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sabato 16 settembre 2023

TABLET E LETTURA

 La lezione svedese: 

via i tablet da scuola, 

si disimpara a leggere

L’utilizzo della penna invece della tastiera fino almeno ai 14 anni non solo è auspicabile ma rimane un criterio inderogabile per la qualità dei processi di crescita.

-         di Daniele Novara*

La goccia che ha portato a questa inversione di marcia arriva dallo studio internazionale PIRLS del 2021 che ha mostrato come la capacità di lettura degli studenti svedesi si fosse abbassata, in 5 anni, di 11 punti. E di come un fattore chiave di questo peggioramento fosse l’eccessivo utilizzo di dispositivi digitali. Questa decisione del Paese scandinavo getta un sasso nell’acqua stagnante legata alla convinzione che il miglioramento della scuola passi necessariamente dall’aumento della digitalizzazione. L’iniziativa svedese apre una possibilità di dibattito su una questione che equivocamente viene data per scontata, che più tecnologia significhi una scuola migliore.

Un equivoco che lascia sottintendere la possibilità della tecnologia di sopperire alle carenze professionali e pedagogiche degli insegnanti. Come affermano tutte le ricerche internazionali, la verità è che il fattore umano nella scuola resta l’elemento prevalente e non esiste un piano B che permetta di evitare una formazione continua, permanente e sistematica dei professionisti scolastici. Se guardiamo la situazione italiana, va ricordato che l’unica area scolastica che ha giovato di finanziamenti sostanziali negli ultimi dieci anni è proprio quella della digitalizzazione dimenticandosi quasi totalmente della necessità di formazione più strettamente pedagogica.

Mi permetto di fare un banale elenco di ciò che intendo: la gestione della classe come gruppo, la valutazione formativa, il lavoro di équipe fra docenti, la conoscenza delle fasi psico-evolutive e neuro-cognitive degli alunni età per età, la progettazione delle competenze socio-affettive, come quelle relative ai litigi e alla gestione del bullismo in un’ottica non giudiziaria. Negli ultimi anni invece la digitalizzazione ha goduto di un finanziamento di circa un miliardo di euro che, con l’ultima tranche del PNRR, potrebbe addirittura raddoppiare. Sono cifre enormi, specialmente a confronto di ciò che viene stanziato per i pochi progetti di formazione pedagogica e socio-relazionale rivolti ai docenti e agli alunni.

Utile infine sottolineare due punti. Prima di tutto, in ogni epoca la scuola ha avuto i suoi supporti tecnologici che si sono evoluti. Per esempio, io in prima elementare scrivevo con il pennino, strumento fortunatamente sostituito dalla penna. In ambito scolastico è normale avere tecnologie, il punto è farne buon uso. In secondo luogo, la tecnologia digitale, nel momento in cui diventa di carattere individuale, con tablet e account personali per ogni studente, sposta di molto il baricentro dell’apprendimento. La tecnologia in aula va gestita in maniera collettiva, una LIM per tutta la classe, un computer da utilizzare in gruppo. I dispositivi tecnologici non hanno un impatto sempre favorevole all’apprendimento.

 

Per questo motivo l’utilizzo della penna invece della tastiera fino almeno ai 14 anni non solo è auspicabile ma rimane un criterio inderogabile per la qualità dei processi di crescita. Il passaggio dal quaderno cartaceo a quello digitale è una scelta che oggi come oggi non può essere fatta con la naturalezza con cui a suo tempo si passò dal pennino alla penna a sfera perché la posta in gioco è ben più alta. La decisione della Svezia sollecita la scuola italiana a evitare di procedere nell’attuale direzione senza una necessaria e approfondita riflessione, specialmente alla luce di tutti i complessi dati scientifici.

*Pedagogista

www.avvenire.it

 

 

venerdì 3 gennaio 2020

IL TEMPO AL DISPLAY CAMBIA IL CERVELLO? PERICOLO PER I BAMBINI

Lo studio di un gruppo di ricercatori dell’ospedale pediatrico di Cincinnati ha dimostrato per la prima volta la correlazione tra l’uso degli schermi e il mancato potenziamento di certe aree del cervello, soprattutto quelle preposte alla comprensione e alla produzione del linguaggio 
Le raccomandazioni dell’Oms per i neonati

GIUSEPPE O. LONGO

Da qualche tempo si era intuito che l’uso dei dispositivi digitali dotati di schermo poteva avere effetti cospicui sul cervello, specie nel caso di bambini in età prescolare. Ora si ha un’autorevole conferma del fenomeno grazie allo studio condotto da un gruppo di ricercatori guidato dal dottor John S. Hutton, direttore del Reading and Literacy Discovery Center dell’Ospedale Pediatrico di Cincinnati, nell’Ohio. I risultati dello studio, pubblicati sul “Journal of theAmerican Medical Association” ( Jama) poco più di un mese fa, dimostrano che vi è una correlazione tra l’uso degli schermi e il mancato potenziamento di certe aree del cervello, specie quelle preposte alla comprensione e alla produzione del linguaggio, confermando la validità delle raccomandazioni tese a limitare il «tempo schermo», cioè il tempo passato davanti a uno schermo. Già nell’aprile di quest’anno l’Organizzazione mondiale della sanità aveva preso posizione rispetto al tempo schermo e aveva emanato un pacchetto di linee guida. Le linee guida sono molto minuziose, al limite della pedanteria, come dimostra questo esempio che interessa i bambini sotto l’anno di età: essi devono svolgere attività fisica più volte durante l’arco della giornata, in particolare giocando sul pavimento per almeno 30 minuti distribuiti in più intervalli temporali, e non devono restare più di un’ora di seguito confinati sul seggiolone o sul passeggino. L’Oms, inoltre, sconsiglia l’uso degli schermi per questa fascia d’età e raccomanda invece l’ascolto di storie lette da un adulto, in particolare da un genitore, pratica che rafforza il legame affettivo e amplia la comprensione e la padronanza del vocabolario. È impressionante il dato, fornito dall’Oms, che la scarsa attività fisica sia responsabile di oltre 5 milioni di morti l’anno ed è preoccupante che la sedentarietà sia più diffusa tra gli adolescenti (80%) che tra gli adulti (23%), segno che l’impigrimento tende a diffondersi tra i più giovani.
Gli umani sono creature della narrazione e ciascuno di noi dalla nascita alla morte non fa altro che narrare, narrarsi e farsi narrare delle storie, quindi è grandissima l’importanza dei racconti per la formazione identitaria dell’individuo, per la ricerca del senso del mondo e di noi nel mondo e per il rafforzamento del legame affettivo tra il bambino e il lettore di storie, che quasi sempre è un genitore.
Tornando alle raccomandazioni dell’Oms, fino ai primi 3 mesi i piccoli debbono dormire dalle 14 alle 17 ore (che miraggio per noi vecchi, tormentati dall’insonnia!) e dalle 12 alle 16 ore devono dormire i bambini tra i 4 e gli 11 mesi... E così via, in un susseguirsi di prescrizioni molto categoriche e rigide, la cui precisione è stata contestata dai molti che sostengono che al crescere dell’età dei soggetti la meticolosità dovrebbe essere sostituita da una sorta di «libertà vigilata» che aiuti genitori e bambini ad accrescere il senso di comunanza affettiva, senza privare i piccoli delle opportunità offerte dagli schermi dei videogiochi, della Tv, dei tablet e via elencando.
Negli Stati Uniti è stata fondata trent’anni fa la “Reach Out and Read”, un’organizzazione che si propone di incoraggiare la lettura ad alta voce dei genitori ai loro bambini, limitando il tempo schermo e facendo in modo che nelle abitazioni vi siano zone prive di schermi, in particolare la stanza da letto dei piccoli. Il cervello dei bimbi è condizionato dall’ambiente in cui crescono e dallo stile di vita che conducono, di cui sono in gran parte responsabili i genitori, tuttavia secondo Hutton non si devono demonizzare gli schermi né tanto meno colpevolizzare i genitori, ma si deve trasmettere loro questo messaggio: nei primi anni i genitori sono importantissimi, devono essere presenti, interagire coi bambini giocando, parlando, cantando, facendo domande e rispondendo e, soprattutto, leggendo ad alta voce. È convinzione ormai diffusa tra i pediatri che lo sviluppo ottimale del cervello infantile richieda una costante interazione con gli esseri umani, in particolare con i genitori.
È probabile che, sotto il profilo diacronico, il cervello si sia evoluto, cablato e sviluppato grazie a queste interazioni, quindi si deve fare in modo che i piccoli le possano esercitare, perché ogni volta che si compie un’azione, le connessioni neuronali corrispondenti ne sono rinforzate. Hutton sottolinea che lo studio condotto dal suo gruppo è il primo che documenti una correlazione tra il tempo schermo da una parte e le strutture cerebrali e le loro funzionalità dall’altra. Peraltro si deve sottolineare che correlazione non significa relazione di causaeffetto, che è un legame ben più forte, di carattere deterministico. Inoltre, se esiste una relazione di causa-effetto, può darsi che essa abbia a che fare non tanto con gli schermi quanto con ciò di cui il tempo schermo prende il posto nella vita dei bambini, ma questo resta un punto da approfondire.
Guidare un’automobile non è in sé una pratica nociva, ma farla guidare da un piccolo di quattro o cinque anni non è una buona idea. Così i tablet, in particolare, sono così attraenti ed esclusivi che non dovrebbero finire nelle mani dei bambini in età prescolare. Ciò, ribadisce Hutton, non comporta che gli schermi siano intrinsecamente deleteri, ma poiché un cervello in pieno sviluppo è strutturato dalle esperienze, è bene che i genitori scelgano le esperienze più utili e costruttive per i loro figli e per la loro vita futura. E qui si torna all’idea che la straordinaria plasticità del cervello infantile può essere sfruttata nel modo più vantaggioso sotto il profilo strutturale e funzionale se il bambino si esercita nella lettura, nell’ascolto e nell’invenzione di storie, nei giochi all’aperto, mentre se il tempo schermo prende il posto delle interazioni con gli altri esseri umani, in particolare con i genitori, è possibile che lo stupefacente potenziale di plasticità cerebrale tipico dell’età infantile non dia i frutti che potrebbe fornire.
In particolare, poiché una delle capacità più straordinarie degli umani è la padronanza del linguaggio parlato, è importante che le esperienze precoci rafforzino la aree cerebrali che presiedono a questa funzione: l’area di Wernicke, addetta alla comprensione del linguaggio, e l’area di Broca, addetta alla produzione del linguaggio. Queste due aree linguistiche sono collegate tra loro da un fascio di neuroni, il fascicolo arcuato, che garantisce uno scambio di messaggi tra Wernicke e Broca. È superfluo sottolineare l’importanza sociale e culturale del linguaggio. Senofonte attribuiva a Socrate queste parole: «Non hai mai pensato che tutte le cose che per legge abbiamo imparato essere ottime, e per le quali sappiamo vivere, tutte le abbiamo imparate per mezzo della favella?». Ecco che l’esercizio della narrazione attiva e passiva rafforza le aree del linguaggio e consente di sviluppare le interazioni sociali e il dialogo interno, attribuendo un senso al mondo e a noi nel mondo.
Chissà se la loro assidua attività di ricerca porterà prima o poi i neuroscienziati a scoprire qualche area cerebrale che si comporti nei confronti degli schermi come le aree di Wernicke e di Broca si comportano nei confronti del linguaggio parlato... Si aprirebbero orizzonti scientifici e filosofici di vastità inaudita.



domenica 29 settembre 2019

GIOVANI: DEPRESSIONE IN AGGUATO ! PERDITA DI SONNO E ABUSO TECNOLOGICO PROVOCANO GRAVI DANNI

Aumentati in 10 anni tra i giovani 
i disturbi mentali
 come ansia e depressione

Il loro cervello più vulnerabile alle nuove tecnologie e alla carenza di sonno

 In crescita tra i giovanissimi i disturbi mentali, come ansia e depressione.
 Lo rivela una ricerca pubblicata sul Journal of Abnormal Psychology secondo cui nelle altre classi di età nello stesso periodo non si è invece riscontrato un trend in crescita.
 Lo studio è stato condotto da Jean Twenge, autrice del libro "iGen" e docente di psicologia presso la San Diego State University; ha coinvolto oltre 200.000 adolescenti di 12-17 anni tra 2005 e 2017, e quasi 400.000 adulti di 18 anni o più per un periodo che va da 2008 a 2017.
 Il tasso di individui che hanno riferito sintomi depressivi è aumentato del 52% negli adolescenti tra 2005 e 2017 (passando dall'8,7% al 13,2% dei teenager) e del 63% tra i giovani adulti di 18-25 anni tra 2009 e 2017 (passando dall'8,1% al 13,2%). C'è stato anche un aumento del 71% dei giovani adulti che hanno lamentato forte stress (dal 7,7 al 13,1%) e del 43% del tasso di giovani che hanno dichiarato di pensare al suicidio (dal 7 al 10,3% dei giovani).
    "Lo studio - spiega all'ANSA Graziano Pinna, neuroscienziato della University of Illinois a Chicago - suggerisce che condizionamenti culturali (come l'abuso tecnologico e la carenza di sonno che ne deriva) possono avere effetti devastanti sul cervello in via di sviluppo dei teenager. I disturbi mentali possono sfociare proprio dall'incapacità del cervello di adattarsi alla velocità dei cambiamenti imposti dallo sviluppo tecnologico e dai nuovi trend culturali". 
"Il problema ha dimensioni pandemiche - afferma - e sarà necessario sviluppare interventi mirati e capire meglio come la comunicazione digitale favorisca i disturbi dell'umore o addirittura l'ideazione al suicidio".
 Bisogna reintrodurre i tradizionali canali di socializzazione faccia-faccia limitando l'uso degli smartphone, evitando che interferiscano con il sonno, preziosissimo per il cervello in sviluppo dei giovani (e non solo!), conclude Pinna. No quindi a telefoni o tablet in camera da letto durante la notte e spegnerli almeno un'ora prima di andare a letto".(ANSA)