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sabato 20 aprile 2024

SMARTPHONE AI BAMBINI? DEPRESSIONE IN ARRIVO

UNA GENERAZIONE ANSIOSA


- di Stefania Garassini 



Immaginate che un giorno qualcuno vi proponesse di lasciar partire vostro figlio di 10 anni per Marte, dove potrebbe essere tra i primi ad acclimatarsi alla vita sul pianeta, e quindi avere più possibilità di sopravvivere in caso di un trasferimento di tutta l’umanità sul pianeta rosso. Certo, non mancherebbero le incognite e i possibili effetti collaterali, anche gravi, delle diverse condizioni all’interno dell’atmosfera marziana, e inoltre non sarebbe garantita la possibilità di tornare sulla Terra. Eppure, tutti i suoi amici selezionati per la missione vogliono andare. Voi lo mandereste? Ovviamente no. La paradossale situazione, secondo lo psicologo Jonathan Haidt, autore del libro appena uscito negli Usa, The Anxious Generation (La generazione ansiosa) ricorda, per assurdo, quella di ogni genitore che si trova a consegnare uno smartphone collegato in rete al proprio figlio: un biglietto di sola andata per Marte.

In fondo anche nel caso dei social media si è trattato, una ventina d’anni fa, di un viaggio dalle molte incognite. Nessuno poteva dire con certezza quali sarebbero state le conseguenze di una precoce e intensa frequentazione del mondo digitale. E comunque tutti ci volevamo andare. Così, senza farci troppe domande, abbiamo lasciato che i nostri figli fossero coinvolti nel più gigantesco esperimento sociale della storia dell’umanità. Con risultati che oggi cominciamo a vedere. E non sono rassicuranti.

Nel suo libro Haidt, psicologo sociale, dimostra, dati alla mano, la responsabilità dei social media nell’aver causato quella che oggi è ormai considerata una vera e propria epidemia di disagio mentale tra gli adolescenti. La “generazione ansiosa” è la cosiddetta Gen Z, i nati dopo il 1995, che sono stati i primi a vivere gli anni della pubertà a stretto contatto con i social media, ovvero, nelle parole di Haidt, con “in tasca un portale che li richiamava di continuo in un universo alternativo” attraente e ipnotico, ma inadatto a bambini e adolescenti. Un’ansia che si combina a depressione nelle cifre contenute nel volume, che ci parlano di episodi di autolesionismo triplicati dal 2010 al 2020, nelle ragazzine statunitensi tra i 10 e i 14 anni e aumentati del 48% tra i ragazzi della stessa età. Quanto ai suicidi l’incremento è stato del 167%, tra le ragazze tra i 10 e i 14 anni del 91% tra i ragazzi della stessa età.

E qual è il cambiamento più rilevante avvenuto in questo lasso di tempo? Certamente il dilagare dell’uso dei social media, che nel 2010 era ancora piuttosto limitato, poi con l’acquisizione di Instagram da parte di Facebook nel 2012 e la diffusione sempre più capillare degli smartphone è diventato pervasivo, come confermano gli ultimi dati del Pew Research Center secondo cui il 46% dei teenagers è online quasi costantemente.

 L’analisi di Haidt si propone però di indagare le radici di questo fenomeno, che secondo l’autore sarebbero da ricercare in un cambiamento radicale nel modo di intendere l’infanzia, avvenuto all’incirca a partire dagli anni Ottanta. In quel periodo, per un insieme di ragioni, i genitori hanno iniziato ad avere sempre più paura del mondo esterno, riducendo gradatamente le attività consentite ai propri figli nel timore di possibili incidenti. Secondo Haidt questo ha comportato il passaggio da un’ “infanzia basata sul gioco” a un’infanzia (e adolescenza) “basata sul telefono” portando alla situazione attuale, in cui i bambini sono troppo protetti nel mondo reale e invece lasciati a loro stessi in quello digitale. Soltanto il gioco, e una moderata dose di rischio, aiutano il bambino a cogliere quali sono i propri limiti e ad acquisire consapevolezza di sé e fiducia nella sua capacità di agire nel mondo esterno. Tutto ciò è impossibile nel virtuale, dove non esistono limitazioni.

Il primo consiglio di Haidt per un necessario cambiamento di rotta è proprio quello di aumentare le situazioni di gioco libero, non strettamente supervisionato, e abituare i bambini fin dai primi anni di età a fare piccole commissioni, in modo da doversi orientare da soli nel mondo reale.

Il volume è prodigo di consigli, in risposta ai numerosi genitori che l’autore ha incontrato e di cui riporta le dichiarazioni, accomunate da una generale sensazione d’impotenza rispetto alla pervasione della tecnologia, come se non fosse possibile un modello alternativo.

Secondo Haidt invece è molto chiara la direzione da prendere per cambiare (in meglio) la situazione. Oltre all’importanza del gioco libero, gli altri tre consigli che ci dà sono relativi al recupero di una gradualità e moderazione nell’uso di questi strumenti: aspettare fino alla scuola superiore prima di avere uno smartphone di proprietà e fino ai sedici anni per accedere ai social media e non utilizzare lo smartphone in classe (nemmeno negli intervalli). Haidt invita poi a muoversi insieme, come comunità perché da soli è molto difficile applicare queste indicazioni.

The Anxious Generation ha già scatenato un acceso dibattito negli Stati Uniti, dove non manca chi accusa l’autore di sovrastimare i dati sulla diffusione del disagio tra i giovani e di accusare in modo troppo sbrigativo l’uso del digitale. Forse qualche cifra sarà da rivedere, e in parte magari il ruolo dei social andrà ridimensionato o relativizzato. Ma per il resto i consigli di Haidt paiono improntati a un sano buon senso, ormai perduto. Allora forse varrebbe la pena di seguirli. Insieme.

www.avvenire.it

 


mercoledì 9 agosto 2023

SUICIDIO GIOVANILE IN AUMENTO

Il professor Vicari: i genitori chiedano aiuto

È sempre più preoccupante il fenomeno dei ragazzi che decidono di togliersi la vita, una tragedia dai numeri in crescita e di cui ha anche parlato il Papa sul volo di rientro da Lisbona. 

Il responsabile di neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù: “I cambiamenti di abituali comportamenti devono essere un campanello d’allarme per i genitori”


-         -- di Eliana Astorri e Sofiya Ruda – Città del Vaticano

“Oggi il suicidio giovanile è importante, è importante il numero”. Questa sua preoccupazione Papa Francesco l'aveva espressa durante la consueta conferenza stampa sul volo di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù di Lisbona. Il numero dei giovani e giovanissimi che provano disagio e soffrono di malessere psicologico tanto da arrivare al suicidio è infatti in costante aumento. Ad allarmare sono anche i comportamenti suicidari ed episodi di autolesionismo. Francesco, sempre sul volo, aveva anche raccontato dei dialoghi avuti alla Gmg, indicando il dramma di "tanti giovani angosciati, depressi, ma non solo psicologicamente", giovani che o per non aver conseguito la laurea o per non aver trovato lavoro "si suicidano, perché sentono una vergogna molto grande”.

I fattori sono molteplici

Un compito andato male o situazioni di frustrazione non sono la causa ultima, spiega a Radio Vaticana – Vatican News Stefano Vicari, ordinario di neuropsichiatria infantile presso l’Università Cattolica Sacro Cuore e responsabile di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, "ma la goccia che fa traboccare il vaso di una situazione che probabilmente è già presente e che si trascina da tempo”. In questi casi si parla di veri e propri disturbi mentali, chiarisce il professore. “Almeno il 20% della popolazione generale soffre un disturbo mentale di ansia patologica o depressione. Ma spesso si ignora che queste percentuali sono molto simili tra gli adolescenti e in parte anche tra i bambini”. Si tratta di malattie complesse determinate da molteplici fattori. “La genetica gioca un ruolo molto importante, poi l’ambiente, il contesto e le esperienze di vita possono incidere fortemente sul rischio biologico”.

Il ruolo dei genitori

I genitori, che sono i primi educatori dei ragazzi, svolgono un ruolo fondamentale nel prevenire questo tipo di sofferenza mentale, spiega ancora Vicari: “Educare un bambino fin da subito a gestire le proprie frustrazioni, a riconoscere le proprie emozioni e a costruirsi un mondo di relazioni è particolarmente importante”. I genitori, inoltre, sono una figura principale nell'arginare il rischio delle dipendenze. “Una delle ragioni che spiega la crescita di casi di disturbi mentali sta proprio nell’aumento delle dipendenze, non solo da sostanze, ma anche da strumenti elettronici e da social network”. La cosa fondamentale, sottolinea l’esperto, è stare attenti a ogni piccolo cambiamento che nasce nel comportamento dei propri figli. Per esempio, ragazzi che praticavano sport e che smettono di farlo, oppure che andavano bene a scuola e improvvisamente cominciano ad avere un cattivo rendimento scolastico, ragazzi che tendono a chiudersi, che smettono di mangiare e che dormono male. “I cambiamenti di comportamenti ripetuti per settimane o per mesi devono essere un campanello d’allarme per i genitori e per gli insegnanti, cioè per tutto il mondo degli adulti che circonda i giovani”.

Un aiuto concreto

I genitori, spiega Vicari, non devono avere assolutamente paura di chiedere aiuto. “A volte la famiglia teme che rivolgersi a un neuropsichiatra infantile possa facilitare quello che noi chiamiamo lo stigma, cioè che i ragazzi vengano marchiati per tutta la vita come malati, ma non è così. Da questi disturbi si guarisce”. Per chiedere un aiuto concreto, esistono servizi di neuropsichiatria infantile sul territorio, ovvero le ASL. “Noi abbiamo anche un servizio telefonico dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù in cui a qualsiasi ora del giorno o della notte, sette giorni a settimana, c’è sempre qualcuno che risponde e che – conclude il professore – può accogliere la richiesta e programmare gli interventi necessari”.

 Vatican News





giovedì 30 giugno 2022

ANSIE E DEPRESSIONE . EMERGENZA GIOVANI

La principale figura di medicina pubblica ha parlato di una «devastante crisi di salute mentale tra gli adolescenti»

La pandemia ha fatto da detonatore, ma le cause del crescente malessere sono precedenti: pubertà precoce, eccessiva esposizione ai social, solitudine, poco sonno

Secondo l’agenzia federale Usa per la  prevenzione delle malattie, i suicidi di ragazzi tra i 10 e i 24 anni, rimasti stabili per decenni, sono aumentati del 60% fra il 2007 e il 2018 Il 40% degli under 24 dice di essere solo “molto spesso”  o “quasi sempre”. Per gli over 74, questa stessa percentuale scende al 27

 

-                   di  ELENA  MOLINARI

Elizabeth Allen rivive spesso quella serata. Era rientrata da una passeggiata e aveva trovato il marito steso sul divano, lo sguardo al soffitto. Aveva pensato a un malore della suocera, ma non aveva sentito alcuna urgenza nel tono con cui le aveva detto: «È successa una cosa terribile». La figlia di una loro carissima amica si era tolta la vita. La 14enne da un anno si era isolata, aveva perso interesse in tutto. La madre era preoccupata, ma la seguiva, le parlava, le stava vicino. Non era bastato. Elizabeth aveva subito visto negli occhi lucidi del marito che al dolore per l’amica – che non aveva che quell’unica bambina – si mescolava un terrore più personale. Anche la loro primogenita da mesi soffriva di depressione, alternata ad attacchi di panico che li avevano fatti accorrere due volte a scuola e una volta al pronto soccorso. La 17enne vedeva regolarmente una psicologa e questa aveva consigliato di parlare al loro medico di medicinali ansiolitici. Sono seguiti tre mesi che Elizabeth ricorda come un tunnel di brutte notizie: «Ho cominciato a fare più attenzione ai giovanissimi attorno a me, o forse il fatto di parlare più apertamente delle nostre difficoltà ha fatto venire a galla le esperienze altrui. E ho scoperto la portata della sofferenza che mi circonda ». In poco tempo la 50enne del Colorado ha contato una dozzina di adolescenti molto vicini alla sua famiglia che erano finiti all’ospedale – per qualche ora o qualche giorno –per crisi d’ansia o depressione, autolesionismo, tentato suicidio, psicosi, anoressia, tic improvvisi e violenti. L e visite al pronto soccorso e i ricoveri non avevano però risolto i problemi. In alcuni casi avevano costretto la famiglia a cercare risorse per affrontare l’emergenza. In altri, quando le risorse a disposizione sembravano esaurite, avevano messo di fronte i genitori a un’amara impotenza: i loro figli non stavano bene e non sapevano che cosa fare per aiutarli. Lo scorso dicembre, il “chirurgo generale” degli Stati Uniti, la principale figura di salute pubblica nel Paese, ha diffuso un rarissimo avviso al pubblico, dichiarando l’esistenza di una «devastante crisi di salute mentale tra gli adolescenti americani». Molti medici se l’aspettavano: la pandemia aveva tolto a milioni di ragazzini, per due anni – un’eternità per un giovanissimo – almeno uno, spesso tutti e tre i pilastri di uno sviluppo sano: esercizio fisico, dialogo quotidiano e in persona con i coetanei, sonno regolare e abbondante, quest’ultimo rimpiazzato da sessioni interminabili davanti agli schermi e dalla persistente, angosciante incertezza. 

Ma le proporzioni dell’emergenza e un’analisi più approfondita dei suoi contorni hanno portato a concludere che i lockdown hanno solo esacerbato una vulnerabilità latente da una decina d’anni. Già nel 2019, infatti, l’American Academy of Pediatrics osservava che «i disturbi della salute mentale hanno superato le condizioni fisiche » come i problemi più comuni che causano «menomazione e limitazione» tra gli adolescenti. 

E secondo l’agenzia federale Usa per la prevenzione delle malattie, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), i suicidi tra i 10 e i 24 anni, rimasti stabili per decenni, sono aumentati del 60% fra il 2007 e il 2018. «Negli ultimi vent’anni, i principali rischi per la salute che gli adolescenti statunitensi affrontano sono cambiati: il consumo di alcol, sigarette e droghe è diminuito mentre l’ansia, la depressione, il suicidio e l’autolesionismo sono aumentati vertiginosamente », spiega Severiano San Juan, pediatra del New Jersey dal 1999. Il medico, insieme ad alcuni colleghi, ha di recente fatto una ricerca nei suoi archivi e calcolato che fino a 15 anni fa al massimo il 2 per cento dei pazienti si rivolgeva a lui per problemi mentali. Ora lo fa la metà. 

Gli adolescenti lo sanno e lo dicono senza timidezza: la nostra generazione non è serena, non è spensierata, siamo più turbati di voi  adulti alla nostra età. Sanno di aver bisogno di aiuto e sanno quanto è difficile trovarne. Non ci sono servizi di salute mentale pubblici negli Stati Uniti. Andare dallo psicologo costa, molto. E anche i genitori abbastanza privilegiati da potersi permettere un ciclo di terapia devono aspettare in media due mesi per trovare un posto libero. Gli altri stringono forte i loro figli e sperano in bene. I centri di ricerca, intanto, si interrogano sulle cause, per poter invertire la spirale del dolore. Parlano della pandemia, naturalmente. E, ovviamente, delle reti sociali, anche se il loro ruolo non è del tutto chiaro. Si sa che espongono cervelli assetati di accettazione sociale a un diluvio senza precedenti di stimoli e di modelli di confronto, spesso privi di contesto e di elementi “reali” che rendano più facile interpretarli, catalogarli, disinnescarli. «Vediamo più cose di quante ne vedevate voi, e più complicate da elaborare, e sempre, senza sosta. Davanti a noi ci sono sempre immagini, parole, idee, giudizi, comportamenti da imitare o da respingere. A volte mi sembra di impazzire», dice Clara, 17 anni, di New York. Il 95% degli adolescenti Usa ha uno smartphone e la metà dice di essere online “costantemente”. 

J ulia Potter, direttore del Centro per la salute degli adolescenti del Boston Medical Center, punta il dito anche verso un’altra possibile causa, citata da molti studi: «La pubertà oggi inizia molto prima, in pochi decenni si è abbassata dai 16 ai 12 anni. La curiosità naturale dello sviluppo apre i ragazzi a una valanga di informazioni quando non hanno ancora la maturità per gestirle, perché la corteccia frontale si sviluppa tardi». Poi c’è il sonno. In generale, gli adolescenti oggi dormono meno. Sempre secondo i Cdc, solo un quarto degli studenti delle superiori dorme otto ore a notte, in calo rispetto al 31,1% del 2007 e al 35% del 1997. E infine la crescente solitudine. Qui è facile trovare il legame con i videogiochi e i social, che prendono il posto della compagnia al parco o della squadra di calcetto. Si parla spesso della solitudine degli anziani, un problema serio e reale. Negli Stati Uniti il 40 per cento degli under 24 dice di essere solo “molto spesso” o “quasi sempre”. Per gli over 74, la percentuale scende al 27. 

La generazione collegata a tutti gli angoli della Terra a tutte le ore del giorno e della notte è la più sola di sempre. Elizabeth non si era accorta che l’ansia di sua figlia faceva parte di un’emergenza nazionale. Scoprirlo prima ha acuito il suo senso di impotenza, quindi ha scatenato l’istinto a fare di tutto per alleggerire un po’ il fardello sulle spallucce dei suoi ragazzi. Ho cercato di riversarmi dentro mia figlia, di essere con lei in ogni istante, di portare il suo peso per lei. Poi ho capito che non posso e, in effetti, non devo. Allora ho fatto un passo indietro e cercato di ascoltare di più». È stata sua figlia a darle, se non una soluzione, una pista da seguire. «Un giorno, vedendomi angosciata, mi ha urlato, arrabbiata, che lei non è la sua ansia. Che soffre, ma che non posso vivere come se la malattia mentale avesse preso il suo posto. È la realtà con cui lei, e molti suoi coetanei, devono vivere, ma non li definisce. È la loro sfida. Ma non sono una generazione perduta».

 www.avvenire.it

 

 

mercoledì 13 novembre 2019

IL VOLONTARIATO FA BENE ALLA SALUTE E ALL'ANIMA

Fa bene al cuore, ma anche alla tua salute. 
È dimostrato che fare volontariato aumenti il benessere e allontani ansia e depressione. 

In Italia sono in pochi a farlo (solo il 7% secondo un sondaggio DOXA), ma nel mondo almeno una persona su 4 lo fa. 


I benefici del volontariato
Come evidenziato da un resoconto di una quarantina di ricerche pubblicato sulla rivista BMC Public Health, occuparsi degli altri o dedicarsi ad attività benefiche è un vero toccasana per la salute. Chi ha rivalutato i dati di 40 ricerche precedenti sull’argomento è stata la dottoressa Suzanne Richards dell’Università di Exeter in Inghilterra.
"Numerosi dati paiono deporre a favore di un effetto positivo del volontariato sulla salute, ma per lo più si tratta di evidenze narrative e nessuno aveva mai messo a confronto i dati degli studi sperimentali condotti sul tema – ha spiegato Suzanne Richards -. Noi abbiamo analizzato tutti assieme i risultati di ricerche sperimentali e di studi longitudinali di coorte, durati molto a lungo".
L’approfondita analisi ha messo in luce i vantaggi per la salute mentale che derivano dal fare volontariato: aumentato benessere, minor rischio di depressione, maggior soddisfazione per la propria vita.
Oltre una persona su 4 fa volontariato
Dovremmo quindi correre tutti a fare del volontariato. Secondo un recente sondaggio su scala mondiale condotto da DOXA, in collaborazione con Win, network internazionale di società di ricerca di mercato e di opinione pubblica, almeno una persona su 4 fa volontariato.
Per la precisione, di tutte le persone intervistate nel 2018, il 28,5% ha dedicato del tempo a un'organizzazione senza scopo di lucro. I Paesi con il più alto tasso di volontariato sono il Paraguay (57%) e la Cina (57%), mentre quelli con il tasso più basso sono la Corea del Sud (6%) e l’Italia (7%).
L'Italia ha uno dei tassi più bassi di persone che si dedicano al volontariato: solo il 7%.
Livelli molto elevati di volontariato sono registrati anche in Australia (46%), Sudafrica (44%), India (43%) e Stati Uniti (42%). Livelli bassi invece si registrano in Indonesia (10%), Giappone (14%) e Pakistan (16%).
"Il ruolo dei volontari è sempre più cruciale – ha dichiarato Vilma Scarpino, amministratore delegato di BVA Doxa e presidente di WIN -. È importante che i nostri media, i nostri governi e le nostre istituzioni continuino a premiare e a incoraggiare il volontariato. Oltre ad aiutare gli altri, il volontariato ha dimostrato di migliorare anche il benessere dei volontari stessi. È naturale che ognuno si senta appagato dopo avere aiutato qualcuno".



domenica 29 settembre 2019

GIOVANI: DEPRESSIONE IN AGGUATO ! PERDITA DI SONNO E ABUSO TECNOLOGICO PROVOCANO GRAVI DANNI

Aumentati in 10 anni tra i giovani 
i disturbi mentali
 come ansia e depressione

Il loro cervello più vulnerabile alle nuove tecnologie e alla carenza di sonno

 In crescita tra i giovanissimi i disturbi mentali, come ansia e depressione.
 Lo rivela una ricerca pubblicata sul Journal of Abnormal Psychology secondo cui nelle altre classi di età nello stesso periodo non si è invece riscontrato un trend in crescita.
 Lo studio è stato condotto da Jean Twenge, autrice del libro "iGen" e docente di psicologia presso la San Diego State University; ha coinvolto oltre 200.000 adolescenti di 12-17 anni tra 2005 e 2017, e quasi 400.000 adulti di 18 anni o più per un periodo che va da 2008 a 2017.
 Il tasso di individui che hanno riferito sintomi depressivi è aumentato del 52% negli adolescenti tra 2005 e 2017 (passando dall'8,7% al 13,2% dei teenager) e del 63% tra i giovani adulti di 18-25 anni tra 2009 e 2017 (passando dall'8,1% al 13,2%). C'è stato anche un aumento del 71% dei giovani adulti che hanno lamentato forte stress (dal 7,7 al 13,1%) e del 43% del tasso di giovani che hanno dichiarato di pensare al suicidio (dal 7 al 10,3% dei giovani).
    "Lo studio - spiega all'ANSA Graziano Pinna, neuroscienziato della University of Illinois a Chicago - suggerisce che condizionamenti culturali (come l'abuso tecnologico e la carenza di sonno che ne deriva) possono avere effetti devastanti sul cervello in via di sviluppo dei teenager. I disturbi mentali possono sfociare proprio dall'incapacità del cervello di adattarsi alla velocità dei cambiamenti imposti dallo sviluppo tecnologico e dai nuovi trend culturali". 
"Il problema ha dimensioni pandemiche - afferma - e sarà necessario sviluppare interventi mirati e capire meglio come la comunicazione digitale favorisca i disturbi dell'umore o addirittura l'ideazione al suicidio".
 Bisogna reintrodurre i tradizionali canali di socializzazione faccia-faccia limitando l'uso degli smartphone, evitando che interferiscano con il sonno, preziosissimo per il cervello in sviluppo dei giovani (e non solo!), conclude Pinna. No quindi a telefoni o tablet in camera da letto durante la notte e spegnerli almeno un'ora prima di andare a letto".(ANSA)