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mercoledì 8 luglio 2026

ALUNNI CON ADHD

 

 Il legame

 tra motivazione

 e voti 

spiegato dalla scienza


Sintesi delle evidenze 

su adhd e rendimento:

 funzioni esecutive,

 ricompense differite, 

rischio di bocciature e abbandono; 

suggerimenti pratici per studiare.

 


Redazione Studenti

Indice

1.     In breve: cosa sappiamo davvero su ADHD e rendimento scolastico

2.     Cosa mostrano gli studi su voti, memoria e attenzione in classe

3.     Il lato nascosto: come funziona davvero la motivazione nell’ADHD

4.     Strategie concrete per studiare meglio se hai (o sospetti) ADHD

In breve: cosa sappiamo davvero su ADHD e rendimento scolastico

Fonte: getty-images

“È pigro”, “non si impegna”, “è solo disorganizzato”. Chi convive con l'ADHD a scuola si sente ripetere spesso queste frasi. La scienza, però, smentisce questi cliché e racconta una realtà molto più profonda. Recenti studi neuroscientifici dimostrano che l'ADHD non è una questione di buona volontà, ma un funzionamento biologico complesso: oltre all'attenzione, influisce sulla memoria di lavoro, sul controllo degli impulsi e sui circuiti cerebrali della motivazione.

In media, gli studenti con ADHD hanno più probabilità di avere voti scolastici più bassi e percorsi scolastici più complicati. Questo non significa che siano meno intelligenti: molti studi sottolineano che il QI medio delle persone con ADHD è paragonabile a quello dei coetanei senza diagnosi. Il problema non è “quanto capisci”, ma come riesci a usare quello che capisci in classe, nei compiti e agli esami.

La scienza suggerisce che l’ADHD è legato a differenze nel funzionamento di alcune aree del cervello coinvolte nella pianificazione, nella regolazione delle emozioni e nel modo in cui il cervello risponde alle ricompense. Questo ha un impatto diretto su memoria, concentrazione e motivazione scolastica.

Capire questi meccanismi non serve solo ai ricercatori: può aiutarti a leggere in modo diverso le tue difficoltà (o quelle di un compagno) e a cercare strategie più adatte, invece di pensare semplicemente “non sono portato per la scuola”.

Cosa mostrano gli studi su voti, memoria e attenzione in classe

Le ricerche su ADHD e scuola indicano alcune tendenze abbastanza costanti. Molti studi internazionali trovano che gli studenti con ADHD, in media, hanno più bocciature, più note disciplinari e maggior rischio di abbandono scolastico precoce rispetto ai coetanei. Questo non vuol dire che andrà così per tutti, ma che il rischio è più alto se non ci sono supporti adeguati.

Dal punto di vista cognitivo, gli esperti parlano spesso di funzioni esecutive: sono quelle abilità che ti servono per organizzarti, ricordare le consegne, iniziare un compito e portarlo a termine. Secondo diversi studi neuropsicologici, nell’ADHD sono spesso coinvolte:

  • Memoria di lavoro: trattenere in mente informazioni mentre le usi (es. fare un calcolo a mente seguendo più passaggi).
  • Inibizione: riuscire a bloccare una risposta impulsiva (tipo parlare senza alzare la mano).
  • Flessibilità cognitiva: cambiare strategia quando qualcosa non funziona.

7 segnali di ADHD che a scuola scambiamo per pigrizia (e cosa fare subito)

Quando queste funzioni sono più deboli, può succedere che tu capisca la spiegazione, ma poi ti perda nei passaggi, dimentichi un pezzo dell’esercizio o non riesca a seguire una consegna lunga. Non è “pigrizia”: è un modo diverso in cui il cervello gestisce le informazioni.

Alcuni studi di neuroimaging suggeriscono differenze nell’attività di aree frontali del cervello e nei sistemi che regolano la dopamina, un neurotrasmettitore legato a motivazione e ricompensa. Anche se i dettagli sono ancora oggetto di ricerca, molti esperti concordano sul fatto che queste differenze possano spiegare perché restare concentrato su compiti lunghi e poco stimolanti sia particolarmente difficile in caso di ADHD.

 

Il lato nascosto: come funziona davvero la motivazione nell’ADHD

Una delle cose più fraintese è la motivazione. Da fuori può sembrare che chi ha ADHD “non abbia voglia di studiare”. In realtà, diversi studi suggeriscono che la questione è più legata a come il cervello valuta le ricompense e gestisce l’attesa.

Molte ricerche indicano che, nell’ADHD, le attività con ricompensa immediata (tipo un videogioco o una conversazione interessante) attivano molto di più i sistemi di motivazione rispetto a compiti con ricompensa lontana, come “studia ora per prendere un buon voto tra un mese”. Questo non significa che non ti importi del voto, ma che il tuo cervello fa più fatica a “sentire” quella ricompensa futura come davvero motivante.

Un consiglio in più

Fai i test che ti aiutano a conoscerti meglio e ad orientarti:

Per questo spesso vedi situazioni tipo: ore di procrastinazione e poi iperfocalizzazione la notte prima dell’interrogazione. Alcuni studi descrivono proprio questa tendenza a passare da difficoltà di attenzione a momenti di concentrazione estrema, quando la pressione o l’interesse sono molto alti.

Ci sono anche ricerche che collegano l’ADHD a una maggiore sensibilità alla noia e alla frustrazione. Compiti ripetitivi, spiegazioni molto lunghe o esercizi senza senso chiaro possono diventare quasi “dolorosi” da sostenere. Questo può portare a:

  • Evitare di iniziare i compiti più difficili o noiosi.
  • Cercare continuamente stimoli alternativi (telefono, chiacchiere, disegni sul quaderno).
  • Vivere un forte senso di colpa perché “so che dovrei farlo, ma non ci riesco”.

Capire che dietro c’è un diverso funzionamento della motivazione non è una scusa, ma un punto di partenza per cambiare strategia: invece di dirti “devo solo avere più forza di volontà”, puoi chiederti “come posso rendere questo compito più gestibile e più motivante per il mio cervello?”.

Strategie concrete per studiare meglio se hai (o sospetti) ADHD

Anche se ogni persona è diversa, molte strategie che gli psicologi e i pedagogisti suggeriscono per l’ADHD puntano a “lavorare insieme” al funzionamento del cervello, invece di combatterlo. Alcune idee che puoi provare, adattandole alla tua situazione:

  • Spezzare i compiti: trasforma “studiare storia” in micro-obiettivi tipo “leggere 2 pagine”, “fare 5 domande”, “riassumere un paragrafo”. Ogni micro-obiettivo completato dà una piccola ricompensa immediata al cervello.
  • Usare timer brevi: molti esperti consigliano sessioni da 10-20 minuti di studio concentrato, alternate a pause brevi. È una versione adattata del metodo Pomodoro, pensata per chi fatica a reggere lunghi blocchi di attenzione.
  • Rendere visibile il lavoro: checklist, post-it, app per to-do list. Vedere le cose “spuntate” aiuta la motivazione e sostiene la memoria di lavoro.
  • Ridurre le distrazioni esterne: non sempre puoi avere silenzio assoluto, ma puoi mettere il telefono lontano, usare cuffie con musica neutra o studiare in biblioteca se a casa è impossibile concentrarsi.
  • Coinvolgere il corpo: alcune persone con ADHD studiano meglio se possono muoversi leggermente (camminare mentre ripetono, usare una pallina antistress). Se non disturba gli altri, può essere un alleato.

Se sospetti di avere ADHD, la cosa più utile che puoi fare è parlarne con un adulto di riferimento (genitore, medico di base, psicologo scolastico) e, se necessario, chiedere una valutazione specialistica.

Una diagnosi, quando è corretta, può aprire la strada a strumenti compensativimisure dispensative e a un modo diverso di leggere il tuo percorso scolastico: non come una serie di fallimenti personali, ma come un contesto in cui ti servono strategie su misura.

Intanto, puoi iniziare da una cosa semplice: osservare quando studi meglio. Orario, ambiente, tipo di materia, formato (video, libro, mappe). Più conosci come funziona il tuo cervello, più puoi costruire una scuola che, almeno un po’, si adatti a te, e non solo il contrario.

Studenti.it


 

venerdì 5 giugno 2026

APPRENDIMENTO E MEMORIA

 

La memoria 

non nasce

 dalla ripetizione

 meccanica, 

come apprendono

 davvero i bambini?

 Cosa dicono

le neuroscienze?



-di Bruno Lorenzo Castrovinci

Per molto tempo la scuola ha immaginato l’apprendimento come un processo lineare. L’insegnante spiegava, l’alunno ascoltava, studiava, memorizzava e infine restituiva le informazioni attraverso una verifica. Oggi le neuroscienze cognitive mostrano una realtà molto più complessa e profondamente umana. Il cervello dei bambini non funziona come un contenitore da riempire, ma come un organismo dinamico che costruisce continuamente connessioni attraverso l’esperienza, le emozioni, il movimento, le relazioni e il significato.

Apprendere non significa semplicemente accumulare nozioni, ma modificare la struttura stessa del cervello. Ogni nuova esperienza significativa produce cambiamenti nelle reti neurali e, quando un bambino comprende davvero qualcosa, il suo cervello si riorganizza. È questo il cuore della neuroplasticità, uno dei concetti più importanti delle neuroscienze contemporanee.

Per insegnanti e famiglie questa scoperta cambia profondamente il modo di guardare all’apprendimento. Non basta chiedersi che cosa insegnare, ma occorre domandarsi come il cervello dei bambini riesca realmente a imparare.

L’emozione è la porta dell’apprendimento

Le neuroscienze hanno dimostrato che emozione e cognizione non sono separate. Per anni si è pensato che imparare significasse mettere da parte la dimensione emotiva per privilegiare la razionalità. In realtà il cervello apprende meglio quando si sente coinvolto emotivamente.

Un bambino che prova curiosità, interesse, sicurezza e fiducia attiva aree cerebrali che facilitano attenzione, memoria e comprensione. Al contrario, paura, ansia e umiliazione producono un aumento del cortisolo che interferisce con i processi cognitivi. Questo significa che un ambiente scolastico percepito come minaccioso non favorisce l’apprendimento profondo.

Molti insegnanti lo osservano ogni giorno: alcuni bambini, durante una verifica, sembrano dimenticare improvvisamente tutto ciò che avevano studiato. Non sempre ciò dipende da una preparazione insufficiente; talvolta è il carico emotivo della situazione a bloccare le risorse cognitive.

Per questa ragione, il clima educativo non è un elemento secondario. La qualità della relazione con l’insegnante influisce concretamente sui processi di apprendimento e un bambino impara meglio quando si sente accolto, riconosciuto e ascoltato.

L’attenzione dei bambini non è infinita

Uno degli errori più frequenti consiste nel chiedere ai bambini tempi attentivi superiori alle loro possibilità neurologiche. Il cervello infantile non riesce a mantenere un’attenzione costante e prolungata per molte ore consecutive, soprattutto se l’attività è passiva e poco coinvolgente.

Le neuroscienze spiegano che l’attenzione funziona come una risorsa limitata. Dopo un certo periodo di tempo il cervello necessita di pause, cambiamenti di attività, movimento e stimoli differenti per recuperare energia cognitiva.

Questo non significa trasformare la scuola in un luogo caotico o continuamente spettacolarizzato. Significa però comprendere che la lezione esclusivamente frontale e statica non può essere l’unico modello didattico. I bambini apprendono meglio quando alternano ascolto, dialogo, esperienza pratica, manipolazione, cooperazione e attività corporee.

Anche il movimento ha un ruolo fondamentale. Muoversi non distrae necessariamente dall’apprendimento; al contrario, favorisce ossigenazione cerebrale, regolazione emotiva e consolidamento delle informazioni. Per questo motivo molti bambini riescono a concentrarsi meglio dopo un’attività motoria o durante esperienze che coinvolgono attivamente il corpo.

La memoria non nasce dalla ripetizione meccanica

Molti adulti sono cresciuti con l’idea che imparare significhi ripetere molte volte le stesse informazioni. Le neuroscienze mostrano invece che la memoria stabile nasce soprattutto dalla rielaborazione significativa.

Il cervello ricorda meglio ciò che comprende, collega e utilizza. Quando un bambino costruisce connessioni tra nuove conoscenze ed esperienze già presenti, l’apprendimento diventa più duraturo. La semplice memorizzazione passiva produce spesso apprendimenti fragili e temporanei.

Anche l’errore assume una funzione diversa. In molte classi l’errore viene ancora vissuto come una colpa o come il segno di un’incapacità. Dal punto di vista neuroscientifico, invece, sbagliare è parte integrante dell’apprendimento. Il cervello apprende proprio attraverso il confronto tra previsione ed errore. Ogni volta che un bambino corregge un’informazione, rafforza le proprie reti neurali.

Per questo motivo le classi nelle quali si ha paura di sbagliare rischiano di bloccare la partecipazione autentica. Un bambino che teme continuamente il giudizio tende a esporsi meno, a evitare il rischio cognitivo e spesso a rinunciare alla curiosità.

Ogni bambino apprende in modo diverso

Le neuroscienze confermano ciò che molti insegnanti sanno da sempre attraverso l’esperienza quotidiana: non esistono due cervelli identici. Ogni bambino possiede tempi, modalità attentive, sensibilità emotive e strategie cognitive differenti.

Alcuni apprendono rapidamente attraverso il linguaggio verbale. Altri necessitano di immagini, esperienze concrete, manipolazione o tempi più lunghi di consolidamento. Ci sono bambini che hanno bisogno di silenzio e altri che pensano meglio attraverso il confronto.

Questo non significa sostenere rigidamente l’idea degli “stili di apprendimento” come categorie fisse, teoria oggi molto discussa scientificamente. Significa piuttosto riconoscere che la diversità cognitiva è reale e che la scuola non può pretendere uniformità assoluta nei percorsi di apprendimento.

La personalizzazione didattica non rappresenta, quindi, una concessione o un privilegio, ma una necessità educativa coerente con il funzionamento del cervello umano.

Il ruolo decisivo della motivazione

Le neuroscienze mostrano che la motivazione attiva i circuiti cerebrali della ricompensa e rende l’apprendimento più efficace. Un bambino motivato presta maggiore attenzione, persiste più a lungo nelle difficoltà e consolida meglio ciò che apprende.

La motivazione più profonda, però, non nasce dal premio o dalla paura del voto. Nasce dal significato. I bambini imparano meglio quando percepiscono che ciò che fanno ha senso, quando possono sentirsi competenti, quando vedono riconosciuti i propri progressi.

Questo cambia anche il modo di valutare. Una valutazione esclusivamente centrata sull’errore rischia di spegnere motivazione e autostima. Al contrario, un feedback costruttivo aiuta il bambino a comprendere dove si trova e come può migliorare.

Molti bambini non smettono di impegnarsi perché sono pigri, ma perché iniziano a convincersi di non essere capaci.

La relazione educativa modifica il cervello

Tra le acquisizioni più affascinanti delle neuroscienze vi è la scoperta che le relazioni influenzano direttamente lo sviluppo cerebrale. Un adulto significativo può diventare un vero fattore di protezione emotiva e cognitiva.

L’insegnante non trasmette soltanto contenuti disciplinari. Attraverso il tono della voce, lo sguardo, le parole e il modo di gestire gli errori contribuisce a costruire l’immagine che il bambino svilupperà di sé stesso come persona capace o incapace di apprendere.

Ci sono frasi che restano nella memoria per anni. Alcune aprono possibilità interiori, altre diventano ferite silenziose. Questo accade perché il cervello infantile è profondamente relazionale e sensibile al riconoscimento sociale.

Le neuroscienze non chiedono alla scuola di diventare un luogo permissivo o privo di regole. Invitano però a riconoscere che autorevolezza ed empatia non sono in contrapposizione. Un bambino può apprendere anche attraverso la fatica, ma difficilmente riuscirà a farlo in modo efficace all’interno di un clima costante di paura o svalutazione.

Una scuola più vicina al funzionamento umano

Le neuroscienze non offrono formule magiche né ricette semplici. Non basta inserire qualche attività laboratoriale o utilizzare strumenti digitali per migliorare automaticamente l’apprendimento. Ciò che emerge con chiarezza è però la necessità di una scuola maggiormente coerente con il funzionamento reale del cervello umano.

I bambini apprendono attraverso relazioni significative, emozioni positive, curiosità, esperienza attiva, tempi rispettati e possibilità di sentirsi competenti. Hanno bisogno di adulti che sappiano guidarli senza ridurli a numeri o prestazioni.

In fondo le neuroscienze stanno restituendo alla scuola qualcosa che i grandi educatori avevano già intuito molto tempo fa. Si apprende davvero soltanto quando ci si sente vivi dentro ciò che si sta imparando.

Orizzonte Scuola

 

venerdì 10 aprile 2026

IL PESO DEL PASSATO

 

Rimugini su passato e futuro?

 7 esercizi per imparare a vivere l’oggi

Rimugini su passato e futuro? 

7 esercizi pratici per gestire ansia e pensieri e tornare a concentrarti sul presente, passo dopo passo

 

Redazione Studenti

  •  

Indice

1.     Perché rimugini sempre e come iniziare a fermarti

2.     Guarda il video su come smettere di rimuginare sul passato

3.     Perché la tua mente torna sempre a ieri (o salta a domani)

4.     Il dettaglio che sottovaluti: allenare l’attenzione come un muscolo

5.     Trasformare il rimuginio in azione: 4 esercizi che puoi usare ogni giorno

1.     La lista “controllo / non controllo”

2.     Il timer del pensiero programmato

3.     Scrittura a flusso libero per 10 minuti

4.     La domanda chiave: e adesso?

6.     Cosa puoi iniziare a fare oggi per vivere un po’ più nel presente

Perché rimugini sempre e come iniziare a fermarti

Rimuginare sul passato o sul futuro è un’esperienza comune a molte persone, soprattutto nei periodi di maggiore pressione, tra scuola, università, relazioni e scelte importanti da affrontare. Non significa soltanto pensare molto, ma ritrovarsi intrappolati negli stessi pensieri, che tornano di continuo senza portare a una vera soluzione. Secondo diversi psicologi, questo meccanismo è spesso legato ad ansia, stress e difficoltà di concentrazione.

La buona notizia è che si può imparare a interrompere, almeno in parte, questo automatismo mentale e a riportare l’attenzione sul presente. Non si tratta di smettere di pensare, cosa impossibile, ma di cambiare focus: spostarsi dai pensieri che si rincorrono nella mente a ciò che sta accadendo davvero, qui e ora.

In questo articolo proponiamo 7 esercizi pratici, semplici ma efficaci, da mettere in pratica fin da subito. Non richiedono strumenti particolari, solo pochi minuti e un po’ di costanza. Non sostituiscono un percorso terapeutico, che richiede il supporto di un professionista, ma possono diventare strategie utili nella quotidianità per gestire meglio ansia, pensieri intrusivi e preoccupazioni legate al futuro.

L’idea di fondo è semplice: invece di lottare contro i pensieri, si impara a riconoscerli, osservarli e lasciarli passare, riportando ogni volta l’attenzione all’oggi, a ciò che si sta facendo e alle scelte concrete che si possono compiere nel presente.

7 segnali che ti cerchi troppo negli altri (e come tornare al centro tu)

Perché la tua mente torna sempre a ieri (o salta a domani)

Quando rimugini, il cervello sta cercando di proteggerti: analizza il passato per evitare errori, immagina il futuro per prepararsi. Il problema nasce quando questo meccanismo si blocca su “replay” e diventa un loop. Diversi psicologi sottolineano che il rimuginio è spesso collegato a ansia generalizzataperfezionismo e paura di sbagliare.

In pratica, la mente ti racconta che se continui a pensarci troverai la soluzione perfetta o preverrai ogni problema. In realtà, oltre un certo punto, pensare e ripensare non aggiunge informazioni nuove: ti stanca, ti confonde e ti fa sentire ancora più bloccato. È come studiare sempre lo stesso paragrafo senza mai passare all’esercizio.

Un altro aspetto importante: rimuginare non è la stessa cosa del problem solving. Nel problem solving ti chiedi “cosa posso fare concretamente?” e arrivi a un piano. Nel rimuginio resti su domande senza risposta tipo “e se va tutto male?”, “perché ho detto quella cosa?”. Riconoscere questa differenza è il primo passo per cambiare.

Per interrompere il loop non basta dirsi “smettila di pensarci”. Funziona di più spostare l’attenzione sul presente con esercizi che coinvolgono corpo, sensi e azioni pratiche. È qui che entrano in gioco i 7 esercizi che trovi sotto: non risolvono magicamente i problemi, ma ti aiutano a non esserne travolto.

Il dettaglio che sottovaluti: allenare l’attenzione come un muscolo

C’è un aspetto che spesso non consideri: la tua attenzione è allenabile, proprio come un muscolo. Se per anni l’hai usata per rimuginare, è normale che la mente torni lì automaticamente. Non è “colpa del tuo carattere”, è un’abitudine mentale.

Gli esercizi che seguono non servono a “svuotare la mente”, ma a dirigerla consapevolmente. Ogni volta che ti accorgi di essere finito nel loop e riporti l’attenzione all’oggi, stai facendo una micro ripetizione in palestra. All’inizio sembra inutile, ma nel tempo diventa più facile.

Ecco i 7 esercizi, che puoi usare come una sorta di “kit di emergenza” quando senti che stai per perderti nei pensieri:

  • Respiro 4-6-8: inspira contando fino a 4, trattieni per 6, espira lentamente fino a 8. Ripeti per 2-3 minuti. Aiuta a calmare il sistema nervoso e a riportarti nel corpo.
  • Scansione dei 5 sensi: guarda 5 cose, tocca 4 superfici, ascolta 3 suoni, riconosci 2 odori, nota 1 sapore. È un classico esercizio usato in percorsi di gestione dell’ansia.
  • Etichetta il pensiero: quando arriva il loop, invece di seguirlo, digli mentalmente “pensiero sul passato” o “preoccupazione sul futuro”. Questo crea una piccola distanza.

Questi primi esercizi lavorano sul qui e ora fisico: respiro, sensi, parole che usi dentro di te. Nei prossimi vedrai come trasformare il rimuginio in azione concreta e come ritagliarti momenti “programmati” per pensare, invece di farlo 24/7.

Trasformare il rimuginio in azione: 4 esercizi che puoi usare ogni giorno

Oltre agli esercizi “di emergenza”, ti serve qualcosa che ti aiuti a gestire i pensieri nel quotidiano. Qui entrano in gioco altri 4 esercizi, pensati per collegare mente e azione:

 La lista “controllo / non controllo”

Prendi un foglio e dividi in due colonne: a sinistra scrivi cosa puoi controllare oggi (azioni, decisioni, richieste di aiuto), a destra cosa non dipende da te. Poi:

  • scegli una sola azione dalla colonna di sinistra e fallo entro la giornata
  • quando la mente torna sulla colonna di destra, ricordati che non è il tuo campo di gioco in questo momento.

 Il timer del pensiero programmato

Stabilisci un “quarto d’ora di rimuginio” al giorno, sempre alla stessa ora. Quando i pensieri arrivano fuori orario, diti: “Ok, ne parliamo alle 18”. Spesso, quando arriva il momento, l’intensità è già scesa.

Fai i test che ti aiutano a conoscerti meglio e ad orientarti:

 Scrittura a flusso libero per 10 minuti

Per 10 minuti scrivi tutto quello che ti passa per la testa, senza rileggere né censurare. Mettere nero su bianco aiuta a fare ordine e a vedere che molti pensieri sono ripetizioni.

Leggi anche

Perché continuare a pensare agli errori ti blocca: il trucco è imparare a “lasciarli andare”

 La domanda chiave: e adesso?

Quando ti accorgi di essere nel loop, fermati e chiediti: “Cosa posso fare nei prossimi 10 minuti che vada nella direzione che voglio?”. Anche una micro azione (mandare una mail, aprire il libro, cercare un’informazione) sposta il focus dal pensiero all’azione.

Cosa puoi iniziare a fare oggi per vivere un po’ più nel presente

Per rendere questi esercizi davvero utili, è importante non provarli tutti insieme una volta sola e poi mollarli. Funzionano meglio se li trasformi in piccole routine quotidiane, adattate alla tua vita da studente.

Puoi partire così:

  • scegli 2 esercizi tra quelli che hai letto (per esempio respiro 4-6-8 e lista controllo / non controllo);
  • decidi quando farli: uno al mattino o prima di studiare, uno la sera o dopo una giornata pesante;
  • imposta un promemoria sul telefono per i primi 7 giorni, così non devi ricordartelo a memoria;
  • segna su un quaderno o nelle note ogni volta che li fai, anche solo con una spunta: vedere le ripetizioni motiva a continuare.

Se ti accorgi che il rimuginio è legato a ansia molto forte, attacchi di panico, pensieri sul farti del male o ti impedisce di fare cose base (andare a scuola, uscire, dormire), è importante parlarne con un adulto di riferimento e, se possibile, con uno psicologo o un servizio di supporto psicologico scolastico o universitario.

Chiedere aiuto non significa essere deboli, ma riconoscere che da solo non devi per forza farcela.

Intanto, puoi iniziare da oggi con un passo minuscolo: scegli un esercizio, prova a farlo per 3 minuti e nota solo una cosa che cambia (respiro, tensione, velocità dei pensieri). Non devi “sentirti zen”: basta accorgerti che, per un attimo, sei tornato qui, nel presente. È da lì che si ricomincia.

Studenti.it

martedì 5 marzo 2024

TECNOLOGIA e ACQUA GASATA

EDUCARE

AL TEMPO

DEGLI

 SMARTPHONE



-       -  di Alessandro D’Avenia

 

In Inghilterra è stato vietato l’uso dei cellulari nelle scuole allo scopo di migliorare la disciplina, l’attenzione e il rendimento degli studenti (lo hanno più dell’80% dei ragazzi tra 12 e 15 anni).

Qual è la relazione tra un telefono e questi aspetti della vita scolare di un ragazzo? Chiunque abbia dimestichezza di gialli sa che cosa è un alibi, parola latina che significa «altrove». L’indagato, quando è avvenuto, non era sul luogo del delitto, ma «altrove»: ha un alibi. Leggo alibi da 24 anni, da quando ho cominciato a insegnare, perché le giustificazioni per le assenze lo sono: motivi familiari, personali, indisposizione, lutto, visita medica... Tutti li abbiamo usati con più o meno creatività (e verità), ma si limitavano a qualche giorno di scuola. Oggi invece abbiamo un alibi per la vita stessa: quest’alibi è il cellulare. Ci porta «altrove» rispetto alla scena principale del vivere: il presente. Il nostro corpo perde consistenza e la presenza, che è luogo dell’esperienza, evapora, tanto che ci dimentichiamo persino di dormire: andare a letto con il cellulare ha diminuito le ore di sonno necessarie a un adolescente con conseguenze sulla salute mentale e fisica che vedremo emergere sempre di più. Se un giorno metteremo sui telefoni minacce simili a quelle comparse sui pacchetti di sigarette, una potrà sintetizzarle tutte: «ti dà un alibi». Perché?

Le interazioni sociali

La psicologa e sociologa Sherry Turkle scriveva nel 2017 una nuova prefazione al famoso libro del 2010, Insieme ma soli, dedicato al cambiamento delle interazioni sociali dovuto alle recenti tecnologie (il primo smartphone è del 2007 e oggi lo abbiamo in quasi 5 miliardi): «Gli studi mostrano che se due persone stanno pranzando, un cellulare sul tavolo fa virare la conversazione su temi più leggeri, e i due commensali si sentono meno coinvolti reciprocamente. Chi partecipa alla conversazione sa che, con un telefono in vista, si può essere interrotti in qualunque momento. La nostra distrazione ha un prezzo». Perché lo facciamo? Le relazioni sono faticose: argomenti di conversazione, momenti impegnativi, il peso della verità, sentimenti complessi... Preferiamo fuggire o almeno avere una via di fuga. Quando scrivo un libro non sono connesso a Internet, perché avrei un alibi nei momenti di fatica: devo restare lì, proprio dove la pagina resiste e mi costringe ad essere ancora più presente a me stesso. La verità si trova solo nella e con la carne. Nell’ambito delle relazioni non è diverso: le relazioni sono impegnative come le pagine bianche. E trovare un alibi nelle relazioni comporta la perdita di una capacità: amare. Una ricerca, racconta Turkle, ha rilevato «un calo del 40% negli indicatori dell’empatia tra gli studenti universitari. E siccome la maggior parte di quel calo è avvenuto nell’ultimo decennio, è ragionevole collegare il divario di empatia alla presenza delle comunicazioni digitali». L’alibi perfetto per non sentire il peso dell’altro, con la conseguente perdita delle abilità corporee da cui sorge l’empatia: sguardi, espressioni, silenzi, tono... (e infatti poi introduciamo fantomatici corsi sulle cosiddette soft skill). Turkle dice: «La tecnologia ci fa dimenticare ciò che sappiamo della vita. Le persone ammettono che nella conversazione vis-à-vis comprendono meglio i loro figli, coniugi, genitori e partner e imparano come relazionarsi con gli altri. Eppure, vi diranno anche che sono contente di usare la tecnologia per evitare quelle conversazioni, perché sono difficili... Un giovane mi spiega che farebbe qualunque cosa pur di evitare una conversazione: “Si svolge in tempo reale, e non puoi controllare quel che dirai”. Quando ci viene offerto qualcosa che può semplificarci la vita, dimentichiamo i nostri scopi umani». 

Un mondo analogico

Queste considerazioni mi sono tornate in mente guardando il film Perfect Days di Wim Wenders, candidato all’Oscar. Il protagonista vive in un mondo analogico e di assoluta presenza: pulisce i bagni di Tokyo, ascolta audiocassette (la colonna sonora vale il film), scatta foto su pellicola... E non a caso è dotato di un’empatia che lo rende una calamita per le relazioni, soprattutto per i ragazzi, che nel film hanno sempre un telefono in mano e lo cercano proprio perché non ha «alibi»: c’è, sta nel presente e risponde alle sue chiamate (emblematica la scena in cui uno sconosciuto gli confida che ha un cancro e si mettono a giocare come bambini). Nel film, in cui si avverte la mancanza del motivo profondo per cui il protagonista vive così se non per un rigore quasi monastico, c’è una bella sequenza fissa sul suo volto, sul quale passano tutti i colori della vita. Avremo sempre più nostalgia di questa «presenza» di carne, ma intanto, scrive Turkle: «dobbiamo chiederci se una tecnologia espanda le nostre capacità e possibilità o se sfrutti i nostri punti deboli. Se pensiamo che faccia entrambe le cose, qual è il saldo? La tecnologia ci ha offerto acqua gasata zuccherata, e noi l’abbiamo adottata. Abbiamo impiegato più di cento anni a decidere che non ci faceva bene. E quando l’abbiamo dichiarata nociva, era ormai parte integrante delle immagini più convincenti del sogno americano... e sorprendentemente, ancora oggi, ogni volta che una nuova tecnologia sfrutta una profonda vulnerabilità, ci comportiamo come se non avessimo mai sentito questa storia. La tecnologia, alimentare o digitale, può farci dimenticare ciò che sappiamo della vita. E oggi offre tentazioni sempre maggiori di farci imboccare la strada dell’oblio».

La strada dell'oblio

Nella scuola in cui insegno abbiamo deciso di vietare i cellulari (a meno che non servano per scopi didattici), decisione sulla quale ero combattuto, ma evidenze scientifiche ormai copiose e dati osservabili direttamente (i ragazzi, al suono della campana dell’intervallo, prima rimanevano seduti a controllare il telefono, ora si fiondano fuori) hanno fugato i dubbi. L’oblio del corpo è un prezzo troppo alto da pagare (chi di noi ha «ricordi» di un pomeriggio passato sui social? E non avere ricordi significa essere alienati dalla vita: alibi e alieno hanno la stessa radice), tanto che è semplice buon senso limitare l’uso di questa tecnologia. Guardate il progetto «Removed» del fotografo Eric Pickersgill che nel 2014 ha cominciato a immortalare chi interagisce con un cellulare, rimuovendo poi dalla foto lo strumento: vedrete persone immerse in una realtà di cui non sentono e non sanno più nulla, sono «rimossi» (il contrario di «promossi») dal presente tanto quanto i device lo sono dalla foto. Qualcuno dirà che ormai anche quella nel telefono è realtà salvo poi scoprire che nell’album dei nostri ricordi ci sono solo momenti di profonda «incarnazione» e non chat, video e informazioni. Essere altrove ha un prezzo, soprattutto nelle tappe evolutive, e il paradosso è che siamo noi adulti a fornire l’alibi perfetto a un bambino, che un giorno purtroppo scoprirà che sulla scena del presente è stato la vittima: si è dimenticato di esserci.

Alzogliocchiversoilcielo -Corriere della Sera


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domenica 22 ottobre 2023

UNA PEDAGOGIA DELL'ASCOLTO


-              di José Tolentino Mendonça*

 

-Una cosa che dobbiamo tornare a imparare è l’ascolto. Non ce ne rendiamo conto, ma noi ascoltiamo poco, e lungo le nostre giornate ci lasciamo fluttuare dispersi fra tante interruzioni.

Ipervalorizziamo rumori, sonorità secondarie, voci che si sovrappongono, e non ci disponiamo a captare l’essenziale che ci viene rivelato.

A questo scopo, dobbiamo ricordare che il primo organo di ascolto è il cuore, non solo le orecchie. E che ciò che non ascoltiamo con cuore sveglio rimarrà posticipato, come un ospite alla porta che non arriva mai a essere accolto.

Noi infatti andiamo curvi sotto il peso non solo di quelle cose importanti che, per una ragione o per l’altra, sono rimaste da dire: un altro peso che ci mette in imbarazzo è costituito da ciò che sarebbe stato importante ascoltare con attenzione, ma così non è avvenuto.

Ci fa difetto tutta una pedagogia dell’ascolto. Senza di essa affronteremo la vita in modo sempre impreciso e sfocato: incapaci di cogliere il significato che si nasconde dietro una lacrima o in un sorriso; disattenti a come il bisogno d’amore resti tante volte mascherato da manifestazioni di aggressività, fatica o stupido orgoglio; impreparati a toccare, in noi e negli altri, la ferita e il sogno, l’argilla screpolata e la stella, il naufragio e il respiro, la rigidità che blocca e la danza lievissima, il vuoto e la briciola lucente.

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*Cardinale Prefetto del Dicastero Cultura ed Educazione


sabato 7 maggio 2022

TENERE GLI OCCHI APERTI


 SCUOLA
 Tra orsi, armadi e pregiudizi: così si impara a tenere gli occhi bene aperti

 In una scuola di Bucarest, nell’ora di narrativa, leggendo Buzzati e Lewis, i ragazzi hanno imparato a tenere gli occhi bene aperti

 -         Di Giulia Sponsa

-     Si avvicina, con giugno, la fine dell’anno scolastico e anche qui, alla scuola “Aldo Moro” di Bucarest, è d’obbligo tirare le somme del cammino percorso in questi mesi. Per me, che dopo parecchio tempo ho ripreso ad insegnare, si è trattato di un’esperienza davvero significativa tanto che i risultati sono tangibili.

Tra le numerose proposte rivolte ai ragazzi, l’ora settimanale di narrativa è stata forse la più stimolante.

Premetto che, durante tutta la mia carriera di insegnante, ho privilegiato sempre questo spazio, attribuendogli un valore altamente pedagogico. Fin dai primi anni di lavoro, avevo concepito la struttura di quest’ora in forma molto semplice: io leggevo e i ragazzi ascoltavano. Due le regole da rispettare: nessuno studente poteva disporre del libro che solo io avevo il compito di “gestire”; nessuno studente poteva interrompere la “magia” della lettura, salvo che per chiedere il significato di un vocabolo fino a quel momento a lui sconosciuto. Mai ho pensato di esigere dagli alunni la compilazione di schede con attività predefinite o, peggio, che producessero un qualche riassunto sul contenuto del libro in corso di lettura. Quell’ora doveva rappresentare un puro “piacere”. Ciascuno era chiamato poi a verificare se davvero era stata mantenuta la promessa: che cioè leggere poteva considerarsi un’avventura seria e che cominciare un libro era come varcare il confine di un territorio incontaminato nel quale inoltrarsi con curiosità e desiderio. Vietato mancare all’appuntamento!

È pur vero che, nel corso degli anni, il disamore per la lettura è cresciuto esponenzialmente, complice il dilagare della tecnologia; così i libri hanno perso, insieme alla carta, il loro fascino antico. Quand’ero piccola io, leggere veniva considerato un rito: il libro si toccava, si annusava, si sfogliava, ci si stupiva delle figure e dei disegni disseminati tra le pagine e destinati tutti a sollecitare l’immaginazione e la fantasia del lettore.

 

Potrà sembrare incredibile ma quest’anno, nella mia classe, è successo qualcosa di simile: intendo dire che la lettura ha rappresentato un’esperienza “gratuita”. La scelta è caduta su due testi perfettamente calzanti ad una prima media. Nei mesi autunnali, ci ha accompagnato Dino Buzzati con La famosa invasione degli orsi in Sicilia, nota fiaba che racconta della guerra tra il Granduca di Sicilia e re Leonzio, sovrano degli orsi. Con l’opzione successiva de Il leone, la strega e l’armadio, l’autore inglese C.S. Lewis ha saputo trasportarci nel mondo incantato della fantasy.

Se è vero come è vero che l’educazione è un rischio, anche in questo caso ho avuto modo di riscoprirlo: perché, mi sono chiesta, hai deciso di leggere proprio questi libri? Che ipotesi intendi verificare durante la lettura in classe? Dove vuoi portare i tuoi studenti senza necessariamente forzarli a guardare quello che tu hai già visto, ma lasciandoti piuttosto sorprendere da quello che loro saranno in grado di vedere?

Con queste domande e un po’ di trepidazione, siamo partiti…

E così, partecipando alle avventure degli orsi, abbiamo scoperto insieme quanto dannoso sia trincerarsi dietro il pregiudizio. Ogni pagina del libro puntualmente lo documentava: se nei primi capitoli, in forza del pregiudizio che gli umani nutrivano verso gli orsi, erano questi ultimi le vittime designate, col procedere degli eventi i ruoli si andavano via via capovolgendo ed era il popolo degli orsi che, conquistato il potere, assumeva nei confronti della realtà un approccio pregiudiziale. Riscontrare poi in classe, nei rapporti tra compagni, posizioni analoghe e poterle insieme riconoscere e giudicare è stata l’occasione per un ulteriore arricchimento.

Anche il libro di Lewis non ha tradito le aspettative: sfidare la mentalità dominante sull’uso della ragione è un rischio che prima o poi si deve correre. I due dialoghi che – in apertura e in chiusura del libro – intrattiene il professore con i quattro giovani protagonisti della storia, sono stati una pista preziosa per accorgersi di come anche il mondo della fantasia possa, a pieno titolo, riguardarci: il regno di Narnia che esiste oltre l’armadio rappresenta l’orizzonte sconfinato del proprio cuore: dopo averlo per la prima volta scoperto, capiterà, un domani, di ritornarci: “Non cercate di andarci di proposito – raccomanda il professore –. Vi capiterà di tornarci quando meno ve lo aspettate. Non parlatene troppo neanche tra voi quattro; agli altri non dite nulla a meno che non vi succeda di incontrare quelli che hanno avuto avventure simili alle vostre. Come farete a riconoscerli? Lo capirete subito e il segreto verrà fuori da solo. Tenete gli occhi bene aperti!”.

Tenere dunque bene aperti gli occhi: un’indicazione di metodo che conosciamo. Chissà se, conservando tale attenzione, diventeremo capaci un giorno di metterci noi al “seguito” degli studenti, fino ad “annotare”, di loro, quello che, imprevedibilmente, ci fa sobbalzare.

 Il Sussidiario