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giovedì 15 gennaio 2026

LA MONOGAMIA COME POESIA


Il vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia riflette sulla nota del Dicastero per la Dottrina della Fede sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca


di Antonio Staglianò*

Fermiamoci un attimo. Prima di archiviare mentalmente l’ennesimo “documento vaticano” sull’amore e il matrimonio come roba da sacrestia, da manuale di morale sessuale impolverato, proviamo a leggere questo: «Dimos vueltas y vueltas, / hasta que volvimos a casa otra vez, / nosotros dos» (“Abbiamo girato e girato, / finché non siamo tornati a casa di nuovo, / noi due”). Non è una canzone di Vinicio Capossela. È Wisława Szymborska, poetessa polacca, Premio Nobel. E queste righe — insieme a versi di Neruda, Dickinson, Montale — compaiono in pieno in Una caro, l’ultimo testo del Dicastero per la dottrina della fede firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández. Un atto rivoluzionario: la Congregazione che un tempo si chiamava Sant’Uffizio, quella dei silenzi e dei no, oggi cita poeti per spiegare perché “due” siano meglio di tre, quattro o dell’infinità liquida dell’amore contemporaneo.

Non siamo di fronte a un trattato di teologia. È qualcosa di più radicale: un manifesto culturale che prova a riabilitare la monogamia non come imposizione ma come esperienza di bellezza. E lo fa con un’arma segreta: la poesia. Perché i poeti? Perché — scrive il documento citando Papa Francesco — «la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove alla contemplazione e mette in cammino». Esatto: una spina. Non una carezza consolatoria ma un pungiglione che ti sveglia, che ti costringe a guardare in faccia il mistero dell’altro. La “Pop-Theology” può esultare e candidarsi a diventare ben presto una “disciplina teologica”.

La prima mossa intelligente di Una caro è spostare il dibattito dal piano del “dovere” a quello del “genio culturale”. La monogamia cristiana non è principalmente (solo) una legge naturale o un comandamento ma un fatto culturale generativo. Ha plasmato un modo di stare al mondo, di concepire la persona, la dignità, la reciprocità. Il documento parte da lontano, dal secondo capitolo della Genesi che non è un racconto ingenuo ma un “manifesto antropologico”. Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo». E crea non un clone, non un servo, ma un «aiuto che gli corrisponda», un Tu che gli stia di fronte, “occhi negli occhi”. È la nascita della relazione frontale, del dialogo, del riconoscimento. Non della fusione ma dell’incontro tra due libertà.

Questo è il primo contributo culturale del cristianesimo: l’invenzione della persona come fine. L’uomo e la donna non sono mezzi per la specie, per il piacere, per il potere. Sono fini in sé. E solo in un rapporto esclusivo a due questa dignità è custodita. San Tommaso, citato nel testo, è chiarissimo: «La poligamia trasforma l’amicizia tra uomo e donna in una relazione quasi servile». Dove ci sono più donne (o più uomini), qualcuno diventa inevitabilmente oggetto, strumento. La monogamia, allora, non è una limitazione della libertà ma la sua condizione di possibilità. Solo davanti a un unico volto puoi assumerti una responsabilità infinita. Come scrive Emmanuel Lévinas, filosofo amato anche dai teologi, il volto dell’altro ti comanda “non uccidermi”. Ti comanda di rispettare la sua alterità. La poesia, in questo, è maestra: ci ricorda che l’amato è sempre un mistero inviolabile. «Tus ojos me interrogan tristes … / Este corazón está tan cerca de ti como tu propia vida, / pero no puedes conocerlo del todo» (“I tuoi occhi mi interrogano tristi … / Questo cuore è tanto vicino a te quanto la tua stessa vita, / ma non puoi conoscerlo del tutto”).

Il documento non fa finta di vivere nell’Ottocento. Sa benissimo che oggi la monogamia è sotto attacco. Non solo per il divorzio facile o l’adulterio ma per l’e m e rg e re di modelli culturali espliciti che la negano: il “p oliamore ” (relazioni multiple e consensuali), le unioni aperte, la sessualità fluida. La risposta non è la condanna morale. È più sottile: offrire una narrazione più bella. Più avvincente. Più umana. Perché — chiede il testo — se le serie tv, le canzoni pop, i romanzi continuano a celebrare il “grande amore” unico e fatale, mentre nella realtà le relazioni si frantumano? Forse perché nell’immaginario collettivo sopravvive la nostalgia di un legame totale, esclusivo, che dà senso alla vita. La Chiesa, con questo documento, si fa curatrice di quella nostalgia. E usa i poeti come testimoni privilegiati. Neruda che scrive alla sua Matilde: «Yo voy a cerrar los ojos / y solo quiero cinco cosas, / cinco raíces preferidas. / Una es el amor sin fin … / La quinta cosa son tus ojos». “La quinta cosa sono i tuoi occhi”. Non “gli o cchi” ma “i tuoi occhi”. Quelli di quella persona unica, insostituibile. È il trionfo dell’unicità contro l’anonimato della moltiplicazione.

Il poliamore, suggerisce il testo, nasce da un’illusione ottica: pensare che l’intensità dell’incontro si moltiplichi con il numero dei partner. Ma è il contrario: come nel mito di Don Giovanni, il numero dissolve il nome. L’infinità quantitativa uccide la profondità qualitativa. La poesia, al contrario, celebra la profondità del singolo volto, della storia condivisa, del “noi” che diventa casa.

Qui arriviamo al cuore teologico del documento ma anche alla sua svolta più pop: il concetto di carità coniugale. Non è la “carità” delle suore di clausura ma l’amore quotidiano tra due che scelgono di costruire una vita insieme. Un amore che non cancella l’eros ma lo purifica e lo eleva. Papa Francesco, citato a lungo, lo descrive con i tratti di 1 Corinzi, 13: «la pazienza, la benevolenza, il non essere arroganti, il non tener conto del male». È l’amore che diventa arte della convivenza. E l’arte, come la poesia, richiede esercizio, disciplina, capacità di trasformare la materia grezza della vita in qualcosa di bello. La sessualità, in questa visione, non è un problema da controllare ma un linguaggio. Un linguaggio che, nel matrimonio, dice: «Io mi dono tutto a te, e accolgo tutto di te». Non è il sesso del consumo rapido, dell’usa e getta. È il sesso come parola incarnata della promessa fatta all’altare.

E qui il documento compie un altro passaggio geniale: difende il piacere sessuale come parte integrante dell’amore coniugale. Cita Karol Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II) quando scrive che «non è in alcun modo incompatibile con la dignità delle persone il fatto che il loro amore coniugale comporti un “piacere” sessuale». Anzi, il piacere, vissuto nel contesto di un dono totale, diventa espressione di gioia e gratitudine. È la fine del manicheismo sessuale che ha a volte afflitto la Chiesa: da una parte il sesso sporco, dall’altra l’amore puro. No, dice Una caro: l’amore vero unifica corpo e spirito. E la poesia, ancora una volta, ci aiuta a capirlo: quando un poeta descrive l’amore, parla di sguardi, di mani, di pelle, di silenzi, non di anime disincarnate.

Il documento sa che la monogamia non è un istinto primario. È una conquista culturale. E come tale va educata. Ma come si educa all’esclusività, alla fedeltà, alla pazienza? Anche qui la risposta è sorprendente: attraverso la bellezza. Attraverso storie, poesie, film che mostrano la grandezza di un amore che dura. Non imponendo regole ma facendo innamorare dell’ideale. La poesia, in questo, è un’allenatrice eccezionale. Ti insegna a vedere l’altro nella sua unicità. Ti allena a nominare le emozioni complesse. Ti offre un linguaggio per dire l’amore che va oltre il “mi piaci”. In un’epoca di relazioni digitali, di like e di chat effimere, la poesia è una palestra di profondità. Il documento cita Emily Dickinson: «Que el Amor lo es todo / es todo lo que sabemos del Amor» (“Che l’Amore è tutto / è tutto ciò che sappiamo dell’A m o re ”). È un verso geniale: non definisce l’amore, lo circonda. Lo evoca. Lo fa esperienza prima che concetto. È quello che serve oggi: non teorie sull’amore ma esperienze di bellezza che ci facciano dire: «Voglio quello».

Con Una caro la Chiesa fa una scommessa coraggiosa: invece di difendere la monogamia con argomenti legali o teologici pesanti, la racconta. La affida ai poeti. La mostra come un’avventura umanissima, faticosa, ma piena di senso. È un cambio di paradigma: dalla dottrina che spiega alla poesia che mostra; dal magistero che detta leggi al magistero che curva l’orecchio sul cuore dell’uomo e ne riporta i battiti più veri.

Forse, in un mondo di relazioni usa e getta, la monogamia non è un retrogrado arroccamento. È l’ultima forma di resistenza poetica. Resistenza alla banalizzazione dell’incontro, alla riduzione dell’altro a profilo, alla paura della profondità. Scegliere di essere “una sola carne” non è allora obbedire a un precetto. È comprare un biglietto per un viaggio poetico: quello che, attraverso la ripetizione quotidiana, la fedeltà, il perdono, trasforma due “io” in un “noi” capace di ospitare il mondo.

Come diceva un “poeta di Nazareth”, «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Forse, oggi, quell’amore comincia da due. E la poesia è la sua prima, insostituibile, lingua. Quanta bellezza in Una caro!

*Vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Vatican News   

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venerdì 12 dicembre 2025

UNA CARO

 


 Elogio 

della monogamia



Farrell: strumento prezioso per formare 

al rispetto reciproco 

tra uomo e donna 

e allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio

Pubblichiamo di seguito la dichiarazione del cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, sulla Nota dottrinale Una Caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca che è stata presentata in conferenza stampa dal Dicastero per la dottrina della fede, stamattina 25 novembre 2025. 

***

La Nota dottrinale Una Caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca è uno strumento prezioso per il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita: ci permetterà di offrire ai Vescovi, ai Movimenti ecclesiali, alle Associazioni di fedeli e agli animatori di pastorale giovanile e familiare, importanti linee di riflessione teologica e pastorale sulla pienezza dell’amore umano.

Investire in percorsi formativi per comprendere la ricchezza di un rapporto esclusivo, che avrà bisogno di una vita intera per crescere in pienezza

Tale pienezza trova compimento nell’unità e nell’esclusività del matrimonio tra uomo e donna e ad essa vanno accompagnati gli sposi nella comprensione di quella che è una “vocazione a due” nel mondo e nella Chiesa.

Al giorno d’oggi non è facile trasmettere questo messaggio, che si inserisce in un contesto in cui la “cultura del provvisorio” – come la chiamava papa Francesco - svilisce il “per sempre” del matrimonio: molti faticano a comprendere non solo il valore del sacramento, ma di ogni vincolo indissolubile.

Per questo, a livello pastorale è decisivo saper investire in percorsi formativi che aiutino a comprendere la ricchezza di un rapporto esclusivo, che avrà bisogno di una vita intera per crescere in pienezza.

Approfondire in ogni contesto culturale e geografico del mondo  l’aspetto dell’appartenenza reciproca

Un aspetto del documento che mi pare significativo e che sarà importante approfondire in ogni contesto culturale e geografico del mondo è l’aspetto dell’appartenenza reciproca tra i coniugi, che nel vissuto esistenziale non può e non deve mai sfociare nel possesso dell’altro: è un’appartenenza-non appartenenza, un’unità tra i due che va costruita sempre nel rispetto di due dignità e di due libertà, che non annullano la differenza e l’individualità di ciascuno.

Allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio

Questa tematica ha ricadute pastorali che ci interpellano a formare al rispetto reciproco tra uomo e donna, per allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio, che oggi richiedono una più decisa azione pedagogica anche da parte della Chiesa.

Aiutare i coniugi a rendere generativa la coppia nelle comunità in cui vivono

Urge, infatti, educare ad una sana unità coniugale, che possa davvero essere via di crescita e di pienezza esistenziale per entrambi i coniugi. Essi vanno aiutati a comprendere che non è bene chiudersi nel loro reciproco amore, ma che è necessario aprirsi per rendere generativa la coppia, non solo all’interno della famiglia, ma anche nella comunità in cui vivono e in cui possono farsi strumento di accoglienza e di cura dei più fragili, rendendo ancora più fecondo il loro amore.

Card. Kevin Farrell,

Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

 

  UNA CARO. ELOGIO DELLA MONOGAMIA [IT]



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sabato 2 ottobre 2021

UN AMORE DOLCE, UMILE, DURATURO


- -  Vangelo  
XXVII Domenica 


In quel tempo, alcuni farisei (...) per metterlo alla prova domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (...).

Commento di p. Ermes Ronchi

È lecito a un marito ripudiare la moglie? È risaputo, tutta la tradizione religiosa, avallata dalla Parola di Dio, lo legittimava: sì, è lecito. Ma Gesù prende le distanze: che cosa vi ha ordinato Mosè? Da ebreo, avrebbe dovuto dire: che cosa “ci” ha ordinato Mosè, invece marca la sua differenza. Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio. Gesù prende le distanze anche da Mosè: per la durezza del vostro cuore egli scrisse questa norma. Affermazione enorme: la legge che noi diciamo divina non sempre, non tutta riflette la volontà di Dio, talvolta è il riflesso del nostro cuore duro.

In principio non era così. A Gesù non interessa spostare avanti o indietro i paletti della morale, disciplinare la vita, ma ispirarla, accenderla, rinnovarla: il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione (G. Vannucci). Ci prende per mano e ci accompagna nei territori di Dio, dentro il suo sogno iniziale, sorgivo, originario; ci insegna a guardare non dal punto di vista della fine dell'amore, ma del suo inizio: per questo l'uomo lascerà il padre e la madre, si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Il sogno di Dio è i due che si cercano, i due che si trovano, i due che si amano e che diventano uno.

L'uomo non separi quello che Dio ha congiunto. Fin dal principio Dio congiunge le vite! Questo è il suo nome: “Dio congiunge”, come una profezia di comunione e di legame. Fa incontrare le vite, le unisce, collante degli atomi e del cosmo. Invece il nome del suo nemico, nemico dell'amore e della vita, è esattamente l'opposto: il diavolo, cioè Colui-che-separa.

Il problema è portato alla radice: non più ripudio o no, ma tener vivo il respiro dell'origine, impegnarsi con tutte le forze ad alimentare il sogno di Dio: proteggere e custodire gesti, pensieri, parole che hanno a loro volta la gioiosa forza di proteggere l'amore e congiungere le vite. Perché l'amore è fragile, e affamato di cure. Vero peccato non è trasgredire una norma, ma il sogno di Dio. E questo accade a monte, è una lunga tela sottile che si tesse lentamente con quei comportamenti duri o indifferenti che spengono l'amore: infedeltà, mancanza di rispetto, offesa alla dignità, essere l'uno sull'altro causa di mortificazione quotidiana, anziché di vita.

Gesù getta le basi per la nostra libertà: il mio comportamento non è chiamato ad adeguarsi ad una legge esterna all'uomo, ma a quella norma interna che riaccende il volto, protegge il sorriso e il sogno di Dio. Allora se non ti impegni a coltivarlo, se non ricuci gli strappi, se il tuo amore negli anni si è fatto duro e aggressivo invece che dolce e umile, tu stai ripudiando il sogno di Dio, sei già adultero nel cuore.


(Letture: Genesi 2,18-24; Salmo 127; Lettera agli ebrei: 2, 9-11; Marco 10, 2-16).

www.avvenire.it



sabato 19 gennaio 2019

FATE QUELLO CH'EGLI VI DIRA'


Visualizza Gv 2,1-11
                                                                                                                  Commento di padre Antonio Rungi
La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario ci invita a non tacere di fronte al male e a fa circolare il bene e a diffonderlo in tutti i modi. Il profeta Isaia, nel brano della prima lettura ci dice esattamente questo: per amore di Sion egli non farà silenzio, ma parlerà fin a quando non vedrà affermata la giustizia e la verità. In poche parole ci invita ad essere coraggiosi nel difendere il bene in generale e soprattutto quella della famiglia. Chi si pone dalla parte della famiglia si pone dalla parte di Dio, perché Dio è comunione e Trinità d'amore.
Non a caso oggi il Vangelo ci porta idealmente, con Gesù e Maria, nella casa di una giovane coppia di coniugi che insieme a loro invitati, festeggiano il primo giorno del loro matrimonio. E' un dei testi più belli riguardanti la famiglia cristiana, santificata dalla presenza di Gesù, Maria e gli Apostoli del Signore.
Questo coraggio ci viene sollecitato da Paolo, nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua prima Lettera ai Corinzi, nella quale si parla dei carismi, da mettere al servizio di tutti. Infatti ci ricorda che “vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”.
I carismi principali citati sono: il linguaggio di sapienza, il linguaggio di conoscenza, la fede, il dono delle guarigioni, il potere dei miracoli, il dono della profezia, il dono di discernere gli spiriti, la varietà delle lingue, l'interpretazione delle lingue.
In base a questi doni, ognuno si deve fare evangelizzatore di gioia e speranza nelle famiglie di oggi, come ci chiede il testo del Vangelo delle nozze di Cana, nel quale è riportato il primo miracolo compiuto da Gesù, su richiesta della sua mamma. La celebre trasformazione dell'acqua in vino per soccorrere una coppia di sposi.
Questo primo intervento miracoloso di Gesù, è bene metterlo in evidenza, lo compie in un contesto familiare, all'inizio di un percorso coniugale di due sposi, che sicuramente erano di giovane età. Al di là del miracolo, molto significativo, come risalta da tutto il contesto del racconto giovanneo, anche in questa circostanza viene esaltata la figura di Gesù come Figlio di Dio. Il Quale, di fronte alla richiesta di sua Madre di intervenire per risolvere il problema grave che era sorto, afferma che “non era ancora giunta la sua ora”, cioè quella della piena rivelazione della sua divinità. “Ora” che nel vangelo di Giovanni e in tutta la sua riflessione teologica sulla figura di Cristo coincide con la sua morte in croce e con la sua risurrezione, ovvero con la sua Pasqua.
Come sappiamo il vino rimanda all'eucaristia, all'ultima cena, quando Gesù istituisce il sacramento del suo corpo e del suo sangue e consegue agli apostoli il calice con queste parole “Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”. E' evidente che c'è uno stretto rapporto tra questo miracolo, l'eucaristia e la passione, morte e risurrezione di Gesù.
Questo miracolo avviene in un contesto di una festa di matrimonio. Segno evidente che la famiglia è il luogo privilegiato dell'amore naturale, nella quale la presenza di Cristo è assicurata in modo singolare. In questo miracolo si comprende meglio l'importanza del sacramento del matrimonio, che è benedetto dal Signore e sostenuto dalla sua presenza costante e vigilante. Il Concilio Vaticano II ha definito la famiglia “Chiesa domestica”. A conferma che il matrimonio, come tutti i sacramenti, si celebra in una comunità di credenti ed esprime la fede e la gioia di una comunità in festa.
La presenza di Maria in questa e in altre circostanze della vita delle persone e soprattutto della famiglia, non è affatto secondaria. Anzi potremmo dire che essa è strategica ed essenziale al fine di ottenere quell'aiuto divino sempre e specialmente nelle difficoltà di tutti i giorni. E nelle famiglie del tempo di Gesù come quelle del nostro tempo non mancano difficoltà di ogni genere, a partire dalla mancanza di armonia, pace, amore ed unione.
Anche in questa intercessione di Maria presso il suo Figlio vediamo quella che è la funzione di Maria a favore della famiglia. La Madonna, infatti, rivela alle nozze di Cana, tutto il suo cuore tenero di madre, attenta ai bisogni dei suoi figli, soprattutto più giovani, fragili e indecisi. E' la Madre che ottiene le grazie dal suo Figlio, da cui si attende tutto ciò che Gli chiede in ogni circostanza.
Tutta la struttura del miracolo, così come descritto e raccontato da Giovanni ha una finalità ben precisa, quella di rivelare la potenza di Cristo e suscitare la fede nei discepoli e nelle persone che seguivano Gesù. Infatti, scrive Giovanni, commentando il fatto: "Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui".
Il miracolo, qualsiasi miracolo che viene dal cielo, per intercessione della Madonna o dei santi o ci confermano nella fede o la suscitano in quel momento, se si ha il cuore libero e la docilità allo Spirito per vedere in essi l'intervento divino.
E di miracoli, ancora oggi, il Signore ne fa tantissimi, molte volte a noi sconosciuti, come fu ignoto il miracolo di Cana allo sposo, al direttore di mensa e agli invitati che bevvero quel vino di Gesù e di Maria, senza neppure ringranziarlo per il dono ricevuto.
Capita spesso, anche oggi, che si è miracolati, senza saperlo e senza neppure ringraziare il Signore per dono che ci ha fatto, mediante l'intercessione in primo luogo della sua Mamma, alla Quale non dirà mai e poi mai di no.




sabato 6 ottobre 2018

LASCIATE CHE I PICCOLI VENGANO A ME

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10, 2-16

2Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosé?». 4Dissero: «Mosé ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 5Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
La parte più lunga del vangelo di questa domenica ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, lo tentano, cercando di sorprenderlo in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. Questo annuncio evangelico è esigente, chiaro: da una parte ci scandalizza, soprattutto se conosciamo la faticosa realtà della vicenda nuziale; dall’altra, lo stesso brano può essere utilizzato come un bastone, per giudicare e condannare chi è in contraddizione con le parole chiare e piene di parrhesía pronunciate da Gesù.
Per questo, ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere nella coppia la vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore. Non posso dunque fare altro che offrire qui alcuni semplici spunti di meditazione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture.
Nel millennio dell’Antico Testamento la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il matrimonio era un contratto, neppure scritto, e dobbiamo riconoscere che nell’Antico Testamento non vi è nessuna legge sul matrimonio. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24,1-4) in verità appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Si legge in quel testo:
Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso (‘erwat davar, lett.: “nudità di qualcosa”), scriva per lei un certificato di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa (Dt 24,1).
Viene dunque contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso”, espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi molto diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella Legge di Mosè vi sia una dottrina sul matrimonio e una sua precisa concordi disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la Legge di Dio lo vieta. Solo Malachia testimonia una parola del Signore semplice ma radicale: “Io odio il ripudio” (Ml 2,16).
Ma ecco che Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi proprio su questa possibilità: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Egli risponde con una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Ed essi a lui: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. È come se gli dicessero: “Questa è la Torah!”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In tal modo egli ci fornisce un principio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: cf. Mc 7,8.13!), che attraverso le sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà.
Questa dunque la replica di Gesù ai suoi interlocutori: “Per la durezza del vostro cuore (sklerokardía) Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in-principio (be-reshit, en archê: Gen 1,1) della creazione Dio ‘li fece maschio e femmina’ (Gen 1,27); ‘per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gesù risale al disegno del Creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cf. Gen 2,7; 3,19), fatto maschio e femmina perché insieme i due vivano nella storia, la storia dell’amore, la storia della vita, l’uno di fronte all’altra, volto contro volto, in una reciproca responsabilità, chiamati nel loro incontro a diventare una sola realtà, una sola carne. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16), di un amore durevole, fedele, per sempre; in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque al “per sempre”, fino alla morte, per andare anche oltre la morte.
Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per gli umani fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza. In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, ma mai pienamente e solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Subito dopo, questa parola dura ed esigente viene spiegata da Gesù ai suoi discepoli, nella casa in cui la comunità si ritrovava. E viene spiegata con un’aggiunta straordinaria per la cultura del tempo, visto che Gesù mette sullo stesso piano la responsabilità dell’uomo e quella della donna: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.
Certo, Mosè ha cercato di umanizzare la pratica del divorzio, imponendo al marito di percorrere una via giuridica di rispetto per la donna. Ma Gesù, proprio guardando alla durezza di cuore dei destinatari della Torah, osa andare ben oltre, mettendo in evidenza la volontà, l’intenzione del Creatore. Del resto, lo aveva già fatto altre volte, svelando, per esempio, la volontà di Dio sul sabato e sulla sua osservanza (cf. Mc 2,23-28): sempre Gesù si fa interprete autentico della Legge non attraverso vie legalistiche, non attraverso interpretazioni fondamentaliste, ma annunciando profeticamente la volontà di Dio a tutti, in particolare ai peccatori pubblici e agli esclusi, da lui sempre accolti, perdonati, mai condannati.
Dall’annuncio dell’indissolubilità del matrimonio Marco, cambiando scena, passa poi al tema dell’accoglienza dei piccoli. Vengono portati e presentati a Gesù dei “bambini” (paidía), affinché li tocchi, e dunque attraverso il contatto fisico comunichi loro forze benefiche di guarigione di benedizione. Nella cultura giudaica del tempo i bambini non contavano nulla, erano di fatto trattati da esclusi, come le donne e gli schiavi. Il rapporto con un rabbi è una relazione importante che riguarda gli adulti, quelli che sono in grado di conoscere e osservare la Torah. Per questo i discepoli intervengono a sgridare i bambini, ma Gesù va in collera, si indigna e li rimprovera perché i bambini, come gli altri “esclusi” e “marginali”, hanno un loro posto nel regno di Dio.
Proprio i bambini e quelli che sono simili a loro per la piccolezza e l’essere scartati e ai margini, sono i primi beneficiari e destinatari del Regno. Non vi è qui nessun ipotetico riferimento a un’innocenza dei bambini, ma viene messa in evidenza la loro condizione di povertà, di esclusione, di piccolezza, che attira l’attenzione di Gesù. Semmai egli sa individuare in questi bambini una esemplarità nella loro accoglienza del dono del Regno: stupore, meraviglia, nessun merito vantato, ma la semplicità di chi accoglie il dono dei doni. E così Gesù ammonisce quanti nella sua comunità vorrebbero impedire agli esclusi, ai poveri, agli ultimi l’accesso a lui. Proprio a questi ultimi va invece la sua tenerezza, la sua benedizione, il suo abbraccio, affinché non si sentano più abbandonati o messi ai margini.
p. Enzo Bianchi – 

sabato 28 maggio 2016

INCREDULITA’ E MATRIMONIO

di don Giulio Cirignano

In relazione alla riflessione circa la complessa realtà familiare c’è un aspetto che, pur presente in molti discorsi, non è tuttavia messo in giusto risalto. Rimane come sotto traccia, quasi inespresso, viziando così ogni serio discorso sul matrimonio. Possiamo formularlo con il cominciare a dire che la rottura dell’esperienza sponsale, oggi così dolorosamente frequente, non è l’aspetto più drammatico della situazione. La semplice rottura è solo una dolorosa conseguenza. C’ è qualcosa di ancora più grave. Cosa? La estraneità crescente rispetto alla esperienza di fede. Questo è il dramma vero  in scena sotto i nostri occhi. Su ciò occorre riflettere attentamente.

     Fino a qualche decennio orsono, la patina o meglio la illusione di una diffusa appartenenza alla esperienza religiosa induceva a considerare l’allontanamento dalle consuete norme morali del matrimonio e della sessualità come una personale, parziale disobbedienza  rispetto ad una visione che si riteneva accettata in linea generale da tutti. La patina di diffusa cristianità  rendeva ......

giovedì 26 maggio 2016

Amoris laetitia

capitolo ottavo
                                                                                                                       di don Giulio Cirignano

        Tutto il capitolo ottavo della esortazione post-sinodale “Amoris laetitia”  è attraversata da una duplice linea. Da una parte il riconoscimento e l’affermazione della visione cristiana del matrimonio, dall’altra la lucida consapevolezza della condizione di fragilità in cui oggi versa l’istituto familiare. Da qui, il costante premuroso invito al discernimento rivolto in particolare ai Pastori per aiutare a vivere la logica della misericordia e della integrazione. La prima linea è arcinota e non merita di essere messa in evidenza.
    La seconda linea di pensiero, invece, molto meno nota e praticata può essere compiutamente indicata attraverso alcune affermazioni del documento. E’ sufficiente citarle per coglierne la portata rivoluzionaria. Sarà bene poi leggere per intero il capitolo, ma mettere subito in risalto alcune delle affermazioni  è più utile di qualsiasi commento. Iniziamo, dunque.
     “ La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero. Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita.” (296).
       “ Si tratta  di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita’ .......

Leggi: AMORIS LAETITIA - cap. 8

martedì 26 aprile 2016

AMORIS LAETITIA: L'AMORE SPONSALE

La gioia dell’amore sponsale


Don Giulio Cirignano *

     Abbiamo ora in mano la esortazione apostolica di Papa Francesco sull’amore nella famiglia. 
       Testo ampio da leggere  con calma come suggerisce il Papa stesso : “La presente Esortazione affronta con stili diversi molti e svariati temi.
      Questo spiega la sua inevitabile estensione. Perciò non consiglio una lettura generale affrettata”. Non è subito chiaro il senso dell’espressione “con stili diversi”. 
          Lo  sarà  man mano che si procederà nella lettura.

       Nondimeno può essere utile mettere al corrente il  lettore di una prima, speciale impressione che  potrà fare inoltrandosi nei primi quattro capitoli. E’ impressione di grande gioia dopo un momento di forte perplessità. Conviene spiegarsi.

       Il capitolo primo è subito accattivante. “Alla luce della parola” è  uno sguardo sulla famiglia a partire dalla Rivelazione. In altri termini viene offerta una prima serie di considerazioni avendo come punto di partenza  una rilettura del salmo 128. La mano e lo stile del papa sono evidenti. 

     Il lettore può restare sorpreso dal constatare che in questo capitolo sono del tutto assenti quei passi dei vangeli che siamo soliti citare quando parliamo del matrimonio. Sorpresa e stupore : forse il Papa ha un suo modo di pensare assolutamente originale. In ogni caso ......

Leggi: LA GIOIA DELL'AMORE SPONSALE

giovedì 4 febbraio 2016

IL VANGELO DEL MATRIMONIO

Il Vangelo del matrimonio

di Don Giulio Cirignano

Finalmente ho compreso, non so bene per quale misteriosa intuizione, la ragione della una mia permanente diffidenza verso l’atteggiamento e le azioni di molti cattolici a difesa della cosiddetta famiglia tradizionale. Ho compreso perché l’iniziativa programmata per la fine gennaio  mi ha lasciato non solo indifferente ma ha provocato in me un vero fastidio. Come mai? La ragione è presto detta anche se non è facile  esprimerla con tutta la chiarezza che meriterebbe. Dunque, perché?
Nei molti discorsi sull’argomento, nei dibattiti televisivi soprattutto, c’è un’assenza che fa pensare. Si avverte un vuoto tanto doloroso quanto triste. Manca un protagonista. Manca cioè la esposizione, convinta, serena e gioiosa della bellezza del matrimonio da parte di coloro che presumono di tutelarne le sorti. Tutti impegnati solo a condannare le posizioni diverse. Nessuno che trovi mai il modo di narrare, con il sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore la qualità bella e saporosa dell’esperienza sponsale secondo il Vangelo. Dobbiamo spiegarci.......

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domenica 17 maggio 2015

GENDER?

Nel GENDER vince l’idea di Nietzsche

La questione della differenza sessuale nasce in un contesto che tende a dissolvere l’essenza dell’uomo e a ridurre a questione culturale l’identità maschile e femminile



L’uomo (e la donna): una passione inutile? L’interrogativo che Jean Paul Sartre poneva nel suo esistenzialismo pessimista si ripropone oggi, drammatico, davanti all’incurante sciupio di vite umane quotidianamente sciorinato dai media. Nell’incalzare di drammi sempre più atroci, ciascuno di noi, i governanti nazionali e sovranazionali, i guardiani dell’economia europea e mondiale, i semplici cittadini, tutti noi, insomma, che apparteniamo al mondo occidentale, ci affanniamo cercando risposte per lo più vaghe e di scarsa efficacia. 
Ora il problema cui tutto è imputato è l’economia bloccata e stagnante, ora il fondamentalismo, ora la società multiculturale, ora la disoccupazione, ora lo svuotamento dei partiti e le mutazioni incontrollate della democrazia. 
Cerchiamo sempre altrove. Il problema, invece, è del tutto evidente. Il dramma delle migrazioni di massa e della schiavitù che viene praticata apertamente, delle persecuzioni religiose e i massacri, le uccisioni e gli stupri perpetrati in nome di Dio, della miseria e della fame: la violenza sull’uomo ha raggiunto livelli di una ferocia sempre più insopportabile. In un mondo mai così capace di produrre ricchezza, l’accanimento sull'uomo sembra acuirsi in modo tanto incontrollato quanto puramente distruttivo. 
Le teorizzazioni sui diritti umani, il più alto distillato della morale laica occidentale, sono ormai fragili mura di carta a difesa di principi che, sorprendentemente, non sono affatto universalmente condivisi, mentre il nostro mondo, progredito in ricchezza, conoscenze e libertà, è assediato da un rigurgito devastante di irrefrenabile primitivismo, dinnanzi .....