Visualizzazione post con etichetta cellulari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cellulari. Mostra tutti i post

giovedì 11 luglio 2024

STOP AI CELLULARI IN CLASSE

 


Stop ai cellulari in classe anche per scopi didattici. “Smartphone fonte di distrazione, cala l’apprendimento”



A partire dall’anno scolastico 2024/2025, i cellulari saranno banditi dalle classi delle scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, anche per le attività educative e didattiche.

CIRCOLARE

La decisione è stata annunciata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, guidato dal ministro Giuseppe Valditara, attraverso una circolare che fornisce alle scuole indicazioni per introdurre il divieto dell’uso dello smartphone a scopo didattico.

La motivazione dietro questa scelta è la preoccupazione per l’impatto negativo che l’uso eccessivo dei cellulari può avere sul naturale sviluppo cognitivo dei ragazzi.

Studi internazionali hanno infatti dimostrato che l’uso del cellulare in classe, anche a scopo educativo e didattico, può incidere negativamente sul livello degli apprendimenti degli alunni. In particolare, il Rapporto Unesco 2023 ha evidenziato che i dati delle valutazioni internazionali su larga scala, come quelli forniti dall’Ocse-Pisa 2022 mettono in luce un legame negativo tra l’uso eccessivo delle TIC e il rendimento degli studenti.

Inoltre, il Rapporto Ocse ha evidenziato come gli smartphone siano fonte di distrazione per gli studenti che lo usano con maggior frequenza a scuola, facendo diminuire il livello di attenzione, in particolare durante le lezioni di matematica. L’uso continuo, spesso senza limiti, dei telefoni cellulari fin dall’infanzia e nella preadolescenza incide negativamente sul naturale sviluppo cognitivo, determinando perdita di concentrazione e di memoria, diminuzione della capacità dialettica, di spirito critico e di adattabilità.

La circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito dispone quindi il divieto di utilizzo in classe del telefono cellulare, anche a fini educativi e didattici, per gli alunni dalla scuola d’infanzia fino alla secondaria di primo grado, salvo i casi in cui lo stesso sia previsto dal Piano educativo individualizzato o dal Piano didattico personalizzato, come supporto rispettivamente agli alunni con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento ovvero per documentate e oggettive condizioni personali.

Tuttavia, altri dispositivi digitali, quali pc e tablet, potranno essere utilizzati per fini didattici, sotto la guida dei docenti. Il Ministero dell’Istruzione sottolinea che il ricorso alla didattica digitale e la sua valorizzazione restano fermi, così come l’impegno a rendere edotti gli studenti sul corretto ed equilibrato uso delle nuove tecnologie, dei telefoni cellulari e dei social e sui relativi rischi.

Le istituzioni scolastiche del primo ciclo di istruzione dovranno aggiornare i propri regolamenti e il patto di corresponsabilità educativa, anche prevedendo specifiche sanzioni disciplinari per gli alunni che dovessero contravvenire al divieto di utilizzo in classe dello smartphone.


CIRCOLARE MINISTERIALE




martedì 5 marzo 2024

TECNOLOGIA e ACQUA GASATA

EDUCARE

AL TEMPO

DEGLI

 SMARTPHONE



-       -  di Alessandro D’Avenia

 

In Inghilterra è stato vietato l’uso dei cellulari nelle scuole allo scopo di migliorare la disciplina, l’attenzione e il rendimento degli studenti (lo hanno più dell’80% dei ragazzi tra 12 e 15 anni).

Qual è la relazione tra un telefono e questi aspetti della vita scolare di un ragazzo? Chiunque abbia dimestichezza di gialli sa che cosa è un alibi, parola latina che significa «altrove». L’indagato, quando è avvenuto, non era sul luogo del delitto, ma «altrove»: ha un alibi. Leggo alibi da 24 anni, da quando ho cominciato a insegnare, perché le giustificazioni per le assenze lo sono: motivi familiari, personali, indisposizione, lutto, visita medica... Tutti li abbiamo usati con più o meno creatività (e verità), ma si limitavano a qualche giorno di scuola. Oggi invece abbiamo un alibi per la vita stessa: quest’alibi è il cellulare. Ci porta «altrove» rispetto alla scena principale del vivere: il presente. Il nostro corpo perde consistenza e la presenza, che è luogo dell’esperienza, evapora, tanto che ci dimentichiamo persino di dormire: andare a letto con il cellulare ha diminuito le ore di sonno necessarie a un adolescente con conseguenze sulla salute mentale e fisica che vedremo emergere sempre di più. Se un giorno metteremo sui telefoni minacce simili a quelle comparse sui pacchetti di sigarette, una potrà sintetizzarle tutte: «ti dà un alibi». Perché?

Le interazioni sociali

La psicologa e sociologa Sherry Turkle scriveva nel 2017 una nuova prefazione al famoso libro del 2010, Insieme ma soli, dedicato al cambiamento delle interazioni sociali dovuto alle recenti tecnologie (il primo smartphone è del 2007 e oggi lo abbiamo in quasi 5 miliardi): «Gli studi mostrano che se due persone stanno pranzando, un cellulare sul tavolo fa virare la conversazione su temi più leggeri, e i due commensali si sentono meno coinvolti reciprocamente. Chi partecipa alla conversazione sa che, con un telefono in vista, si può essere interrotti in qualunque momento. La nostra distrazione ha un prezzo». Perché lo facciamo? Le relazioni sono faticose: argomenti di conversazione, momenti impegnativi, il peso della verità, sentimenti complessi... Preferiamo fuggire o almeno avere una via di fuga. Quando scrivo un libro non sono connesso a Internet, perché avrei un alibi nei momenti di fatica: devo restare lì, proprio dove la pagina resiste e mi costringe ad essere ancora più presente a me stesso. La verità si trova solo nella e con la carne. Nell’ambito delle relazioni non è diverso: le relazioni sono impegnative come le pagine bianche. E trovare un alibi nelle relazioni comporta la perdita di una capacità: amare. Una ricerca, racconta Turkle, ha rilevato «un calo del 40% negli indicatori dell’empatia tra gli studenti universitari. E siccome la maggior parte di quel calo è avvenuto nell’ultimo decennio, è ragionevole collegare il divario di empatia alla presenza delle comunicazioni digitali». L’alibi perfetto per non sentire il peso dell’altro, con la conseguente perdita delle abilità corporee da cui sorge l’empatia: sguardi, espressioni, silenzi, tono... (e infatti poi introduciamo fantomatici corsi sulle cosiddette soft skill). Turkle dice: «La tecnologia ci fa dimenticare ciò che sappiamo della vita. Le persone ammettono che nella conversazione vis-à-vis comprendono meglio i loro figli, coniugi, genitori e partner e imparano come relazionarsi con gli altri. Eppure, vi diranno anche che sono contente di usare la tecnologia per evitare quelle conversazioni, perché sono difficili... Un giovane mi spiega che farebbe qualunque cosa pur di evitare una conversazione: “Si svolge in tempo reale, e non puoi controllare quel che dirai”. Quando ci viene offerto qualcosa che può semplificarci la vita, dimentichiamo i nostri scopi umani». 

Un mondo analogico

Queste considerazioni mi sono tornate in mente guardando il film Perfect Days di Wim Wenders, candidato all’Oscar. Il protagonista vive in un mondo analogico e di assoluta presenza: pulisce i bagni di Tokyo, ascolta audiocassette (la colonna sonora vale il film), scatta foto su pellicola... E non a caso è dotato di un’empatia che lo rende una calamita per le relazioni, soprattutto per i ragazzi, che nel film hanno sempre un telefono in mano e lo cercano proprio perché non ha «alibi»: c’è, sta nel presente e risponde alle sue chiamate (emblematica la scena in cui uno sconosciuto gli confida che ha un cancro e si mettono a giocare come bambini). Nel film, in cui si avverte la mancanza del motivo profondo per cui il protagonista vive così se non per un rigore quasi monastico, c’è una bella sequenza fissa sul suo volto, sul quale passano tutti i colori della vita. Avremo sempre più nostalgia di questa «presenza» di carne, ma intanto, scrive Turkle: «dobbiamo chiederci se una tecnologia espanda le nostre capacità e possibilità o se sfrutti i nostri punti deboli. Se pensiamo che faccia entrambe le cose, qual è il saldo? La tecnologia ci ha offerto acqua gasata zuccherata, e noi l’abbiamo adottata. Abbiamo impiegato più di cento anni a decidere che non ci faceva bene. E quando l’abbiamo dichiarata nociva, era ormai parte integrante delle immagini più convincenti del sogno americano... e sorprendentemente, ancora oggi, ogni volta che una nuova tecnologia sfrutta una profonda vulnerabilità, ci comportiamo come se non avessimo mai sentito questa storia. La tecnologia, alimentare o digitale, può farci dimenticare ciò che sappiamo della vita. E oggi offre tentazioni sempre maggiori di farci imboccare la strada dell’oblio».

La strada dell'oblio

Nella scuola in cui insegno abbiamo deciso di vietare i cellulari (a meno che non servano per scopi didattici), decisione sulla quale ero combattuto, ma evidenze scientifiche ormai copiose e dati osservabili direttamente (i ragazzi, al suono della campana dell’intervallo, prima rimanevano seduti a controllare il telefono, ora si fiondano fuori) hanno fugato i dubbi. L’oblio del corpo è un prezzo troppo alto da pagare (chi di noi ha «ricordi» di un pomeriggio passato sui social? E non avere ricordi significa essere alienati dalla vita: alibi e alieno hanno la stessa radice), tanto che è semplice buon senso limitare l’uso di questa tecnologia. Guardate il progetto «Removed» del fotografo Eric Pickersgill che nel 2014 ha cominciato a immortalare chi interagisce con un cellulare, rimuovendo poi dalla foto lo strumento: vedrete persone immerse in una realtà di cui non sentono e non sanno più nulla, sono «rimossi» (il contrario di «promossi») dal presente tanto quanto i device lo sono dalla foto. Qualcuno dirà che ormai anche quella nel telefono è realtà salvo poi scoprire che nell’album dei nostri ricordi ci sono solo momenti di profonda «incarnazione» e non chat, video e informazioni. Essere altrove ha un prezzo, soprattutto nelle tappe evolutive, e il paradosso è che siamo noi adulti a fornire l’alibi perfetto a un bambino, che un giorno purtroppo scoprirà che sulla scena del presente è stato la vittima: si è dimenticato di esserci.

Alzogliocchiversoilcielo -Corriere della Sera


Immagine



 


 

sabato 24 febbraio 2024

STOP AI CELLULARI ?

 


-      -   di  Riccardo Prando

 

Se diciassette anni vi sembran pochi: tanti ne sono trascorsi da quando, nel 2007, l’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni vietava l’utilizzo dei telefoni cellulari dalle elementari alle medie inferiori, con l’aggiunta della scuola dell’infanzia. Nei giorni scorsi il suo successore, Giuseppe Valditara, ha anticipato che fra le nuove linee guida della scuola italiana viene ribadito lo stesso divieto per ovvi motivi didattico-educativi, ma anche “per evitare tensioni fra studenti e insegnanti: difendere il corpo docente significa difendere il principio di delega e di autorità”. Precisazione, quest’ultima, dal forte retrogusto amaro: se in oltre tre lustri, dirigenti e docenti (scriviamo al femminile perché in quell’ordine di scuole i maschi si contano sulle dita di una mano) non sono riusciti ad imporre lo stop ai telefonini ai loro giovanissimi alunni (tanto che ha dovuto intervenire il ministro), ciò non può che gettare cattiva luce sulla loro immagine in fatto di autorevolezza e capacità educativa.

 Un po’ come accade nei musei, dove all’entrata si legge spesso un cartello del tipo “vietato scrivere sui muri” che suona come un’ovvietà, dato il luogo in cui ci si trova, ma che non sarebbe necessario apporre se i visitatori si dotassero di sufficiente senso civico.

 Ci sarebbe poi da sorridere all’idea del divieto all’uso del cellulare imposto anche ai bimbi dell’infanzia, ma si vede che ormai il telefonino è regalo comune da fare ai pargoli appena terminano lo svezzamento.

 Più seria appare la questione che riguarda la scuola media superiore, alla quale infatti – stando alle dichiarazioni rilasciate alla stampa – non si estende il divieto. Potremmo chiederci il motivo, se una recente indagine nazionale non ci avesse già risposto rilevando che il 54 per cento degli studenti usa comunemente il famoso dispositivo anche durante le lezioni e non per motivi didattici. Anche questo aspetto la dice lunga sul ruolo educativo che riveste il personale docente nei confronti dei ragazzi, perché se è vero che una battaglia navale, giocata quatti quatti dietro le spalle massicce del compagno, ce la siamo fatta quasi tutti, è altrettanto vero che un cellulare è molto più difficile da nascondere. A meno che si abbiano le fette di salame sugli occhi.

 Vien dunque da pensare che estendere il famoso divieto ai piani alti del sistema scolastico, dove albergano anche maggiorenni, rappresenti un rischio non da poco a fronte delle occupazioni, delle manifestazioni di piazza, delle aggressioni a presidi e docenti di cui ogni anno è ricca la cronaca nostrana. 

Meglio chiudere un occhio e sperare nel grado di maturità degli studenti, ma anche dei loro genitori esperti nell’arte di delegare alla scuola quella fetta di educazione che invece spetta loro di dovere e di diritto? Chissà. Cominciamo col vedere l’effetto che fa il provvedimento sui più piccoli. Fra qualche anno, varcate le soglie delle superiori, potrebbero anche portare avanti di propria sponte la buona abitudine di lasciare spento il cellulare.

 Il Sussidiario

martedì 20 dicembre 2022

CELLULARI A SCUOLA

 Stop ai cellulari in classe

Valditara: “Tuteliamo l’apprendimento dei ragazzi e il rispetto per i docenti”


È stata diffusa oggi alle scuole la circolare, firmata dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, contenente le indicazioni sull’utilizzo dei telefoni cellulari e di analoghi dispositivi elettronici nelle classi.

È confermato il divieto di utilizzare il cellulare durante le lezioni, trattandosi di un elemento di distrazione propria e altrui e di una mancanza di rispetto verso i docenti, come già stabilito dallo Statuto delle studentesse e degli studenti del 1998 e dalla circolare ministeriale n. 30 del 2007.


“L’interesse delle studentesse e degli studenti, che noi dobbiamo tutelare, è stare in classe per imparare - dichiara il Ministro Giuseppe Valditara -. Distrarsi con i cellulari non permette di seguire le lezioni in modo proficuo ed è inoltre una mancanza di rispetto verso la figura del docente, a cui è prioritario restituire autorevolezza. L’interesse comune che intendo perseguire è quello per una scuola seria, che rimetta al centro l’apprendimento e l’impegno. Una recente indagine conoscitiva della VII commissione del Senato ha anche evidenziato gli effetti dannosi che l’uso senza criterio dei dispositivi elettronici può avere su concentrazione, memoria, spirito critico dei ragazzi. La scuola deve essere il luogo dove i talenti e la creatività dei giovani si esaltano, non vengono mortificati con un abuso reiterato dei telefonini. Con la circolare, non introduciamo sanzioni disciplinari, ci richiamiamo al senso di responsabilità. Invitiamo peraltro le scuole a garantire il rispetto delle norme in vigore e a promuovere, se necessario, più stringenti integrazioni dei regolamenti e dei Patti di corresponsabilità educativa, per impedire nei fatti l’utilizzo improprio di questi dispositivi”.

L’utilizzo dei cellulari e di altri dispositivi elettronici può essere ovviamente consentito, su autorizzazione del docente, e in conformità con i regolamenti di istituto, per finalità didattiche, inclusive e formative, anche nell’ambito degli obiettivi del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) e della “cittadinanza digitale”.

I rischi per la salute dei ragazzi che possono derivare dall’uso perdurante dei cellulari sono evidenziati dalla relazione finale, diffusa in allegato alla circolare, dell’indagine conoscitiva realizzata nella scorsa legislatura dalla 7ª Commissione del Senato “Sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento”.

 In allegato, la circolare e la relazione.


Immagine



mercoledì 28 settembre 2022

IL CELLULARE NEL CASSETTO

 La preside: così ho convinto prof e alunni a mettere i cellulari nel cassetto
Una positiva iniziativa per educare i ragazzi a non divenire schiavi dei cellulari: i cellulari degli alunni e degli stessi insegnanti  sono silenziati e riposti in un cassetto. Si insegna e si apprende con maggiore serenità e profitto. E... se c'é qualche emergenza? C'è il telefono della scuola! 
Lo stesso dovrebbero fare (con coraggio e costanza) i genitori a casa: niente cellulari mentre si studia o (peggio ancora) mentre si dorme. 
Il cellulare accanto al letto rende il sonno inquieto e fragile (quanti ragazzi arrivano a scuola assonnati perché la notte  hanno spesso vegliato a causa del cellulare!
Bisogna garantire ai ragazzi l'adeguato e sereno sonno almeno dalle ore 22 sino al mattino .... 
Gli stessi adulti debbono dare l'esempio se vogliono una serena e buona maturazione dei ragazzi.
Il buon esempio degli adulti (in particolare quello dei genitori !) educa e trascina.

 - di Paolo Ferrario

 «Tra il vietare l’utilizzo del cellulare in classe, per altro già previsto da un regolamento ministeriale del 2007 e responsabilizzare i ragazzi all’utilizzo degli smartphone, abbiamo scelto una terza via: aiutarci a vicenda a vivere e far diventare la scuola un luogo significativo, più bello e interessante per tutti».

Una settimana dopo l’inaugurazione dei cassetti dove studenti e insegnanti depositano gli smarphone all’arrivo a scuola e li ritirano quando suona l’ultima campanella della giornata, la rettrice degli istituti paritari “Malpighi” di Bologna, Elena Ugolini, traccia un bilancio positivo dell’iniziativa. E si stupisce del clamore mediatico che ha suscitato, visto che, come ricorda un sondaggio di Studenti.it, l’iniziativa è in atto in almeno il 26% delle scuole superiori italiane.

Come sono andati questi primi giorni “senza connessione”?

Bene. La differenza più rilevante, rispetto a prima, è stata vedere i ragazzi, ma anche i professori, parlarsi e guardarsi negli occhi durante l’intervallo. Tempo che, prima, tutti, giovani e adulti, passavano con lo sguardo fisso sullo schermo dello smartphone.

Perché avete voluto coinvolgere anche gli insegnanti?

Perché i primi a prendere consapevolezza che il cellulare inibisce le relazioni dobbiamo essere noi adulti. Io per prima, visto che, per lavoro, passo gran parte della giornata col telefono in mano e, per questo, sono a volte ripresa dai miei figli.

Non basterebbe tenerlo spento?

C’è poco da fare: una classe con i telefonini negli zaini o sulla cattedra è una classe che scivola inesorabilmente verso la distrazione. E i docenti sono educatori, non guardiani. Con questa iniziativa, per altro già sperimentata, con buoni risultati, l’anno scorso in una classe con problemi di bullismo, vogliamo aiutarci tutti a non essere distratti e ad avere uno spazio di lavoro in cui la presenza, il rapporto e la concentrazione siano facilitati. Aiutandoci tutti insieme a creare un rapporto fatto anche di silenzio e di presenza, per riempire di contenuto le mille ore che passiamo, ogni anno, a scuola con i nostri studenti.

I ragazzi come l’hanno presa?

Ci hanno dato fiducia perché hanno capito che in gioco non c’è il rispetto di una regola o di una circolare ministeriale, ma un aiuto reciproco, giovani e adulti insieme, per rendere più belle e intense le ore di lezione.

E come fate senza l’aiuto della tecnologia?

Chiudere gli smartphone in un cassetto non significa affatto rinunciare ad usare la tecnologia e Internet per la didattica. Le Lim funzionano ancora e la Rete è quotidianamente consultata durante le lezioni. Vogliamo che la tecnologia resti uno strumento per potenziare la nostra capacità di apprendimento e non una distrazione. E i primi a farcelo capire sono stati proprio gli studenti, quando, a precisa domanda, hanno risposto che lo smartphone non aiuta la concentrazione in classe. Se, come confermano tante ricerche, davvero il telefonino distrae e toglie energia al rapporto e alla relazione, togliamolo di mezzo.

E quali altre “scoperte” avete fatto questa settimana?

La principale è che si può vivere bene anche senza tenere costantemente lo sguardo fisso sullo schermo. L’altro giorno, al termine delle lezioni, ho incrociato una studentessa che aveva in mano lo smartphone spento. Mi ha stupito e le ho chiesto il motivo. Mi ha risposto che non se n’era nemmeno accorta. E mi ha sorriso, aggiungendo che, anche senza cellulare, a scuola non si annoia. Ecco, forse dovremmo chiederci perché, invece, tanti studenti a scuola si annoiano. Questa è la sfida vera: farli sentire coinvolti e protagonisti. E, invece, ci sono esperti psicologi, come Daniela Lucangeli, che ci dicono, dati alla mano, che il cellulare crea dipendenza e la sua sola presenza, anche se spento, riduce le capacità cognitive.

 

www.avvenire.it

 

martedì 20 settembre 2022

ADOLESCENTI ABBANDONATI ALA RETE


Con il Lego tra i ragazzi iperconnessi 

 - di VIVIANA DALOISO

Ore 8.45, terza media di un istituto dell’hinterland milanese. Il sacco pieno di Lego in una mano, le cartelle del Bingo nell’altra. A ogni studente ne viene distribuita una: al posto dei numeri ci sono frasi. «Ha un profilo social seguito da più di 300 follower», «Guarda video su YouTube», «Manda più di 50 messaggi al giorno su WhatsApp» e così via, fino alle condivisioni, ai video su Tik Tok, a chi il telefono lo tiene acceso anche di notte, a chi condivide foto e video.

Alessandro alza la mano annoiato: «E adesso che ci facciamo?». L’educatore risponde: «Adesso giochiamo». Ogni giorno in 150 scuole italiane – prima di vietarne l’uso, prima di chiedere di rinchiuderlo in un cassetto e riprenderlo alla fine delle lezioni – c’è chi prova a insegnare ai ragazzi a usare il cellulare come uno strumento.

Che è quello che dovrebbe essere, o tornare ad essere. Che è quello che gli adulti – a cui pure al liceo Malpighi di Bologna in queste ore i cellulari sono stati tolti – forse per primi, come uno strumento soltanto, non usano più.

Non servono trattati di psicologia o lunghe prediche su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato a chi vive già connesso h24: «Serve provare a connettere i ragazzi con loro stessi, ridando anima e senso a quello che col cellulare fanno» spiega Ivano Zoppi, pedagogista e segretario generale di Fondazione Carolina, in prima linea ormai da anni sul fronte dell’educazione digitale (e su quello strettamente connesso della prevenzione al cyberbullismo). Di qui il Bingo: ad Alessandro e i suoi compagni viene chiesto di alzarsi e di parlare con gli altri, chiedendo loro se fanno o hanno fatto una delle azioni riportate nelle caselle. Vince chi per primo le completa – facendole firmare –, il che in effetti avviene piuttosto in fretta. Perché chiunque ha un profilo social, già a 13 anni; perché chiunque pubblica video su Tik Tok, passa il tempo su You-Tube, naviga senza il controllo degli adulti, chatta con gli sconosciuti nei videogiochi, partecipa a una challenge. «Che non lo faccia a scuola, può senz’altro avere conseguenze positive. Ma il punto – prosegue Zoppi – è che, in qualsiasi altro momento della giornata e ovunque lo faccia, abbia consapevolezza di quello che fa e di come lo fa». A questo punto le azioni descritte nelle caselle vengono prese in esame, una ad una: perché si ha un profilo social anche se la legge non lo consente ancora? Come mai si chatta di notte? Con che rispetto verso l’altro si condivide una sua foto mentre sta facendo qualcosa di stupido, o imbarazzante? Che cosa proviamo se viene fatto lo stesso con noi? E via dicendo.

 In classe si apre il confronto, fioccano le domande. Che scatenano risate, piccole confessioni, dibattito. «Il profilo me lo ha aperto mia madre – racconta Elena –, se ero fuori dalla chat di classe e di pallavolo non ero nessuno». «Me che vuol dire? – sbotta la sua vicina di banco, Cristina – Mica sei qualcuno perché hai le chat». «E invece sì» interviene ancora Alessandro dall’ultima fila, che annoiato non lo è più. L’occasione è buona, per l’educatore, per suggerire ai ragazzi che la loro identità con lo smartphone non c’entra affatto. A questo scopo viene proposto loro di costruire un avatar con il Lego, che viene poi preso in esame da tutti, osservato, messo in relazione con gli altri. E poi, ancora, di costruire una “scatola degli attrezzi”, con la “pinza delle responsabilità”, il “nastro della privacy”, il “martello delle regole”: su ogni oggetto si discute, si passa del tempo a guardarlo da lontano, il cellulare, per capire cos’è e «perché non può diventare il contenitore della loro vita». A compiere questo e altri percorsi, nell’ultimo anno scolastico, sono stati oltre 70mila studenti soltanto con Fondazione Carolina. Che della responsabilizzazione dei ragazzi e della formazione degli adulti (genitori, insegnanti, educatori, allenatori, catechisti) ha fatto i suoi pilastri: «Spesso veniamo chiamati in scenari di emergenza – continua Zoppi – laddove sono accaduti fatti gravi legati all’uso sbagliato degli smartphone e al cyberbullismo ». Quando è troppo tardi, cioè, per educazione e prevenzione. Ma la consapevolezza dei dirigenti sta crescendo, «complice il vissuto del Covid, gli anni della Dad e il malessere crescente dei ragazzi». Che vivendo sugli smartphone, sugli smartphone anche parlano, amano, odiano, litigano, soffrono, a volte purtroppo muoiono. «La sensazione che abbiamo, dalle scuole nel centro di Milano fino a quelle della periferia di Lecce, è che siano persi, travolti da un’esposizione di cui ignorano regole e modalità. Soprattutto, drammaticamente invisibili agli adulti». Adulti che ai percorsi di Carolina, sempre pensati per un momento di raccordo anche con le famiglie, partecipano pochissimo (appena 10mila le mamme e i papà degli studenti incontrati sui 70mila ragazzi di cui si diceva poco fa, contro i 140mila attesi) e che nel 75% dei casi problematici legati all’uso dei cellulari (dalle molestie fino al cyberbullismo) dai figli non vengono minimamente coinvolti «per sfiducia, per paura, più spesso perché del tutto disinteressati ai loro problemi». Ed ecco perché, allora, chiudere lo smartphone in una scatola sei ore al giorno rischia di assomigliare più a un alibi: «A rimanere aperta, e sanguinante, è la ferita dell’educazione».

www.avvenire.it

 

 

lunedì 2 marzo 2020

RAGAZZI VITTIME DI TV E CELLULARI

Gli schermi rendono i bambini irritabili, depressi e svogliati: 
6 modi in cui agiscono negativamente sul cervello

Tv e cellulari sono strumenti utili, ma da usare con moderazione e intelligenza.
I genitori diano il buon esempio-


Bambini depressi, apatici, nervosi e irritabili: è sempre più frequente riscontrare nei più piccoli disturbi comportamentali, diagnosticati o meno. Una soluzione spesso prospettata dagli esperti è quella di un periodo "senza schermi", intendendo ovviamente quelli elettronici: ed ecco che senza troppi sforzi migliora la qualità del sonno, i bambini si dimostrano più tranquilli e solari, migliora la capacità di attenzione, quella organizzativa e aumenta anche l'attività fisica. Ma perché l'eliminazione drastica e prolungata (qualche settimana) è così efficace? Perché inverte la maggior parte delle disfunzioni fisiologiche causate proprio da un'assunzione giornaliera di schermi.
I cervelli in sviluppo dei bambini sono molto più sensibili agli stimoli dei dispositivi elettronici: ecco 6 modi in cui gli schermi producono di frequente disturbi dell'umore.

  • 1. Gli schermi interferiscono con i ritmi sonno veglia. I ritmi di sonno e di veglia sono regolati dalla melatonina, un ormone che comunica al corpo quando dormire e che è rilasciato nel buio. È stato osservato che la luce emessa dagli schermi agisce come soppressore della melatonina, interferendo con i cicli naturali di sonno e di attività. Solo qualche minuto di luce blu bastano a ritardare la secrezione dell'ormone anche di qualche ora. 
  • 2. Gli schermi desensibilizzano il sistema di ricompensa del cervello. Usare schermi elettronici fa rilasciare nel corpo alti livelli di dopamina, l'ormone responsabile della sensazione di benessere nel raggiungimento degli obiettivi. Quando però il sistema di ricompensa viene usato eccessivamente si desensibilizza, e sono necessarie esperienze sempre più stimolanti per provare piacere.
  • 3. Esistono collegamenti tra luce blu degli schermi e depressione. Diversi studi hanno dimostrato come l'esposizione giornaliera alla luce blu degli schermi elettronici sia collegata ad una maggiore insorgenza di depressione e disturbi collegati. 
  • 4. Gli schermi innescano reazioni di stress. Quando si sperimentano stress cronici, nel corpo si innescano alterazioni ormonali che possono determinare una irritabilità maggiore.
  • 5. Gli schermi sovraccaricano il sistema sensoriale e frammentano la capacità di attenzione, con il risultato che dietro un comportamento "esplosivo" c'è sempre una incapacità di attenzione: quando manca la capacità di concentrazione, viene intaccato il processo di elaborazione degli stimoli ambientali, col risultato che piccole questioni appaiono insormontabili. 
  • 6. Gli schermi diminuiscono il contatto con la natura e il movimento fisico. Stare a contatto con la natura, di contro, può ripristinare le capacità di attenzione e concentrazione, riduce lo stress e gli stati di aggressività. 

Source:


lunedì 30 dicembre 2019

LA FAMIGLIA LUOGO DELLA COMUNICAZIONE

Via i cellulari, riprendiamo il dialogo in famiglia: il compito che il Papa ci affida

Teste e sguardi chinati, dita impegnate a chattare vorticosamente e un silenzio che “sembra di essere a Messa”: il Papa all’Angelus di ieri, mentre la Chiesa celebrava la festa della Sacra Famiglia di Nazareth, ha scattato una triste istantanea dei pranzi e delle cene che genitori e figli consumano in casa, alienati dagli smartphone, senza più condividere nulla, eccetto lo spazio del tavolo attorno al quale siedono.  
“I tre componenti di questa famiglia si aiutano reciprocamente a scoprire il progetto di Dio. Loro pregavano, lavoravano, comunicavano. E io mi domando: tu, nella tua famiglia, sai comunicare o sei come quei ragazzi a tavola, ognuno con il telefonino, mentre stanno chattando? In quella tavola sembra vi sia un silenzio come se fossero a Messa … Ma non comunicano fra di loro. Dobbiamo riprendere il dialogo in famiglia: padri, genitori, figli, nonni e fratelli devono comunicare tra loro …”
La famiglia invece oggi lungi dall’essere il luogo del convivio dove la parola e le risate si alternano al cibo, risulta troppo spesso demolita dalla chiusura, dal silenzio appunto, foriero tra l’altro di incomprensioni e conflitto, che l’uso illimitato e sbagliato della tecnologia ha provocato. Ma a tutto questo c’è rimedio, basta darsi dei limiti e delle regole, cercare nella tecnologia le cose buone e virtuose, evitare il più possibile lo scollamento tra la vita on line e quella off line, dice a Vatican News Bruno Mastroianni, giornalista e social media manager.
R. - Direi che quello della comunicazione è un tema centrale, anche perché nelle relazioni o c’è comunicazione o le cose non funzionano; tra l’altro è interessante il paragone che il Papa ha fatto con la Messa: perché se è vero che una persona a Messa esteriormente sta in silenzio, interiormente invece ci deve essere proprio quel dialogo con Dio che attraversa tutta la celebrazione. (Cosa che davanti ad uno smartphone è difficile da alimentare!) Quindi anche in famiglia è molto importante che si veda, si manifesti che ci si vuole bene proprio perché si parla, perché si condivide...
C’è qualche consiglio pratico che vuoi darci, in particolare ai giovani, ai quali il Papa si rivolge per primi, per metter via il cellulare e ricominciare a comunicare?
R. - Intanto ricorderei che non sono solo i giovani. Il Papa ha fatto un riferimento diretto ai giovani che stanno sul telefonino e chattano; ricorderei che anche i meno giovani, cioè i genitori, gli adulti, spesso hanno questo problema e non sono di esempio. Il problema non è tanto il telefonino in sé, ma che significato diamo al nostro essere connessi. È chiaro che se  una persona si mette online mentre è a cena, è come se non desse significato a quel momento preciso, in cui invece si ha l’occasione di condividere qualcosa con gli altri. Direi quindi che il primo consiglio – che poi è la base - è darsi dei limiti, cioè mettere via il cellulare quando non è il caso di usarlo, ma poi ci vuole l’altezza e la profondità, cioè cercare il senso che vogliamo dare ai nostri momenti che viviamo con gli altri, perché mettersi solo dei limiti, dei divieti – spegniamo il cellulare, mettiamolo via, quindi il semplice “off”, non basterà per accendere le nostre relazioni.
Tra l’altro il messaggio che il Papa ha voluto darci colpisce ancora di più, perché lui è davvero un campione di comunicazione, di quella comunicazione che non ha niente di virtuale, ma che si fa con i gesti, con gli abbracci, i sorrisi, le parole per tutti … Quindi questa sollecitazione arriva da un esempio credibile. Tu dicevi: i genitori devono dare l’esempio. Il Papa lo dà …
R. - Sì. Il Papa ha un modo di comunicare secondo me molto interessante, che è quello di fare spazio all’altro. Lo si vede proprio anche nella sua gestualità, nel suo modo di stare con le persone, anche quando non parla, quando semplicemente sta nella folla; si vede come Lui adotta proprio una prossemica in cui fa entrare l’altro che gli dà qualcosa, fa entrare l’altro nel suo spazio. Credo che questo sia un modello di comunicazione molto interessante, che si può riproporre in famiglia, perché noi spesso abbiamo una visione muscolare della comunicazione: dobbiamo dire qualcosa, fare qualcosa. Anche nei confronti dei giovani, i genitori devono dire qualcosa ai figli. Invece la maggior parte delle volte, si tratta di crear quello spazio per cui il figlio o l’atro in generale possa esserci, possa dire qualcosa di sé, possa mostre qualcosa di sé. Lì, quello spazio, diventa condivisione e comunicazione.
L’invadenza degli smartphone nel mondo, nella vita reale, è però sotto gli occhi di tutti. Divorano, fagocitano le relazioni sociali. Si può guarire da questa ‘patologia’ oppure la non comunicazione, quella che il Papa addita, l’isolamento la perdita di interesse, sono un processo irreversibile?
R. - Assolutamente non sono una condanna. Chiaramente gli interessi commerciali delle piattaforme e delle grandi compagnie tecnologiche comportano il fatto di attirare il più possibile la nostra attenzione e il nostro tempo su quelle piattaforme. Da parte nostra, quello che dobbiamo fare è lavorare proprio sulla comunicazione. Non è solo una dieta che dobbiamo fare, anche se poi la dieta è importante, ma è anche incominciare a nutrirsi di cose buone e nutrienti, cioè usare la connessione per dare significato alla propria vita, per costruire qualcosa, per informarsi, per comunicare.
Potremmo dire che la comunicazione vien comunicando, quindi si comincia magari in famiglia e poi anche fuori, negli altri ambiti relazionali …
R. - A volte noi dividiamo mentalmente off line – on line, come se off line fosse tutto apposto e on line tutti problemi. In realtà noi siamo in continuità, come dice Luciano Floridi, la “Onlife”: la nostra vita è una vita contemporaneamente connessa nel digitale, ma anche nell’analogico, nel fisico, negli incontri che facciamo. Dovremmo vivere il più possibile un’unità in equilibrio in cui siamo le stesse persone on line e off line, cercando significati, provando a costruire relazioni e non a distruggerle. Credo che questo ci potrà aiutare a scegliere quando è il momento di guardare lo schermo e quando è il momento invece di guardare in faccia l’altra persona. Questa sfida è grande, perché significa che noi dobbiamo essere uomini all’altezza della connessione. Questo vuol dire non soltanto aver paura degli usi negativi che stanno venendo fuori da alcuni eccessi, ma incominciare a diventare protagonisti, in prima persona, prendere l’iniziativa per provare a trovare forme di vita connessa non solo sostenibili ma addirittura che contribuiscono al bene, che migliorano la vita delle persone. è tutta una sfida ampia che abbiamo di fronte come genitori, come figli, come insegnanti – ciascuno ha il suo posto-, ma credo che sia veramente la sfida più importante: cosa vuol dire la vita buona connessa!