDERIO O DOVERE ?

 


'Dai desideri


 infiniti


al sogno


 dell’Infinito'

 


 L’antica saggezza cinese ci indica dove può condurre il turbine del desiderio quando non ne comprendiamo la dimensione spirituale. 

-di G. Borlomini

Non sciupiamo noi stessi in un folle turbinio, cercando di afferrare la vuota lode di un’ora, facendo piani per ottenere qualche residuo di reputazione che ci sopravviva. Ci muoviamo attraverso il mondo in uno stretto fosso, preoccupati delle piccole cose che vediamo e udiamo; rimuginiamo i nostri pregiudizi, passando a lato delle gioie della vita senza neppure accorgerci che ci è sfuggito qualcosa. Neppure per un momento gustiamo il vino forte della libertà, siamo imprigionati tanto realmente come se fossimo gettati nel fondo di un fosso carichi di catene (Yang-Chu). 

I miti greci dipingono con grande efficacia lo stato di perenne agitazione dell’animo umano, che si affanna per inseguire beni irrisori, condannandosi a una perpetua fatica e insoddisfazione. Ricordiamo i tre miti più rappresentativi di questa condizione: Sisifo, il più scaltro dei mortali, che avendo tradito i segreti degli dei è condannato a spingere fin sulla cima di un monte un sasso che ogni volta rotola in basso, cosicché ripete eternamente la stessa fatica; Issione, per essere stato sacrilego, è legato a una ruota infuocata che gira incessantemente, e poiché aveva gustato il cibo degli dei che rende immortali, la sua condanna è senza fine; ed infine Tantalo, che inganna e tradisce gli dei, dei quali era il favorito, ed è condannato a stare immerso fino al mento nell’acqua senza poterla mai bere, perché appena china la testa l’acqua si abbassa, e appena si protende per afferrare i frutti che pendono da un ramo e cibarsene, il ramo si allontana. 

 I filosofi greci ravvisavano in questi tre miti una metafora del desiderio non controllato e del suo meccanismo perverso. Come già affermava Lao Tzu: «Non c’è peggiore calamità che l’aumento smodato dei desideri». Che poi è il meccanismo alla base della terribile schiavitù del consumismo. L’essere umano che contrasta l’aspirazione divina che porta in sé e cerca soddisfazione solo nei desideri materiali, si condanna a una fatica improba e perenne, senza mai trovare appagamento. 

 

Il desiderio incontrollato diventa fonte di incessante inquietudine che impedisce di vivere appieno, oscura la coscienza, distorce la visione del mondo, toglie pace e libertà interiori. La sapienza indiana ha un termine preciso per descrivere questo stato: Avidya, la Non-conoscenza, l’ignoranza, la cecità spirituale che ci fa credere eterno quello che eterno non è, puro quello che è impuro, bene quello che invece ci fa male. È la grave ignoranza per cui ci illudiamo che i nostri averi, le nostre conquiste, siano il nostro bene, e ci procuriamo così le più gravi delusioni. 

 

Abbiamo desideri infiniti, e invece di farci sospingere da essi verso l’Infinito ci facciamo travolgere da infiniti prodotti! Il fenomeno del desiderio nella logica consumista si configura con chiarezza come un fenomeno profondamente spirituale e non materialistico. Il sociologo Bauman lo intuisce quando scrive: «Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose solo in un senso secondario e derivato». La molla fondamentale di questo processo è proprio il desiderio infinito, che può essere la molla della liberazione, inducendo a cercare altrove la soluzione dei propri bisogni infiniti, oppure trasformarsi nella peggiore delle schiavitù. Aveva ragione Pasolini a dichiarare che il consumismo ha rubato le anime perché si tratta a tutti gli effetti di un fenomeno religioso. 

 

Il desiderio infinito che abita il cuore di ogni essere, se non trova qualcosa degno di saziarlo si trasforma in forza disordinata o peggio ancora distruttiva. 

Dice bene Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, che ogni manifestazione della civiltà contemporanea in realtà nasconde un aspetto del sacro, della ricerca iniziatica, del desiderio di trascendenza, ma lo esprime in forma degradata e camuffata. 

Proprio per questo non si deve reprimere il desiderio, ma indirizzarlo verso qualcosa di veramente degno di una spinta così potente; una spinta che quando viene a mancare ci fa sprofondare nel torpore. 

Mi inquieta tanto la gioventù quando è priva di desiderio, annebbiata davanti al proprio smartphone. Per fortuna non mancano mai giovani desiderosi di rompere qualsiasi barriera, di avventurarsi in spazi nuovi, di esagerare per il solo gusto di andare oltre qualsiasi limite. Come diceva Gianvittorio Cappelletto, mio maestro e padre di vita spirituale: i giovani hanno dei sogni, cullano delle aspirazioni che sanno di incredibile, in quanto si convincono a sottoporsi a sforzi diuturni per cercare dei risultati a cui non si potrà mai arrivare, in una vita che ha i giorni contati. Una grande voglia di amare e di essere amati li sospinge, attraverso infinite delusioni, ad ancorare il proprio cuore a qualcosa di stabile e di infinito. Hanno tutti una grande sete di infinito. 

Tanti sognano di potersi collegare con fontane inesauribili. 

 

Questo sarebbe lo slancio migliore per chi desidera crescere all’Infinito. Per molti invece la trappola consumista ha fornito surrogati ai desideri infiniti, all’insaziabilità che spinge molti esseri umani alla ricerca di qualcosa che li soddisfi. Non sono pochi i giovani però che spinti da questo ardore sono caduti nelle reti della droga, dell’alcool o di giochi trasgressivi in cui sprecare stupidamente la vita. Una soluzione potrebbe essere quella di insegnare loro a trovare una risposta adeguata ai bisogni infiniti, all’insaziabilità che esprimono. Solo l’Infinito può saziare desideri infinti. Una seria esperienza di meditazione e di vita spirituale potrebbe essere una risposta, poiché sono vie che sorgono per far superare i limiti umani, predispongono all’abbraccio con l’Infinito, fanno penetrare nella vita infinita. 

Il desiderio è una forza divina dentro di noi, è ciò che - letteralmente - ci spinge verso le stelle. Proprio per questo è fondamentale che la forza del desiderio sia indirizzata verso ciò per cui è stata destinata: a volgerci, cioè, nella direzione del Cielo. Purtroppo, un abbaglio frequente è scambiare le stalle…per le stelle. 

Ma così come essere spinti da desideri incontentabili può condurre alla rovina, può anche essere la via di salvezza. Perché gli incontentabili che cercano appagamento nel poco cadono nell’oblio, drogati dall’infinito succedersi di prodotti, se invece restano degli ‘incontentabili’ irriducibili prima o poi scopriranno l’inganno e passeranno dai prodotti infiniti all’Infinito stesso, che sazia lasciandoti sempre il desiderio. È un paradosso. È l’estasi!

www.avvenire.it

 

mercoledì 29 aprile 2026

MOMO

 


Da A a B


L’imminente compleanno mi obbliga a dialogare con il tempo, che io, tempo fatto carne, credo di poter dominare contando i giri della Terra attorno al Sole. A che scopo? Solo per sapere quanto sono vicino all’aspettativa media di vita, che per gli uomini italiani si attesta sugli 82? Non ho il controllo del tempo, e sapere il numero di volte in cui la Terra ha girato attorno al Sole mi serve solo a misurare gli anni di vita, non la vita negli anni. Quella come si misura? Mi torna in mente un libro letto da bambino: Momo di Michael Ende.

-di Alessandro D'Avenia

Momo è una bambina che non sa quanti anni ha, e se le chiedono l’età risponde che lei c’è sempre stata. Grazie a questa sua libertà dal tempo misurato e da far rendere, ha un’eccezionale capacità di ascoltare, perché ha «tutto il tempo» e lascia «tempo al tempo», e così diventa la soluzione dei problemi di chi le si rivolge: «Vai da Momo che ti passa!», dicono di lei. Per questo i Signori Grigi, agenti della Banca del Tempo, la vogliono eliminare, perché ostacola il loro progetto di convincere la gente a «risparmiare» il tempo per poterlo riavere un giorno, con gli interessi. Un’immagine in cui nel 1973 lo scrittore tedesco celava l’ossessione consumistica del controllo del tempo, alla base dell’ansia e della mancanza di gioia. Espressioni come «in tempo zero», «in tempo reale» tradiscono il nostro aver sostituito il tempo con la velocità, il destino con la carriera, la gioia con l’ansia. Dove trovare Momo?

Una volta un maestro chiese a un bambino la strada migliore tra due punti, e mentre un adulto avrebbe tracciato la linea retta che da A va a B, quel bambino ne disegnò una lunghissima e tortuosa. Il maestro stupito gli chiese come mai un percorso così lungo, il bambino rispose: «Perché tu mi hai chiesto la strada migliore, non la più veloce. E la strada migliore è quella che permette di vedere più cose». Allora dovremmo cercare di sostituire la domanda «che cosa mi aspetto io dalla vita?», che provoca la sua accelerazione, con «che cosa si aspetta la vita da me?», che provoca un dialogo: passare dal controllo del tempo all’amore del tempo.

Ma come faccio a scoprire che cosa si aspetta la vita da me, in questo istante? Non risparmiare, non ottimizzare, non accelerare. Stare: «Nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda. Se ne rendevano conto i bambini, invece, perché nessuno aveva più tempo per loro. Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano» (M. Ende, Momo).

Qualche giorno fa mia moglie mi ha fatto leggere un articolo che stava scrivendo: «L’arte dell’abbastanza è quindi un invito a saper vedere quello che già c’è. Eppure, nella nostra vita, la distanza tra desiderio e realtà tende a riaprirsi continuamente… tendiamo a volere sempre di più, immaginando che il passo successivo ci renderà finalmente completi». «Abbastanza» non è «accontentarsi» ma «essere contenti» (cioè contenuti): impegnare l’energia inesauribile del desiderio (l’unico infinito presente nell’uomo è il suo desiderare) non in standard da raggiungere, tipico della visione funzionale, quantificata, lineare del tempo (diploma, laurea, lavoro, soldi, felicità…) ma nel processo di scoperta di sé e del mondo (quanto sono «contenuto» e quindi contento nel presente?).

Non si raggiunge l’infinito accatastando cose finite, ma rendendo infinito qualcosa di finito: cioè amando. L’arte dell’abbastanza cerca pienezza nell’istante, anche perché lo considera l’ultimo, fa i conti con il limite. Se la felicità è invece sempre qualcosa da raggiungere, perché così dice il mondo, allora cominciamo a voler controllare il tempo, ad accelerarlo per arrivare prima possibile a un traguardo, salvo scoprire che poi ce n’è un altro, e un altro…

Questo porta a scambiare la velocità con l’intensità, ma l’intensità dipende dalla densità di vita, dal senso che ha: se ascolto un brano musicale che amo a doppia velocità per poterlo sentire due volte sto solo rovinando la gioia di quel brano, che vuole il suo tempo, la sua verità. Lottare per raggiungere e superare l’aspettativa di vita è troppo poco, perché il fine della vita umana non è la conservazione, ma la pienezza.

Per questo ho sempre amato l’arte dell’abbastanza proposta da Cristo quando parlava del trovare il regno dei cieli, cioè della felicità: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora», star svegli per ricevere quello che la vita ha da darci adesso. L’arte dell’abbastanza non «accelera l’attimo» perché quello vero deve ancora arrivare, ma «sta nell’attimo» perché contiene già tutto: applica l’energia del desiderio non per «il distante», che non c’è, ma per «l’istante», che è pieno. Sostare. So stare? Questo non vuol dire rinunciare agli obiettivi, tutt’altro: significa godersi ogni passo del processo verso un obiettivo come se già fosse raggiunto, come il bambino che da A va a B, in cui A e B sono solo i due limiti di un infinito. Per questo Cristo aggiunge: «Tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute e voi le otterrete» (Mc 11,24). La preghiera non serve a ottenere, ma ad aprire gli occhi: ottiene chi sa che ha già ricevuto! E allora vivere è prestare attenzione, e in fondo una buona cultura non è altro che educazione all’attenzione, quell’attenzione che infatti oggi viene catturata ed esaurita dai maghi della distrazione di massa. Se le presto attenzione la vita mi darà proprio ciò di cui ho bisogno.

Faccio degli esempi ordinari per rendere il percorso da A a B appassionante.

1) Un colloquio scolastico. Chiedo ai genitori di venire, se possibile entrambi, nel bar della scuola, per bere un buon caffè e prenderci il tempo che ci serve. Solo così un colloquio diventa «abbastanza»: crea un legame, fa accadere il tempo nella carne e diventa attenzione condivisa, che è la vera soluzione agli eventuali problemi del figlio, perché quell’attenzione darà occhi per vedere che cosa fare.

2) Una lezione in classe. Se lo standard è il programma, vige l’ansia, se invece si cerca la bellezza, come nel caso del brano musicale da ascoltare al tempo giusto, allora sostiamo tutto il tempo che serve, come per esempio sull’Odissea, che leggiamo per intero lungo tutto l’anno. L’arte dell’abbastanza non è accontentarsi, ma essere contenuti, purché si sia disposti ad andare con pazienza e calma, non a correre verso un pezzo di carta.

3) Comprare qualcosa. Se c’è mia moglie tutto cambia, non prendo la prima cosa che capita, perché qualcuno mi dice «ti dona». Non si va a far shopping, ma a volersi bene. Dare tempo al tempo permette di sostituire l’ansia con l’attenzione.

La vita in fondo mi chiede, istante per istante, di gioire, purché io la metta in condizione di darmi ciò di cui ho bisogno. E quando mi sembra che manchi qualcosa non devo accelerare ma ascoltare, prestare attenzione, star sveglio, come lo scrittore C.S. Lewis suggeriva a un lettore adolescente, che gli chiedeva la via della felicità: «Continua a svolgere tutti i tuoi doveri. E, in tutti i modi leciti, continua a gioire di tutto ciò di cui si può gioire: i tuoi amici, la tua musica, i tuoi libri. Ricorda che ci è stato detto di “rallegrarci”. A volte, quando ti chiedi cosa Dio voglia che tu faccia, Lui vuole davvero donarti qualcosa» (lettera a Keith Manship, 13 settembre 1962).

Ma per riceverla bisogna allenare l’organo del tempo, che è il cuore, come dice Momo: «Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto».

Corriere della Sera - Alzoglioccchiversoilcielo

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mercoledì 10 gennaio 2024

EDUCARE LO SGUARDO


 Cosa vuol dire che «il cuore è fatto per l’infinito» quando le nostre attese si trasformano spesso in delusioni? In verità, c’è sempre una gratuità nascosta che rivela Dio e il senso della vita.

-        - di Cristina Uguccioni

Vivere con speranza e scoprire la speciale densità della realtà: è l’invito che, in questa conversazione, formula padre Mauro Giuseppe Lepori. Ticinese, è abate generale dell’Ordine Cistercense e vicepresidente dell’Unione dei Superiori Generali.

Abate Lepori, con quali occhi guardare l’anno appena cominciato?

«Occorre guardarlo con speranza. Certo, il mondo è ferito da violenze efferate e indubbiamente molte aspettative personali e collettive sono andate deluse. Ma le aspettative spesso vengono deluse perché attendono sempre qualcosa basandosi su realtà non ancora presenti: le aspettative, in fondo, non sono che sogni. Invece la speranza cristiana è un’attesa fondata su realtà che sono già presenti e che gli occhi della fede possono scorgere: Dio c’è, si è fatto uomo, ci crea e ci ama di amore eterno, è Padre, il Suo grembo è il nostro destino. Spesso, fissandoci sulle aspettative, finiamo per non vedere i segni di speranza che ci circondano. Guardando con attenzione possiamo scoprire che sempre, anche in situazioni tragiche, ci sono fatti e persone che danno consistenza alla speranza, che fanno vivere il momento presente con speranza ossia attendendo una pienezza che ci è già data e alla quale dobbiamo soltanto permettere di manifestarsi e compiersi nella nostra vita e nel mondo».

Esiste una dimensione poetica della vita? E quali tratti possiede?

«Sì, esiste. La definirei come quello sguardo, quel sentimento (a volte inconscio o difficile da esprimere) che intuisce nella realtà la bellezza profonda di qualcosa di immensamente più grande. È la sensibilità per la bellezza sentita come un bene che ci supera e che allo stesso tempo ci appartiene perché ci è già dato. La dimensione poetica non è un sentimento romantico che sogna ciò che è assente. È una dimensione del cuore, che è fatto per l’infinito e riesce a scorgere che la realtà è segno dell’infinito. A me affascina sempre scoprire come può essere bello un qualsiasi dettaglio della realtà: se si osserva con attenzione, si scopre che nelle situazioni più diverse è sempre possibile cogliere una bellezza, un’armonia, una originalità. E poi c’è la bellezza delle persone: a volte, quando cammino in mezzo alla folla, sto attento ai volti pensando che dietro a ognuno di essi c’è una storia, una vita con i suoi drammi, le sue gioie, i suoi incanti, c’è una unicità stupefacente, un mistero. La realtà ha una densità che il cuore intuisce».

È una densità che ha senso.

«Sì. C’è una domanda che tutti gli esseri umani si pongono: che senso ha la vita? Il senso è definito dall’origine e dal fine, come il fiume dalla sorgente e dal mare. Una cosa è pensare – non senza disperazione (riconosciuta o inconsapevole) – di venire dal nulla e finire nel nulla, altra cosa è scoprire che il senso c’è perché tutto (noi stessi, gli altri, il mondo) è stato creato per amore da Dio e tornerà nel Suo grembo. Gesù è venuto proprio a rivelarci questo. Tale senso può essere colto anche nei frammenti della vita, degli accadimenti, dei rapporti. Essere coscienti che una persona è stata creata per amore da Dio e a Lui è destinata influisce sul rapporto che avremo con lei: non potremo ridurla a come appare, ai suoi difetti, ai suoi errori, e staremo attenti a non strumentalizzarla. Ogni persona è un tempio sacro».

Come si educa a scoprire la dimensione poetica della vita?

«Ogni essere umano possiede per natura questa dimensione. I bambini si stupiscono di fronte alla bellezza, alla densità delle cose e delle persone. Poi, crescendo, il loro sguardo perde questa capacità di lasciarsi incantare. È questa, in fondo, la traccia in noi del peccato originale: Adamo ed Eva avevano con il Signore un rapporto limpido e grato per tutto, poi si sono concentrati su un solo frutto, su una sola cosa che ha spento il loro stupore di fronte a tutto il resto. E così tutto è diventato negativo e faticoso. Il peccato originale rovina la dimensione poetica del cuore dell’uomo, ma non la estirpa. Per farla emergere bisogna educare al silenzio: è necessario imparare a fermarsi per permettere alla realtà di rivelarci che è fatta per l’infinito. Purtroppo, viviamo in società dominate dal rumore: suoni, immagini, informazioni, stimoli emotivi non ci danno tregua. In questo caos diventa difficile ascoltare ciò che abita nella profondità del cuore umano e della storia, la quale non è costituita solo da un susseguirsi di lotte per il potere e per il denaro, ma da una umanità che viene da Dio e va a Dio».

La gratuità appartiene a questa dimensione poetica.

«Sì: questa dimensione è infatti la percezione della gratuità dell’essere. Ed è questo che va scoperto per vivere umanamente e anche per godere della vita: il consumare non appaga veramente perché, consumando, si resta subito delusi dal finire del godimento. Invece, la contemplazione delle cose e delle persone nella loro dimensione di gratuità e di dono assicura una pienezza del cuore che non finisce perché sempre rimanda a Colui che ce le dona. Gesù viveva così. Era capace di godere anche delle più piccole cose – gli uccellini, i gigli nei campi, i due spiccioli offerti al tempio da una povera vedova – perché in esse vedeva un segno, un riflesso dell’amore del Padre. È questa la grande dimensione poetica che Gesù è venuto a rivelarci: c’è un Padre che ci crea per amore e che per amore ci dona cose buone, tutte segno dell’amore di Lui. Fra me e la mia stessa vita c’è Qualcuno che me la dona: diventare consapevoli di ciò significa diventare consapevoli della bontà intrinseca della vita e del fatto che nulla, neppure la morte, potrà togliermela, poiché essa ha in Dio la sua origine e il suo destino».

Può proseguire la riflessione sullo sguardo di Gesù?

Penso a come Gesù guardava le persone: non le riduceva ai loro peccati o alla loro vita disordinata. Guardava ogni persona come un dono ricevuto dal Padre, un dono da accogliere e da riconsegnare al Padre. Ogni persona per Lui era un mistero che lo riempiva di gratitudine e di stupore: lo stupore eterno fra il Padre e il Figlio che, nello Spirito, mettono al mondo creature che sono altro da sé. Gesù diceva: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29): la mitezza e l’umiltà sono il modo divino, e quindi veramente umano, di accogliere le persone e la realtà nella loro dimensione di dono. Purtroppo, oggi molti giovani pensano di valere poco o fanno dipendere il loro valore dal consenso ottenuto sui social. Hanno disperatamente bisogno di essere raggiunti da uno sguardo così, da uno sguardo che li riconosce come un dono prezioso, che vede in loro la dignità assoluta di essere voluti e amati per sempre da Dio. Raggiunti da questo sguardo che li rende consapevoli del loro autentico valore, potranno poi, a loro volta, guardare gli altri allo stesso modo, con delicatezza e rispetto. La fraternità si edifica scoprendosi figli amati da Dio».

Cath.ch

 

giovedì 8 ottobre 2020

LA VITA MINUSCOLA

 Quale sapienza spirituale possiedono coloro che non si lasciano semplicemente divorare dalle priorità delle cose importanti che sembrano pretendere con forza crescente la nostra attenzione - una sorta di rullo compressore che non fa che prolungare il grigiume - e riservano invece un tempo, ogni giorno, per celebrare le cose piccole della vita: la prima luce del mattino, il passaggio non indifferente di un sorriso, il sapore recondito dell’acqua e del pane, la bellezza anche visuale di una parola, quel trottolìo ingenuo di giostra che talora è quello della pioggia, il disegno tattile di un silenzio che riverbera nel pomeriggio, un gesto gentile, il ricordo di qualcuno che ci ha illuminato e di cui ci rimane la luce, lo spazio gratuito di una preghiera… Chi vive così non patisce l’aridità e l’aggressività che paiono essere gli inevitabili motori di ricerca del nostro presente, e sostiene gli altri nella difficile, paziente e appassionante arte di vivere.

Che lo Spirito ci renda sensibili alla vita quotidiana, minuscola, e ci faccia udire, nei segni più fievoli, nei nostri passi più brevi, nelle occupazioni di sola routine, il pulsare dell’infinito di Dio.

                                                                                                       Tolentino Mendonça

 www.avvenire.it

 

 

venerdì 29 marzo 2019

SEMPRE CARO MI FU QUEST'ERMO COLLE .......

 CONCORSO NAZIONALE
“Il mio Infinito”
Promosso in occasione del bicentenario della composizione
“L’Infinito” di Giacomo Leopardi
Premessa
 Nel 2019 ricorre il bicentenario della stesura de L’Infinito, la poesia simbolo di Giacomo Leopardi. Composta a Recanati nel 1819 dal poeta appena ventunenne, a due secoli dalla sua composizione, resta una delle metriche più attuali della letteratura italiana, che descrive in maniera vivida e potente la condizione umana, sospesa tra emozione e senso di inadeguatezza dinnanzi alla vastità dell’universo.
Oggi è una delle opere italiane più amate e studiate al mondo e, forse, anche una delle più vicine alla sensibilità delle giovani generazioni, grazie ad una energia senza tempo e alla forza delle sue immagini, lanciate verso spazi celesti, lo sterminato pulviscolo di astri e mondi in esso presenti, capaci di trasmettere una commovente sensazione di annichilimento e stupore.
Dunque, quella dei duecento anni de “L’Infinito” è una ricorrenza importante non soltanto per il valore letterario dei suoi versi immortali, ma soprattutto perché ci proietta in una dimensione straordinariamente “umana”, filosofica, che trasmette il rispetto per i limiti dell’essere umano e che rappresenta ancora tra i giovani studenti un punto di riferimento e una fonte di ispirazione unica per la loro crescita formativa.
Per celebrare questo tesoro della cultura italiana facendo comprendere alla comunità studentesca l’importanza delle tematiche contenute nei versi de “L’Infinito”, si ritiene opportuno avviare, in collaborazione con Casa Leopardi, il Concorso nazionale “Il mio Infinito”.

Art. 1  Finalità
 La finalità del concorso è di stimolare la riflessione critica, la creatività e l’espressività dei giovani studenti, attraverso un percorso nel quale saranno impegnati a cimentarsi con la “propria” visione di Infinito.
I contemporanei linguaggi multimediali e dell’illustrazione saranno gli strumenti creativi utilizzati dai partecipanti per condividere il racconto delle proprie suggestioni, delle proprie ispirazioni e della propria crescita formativa, ispirate dai versi del poeta di Recanati.
  
Art. 2  Destinatari
 Possono partecipare al Concorso tutti gli Istituti scolastici Primari e Secondari di I e II grado, statali e paritari, con studenti e/o studentesse in forma individuale o in gruppo, coordinati da un docente tutor.

Art. 3 -  Tipologia degli elaborati
 Gli studenti potranno partecipare producendo una delle seguenti tipologie di elaborato:
-        Video: elaborazione di un video della lunghezza massima di 2 minuti in formato .mp4;
-        Fotografia: elaborazione di una gallery composta da un numero minimo di tre fotografie fino a un numero massimo di dieci fotografie in formato .jpg o .jpeg;
-        Illustrazione: elaborato composto da una o più immagini in formato .jpg o .jpeg, strutturabile anche a fumetto.
-        Brano Musicale inedito di massimo 2 minuti.
-        Opera Artistica: elaborato composto da una o più immagini in formato .jpg di una scultura, dipinto o altra opera artistica.


Art.4 - Requisiti di ammissione
Saranno presi in esame e ammessi alla selezione gli elaborati che risulteranno idonei ai seguenti requisiti:
-        elaborati che non si avvalgono dell’utilizzo di immagini coperte da copyright altrui;
-        elaborati che non si avvalgono dell’utilizzo di immagini offensive, volgari, discriminatorie, che incitino o esaltino la violenza o qualsiasi altra immagine giudicata lesiva del comune sentimento della morale e del buon costume;
-        elaborati che non violino i diritti di proprietà intellettuale di terzi;
-        elaborati inviati entro il termine ultimo;
-        elaborati conformi al presente Regolamento in ogni sua parte.


Art. 5 - Iscrizione e termine di presentazione degli elaborati
 Gli Istituti scolastici che intendano partecipare potranno inoltrare la loro candidatura all’Ufficio Scolastico Regionale di appartenenza entro e non oltre il 25 marzo 2019, inviando la scheda tecnica allegata alla presente con la descrizione delle progettualità, accompagnata da video, foto o documenti su supporto digitale.  Ciascun Ufficio Scolastico Regionale è invitato a selezionare 5 lavori realizzati dalle scuole ed inviarli entro e non oltre il 24 aprile 2019 a:
 Art. 6 - Commissione esaminatrice
 La commissione esaminatrice sarà composta da rappresentanti dei soggetti promotori del concorso e potrà avvalersi del contributo di esperti di comprovata qualificazione. La commissione provvederà alla valutazione dei lavori pervenuti e all’individuazione dei relativi vincitori. Il giudizio della commissione è insindacabile.


Art. 7  - Valutazione e premiazione
 Le proposte saranno valutate sulla base della loro rispondenza agli obiettivi specificati nel presente regolamento, in considerazione delle seguenti caratteristiche:

  • coerenza con le finalità dell'iniziativa di cui all'art.1;
  • realizzazione tecnica degli elaborati;
  • capacità di trasmettere con originalità la propria visione della tematica del concorso;
  • creatività e forza espressiva dei contenuti del materiale presentato.

Per ogni grado di scuola – primaria e secondaria di I e II grado - sarà selezionato l’elaborato vincitore.
Una delegazione dei vincitori sarà invitata a partecipare alla cerimonia celebrativa, che si terrà il giorno 28 maggio (il numero “8” rappresenta il simbolo matematica dell’infinito in posizione rovesciata, mentre il numero “2” sta a significare la ricorrenza del bicentenario) a Recanati, presso Casa Leopardi, nel corso della giornata si svolgerà la lettura collettiva dei versi dell’Infinito, e si assisterà al maggior numero di persone intente contemporaneamente a recitare ad alta voce una poesia.
  
Art. 8 - Accettazione del regolamento
Il materiale in concorso non verrà restituito. Tutte le opere inviate resteranno a disposizione dei promotori dell’iniziativa. Il Ministero dell’Istruzione, previa comunicazione alle parti, si riserva la possibilità di un loro utilizzo a fini espositivi e/o per l’ideazione di campagne di comunicazione istituzionale del Dicastero. La partecipazione al Concorso è considerata quale accettazione integrale del presente Regolamento.