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domenica 10 marzo 2024

TROPPI COMPITI PER CASA


La mole di compiti che 

i ragazzi devono svolgere 

nel pomeriggio

 non lascerebbe loro 

la possibilità di effettuare

 alcuna disciplina ludica 

o ricreativa


La rivolta dei genitori: «Dal gioco allo sport,

 i nostri figli non riescono a fare nient'altro. Basta»

 

-         di Mirto DE ROSARIO

 

Un eccessivo carico di compiti a casa, tanto da impedire a volte ai ragazzi di poter svolgere attività extrascolastiche. È quanto lamentano alcuni genitori di alunni della scuola media “San Pompilio Maria Pirrotti” di Campi Salentina, facente parte dell’Istituto comprensivo “Teresa Sarti”, che hanno fatto sentire la propria voce per evidenziare una situazione che, a loro dire, influisce in maniera determinante sulla gestione del tempo libero degli studenti. La mole di compiti che i ragazzi devono svolgere nel pomeriggio non lascerebbe loro la possibilità di effettuare alcuna disciplina ludica o ricreativa. Una situazione che interesserebbe soprattutto gli alunni delle prime medie. «Vengono letteralmente oberati dai compiti - affermano alcuni genitori - tanto che ci sono giorni in cui i nostri figli non riescono a staccare nemmeno per pochi minuti la mente dai libri, talmente tante sono le materie da preparare. Se consideriamo l’orario scolastico, che comprende sei ore, dalle 8 alle 14, possiamo capire quanto sia già pesante di suo. I ragazzi, quindi, appena tornati a casa, hanno solo il tempo di mangiare per poi mettersi subito a studiare. Certamente non è questo il dato che più ci preoccupa, quanto che, come detto, i compiti che i professori assegnano per il pomeriggio sono tanti e comprendono molteplici materie. Tutto questo comporta la conseguenza che spesso i nostri figli non riescono a ritagliarsi il tempo per svolgere tutte quelle attività extrascolastiche fondamentali per la loro crescita ed il loro sviluppo».

Il racconto

«Ci sono giorni - dicono ancora i genitori - che iniziano i compiti subito dopo il pranzo e vanno vanti fino a sera, a volte anche alle 22. È chiaro che la loro attenzione non può mantenersi sempre lucida e costante per tutto quel tempo. Da qui la necessità appunto di frequentare o praticare discipline artistiche o sportive che li aiutino in questa età particolare che stanno attraversando.

 Ma con tutto quello che devono studiare a casa, questi spazi di svago e ricreativi non riescono a viverli. Una problematica che abbiamo più volte rappresentato sia alla dirigente scolastica si agli stessi professori, senza ottenere però nessun riscontro che vada incontro alle sacrosante esigenze degli studenti. Alcuni di noi genitori hanno anche inviato un pec alla dirigenza dell’istituto comprensivo con allegata una circolare ministeriale in cui si fa specifico riferimento all’assegnazione dei compiti per casa, con espresso invito agli insegnanti di non esagerare con il carico di lavoro. Ed invece noi assistiamo all’esatto contrario, con ogni professore che si comporta come se la sua materia sia l’unica da studiare, per cui ognuno assegna compiti abbastanza impegnativi, senza considerare che i ragazzi, a casa, ovviamente devono preparare tante materie per l’indomani».

Sulla vicenda la scuola, per il tramite della dirigente, Anna Maria Monti, preferisce non rilasciare dichiarazioni ufficiali. La posizione però è quella di una collaborazione tra corpo docente e famiglie, che salvaguardi e tuteli innanzitutto il percorso scolastico di ogni singolo alunno ed al contempo favorisca le condizioni per un sereno svolgimento delle lezioni in aula ed un equilibrato lavoro a casa, nello svolgimento dei compiti, per ottenere un risultato finale soddisfacente e di profitto. Dalla dirigenza un invito quindi ai ragazzi, in particolar modo a quelli delle prime classi della scuola media, che sostanzialmente si trovano ancora in una fase di rodaggio del nuovo corso di studi, a prendere coscienza che la scuola media necessita di una diversa e più matura attitudine e di un maggiore impegno nello svolgere tutte le attività che la stessa scuola media richiede.

 

Leggo



mercoledì 7 luglio 2021

L'OZIO COME VIRTU'

 Lavorare stanca? 

Di più: stressa!

Riscoprire l’ozio come una virtù

- Lo psicologo Parenti: «Aumentano ansia e logorio a seconda del tipo di professione. Abbiamo smarrito il senso del nostro impegno. È necessario che ciascuno capisca che il problema non è cosa si fa ma perché lo si sta facendo» La ricetta per risolvere questa “patologia” sociale?

Il logorante lavoro che molti fanno stando seduti per ore davanti a un computer è oggi una delle cause di stress.

 

-          di ANTONIO GIULIANO

-           

Se la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, allora bisogna ammettere che non siamo messi tanto bene. Non solo noi in realtà perché la tendenza è universale, ma comunque: chi ha la fortuna di avere un impiego oggi in molti casi arriva a disprezzarlo. E spesso finisce perfino per 'ammalarsi'. È la tesi di un saggio che non può lasciarci indifferenti: Il tuo lavoro ha un senso? Un percorso terapeutico per migliorare la vita lavorativa (Sugarco, pagine 118, euro 14) firmato da Stefano Parenti, psicologo e psicoterapeuta, con prefazione di Giacomo Samek Lodovici. Quanto ci appassiona il lavoro che facciamo e quale posto occupa sulla scala dei nostri valori? E come reagire se ci troviamo in un ambiente ostile o in un ambito in cui proprio non sognavamo di finire?

Sono tutti interrogativi suscitati da un testo che invita a guardarci dentro nella consapevolezza che nel rapporto con la professione si gioca tanto della nostra serenità e di quella del nostro ambiente familiare, perché come dice l’autore, «n problema al lavoro diventa anche un problema a casa, e viceversa».

La sua riflessione prende spunto da una considerazione amara dello scrittore Charles Péguy che già un secolo fa annotava come ai tempi della sua infanzia «nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava; oggi si sbuffa».

Purtroppo, anche adesso è così. Lavoro nello sportello psicologico di una grande azienda e dal mio osservatorio quotidiano vedo aumentare problematiche legate all’ansia, allo stress, ai disturbi psicotici e alle dipendenze all’interno degli ambienti di lavoro. Si riconoscono facilmente i 'lamentosi', quelli che non vedono l’ora di uscire, che le studiano tutte per restare a casa in malattia, che non ne possono più del lavoro che fanno. Scorbutici, apatici o insofferenti, il tempo per loro non scorre mai, le giornate diventano lunghi calvari, le pause caffè o sigaretta sono l’unico valore degno di essere vissuto…

Ma c’è anche il rovescio della medaglia…

Il polo estremo opposto è quello dei 'frenetici', i competitivi, soprattutto giovani: lavorano volontariamente dieci ore o più al giorno, fine settimana compresi, per raggiungere unicamente il successo. Sono perennemente in gara con i colleghi ma anche con le proprie aspettative molto volte gonfiate a dismisura dall’ambiente familiare e culturale in cui son cresciuti. E l’affanno per la riuscita si trasforma presto in arrivismo e carrierismo. Ma dopo tre-quattro anni al massimo, non hanno più voglia, si spengono, subentra il cinismo e la noia: è il fenomeno del burnout.

Lamentosi o frenetici, è un rischio che ognuno di noi può correre…

Certo, e la difficoltà più grande è prenderne atto. Accorgersi di lamentarsi  è difficile quando diventa un’abitudine. Ma anche chi si butta a capofitto nel lavoro fa fatica a riconoscere che sta sacrificando i rapporti umani, famiglia o amici, perché magari è stato cresciuto con l’idea che puoi realizzarti solo lavorando. Di fatto 'lamentosi' e 'frenetici' maturano una cattiva concezione del lavoro e finiscono per non amare più il loro impiego.

Ma a volte un ambiente ostile può condizionare.

Sì, capita di dover convivere con i 'lupi', colleghi o capi 'difficili'. Però è la situazione in cui anche chi si sente 'agnellino' deve digrignare. Ci sono dei casi dove è necessario dire no e rispondere al capo, per far rispettare magari orari e quantità di mansioni. Il lavoro è un valore importante perché mette l’uomo sulla strada della felicità. Ma vivere di lavoro non basta. È necessario prendersi del tempo per sé stessi: famiglia, amici, sport…

Spesso però non si ha la forza per farsi rispettare.

Il problema è che viviamo in una cultura 'selfista', come rilevava già negli anni Settanta lo psicologo americano Paul Vitz. Diamo eccessivo valore all’immagine che diamo di noi stessi. Tanto più oggi nell’epoca dei selfie e dei social. Siamo terrorizzati dal dispiacere gli altri. Ma dobbiamo imparare che non possiamo piacere a tutti. Bisogna saper dire di no se è giusto farlo. Altrimenti ti dico di sì anche quando dentro penso di no, cioè indosso una maschera, divento falso, ingannando prima di tutto me stesso. E poi sto male anche fisicamente.

Ma come si fa ad amare un lavoro che non è magari quello sognato da bambino?

Tommaso Moro diceva che «trovare il lavoro giusto è come trovare la propria anima nel mondo». Ma succede che ci si trova a svolgere un lavoro non proprio ideale. Ciò che conta però è non dare più importanza a 'cosa' si fa rispetto al 'perché' lo si sta facendo. Essere coscienti del 'perché' vale la pena alzarsi la mattina e andare al lavoro è ciò che distingue i lavoratori felici da quelli lamentosi o frenetici. Se non si ha un motivo valido per l’impegno che il lavoro comporta non sarà possibile nemmeno appassionarsene. Come diceva Viktor Frankl: «L’essere soddisfatti del nostro lavoro dipende da noi e non dalla professione, dall’essere o dal non essere capaci di far risaltare nelle nostre opere ciò che di umanamente singolare è in noi».

Essere credenti aiuta secondo lei.

Nella mia pratica ho riscontrato che chi vive la fede quotidianamente trova una motivazione più grande che rende meno dura la fatica. Anche quando vorresti cambiar lavoro ma non hai nessuna alternativa, se credi in Dio riconosci che non ti trovi lì per caso e che c’è qualcosa di bene da cercare anche in quel posto. E lavorare per amore di qualcuno, i figli, la moglie, Dio stesso, è senz’altro diverso che recarsi al lavoro per mero senso del dovere o solo per lo stipendio.

Lei è anche padre di quattro figli. Come far capire ai più piccoli che essere laboriosi premia?

Facendo loro vedere che si lavora per diventare uomini virtuosi, temprati e giusti ma anche per aiutare chi ne ha bisogno e perché il mondo sia un luogo migliore. Anche se fai un piccolo lavoro. Anche se sei una mamma casalinga: stai contribuendo al bene del mondo.

Per lavorare bene secondo lei c’è bisogno di riscoprire l’ozio come virtù. Non è un paradosso?

'Oziare' non vuol dire essere pigri. Ma, come spiegava il filosofo Josef Pieper, l’ozio è far festa, divertirsi e riempirsi di una cosa bella: andare in montagna, partire con gli amici, leggere… Se facciamo qualcosa di bello, avremo una carica tornando al lavoro che trasmetteremo implicitamente anche ai colleghi. È come andare al cinema e vedere un bel film: il giorno dopo non vediamo l’ora di raccontarlo. Chi è stato riempito di bellezza la trasmette, perché la bellezza vuole essere condivisa.

 

www.avvenire.it

 

lunedì 14 giugno 2021

DOWNSHIFTING ED EDUCAZIONE

 


Meno è di più. Ciò vale per la filosofia del decluttering e oggi anche per quello che è stato definito downshifting. The decluttering è stato portato alla ribalta da Marie Kondo e consiste nel liberarsi di tutto ciò che è superfluo - nell'armadio, in casa, nella vita -, tenendo solo ciò che è essenziale. Less is more è una filosofia di vita, che in qualche modo si ricollega al decluttering: avere meno, dire meno, fare meno dà valore aggiunto alla vita.

Oggi abbiamo anche il downshifting, una sorta di aggiornamento di tutto questo. Si parla spesso di qualità di vita e di abitudini sane, ma la parola stress è ormai all'ordine del giorno e ci siamo abituati a convivere con stati di ansia e mancanza di sonno. Tuttavia, dobbiamo essere disposti a rimettere in discussione il nostro stile di vita - e probabilmente a stravolgerlo - per recuperare uno dei rispetta l'ambiente, la psiche e l'intrinseca bellezza delle cose semplici.

Il downshifting è rallentare, sfuggire dal materialismo ossessivo e dal consumismo, abbracciando una filosofia minimalista ma di vera qualità. La promessa è che, applicando il downshifting guadagneremo maggiore libertà, miglioreremo la produttività e le relazioni;  diminuiranno pressioni e inutili paragoni, e avremo tempo per ciò che è davvero importante.E’ un programma ambizioso, che arreca benefici sia alla salute psico-fisica, sia all'ambiente.

Una migliore qualità della vita

The downshifting si basa sull'idea di rallentare, scalare la marcia, e ricercare la semplicità, sfuggendo dal materialismo ossessivo, che ha portato con sé una serie di patologie che mettono a dura prova l'individuo a livello psicofisico: ansia di possedere, ansia di guadagnare per spendere, ansia di apparire, ansia di mostrare oggetti considerati status symbol, ansia nelle relazioni sociali... Ma quali sono le conseguenze di questa ossessione, di questo rincorrere chimere fatte di superficialità? Spremere fino all'ultimo se stessi e il pianeta, dissolvere la relazione profonda uomo-natura, allontanarsi da se stessi e dai propri cari, e molto spesso si finisce per indebitarsi e lavorare per pagare ciò che abbiamo già acquistato, spinti da una cultura che induce bisogni non reali. Tutto ciò causa una perdita di valori. Con il downshifting si mette in atto una sospensione. Si fa a passo indietro per recuperare essenza di vita, liberata dalle sovrastrutture imposte dalla società.

Tutte le cose più belle della vita sono gratis

Tutte le cose importanti e belle, quelle che ci fanno stare bene e che condizionano il nostro essere in profondità, non sono certo l'ultimo modello di smartphone o un paio di scarpe all’ultima moda, ma beni molto più grandi, che non si possono comprare. Stiamo parlando di affetto, amore, stima, ridere, giocare, leggere un buon libro, vivere una giornata in mezzo alla natura, fare una passeggiata; ammirare l'alba, un cielo stellato, un tramonto; godere dei profumi dei fiori... Se ci fermiamo a pensare, non serve avere un gran conto in banca permettersi di godere di questi piaceri, tutt’altro!  Purtroppo, ce ne dimentichiamo, perché siamo persi a rincorrere quei beni materiali in cui identifichiamo erroneamente la chiave del nostro benessere e della nostra felicità. Sfuggiamo dall'accumulo di beni e recuperiamo la gioia di vivere e di relazionarci positivamente con gli altri e con il mondo.

La relazione con il denaro

The denaro è necessario per vivere bene, per avere una base di sicurezza in caso di necessità. Non c'è nulla di male nell'essere risparmiatore e nel voler mettere da parte un fondo per sé o per la propria famiglia.

Ciò non significa essere avari, ma semplicemente rispettare il denaro e non sperperarlo per assecondare un sistema materialista fondato sul consumismo. Impariamo a riflettere prima di fare un acquisto, a pensare se davvero è necessario o se si tratta di un bisogno indotto. Impariamo a vivere con ciò che guadagniamo, come afferma Tracy Smith nel Manifesto del Downshifting. Basterà eliminare gli acquisti compulsivi e gli sprechi energetici per renderci conto che possediamo più denaro di quello che immaginavamo, e per essere autori di un atto d'amore verso noi stessi e verso l'ambiente.

Il tempo è il bene più prezioso

Riportiamo al centro il bene più prezioso, e ricordiamoci del suo immenso valore. Il tempo, e fin dagli albori della storia del pensiero gioca un ruolo fondamentale. "io so che cosa è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo", arrivando alla conclusione che "il tempo non esiste, è solo una dimensione dell'anima.

Il tempo è esistenza, ciò che greci chiamavano kairos. Un tempo qualitativo, il momento buono per agire e per decidere. Ed è proprio questa concezione di tempo lineare, fatta di attimi tutti diversi tra loro, che dobbiamo recuperare per ritrovare l'armonia con il mondo e con noi stessi e imparare a riflettere, contemplare, osservare

Conquistare uno stile di vita minimalista apporta numerosissimi vantaggi, sia al soggetto che all'ambiente. Ecco alcuni suggerimenti per passare dalla teoria alla pratica e i relativi benefici che ne conseguono.

1.     Andare a piedi o in bici: si risparmia benzina e non inquina.

2.     Usare acqua e energia con attenzione: si riducono i costi e non si inquina.

3.      Evitare il formato usa e getta se non è necessario: si risparmia e si evita di produrre rifiuti inutili.

4.     Comprare prodotti in scadenza e fare spese pianificate: si evita di sprecare e buttare cibo e si ottimizzano i costi.

5.      Viaggiare fuori stagione: c'è meno gente, è più economico, e si produce meno stress per l'ambiente.

6.      Il lavoro non è tutto: prediligere un lavoro che ci permette di dedicare tempo a noi e ai nostri cari, perché non vi è motivo per lavorare più del necessario. Trovare il giusto equilibrio tra tempo per lavorare e tempo per sé è fondamentale per conquistare armonia e libertà.

7. Ridurre la dipendenza dalle tecnologie: si riduce al tempo stesso l'inquinamento tecnologico e lo stress sul soggetto.

8. Diminuire la dipendenza dagli oggetti materiali e preferire ambienti ordinati e semplici: si risparmia denaro e tempo di ordinare, si è più liberi e meno stressati, e si combatte l'iperproduzione, che grava sulle risorse naturali e sulla salute del pianeta.

9. Ridurre il consumo di informazioni e social network: fermiamo questo flusso inopportuno di informazioni. Impariamo a un punto di confronto. Oggi si perde moltissimo tempo con lo spasmodico, e talora inintelligente, uso di telefonini e computer. Sin da bambini si sta morbosamente attaccati al cellulare (il biberone tecnologico) alla ricerca dell'ultima notizia (o stupidaggine? o gossip? ... ).  Anche durante i pasti!!! Ci si addormenta e ci si sveglia connessi al cellulare (orsacchiotto da compagnia). Si cammina con il cellulare in mano quasi fosse un navigatore .....  E ciò vien fatto da piccoli e grandi.

10. Dare il giusto valore al tempo e recuperare un concetto di lentezza e il riposo: recuperiamo la libertà che solo la disponibilità di tempo può garantire. Impariamo a godere vari momenti con serenità, senza correre. Solo così potremo riuscire a vedere ciò che conta davvero e introdurre un profondo cambiamento nelle nostre vite.

Tutto ciò si impara sin dalla nascita, grazie all’educazione e all’esempio degli adulti.

 

 

Benessere e salute



lunedì 6 luglio 2020

RIAPERTURA SCUOLE: RISANARE LE FERITE DEL COVID-19 - INVESTIRE SULL'INFANZIA


Monito del neuropsichiatra infantile, Ernesto Caffo: ascoltare bambini e ragazzi che tornano sui banchi di scuola, resi più fragili dall’isolamento vissuto nella pandemia. Fare rete per aiutarli. Gli Stati investono nell’educazione per tutelare l’infanzia

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Quarto seminario on line del ciclo per “Una Chiesa più sicura”, dedicato alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Ad animare l’incontro è stato Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile, fondatore e presidente di Telefono Azzurro, l’associazione che ha sostenuto i webinar promossi dall’Unione internazionale delle Superiore generali (Uisg), insieme con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, il Centro per la tutela dei minori della Pontificia Università Gregoriana.
I danni della pandemia sui minori
Un’iniziativa voluta per allargare la conoscenza, nelle comunità ecclesiali e nelle società tutte, di problematiche ancora erroneamente ritenute marginali per una responsabile presa in carico dell’infanzia e di ogni altra persona resa debole dalle circostanze della vita. A chiudere il percorso la relazione di Caffo, collegato all’attualità del Covid-19, intitolata “Tutelare i bambini in seguito all’isolamento. In che modo la pandemia ha alterato le nostre relazioni?”.
La vita di ogni bambino è unica
Tante le suggestioni offerte dall’esperto di fama internazionale, che si è confrontato  con le molte domande poste dai partecipanti in vari Paesi del mondo al webinar, a partire dalla premessa che “La vita di ogni bambino è unica, importante e preziosa” e che  “ogni bambino ha diritto alla dignità e alla sicurezza”, come ribadito da Papa Francesco (Dichiarazione di Roma, 6 ottobre 2017). Da qui il monito di Caffo a ricordare - come sancito nella Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e in altre Carte internazionali - che il minore è sempre soggetto di diritto e mai oggetto di diritto o sfruttamento da parte di altri. Diritto primario alla cura e alla tutela, che purtroppo sono grandemente venuti meno durante la pandemia, che ha quasi ‘occultato’ bambini e adolescenti, chiusi in casa, allontanati dalle scuole e da ogni altro spazio, ambiente educativo, ricreativo e sportivo, privati della compagnia dei pari, dei parenti e soprattutto dei nonni, figure di grande rilievo nella formazione dei più piccoli, che spesso non hanno capito a fondo il motivo di questo isolamento.
Scuole chiuse e abbandono
Tutto ciò ha comportato, secondo dati dell’Unesco, danni al 90 per cento dei minori, imputabili soprattutto alla chiusura delle scuole, dove il ricorso all’insegnamento a distanza ha mostrato tutti i suoi limiti a sostituire l’educazione in presenza, oltre che rivelarsi del tutto fallimentare in situazioni familiari già socialmente svantaggiate. La chiusura forzata di bambini e ragazzi in ambienti di precarietà e promiscuità, materiale e morale, ha accresciuto i rischi di stress, disagi e violenze dirette o assistite e l’impossibilità di intervenire attraverso servizi sociali, che erano sospesi; particolarmente grave l’abbandono subito dai minori con disabilità fisica e mentale.
Disagi e stress nell’infanzia
In tutto il mondo sono aumentati – ha riferito Caffo – i disturbi del sonno, dell’alimentazione, dell’ansia e della depressione, dell’aggressività, della paura della morte non elaborata. Da qui l’urgenza di capire che il ritorno alla normalità, con la riapertura delle scuole e degli altri centri dedicati all’infanzia, non potrà non tenere conto di quando accaduto nei mesi del lockdown nel corpo e nella mente dei bambini e dei ragazzi, specie dei più piccoli da 0 a 6 anni, che non hanno avuto neanche il supporto delle attività a distanza e potrebbero avere introiettato esperienze negative senza possibilità di esprimerle in alcun modo se non a distanza magari di anni.
Il dovere primario dell’ascolto
Da qui l’appello accorato di Caffo rivolto agli adulti, ai genitori, ai familiari, agli educatori e a tutti gli operatori e alle agenzie, comprese le istituzioni cattoliche come parrocchie e oratori, che vengono in contatto con bambini e ragazzi, di porsi in loro ascolto, attentamente, cercando di cogliere i segnali di rischio e di stimolare in loro la resilienza, ovvero la capacità di volgere le negatività in positività, facendo perno sulle loro energie e su quelle delle comunità in cui vivono. Un ascolto responsabile e competente, ha insistito Caffo, che abbisogna di formazione specifica, su cui investire da parte degli Stati, specie sul personale scolastico e sui servizi sociali di risposta ai bisogni emergenti dell’infanzia, soprattutto dopo la denuncia da parte dei minori stessi e degli adulti di casi di sofferenze o di abusi e violenze.
Minori dimenticati e predati on line
La pandemia ha inoltre aumentato, come risulta da studi internazionali sulla rete, gli episodi predatori di pedofilia ai danni di minori, sovraesposti anche ai rischi di cyber bullismo e di altre forme di abusi, alla permanenza prolungata sulle piattaforme di giochi on line e ad intrattenere rapporti inconsapevoli con adulti.  
Fare rete, creare sinergie, investire
La strada da intraprendere dopo la pandemia è dunque quella – ha sottolineato Caffo – di una maggiore consapevolezza dei diritti dei minori da parte degli adulti, che riguardo il mondo digitale, entrato ancor più nel nostro quotidiano ordinario, debbono imparare loro stessi a conoscere bene la rete, a saperla gestire e a capire come tutelare bambini e ragazzi, che vi accedono liberamente fin dai primi anni di età. Sono obblighi di cura dell’infanzia non più rinviabili, che interpellano le famiglie, le aziende e gli Stati. Non è più pensabile che sia la scuola da sola a pensarci, come ci si è illusi in passato. Occorre fare rete, creare sinergie e affinare competenze nella stessa Chiesa e nella società.





lunedì 2 marzo 2020

RAGAZZI VITTIME DI TV E CELLULARI

Gli schermi rendono i bambini irritabili, depressi e svogliati: 
6 modi in cui agiscono negativamente sul cervello

Tv e cellulari sono strumenti utili, ma da usare con moderazione e intelligenza.
I genitori diano il buon esempio-


Bambini depressi, apatici, nervosi e irritabili: è sempre più frequente riscontrare nei più piccoli disturbi comportamentali, diagnosticati o meno. Una soluzione spesso prospettata dagli esperti è quella di un periodo "senza schermi", intendendo ovviamente quelli elettronici: ed ecco che senza troppi sforzi migliora la qualità del sonno, i bambini si dimostrano più tranquilli e solari, migliora la capacità di attenzione, quella organizzativa e aumenta anche l'attività fisica. Ma perché l'eliminazione drastica e prolungata (qualche settimana) è così efficace? Perché inverte la maggior parte delle disfunzioni fisiologiche causate proprio da un'assunzione giornaliera di schermi.
I cervelli in sviluppo dei bambini sono molto più sensibili agli stimoli dei dispositivi elettronici: ecco 6 modi in cui gli schermi producono di frequente disturbi dell'umore.

  • 1. Gli schermi interferiscono con i ritmi sonno veglia. I ritmi di sonno e di veglia sono regolati dalla melatonina, un ormone che comunica al corpo quando dormire e che è rilasciato nel buio. È stato osservato che la luce emessa dagli schermi agisce come soppressore della melatonina, interferendo con i cicli naturali di sonno e di attività. Solo qualche minuto di luce blu bastano a ritardare la secrezione dell'ormone anche di qualche ora. 
  • 2. Gli schermi desensibilizzano il sistema di ricompensa del cervello. Usare schermi elettronici fa rilasciare nel corpo alti livelli di dopamina, l'ormone responsabile della sensazione di benessere nel raggiungimento degli obiettivi. Quando però il sistema di ricompensa viene usato eccessivamente si desensibilizza, e sono necessarie esperienze sempre più stimolanti per provare piacere.
  • 3. Esistono collegamenti tra luce blu degli schermi e depressione. Diversi studi hanno dimostrato come l'esposizione giornaliera alla luce blu degli schermi elettronici sia collegata ad una maggiore insorgenza di depressione e disturbi collegati. 
  • 4. Gli schermi innescano reazioni di stress. Quando si sperimentano stress cronici, nel corpo si innescano alterazioni ormonali che possono determinare una irritabilità maggiore.
  • 5. Gli schermi sovraccaricano il sistema sensoriale e frammentano la capacità di attenzione, con il risultato che dietro un comportamento "esplosivo" c'è sempre una incapacità di attenzione: quando manca la capacità di concentrazione, viene intaccato il processo di elaborazione degli stimoli ambientali, col risultato che piccole questioni appaiono insormontabili. 
  • 6. Gli schermi diminuiscono il contatto con la natura e il movimento fisico. Stare a contatto con la natura, di contro, può ripristinare le capacità di attenzione e concentrazione, riduce lo stress e gli stati di aggressività. 

Source:


venerdì 6 dicembre 2019

AIUTARE I BAMBINI - E NOI STESSI - AD ESSERE VERAMENTE FELICI

ESSERE FELICI NON VUOL DIRE ESSERE I MIGLIORI

Un proverbio Indu dice che, per essere perfettamente felici, bisognerebbe non sapere nulla della propria felicità. Il problema è proprio questo: esiste un solo sentimento umano, per quanto puro, che non sia stato sfiorato da qualche più o meno impercettibile riflessione o elucubrazione sfociata poi in ovvietà?
Ci affanniamo a porci domande su qualsiasi cosa, a chiederci come essere felici. Finiamo per trasferire il concetto della felicità in altri ambiti, come la soddisfazione di status symbol, di aspettative condivise, di convenzioni. Sarò felice se divento ricco, sarò felice se farò il bravo a scuola, sarò felice se …
Vinciamo solo se amiamo davvero
Un esempio tra tutti: la competizione dilagante. Il voto migliore, la vittoria al calcetto, il vestito “di marca”, ma anche l’Iphone ultimo modello, l’elettrodomestico di ultima generazione, la vacanza nella località di tendenza….  Si cerca di dare un valore quantitativo a ogni dimensione della felicità, quasi a soddisfare un bisogno.
A farne le spese sono soprattutto i più piccoli, che si trovano immersi in un mondo di aspettative, sia su quello che possono fare per essere felici, sia su quello che il mondo, genitori in primis, potrà fare per la loro felicità. Con risultati  favoriscono stress, invidie e gelosie, ma che si allontanano sempre di più dal vero benessere e dalla vera soddisfazione.
Cos’è la felicità? Non esiste una risposta univoca, ma è certo che si può essere felici soltanto amando ciò che si è e quello che si fa. Sin da bambini.
Quando avevo cinque anni, mia madre mi ripeteva sempre che la felicità è la chiave della vita. Quando andai a scuola, mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita”.
(John Lennon)
In questa famosissima frase è racchiusa l’essenza della felicità. Provate ad aprire il quaderno dei vostri pensieri e scrivete “Voglio essere felice”. Non chiedetevi come (ora vi spieghiamo il perché). Prima però un passo indietro: nella letteratura psicologica non esiste un concetto univoco di felicità. Martin Seligman, uno dei principali autori in materia, individua tre filoni di significato:
  • le emozioni positive e il piacere (la vita piacevole)
  • l’impegno (la vita impegnata)
  • il senso (la vita piena di significato)
Per essere felici bisogna essere in grado di portare avanti i tre obiettivi, dando un valore particolare al significato. Dare significato vuol dire apprezzare, essere grati e soddisfatti, laddove la soddisfazione nasce in primo luogo dalla conoscenza ed accettazione di se stessi.
A tutti i genitori che spesso dimenticano che bisogna essere felici, non essere i migliori, proponiamo un esercizio che si chiama “al meglio”. Provate a riflettere e raccontare un episodio in cui vi siete sentiti davvero al massimo: non migliori, non bravi, ma semplicemente desiderosi di portare avanti quel momento e quelle sensazioni in eterno.
  • Quali erano i vostri punti di forza in quel momento?
  • Eravate creativi, determinati, pazienti?
  • Cosa vi permetteva, in quel contesto, di essere così felici?
Provate a scriverlo o disegnarlo con i bambini, quasi fosse un fumetto. Diventerà il vostro poster della felicità. Ricordare quel momento vi aiuterà a tenere sempre a mente che la felicità è fatta di attimi preziosi e perderla alla ricerca di qualcosa che è solo confronto, esteriorità o, peggio, emulazione, non porta assolutamente a nulla.
Un libro per voi: “I bambini devono essere felici. Non farci felici
Nell’ambito delle riflessioni sulla felicità, ci siamo imbattuti in un bel testo di due pedagogiste, Elisabetta Rossini ed Elena Urso. Il titolo dice tutto: “I bambini devono essere felici. Non farci felici”. Non serve cercare la perfezione, ma bisogna ricordarsi di quel bambino dentro di noi che ogni tanto ci dice: “Se ti dico che ho sentito un cagnolino parlare, non dirmi che non è vero. Chiedimi cosa mi ha detto”. Potete trovarlo qui.





lunedì 25 novembre 2019

COMPITI A CASA, L'OSSIMORO DELLA SCUOLA ITALIANA

-     di Simone Consegnati

Poche cose preoccupano i genitori più dei compiti a casa, soprattutto se parliamo di bambini della scuola primaria e a maggior ragione se questi pargoli frequentano la scuola a tempo pieno. In rete ho letto che le paure più grandi, dopo la morte, sarebbero quelle legata ai traslochi e al dover parlare in pubblico, ma niente – e sottolineo niente – è paragonabile al brivido che corre lungo la schiena dei genitori quando il venerdì pomeriggio all’uscita da scuola chiedono ai loro figli quanti compiti hanno per il fine settimana. Di solito le reazioni sono polarizzate: “Mamma, sono pieno”, con faccia triste del pargolo oppure ”Papà, questa volta ne ho pochissimi” con sorriso di soddisfazione compiaciuta annessa. Nessun compito è un’opzione poco battuta. Uscendo dall’ironia dobbiamo constatare come l’argomento “compiti a casa” sia tra i più divisi e complessi della storia dell’umanità.
Da un lato abbiamo gli ultras dello studio, estremisti del senso del dovere, nostalgici del “ai miei tempi si studiava comunque di più” e che credono che una maggiore quantità di studio, anche per i bambini più piccoli sia sinonimo di più cultura, più saggezza e maggiore intelligenza. Studiando di più, si impara di più, stop.
           Dall’altro abbiamo i genitori libertini, quelli che scrivono le giustificazioni per i figli che non fanno mai i compiti o, peggio, si sostituiscono a loro e fanno i compiti al posto dei figli, che denigrano il ruolo dei docenti o che pubblicamente, davanti ai figli, sostengono l’inutilità dei compiti a casa. Entrambe le posizione, credo, dannose e diseducativi.
In primis una considerazione: dobbiamo  uscire fuori dalla logica quantitativa dei compiti. Più esercizi, soprattutto se legati alla dimensione mnemonica, ripetitiva, standardizzata non migliorano le capacità logiche, deduttive, induttive, riflessive dei nostri alunni. Un’altra considerazione cruciale è sul ruolo del riposo e dell’educazione informale e non formale. Dopo otto ore di scuola, in contesti molto spesso rigidi e formali, nei quali chiediamo ai bambini di stare seduti e in silenzio, dovremmo riflettere sul perché non imparino come vorremmo. E la soluzione non può essere continuare sulla strada del dare più compiti. Forse dovremmo introdurre un principio di pluralità degli apprendimenti, tra dimensione formale e informale, e a fianco alle pagine sulle sillabe, dovremmo chiedere ai nostri bambini di dedicarsi alla musica, ad approfondire la passione per le arti, per la tecnologia (che non significa giocare al tablet), per lo sport, il movimento e la natura. Secondo l’Istat in Italia 1 bambino su 3 è sovrappeso o obeso.[1] Alcuni genitori illuminati devono rosicchiare il poco tempo a disposizione per far partecipare i figli a corsi sportivi, teatrali, musicali. Pensate che stress: dalle sei alle otto ore a scuola, poi (per fortuna non sempre) compiti a casa, poi un breve spazio dove poter fare altro e pronti che domani si ricomincia. C’è qualcosa che non va.
Ripartiamo dalla pluralità delle educazioni, dall’importanza dei contesti informali e non formali, dal desiderio di promuovere la passione per la ricerca e l’apprendimento. Il tempo da vivere e dedicare alla famiglia può giocare un ruolo chiave nella crescita armonica del bambino: è necessario incrementare, incentivare e promuovere un tempo di qualità dedicato alla scoperta, al gioco e, ogni tanto, all’ozio. Promuovere una cultura dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (il cosiddetto life long learning) passa dalla scelta strategica di valorizzare apprendimenti significativi a discapito di quelli puramente meccanici, tenendo in considerazione tutti gli aspetti della persona.
Fare meno compiti, in altre parole, non renderebbe i nostri figli più ignoranti. Non farli per niente, d’altronde, rischia di non insegnare loro l’importanza di percorso costante di formazione. Non perdiamo mai di vista, in nessun caso, che la scuola deve essere a servizio del bambino e non viceversa e che studiare senza insegnare a riflettere è un po’ come voler capire il libretto d’istruzioni dell’IKEA senza dover comprare, né montare alcunché. Sicuri che questo modo di fare scuola aiuti i nostri bambini?







mercoledì 17 aprile 2019

Insegnanti, salute negata e verità nascoste, 100 storie di Burnout a scuola

100 storie vere, sofferte, vissute che meglio di ogni altra cosa rappresentano un sistema scolastico malpagato, disprezzato, umiliato e troppo spesso illuso da una classe politica affetta da “riformismo” inutile. Il testo si propone di schiacciare i nefasti stereotipi e far conoscere le situazioni reali a docenti e dirigenti per affrontarle con i pochi ma efficaci strumenti a disposizione. Un libro che si pregia di raccogliere i casi di vita scolastica più interessanti offrendo spunti e soluzioni a docenti e dirigenti che, nonostante tutto, sono chiamati a remare nella stessa direzione.
Resta la speranza che la lettura del testo faccia comprendere – anche a genitori e medici – l’importanza di una scuola sana sulla cui cima è posto il regista che i latini sapientemente chiamavano magister. Siamo all’alba del terzo millennio ma ancora oggi non sono state riconosciute ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Eppure, gli studi a disposizione ci dicono che le cause di inidoneità all’insegnamento presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi, con un’incidenza 5 volte maggiore rispetto alle comprensibili disfonie. In Europa, noi italiani, siamo poi gli unici a non presentare risultati di studi su base nazionale, pur disponendo di dati completi presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze (MEF) che, da oltre tre anni, si rifiuta di metterli a disposizione di Università e sindacati. Un semplice incontro operativo MIUR-MEF sbloccherebbe la situazione e avremmo in pochi mesi il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali della categoria permettendo l’attivazione di un serio programma di prevenzione basato su diagnosi collegiali e non su termini equivoci di nessun valore medico quali burnout, rischi psicosociali, stress lavoro correlato”. Nonostante ciò il DL 81/08 (Testo Unico sulla tutela della salute dei lavoratori) nelle scuole non è mai stato finanziato con un solo euro, lasciando lettera morta l’indispensabile prevenzione di legge delle malattie professionali.
La salute dei lavoratori è sempre stata all’origine della ragione di nascita del sindacato ma forse siamo tutti caduti nell’errore di considerare usuranti solamente i lavori fisici (miniere, altoforni, catene di montaggio, fabbriche) trascurando quelli psichicamente usuranti nonostante queste abbiano un’incidenza 5 volte maggiore. L’83% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni con ciò che questo comporta: quintuplicazione dell’esposizione al rischio depressivo in periodo perimenopausale oltre alla professione psicofisicamente usurante.
Nelle azioni di governo si ricade troppo spesso nel solito errore di voler riformare le pensioni “al buio”, cioè senza considerare variabili fondamentali quali età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali. Queste ultime invece dipendono direttamente dall’anzianità di servizio che comporta un aumento progressivo dell’altissima usura psicofisica del docente che è stata riconosciuta parimenti alta in tutti i livelli d’insegnamento. Nel giro di 20 anni (1992-2012) siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni agli intollerabili 67 anni della Monti-Fornero. Restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero incompatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti. Prorogare un simile sistema di maestre-nonne equivale a calpestare l’art.28 del DL 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore commisurato a genere ed età del lavoratore.
Di questi tempi diviene sempre più caldo il fronte dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) che sembrano essere strettamente collegati all’elevata anzianità di servizio (56,4 anni di età con anzianità di servizio media > dei 30) che si riflette negativamente sull’usura psicofisica dell’insegnante. Non passa oramai giorno in cui non si annunciano casi di PMS di alunni da parte delle maestre, scatenando l’opinione pubblica in sterili dibattiti sul posizionamento o meno di telecamere che non rappresentano una vera soluzione.
La responsabilità dell’incolumità degli alunni rientra di diritto tra le incombenze medico-legali dei dirigenti scolastici che dovrebbero gestire tali situazioni senza dover scomodare Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati e periti ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario. Non è altresì tollerabile l’altissimo numero di aggressioni fisiche e verbali di docenti da parte di genitori e/o studenti.
Anche per queste ragioni, oltre che per il fenomeno dei PMS occorre la costituzione immediata di un tavolo interministeriale MIUR-MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) per affrontare con criterio le suddette emergenze. Per dirla in una frase: la salute professionale è il punto critico del sistema scuola perché la miglior garanzia per l’incolumità e la crescita degli alunni passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.

da Orizzonte Scuola

martedì 30 gennaio 2018

NEURODIDATTICA. I "TRUCCHI" PER APPRENDERE MEGLIO

NEURODIDATTICA. NUOVE FRONTIERE PER L’INSEGNAMENTO
La ricerca nelle neuroscienze ha aperto strade interessanti per il mondo della scuola.
 Le tecniche di «teaching brain» o «learning brain» offrono benefici a studenti e anche agli insegnanti. Ma ricordandosi che l’educazione è soprattutto relazione

Ecco i trucchi per imparare con il cervello
 Ippocampo o neuroni specchio, i vantaggi per lo studio

di Pier Giorgio Rivoltella

Una pausa attiva è una piccola attività, in genere ludica e basata sulla collaborazione, che soprattutto nella scuola primaria può essere utilizzata per mantenere alta la concentrazione dei bambini. La specificità di quest’attività sta nel fatto di collocarsi in continuità con quello che si sta facendo in classe nella didattica. 
Ad esempio, se sto lavorando sulle figure piane in geometria e faccio fare ai bambini pause attive sull’origami o su altre attività di piegatura della carta, è chiaro che il momento ricreativo mantiene comunque il bambino sul tema su cui si sta lavorando. 
Il vantaggio è evidente: alleggerire il carico, divertire, ma senza interrompere l’attività di apprendimento, senza produrre distrazione. Le pause attive sono un esempio di spaced learning, di apprendimento intervallato, un’ipotesi di lavoro che trova la sua origine negli studi che le neuroscienze cognitive hanno prodotto sui ritmi dell’attenzione e sul processo della memorizzazione. Il nostro cervello, dicono i neuroscienziati, ha bisogno di andare in pausa periodicamente. E questo succede in particolare quando il numero di informazioni nuove che si stano introducendo è eccessivo. In questo caso l’ippocampo, una parte della corteccia che svolge una funzione fondamentale nella memorizzazione, va in sovraccarico e, di conseguenza, in situazione di stallo.
Qualcosa di molto simile a quello che ci capita quando stiamo lavorando su un computer un po’ vecchio e continuiamo a digitare sulla tastiera senza aspettare il feed-back del primo input: alla fine il computer si blocca. Quello che abbiamo descritto è solo uno dei tanti possibili incontri della scuola con la ricerca neuroscientifica. Una nuova frontiera di indagine e sperimentazione che si sta facendo largo un po’ ovunque nel mondo, dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia all’Italia. A Parigi, ad esempio, per iniziativa del ministro dell’Educazione Jean Michel Blanquer, è stata appena formata una commissione, composta da esperti di neuroscienze, per studiare soluzioni capaci di migliorare le tecniche di apprendimento. L’incontro tra scuola e ricerca neuroscientifica ha dato vita a un nuovo campo di ricerca che di solito si indica parlando di neuroeducazione, o di neurodidattica. Esso si occupa di due grandi ambiti di ricerca e di intervento che hanno a che fare con il cervello dell’insegnante ( Teaching Brain) e con gli apprendimenti degli studenti ( Learning Brain).
La ricerca sul cervello dell’insegnante lavora sull’uso del corpo e della voce in situazione, sul dispendio energetico durante la prestazione, sulla biochimica della relazione con lo studente, sul rapporto tra insegnamento e stress.
Riguardo a quest’ultimo tema si sarebbe portati a credere che lo stress, ........