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domenica 18 gennaio 2026

IL SORRISO DI DIO

 In che modo Dio ci parla? Quali parole sono riconducibili al linguaggio quotidiano di Dio? 


Iniziamo un nuovo viaggio, all'insegna delle parole. E partiamo dal sorriso.


-di  Lidia Maggi e Angelo Reginato


Il sorriso dovrebbe comparire come ultima parola di un vocabolario biblico-teologico. Se non altro in base all'adagio popolare "ride bene chi ride ultimo"! Invece, questa parola "escatologica" fatica a trovare una sua collocazione tra chi prova a rendere ragione della speranza cristiana. Forse perché troppo poco solenne, sentita persino come disdicevole. 

Anche se non ha la sguaiatezza del ridere, né il cinismo del deridere, il sorridere al massimo suscita un ulteriore sorriso, che suona come un benevolo giudizio di irrilevanza. 

 Non fa parte delle grandi parole della fede; serve solo a non comparire sulla scena troppo tristi, per quanto la serietà della fede non scorga una vera e propria opposizione tra tristezza ed Evangelo. Solo questione di tatto e anche un inevitabile scendere a patti con un mondo poco serio, che cerca a tutti i costi la risata. 

 Sdoganiamo il sorriso come strategia pastorale, ingrediente oggi necessario per il marketing religioso; ma senza la pretesa di scorgervi scenari rivelativi, percorsi spirituali. Diciamo che si tratta di un compromesso tra il caso serio della fede e l'ironia postmoderna che ci ha stregati. Niente di più. Senonché, in lontananza, riusciamo ancora a sentire l'eco del "risus paschalis", di quella fragorosa risata che nel Medioevo cristiano accompagnava l'annuncio della resurrezione di Gesù. Un'eco percepibile solo tra i documenti che fanno memoria di quella stagione, prima che nei secoli successivi quella risata se l'accaparrasse Rabelais, per prendere in giro la presunta, spesso ipocrita, serietà cristiana. Eppure, quella sconveniente tradizione liturgica, che faceva del riso il protagonista della festa principale della cristianità, non nasceva da qualche mente corrotta: era frutto di una seria (!) meditazione delle Scritture. 

 Verso la Resurrezione 

 "Ride bene chi ride ultimo" è il titolo della storia di Abramo e Sara e del loro agognato e disperato desiderio di avere un figlio. Entrambi – non solo Sara – ridono di una promessa che appare ai loro occhi ridicola: concepire un figlio quando si è avanti negli anni, quando il tempo di generare è finito. Ma quando Isacco viene messo al mondo, a ridere è Dio. E se non limitiamo questa storia alla vicenda di una coppia sterile, che desidera un figlio e trova in Dio il fautore di un'inseminazione artificiale non ancora brevettata; se cogliamo la posta in gioco della narrazione dei patriarchi e delle matriarche d'Israele, tutti affetti da sterilità, soggetti di una commedia umana incapace di generare futuro e per questo afflitta da una tristezza mortale, che impedisce anche solo di scorgere un avvenire; se cioè ci misuriamo con la strategia narrativa dell'autore biblico, che racconta come "il futuro del mondo non possa nascere da un parto verginale della storia", di come sia necessario l'intervento divino per rendere generativa la nostra umanità sterile: allora intuiamo il peso di quella risata divina, che non è altro che un sorridere dell'incredulità umana, del suo attenersi allo stato di cose presente, incapace di volare alto, di sognare un mondo bello e buona, generativo, come invece compare nel desiderio di Dio, fin dal tempo della creazione del mondo. Il sorriso di Dio rimarrà iscritto nel nome stesso di Isacco e, dunque, anche in quello divino, essendo Lui il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Come dirà lo stesso Gesù, quella risata non sarà solo il titolo di un episodio del passato, che la storia successiva ha pensato bene di dimenticare. 

 Rifacendosi proprio a questo nome divino, in cui Dio lega la sua identità a quella dei patriarchi, ne spiega il senso in questi termini: è un Dio dei vivi, non dei morti. Isacco continua a vivere e a far udire il riso di Dio, perché la storia è destinata alla resurrezione. La nostra storia non è destinata a "scendere nella tomba", come osa dire il Salmo 29, che continua a cantare l'opera di Dio in questi termini: "Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia". Il libro dei Salmi, laddove è la Parola stessa di Dio a darci le parole per incontrarlo, accompagna costantemente il grido con il canto; e in questo contrappunto la gioia del sorriso riempie la scena. 

 Forza generativa 

 Ma che dire, allora, del monito di Gesù: "Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete"? La serietà dei tempi ultimi muterà in smorfia il sorriso? Il Dio di Gesù non è più il Dio di Isacco? Tutt'altro! Il sorriso di Dio si mostrerà più forte del riso dei potenti di questo mondo, che saranno rovesciati dai loro troni. Il sorriso divino non ha nulla di accondiscendente, non è l'espressione simpatica di chi pensa non vi sia alcun problema. Il suo è un sorriso sovversivo, di chi desidera ristabilire la giustizia e rendere di nuovo generativa una storia resa sterile dall'agire iniquo. 

 Secoli di cristianesimo "sacrificale" ci hanno privato della forza generativa del sorriso divino. Ora, per quel misterioso movimento a pendolo a cui sembra rispondere la nostra storia, un cristianesimo che propugna solo il benessere dell'anima rischia di farci perdere il mondo, privandoci della forza trasformativa della fede. Dunque, allegro ma non troppo? In un certo senso, sì, se il sorridere è pagato al prezzo di una levata di spalle di fronte alle ingiustizie che affliggono altri. Ma solo in questo senso. Perché l'allegria, il sorriso, una volta depurati dalle loro cattive interpretazioni, sono risorse divine. Sono il sì di Dio alla vita buona, a un mondo in cui finalmente la giustizia è ristabilita. È la forza di chi non ha potere eppure riesce a raggirare il potente, come Sifra e Pua, le levatrici che si fanno gioco di quel re che si crede Dio ed è convinto di avere controllo sulla vita e la morte dei suoi sudditi. È potente il faraone, così potente, da non riuscire a controllare quanto avviene nello spazio dove c'è meno potere: lo spazio delle donne. Da lì parte la cospirazione contro il faraone. I gemiti delle partorienti non si trasformano in pianto di cordoglio, ma in sorriso di vita. 

 Dal sorriso della puerpera a quello della profezia c'è una linea di continuità tracciata dal Dio della vita, Colui che non smette di insistere affinché l'umanità inizi a esistere. Come annunciano i profeti, si può sorridere solo di fronte a una vita vissuta in pienezza, a una storia riconciliata, poiché la gioia è il segno dei tempi ultimi, quando chi è muto, senza voce, griderà di gioia; quando l'afflizione si muterà in gioia. La parola biblica dà voce al canto e alla danza di gioia di uomini e donne che, insieme, si scoprono liberati dalle catene del faraone. Hanno attraversato le acque minacciose e sono scampati alla furia dell'esercito e, sull'altra sponda, prima di riprendere il cammino verso la libertà, celebrano quel Dio che li vuole liberi e che li accompagna nel viaggio. Allo stesso modo si sorride per quel sussulto di un bimbo nel grembo della madre alla voce del saluto della parente e per il cantico gioioso di Maria, che risponde all'accoglienza festosa di Elisabetta. E lo stupore che accomuna le due donne, trova voce in quel cantico che vede l'invisibile, un mondo che ancora non c'è eppure è già presente: "ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili". Il sorriso, in questa prospettiva, non allarga solo il viso, ma il cuore e lo sguardo, fino a vedere oltre e scorgere l'impossibile di Dio. 

 Valore politico 

 È la "gioia piena" promessa da Gesù a chi rimane unito a Lui e alla sua parola. Pensando all'annuncio del Regno fatto da Gesù, l'apostolo Paolo scrive: "Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo". Perché i cibi e le bevande possono essere consumati ingiustamente, ridendo di coloro a cui sono stati tolti. Ma se vivi la vita lasciandoti muovere dallo Spirito di Gesù, allora sarai abitato da quella gioia che desidera pace e giustizia per tutte e tutti. 

 Sorridere alla vita è gesto politico, della polis sognata da Dio e affidata all'umanità perché custodisca e coltivi questo sogno. 

 Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 3 gennaio 2026

IL RITORNO DEL SORRISO


 Quale oggetto sarà al centro delle nostre vite nel nuovo anno? Che cosa va riscoperto? 

Don Antonio Mazzi, 96 anni, fondatore di Exodus, non ha dubbi: «Nel 2026 vorrei che il sorriso fosse riscoperto da tutti, vorrei proprio vederlo tornare, perché in questi anni l’abbiamo perso. 

Non so esattamente perché sia successo, ma so che ognuno deve interrogarsi su come tornare a sorridere»

 

di Anna Spena

 

Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). 

Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)

Don Antonio Mazzi, fondatore della Fondazione Exodus, e uno sguardo sempre aperto sul futuro. Quando gli chiediamo “come va?”, risponde allegro: «Ho 96 anni! Va bene! non mi posso proprio lamentare». 

Don Mazzi dice che in questi giorni ha visto molti presepi, «alcune con statue bellissime», ma più che alla bellezza dobbiamo puntare «al sorriso». Poi aggiunge: «Nel 2026 vorrei che il sorriso fosse riscoperto da tutti, vorrei proprio vederlo tornare, perché in questi anni l’abbiamo perso. Per il sorriso ci vuole anche coraggio, sia chiaro». 

Ma come si recupera il sorriso lui non lo sa. Quello che invece sa, è che «dobbiamo ripartire dal coraggio di farci una domanda: dov’è andato a finire il mio sorriso? Dov’è andato a finire il sorriso della mia casa? Ovviamente ognuno si darà la sua risposta, che non dipende da me». 

«Viviamo in una società che non sorride più: guardando il telegiornale la sera resta addosso un magone infinito. Gli esempi di solidarietà e dolcezza sono rari, mentre ciò che emerge dalle notizie è quasi sempre doloroso. Guardando questa realtà, la prima cosa che sento nel cuore è che abbiamo smesso di sorridere. Non so esattamente perché sia successo, ma so che ognuno deve interrogarsi su come tornare a farlo. Io stesso mi chiedo se non debba cambiare o migliorare il mio atteggiamento; questa potrebbe essere già una risposta. Non mi sento di dare giudizi più severi, ma sento il bisogno di un cambiamento interiore».

E il ritorno del sorriso lo vuole soprattutto per i giovani e le giovani: «Sono loro che devono brillare. La realtà ce ne parla con pochi aggettivi e sempre più esplosiva. Il bullismo, la scuola, la piazza, il branco, le famiglie squinternate, la galera non sono solo titoli, ma luoghi tristi, desolati, nel contempo dentro e fuori dal mondo, primi e ultimi capitoli di storie, sempre cominciate e mai finite. La settimana dopo speri in qualcosa di carino da commentare e invece c’è ancora un nuovo caso caldo, appena compiuto, che ti colpevolizza, se non addirittura ti spaventa. Non puoi non domandarti: “Ma è lo stesso mondo che frequento io? E se è lo stesso mondo, io c’entro o non c’entro?”. La società è un coacervo capace di contenere, più o meno confusamente, il bene e il male, le luci e le tenebre, gli stracci e le magliette dell’Inter, i coltelli e gli abbracci. Inventiamo segnali, sogniamo sentieri nuovi carichi di affetti, di musica, di emozioni che profumano del sudore della tenerezza, della poesia, del vocabolario dei giovani pellegrini che hanno sostituito l’autostop con il silenzio dei boschi e la dolcezza dei tramonti».

VITA 

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sabato 15 giugno 2024

IL SORRISO FA BUON SANGUE

 

 Il Papa agli artisti dell'humour: con il vostro talento fate sorridere anche Dio

In Sala Clementina Francesco incontra circa 200 artiste e artisti del mondo dell'umorismo. "Il sorriso fa buon sangue", afferma, citando un detto italiano. "Voi unite la gente, perché il riso è contagioso", far ridere è un talento prezioso: porta serenità, crea spazi di libertà, apre alla condivisione "il miglior antidoto all'egoismo e all'individualismo"

 

-       -  di Adriana Masotti - Città del Vaticano

 L'incontro di Francesco con donne e uomini che hanno "il dono di far ridere" provenienti dall'Italia, ma anche dall'Europa e da altre parti del mondo, si tiene di prima mattina. A promuoverlo sono il Dicastero per la Cultura e l'Educazione e il Dicastero per la Comunicazione. Il Papa li accoglie in Vaticano, in Sala Clementina, e dopo il discorso li saluta uno ad uno, alcuni accompagnati dai famigliari, intrattenendo a volte brevi colloqui, ricevendo lettere e piccoli doni. Il clima è molto cordiale, "guardo con stima a voi artisti che vi esprimete con il linguaggio della comicità, dell’umorismo, dell’ironia", dice all'inizio del suo discorso. Stima per la bravura, ma anche per la loro capacità di portare un po' di serenità alle persone e di favorire le relazioni. "Il vostro talento - afferma - è un dono, un dono prezioso".

 Il potere di diffondere il sorriso

"In mezzo a tante notizie cupe, immersi come siamo in tante emergenze sociali e anche personali, voi avete il potere di diffondere la serenità e il sorriso", afferma Francesco, aggiungendo: A modo vostro voi unite la gente, perché il riso è contagioso. È più facile ridere insieme che da soli: la gioia apre alla condivisione ed è il miglior antidoto all’egoismo e all’individualismo. Ridere aiuta anche a rompere le barriere sociali, a creare connessioni tra le persone.

 Voi svegliate il senso critico facendo ridere

Il divertimento e il riso "sono centrali nella vita umana", osserva il Papa, creano "spazi di libertà", e confida che ogni giorno lui stesso chiede la grazia di saper prendere le cose "con lo spirito giusto", ripetendo le parole di san Tommaso Moro: "Dammi, Signore, il senso dell’umorismo". Riguardo al talento dei comici dice ancora:

 Ma voi riuscite pure in un altro miracolo: riuscite a far sorridere anche trattando problemi, fatti piccoli e grandi della storia. Denunciate gli eccessi di potere; date voce a situazioni dimenticate; evidenziate abusi; segnalate comportamenti inadeguati... Ma senza spargere allarme o terrore, ansia o paura, come fa molta comunicazione; voi svegliate il senso critico facendo ridere e sorridere.

 L'umorismo non offende e non umilia

Secondo la Bibbia, prosegue Francesco, Dio è stato "il primo spettatore della storia". Nel Libro dei Proverbi si dice che la Sapienza "giocava davanti a lui". E usa un'espressione forte: ricordatevi che "quando riuscite a far sgorgare sorrisi intelligenti dalle labbra anche di un solo spettatore, fate sorridere anche Dio". Quindi evidenzia ancora le particolari caratteristiche del linguaggio dello humor:

 L’umorismo non offende, non umilia, non inchioda le persone ai loro difetti. Mentre oggi la comunicazione genera spesso contrapposizioni, voi sapete mettere insieme realtà differenti e a volte anche contrarie. Quanto abbiamo bisogno di imparare da voi!

 Continuate a far sognare un mondo migliore

Ma, domanda il Papa, "si può ridere anche di Dio? Certo - è la sua risposta -, e non è bestemmia questo, si può ridere, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo". Senza però, aggiunge, "offendere i sentimenti religiosi dei credenti, soprattutto dei poveri". Il Papa conclude il suo discorso con l'esortazione agli artisti a continuare "ad allietare la gente", specie quella che fa più fatica, e ad aiutare tutti a "sognare un mondo migliore". E non dimentica di chiedere le loro preghiere per lui, rinnovando la battuta: "a favore, con il sorriso, no contro!".

 "Dammi, Signore, il senso dell'umorismo"

Dopo la benedizione, Francesco riprende la parola dicendo che vorrebbe far sentire a tutti la bella preghiera di san Tommaso Moro di cui aveva accennato in precedenza. È l'attrice comica italiana Luciana Littizzetto a leggerla ringraziando il Papa, a nome anche dei colleghi, per questo momento di gioia:

 "Dammi Signore, una buona digestione

ed anche qualcosa da digerire.

Dammi la salute del corpo,

col buonumore necessario per mantenerla.

Dammi Signore, un'anima santa,

che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro,

e non si spaventi davanti al peccato,

ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto.

Dammi un'anima che non conosca la noia,

i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,

e non permettere che mi crucci eccessivamente

per quella cosa tanto ingombrante che si chiama "io".

Dammi Signore, il senso dell'umorismo,

fammi la grazia di capire gli scherzi,

perché abbia nella vita un po' di gioia

e possa comunicarla agli altri.

Così sia.

Al termine della lettura il Papa aggiunge ancora:

 Vi auguro il meglio e che Dio vi accompagni in questa vocazione tanto bella di far ridere, dei comici. È più facile fare il tragico che il comico, è più facile. Grazie per far ridere e anche grazie del ridere dal cuore.

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domenica 26 dicembre 2021

SPOSI, REGALATEVI UN SORRISO


Francesco scrive agli sposi:

 Ognuno di voi ha bisogno del sorriso dell'altro

Nell’Anno della Famiglia "Amoris laetitia”, il Papa dedica ai coniugi una lettera per manifestare la sua vicinanza e il suo affetto: ricordate che il perdono sana ogni ferita. "La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile in un mare talvolta agitato" ma dove è presente Gesù

-Tiziana Campisi – Città del Vaticano

A dodici mesi dall’annuncio dell’Anno della Famiglia Amoris laetitia, il Papa consegna una lettera agli sposi. Era il 27 dicembre, giorno della Festa della Santa Famiglia, e Francesco propose all'Angelus questo cammino pensato per le famiglie. Nella ricorrenza della stessa festa, a un anno di distanza, il Pontefice ha voluto esprimere alle coppie tutto il suo affetto e la sua vicinanza in questo tempo segnato dalla pandemia.

L’Anno della Famiglia "Amoris laetitia” è iniziato il 19 marzo di quest’anno, nel quinto anniversario dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, e si concluderà il 26 giugno 2022, in occasione del decimo Incontro Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Roma. Il Pontefice lo ha pensato come un anno di riflessione sul documento e un’opportunità per approfondirne i contenuti, e con la lettera firmata oggi intende accostarsi “con umiltà, affetto e accoglienza ad ogni persona, ad ogni coppia di sposi e ad ogni famiglia nelle situazioni che ciascuno sta sperimentando”, come a bussare alla porta di ogni nucleo familiare per porgere qualche parola di incoraggiamento e per esortare “ad andare avanti nel vivere la missione che Gesù ci ha affidato, perseverando nella preghiera e ‘nello spezzare il pane’”.

Come Abramo, “spinti a uscire dalle nostre sicurezze”

Francesco apre la sua riflessione considerando che l’attuale contesto storico invita “a vivere le parole con cui il Signore chiama Abramo a uscire dalla sua terra e dalla casa di suo padre verso una terra sconosciuta che Lui stesso gli mostrerà” e riconosce che “anche noi abbiamo vissuto più che mai l’incertezza, la solitudine, la perdita di persone care e siamo stati spinti a uscire dalle nostre sicurezze, dai nostri spazi di ‘controllo’, dai nostri modi di fare le cose, dalle nostre ambizioni, per interessarci non solo al bene della nostra famiglia, ma anche a quello della società, che pure dipende dai nostri comportamenti personali”. E se, come accaduto ad Abramo, è la relazione con Dio che “ci plasma, ci accompagna e ci mette in movimento come persone" e "ci aiuta a ‘uscire dalla nostra terra’”, in molti casi ciò accade “con un certo timore e persino con la paura dell’ignoto”. Tuttavia, osserva il Papa, “grazie alla nostra fede cristiana sappiamo che non siamo soli perché Dio è in noi, con noi e in mezzo a noi: nella famiglia, nel quartiere, nel luogo di lavoro o di studio, nella città dove abitiamo”. Gli sposi, spiega il Pontefice, fanno proprio un’esperienza simile a quella di Abramo, escono “dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale”, decidono “di donarsi all’altro senza riserve”. Inoltre “le diverse situazioni della vita - il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie - sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette” che, nel caso degli sposi, è l’“essere due in Cristo, due in uno”, “un’unica vita, un ‘noi’ nella comunione d’amore con Gesù”.

L’attenzione da riservare ai figli

Dopo aver descritto l’identità degli sposi, Francesco affronta le relazioni con i figli, che nei genitori cercano “la testimonianza di un amore forte e affidabile. “I figli sono un dono, sempre, cambiano la storia di ogni famiglia - rimarca il Papa -. Sono assetati di amore, di riconoscenza, di stima e di fiducia”. A loro c’è da trasmettere “la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno”, perché abbiano “la fede e la capacità di confidare in Dio”. E ancora, aggiunge Francesco, c’è da educarli, accompagnare i loro processi di crescita, “essere presenti in tanti modi, così che i figli possano contare sui genitori in ogni momento”, perché “l’educatore è una persona che ‘genera’ in senso spirituale e, soprattutto, che ‘si mette in gioco’ ponendosi in relazione”. Insomma, i figli “hanno bisogno di una sicurezza che li aiuti a sperimentare la fiducia” nei genitori, “nella bellezza della loro vita, nella certezza di non essere mai soli, accada quel che accada”.

L’impegno nella pastorale familiare

“Avete la missione di trasformare la società con la vostra presenza nel mondo del lavoro e di fare in modo che si tenga conto dei bisogni delle famiglie” specifica poi il Pontefice agli sposi, sollecitandoli a “prendere l’iniziativa all’interno della comunità parrocchiale e diocesana con le loro proposte e la loro creatività, perseguendo la complementarità dei carismi e delle vocazioni come espressione della comunione ecclesiale”, e ad affiancare i pastori “per camminare con altre famiglie, per aiutare chi è più debole, per annunciare che, anche nelle difficoltà, Cristo si rende presente”. E ancora il Papa spinge i coniugi “a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare”, rammenta loro “che la famiglia è la ‘cellula fondamentale della società’, che “il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della ‘cultura dell’incontro’” e che per questo “alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità”. Ma Francesco avverte pure che “c’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio”.

Il matrimonio “una chiamata a condurre una barca instabile” ma dove c’è Gesù

E non dimentica, il Papa, la vita di ogni giorno delle famiglie, le problematiche, le incomprensioni che possono sorgere in una coppia. Per questo, nella sua lettera agli sposi, definisce la vocazione al matrimonio “una chiamata a condurre una barca instabile - ma sicura per la realtà del sacramento - in un mare talvolta agitato”, una barca dove è presente Gesù che si preoccupa per i coniugi e rimane con loro in ogni momento, “nel dondolio della barca agitata dalle acque”. “È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù - raccomanda caldamente Francesco alle coppie -. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva”. È solo abbandonandosi nelle mani del Signore che è possibile “affrontare ciò che sembra impossibile”, prosegue il Papa; “la via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza”, che si sperimentano davanti a tante situazioni, e di avere comunque la certezza che nella debolezza si manifesta la forza di Cristo.

La carità orienti decisioni e azioni

Scendendo, ancora, nelle pieghe della quotidianità, Francesco riflette “su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia”. “Per esempio - rileva il Papa - è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia”. Cosa che ha richiesto “uno speciale esercizio di pazienza”, perché “non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare”. Da qui l’incoraggiamento a non lasciarsi vincere dalla stanchezza e, con la forza dell’amore, a “guardare più agli altri che alla propria fatica”. Francesco insiste, a tal proposito, su quanto da lui scritto nel capitolo quarto dell’Amoris laetitia circa l’amore nel matrimonio, suggerisce di rileggere l’inno paolino alla carità nella prima lettera ai Corinzi perché lo si applichi quotidianamente ed esorta gli sposi a chiedere con insistenza il dono della carità alla Santa Famiglia, perché ispiri decisioni e azioni. “Che la famiglia sia un luogo di accoglienza e di comprensione” continua il Pontefice, che torna ancora una volta sulle indicazioni date in diverse occasioni alle coppie: “Custodite nel cuore il consiglio che ho dato agli sposi con le tre parole: ‘permesso, grazie, scusa’. E quando sorge un conflitto, ‘mai finire la giornata senza fare la pace’”.

La vicinanza e l’affetto per le coppie in difficoltà o separate

Agli sposi che hanno vissuto con difficoltà la convivenza durante la quarantena imposta dalla pandemia, perché “i problemi che già esistevano si sono aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili”, e a quanti “hanno persino vissuto la rottura di una relazione in cui si trascinava una crisi che non si è saputo o non si è potuto superare”, il Papa esprime poi particolare vicinanza e affetto. Francesco riconosce che “la rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative”, che “la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare” e che “nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme”. Il consiglio del Pontefice è di non smettere di cercare aiuto, “affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze”. “Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri - assicura Francesco -. Non tralasciate di invocarlo e di cercare in Lui un rifugio, una luce per il cammino”. Poi un ulteriore monito: “Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio - chiarisce il Papa - è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui”.

L’invito ai fidanzati a non scoraggiarsi nel cammino al  matrimonio

Ai giovani che preparandosi al matrimonio si scontrano con l’incertezza lavorativa e che temono di progettare il futuro, Francesco consiglia “il ‘coraggio creativo’ che ebbe San Giuseppe”, al quale, tra l’altro, ha dedicato l’anno appena trascorso. “Quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza - rassicura il Papa - perché ‘sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere’”. Quindi l’ulteriore incoraggiamento ad appoggiarsi alle famiglie, alle amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, “per vivere la futura vita coniugale e familiare” imparando da coloro che hanno già intrapreso questa strada.

Il pensiero per i nonni e gli anziani

Non manca il pensiero del Pontefice per i nonni, che nel periodo di isolamento imposto dalla pandemia “si sono trovati nell’impossibilità di vedere i nipoti e di stare con loro”, e per le “persone anziane che hanno sofferto in maniera ancora più forte la solitudine”. “La famiglia non può fare a meno dei nonni - sostiene Francesco - essi sono la memoria vivente dell’umanità, ‘questa memoria può aiutare a costruire un mondo più umano, più accogliente’”.

La Santa Famiglia guida per gli sposi

Infine il Papa conclude la sua lettera agli sposi invitandoli a guardare alla Santa Famiglia, tornando ancora sul coraggio creativo di San Giuseppe, “tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e indicando la Madonna come colei che può accompagnare nella vita coniugale “la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo”. Poi le ultime raccomandazioni di fronte alle tante sfide che le coppie si trovano ad affrontare: “Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino”. Ma anche i pastori e le altre famiglie, termina Francesco, hanno bisogno della presenza e della gioia, che viene dal Signore, di ogni coppia di sposi. 

Vatican News

 LETTERA AGLI SPOSI



 

domenica 19 dicembre 2021

SI ALZO' E ANDO', CON SOLLECITUDINE


INCONTRO AGLI ALTRI 

CON UN VOLTO SERENO 

E SORRIDENTE

" .... Si alzò e andò. Nell’ultimo tratto del cammino di Avvento lasciamoci guidare da questi due verbi. Alzarsi e camminare in fretta: sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale. Anzitutto, alzarsi. Dopo l’annuncio dell’angelo, per la Vergine si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva! Tuttavia non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto. Sempre pensa agli altri: così è Maria, pensando sempre ai bisogni degli altri. Lo stesso farà dopo, alle nozze di Cana, quando si accorge che manca il vino. È un problema di altra gente, ma lei pensa a questo e cerca di trovare una soluzione. Sempre Maria pensa agli altri. Pensa anche a noi.

Impariamo dalla Madonna questo modo di reagire: alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci. Alzarci, per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione o cadendo in una tristezza che ci paralizza. Ma perché alzarci? Perché Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in Lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e che impediscono di andare avanti. E poi facciamo come Maria: guardiamoci attorno e cerchiamo qualche persona a cui possiamo essere di aiuto! C’è qualche anziano che conosco a cui posso fare un po’ di aiuto, di compagnia? Ognuno ci pensi. O fare un servizio a una persona, una gentilezza, una telefonata? Ma a chi posso dare aiuto? Mi alzo e do aiuto. Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà.

Il secondo movimento è camminare in fretta. Non vuol dire procedere con agitazione, in modo affannato, no, non vuol dire questo. Si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele – queste lamentele rovinano tante vite, perché uno si mette a lamentarsi e lamentarsi e la vita va giù. Le lamentele ti portano a cercare sempre qualcuno da incolpare. Andando verso la casa di Elisabetta, Maria procede con il passo svelto di chi ha il cuore e la vita pieni di Dio, pieni della sua gioia. 

Allora chiediamoci noi, per il nostro profitto: com’è il mio “passo”? Sono propositivo oppure mi attardo nella malinconia, nella tristezza? Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? 

Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno, soltanto porteremo amarezza, cose oscure. Fa tanto bene, invece, coltivare un sano umorismo, come facevano, ad esempio, San Tommaso Moro o San Filippo Neri. Possiamo chiedere anche questa grazia, la grazia del sano umorismo: fa tanto bene. Non dimentichiamo che il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente. È portargli la gioia di Gesù, come ha fatto Maria con Elisabetta. ..."

Papa Francesco. Angelus



giovedì 9 luglio 2020

IL MONACO E LO SCORPIONE


"Un monaco vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall'acqua.
Quando lo fece, lo scorpione lo punse.
Per l'effetto del dolore, il monaco lasciò l'animale che di nuovo cadde nell'acqua in procinto di annegare.
Il monaco tentò di tirarlo fuori nuovamente e l'animale lo punse ancora.
Un giovane discepolo che era lì gli si avvicinò e gli disse:
" Mi scusi maestro, ma perché continuate??? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall'acqua vi punge? "
Il monaco rispose:
" la natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare."
Allora, il monaco riflette e con l'aiuto di una foglia, tirò fuori lo scorpione dell'acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò:
" Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni. Perché, gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l'amore che vive in te.
Gli uni perseguono la felicità, gli altri la creano.
Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione.
Perché la tua coscienza è quello che sei, e la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te...
Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere."

Racconto Zen




sabato 2 maggio 2020

OLTRE LA PANDEMIA. VOLTI CHE SI INCONTRANO


Con quale sguardo torneremo a incontrarci?


Padre Lombardi ci invita a guardare oltre, al futuro che ci attende: Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro.

di p. FEDERICO LOMBARDI

Leggevo in questi giorni l’affermazione di un pensatore russo: “Il semplice rapporto fra la gente è la cosa più importante del mondo!”. Mi ha fatto tornare in mente una bella canzone piena di gioia di qualche decennio fa, lanciata da un simpatico movimento di giovani che promuoveva l’amicizia e la fraternità fra i popoli: “Viva la gente!”. Qualcuno la ricorda certamente. Parlava delle tantissime persone che incontriamo ogni mattina andando a lavorare; diceva fra l’altro: “Se più gente guardasse alla gente con favor, avremmo meno gente difficile e più gente di cuor…” e ispirava molti sentimenti saggi e positivi. Vi avevo ripensato molte volte negli ultimi anni camminando per strada, incontrando tante persone indaffarate e come chiuse in sé, e molte altre con dei fili che escono dalle orecchie, che erano completamente concentrate sullo schermo del loro cellulare o parlavano nell’aria ad alta voce con chissà chi, senza tener alcun conto delle persone che erano sull’autobus a pochi centimetri da loro. Mi sembrava che il gusto di guardare agli altri con benevolenza e attenzione stesse diventando più raro e l’intrusione sempre più pervasiva delle nuove forme di comunicazione nella vita quotidiana ce li rendesse quasi estranei.
Dopo varie settimane chiuso in casa sento un grande desiderio di incontrare di nuovo per strada volti diversi. Spero che prima o dopo, a tempo debito, ciò possa avvenire anche senza mascherina e senza divisori di plexiglass, e spero di poter scambiare con loro una parola cordiale, o anche solo un sorriso sincero. Moltissimi di noi in questi mesi hanno sperimentato con sorpresa positiva le possibilità offerte dalla comunicazione digitale e speriamo di farne tesoro anche per il futuro, ma con il prolungarsi degli isolamenti abbiamo capito che non bastano.
Come torneremo dopodomani a incontrarci per la strada o sulla metro? Riusciremo a ripopolare con serenità gli spazi comuni delle nostre città? Saremo condizionati da paura e sospetto, o con l’aiuto dell’auspicata saggezza di scienziati e governanti sapremo bilanciare la giusta prudenza con il desiderio di ritrovare e ritessere quella qualità di convivenza quotidiana che – come dicevamo all’inizio – “è la cosa più importante del mondo”, la tela stessa del mondo umano?  Ci renderemo conto (di più o di meno di prima?) che siamo famiglia umana in cammino nella casa comune che è il nostro unico pianeta Terra?
Ora che la pandemia ci avrà fatto sperimentare un aspetto problematico della globalizzazione di cui tutti dovremo tener conto in futuro, sapremo ritrovare lo slancio della fraternità fra i popoli aldilà e al di sopra dei confini, l’accoglienza benevola e curiosa della diversità, la speranza del vivere insieme in un mondo di pace?
Come vivremo il nostro corpo e come vedremo quello degli altri? Una via possibile di contagio, un rischio da cui stare in guardia, o l’espressione dell’anima di una sorella o di un fratello? Perché questo è in fondo ogni corpo umano: la manifestazione concreta di un’anima - unica, degna, preziosa, creatura di Dio, immagine di Dio … Che meraviglia il timbro della voce, il ritmo dei passi, soprattutto il sorriso delle persone care!… Ma di più, questo non dovrebbe valere per tutte le persone che incontriamo?  Allora, recuperare la libertà dal coronavirus ci aiuterà a liberarci anche dagli altri virus del corpo e dell’anima che ci impediscono di vedere e incontrare il tesoro che sta nell’anima dell’altro, o saremo diventati ancora più individualisti?
La tecnologia digitale può mediare e accompagnare utilmente il nostro rapporto, ma la presenza fisica vicendevole delle persone, dei loro corpi come trasparenza delle anime, la loro prossimità e il loro incontro, rimangono punto di partenza e di riferimento originario della nostra esperienza e del nostro cammino. Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E Gesù ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro, nel povero (e chi non è povero in qualche modo, lo sappia o no?), e che nel volto dell’altro possiamo e dobbiamo sapere in fondo riconoscere il suo.
Con quali occhi, con quale cuore, con quale sorriso torneremo a camminare per le strade e a incrociare il cammino di tante persone, che anche se apparentemente sconosciute in fondo in questi mesi ci sono mancate, e che come noi hanno sentito il desiderio di incontrarci di nuovo sulle strade quotidiane della loro vita, del nostro mondo comune?



lunedì 2 maggio 2016

SORRIDERE .... SORRIDERE .... SORRIDERE - Il sorriso come dono al prossimo

I TRE SORRISI

Educarsi a sorridere, educare al sorriso

“Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale". La provocazione di Papa Francesco non è una battuta casuale e l'idea che i cristiani appaiano tristi non è nuova: “Dovrebbero cantarmi dei canti migliori, perché io impari a credere nel loro Salvatore! Bisognerebbe che i suoi discepoli avessero un aspetto più da gente salvata", diceva Nietzsche.
 Ma come si fa a sorridere quando le preoccupazioni, il lavoro, i piccoli contrattempi e i grandi dolori sono così seri nella vita?

Il primo sorriso è quello fondamentale: ride colui che sta nei cieli, dice la Bibbia. E ancora: la gioia del Signore è la vostra forza. È il sorriso di Dio. La gioia con cui il Creatore contempla ogni sua creatura è il fondamento solido della serenità e della pace di ognuno di noi. Ma non è irriverente pensare che Dio, il Signore dell'universo, sorrida? “Dio deve amarci tanto più in quanto ridestiamo il suo senso dell'umorismo", dice un personaggio creato da Ray Bradbury. “Non avevo mai pensato al Signore come a un umorista", gli viene ribattuto. La risposta è folgorante: “Il creatore dell'ornitorinco, del cammello, dello struzzo e dell'uomo? Oh, ma andiamo!".

Il secondo sorriso è quello con il quale guardo me stesso. Senza perdere di vista la mia umanità, i miei limiti, che non sono necessariamente un difetto e non vanno presi troppo sul serio. Il mio Creatore mi vuole bene così come sono, perché se mi avesse voluto diverso mi avrebbe fatto diverso. “Saper vedere anche l'aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa – disse una volta Benedetto XVI – e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po' di più, se non ci dessimo così tanta importanza".

Sorridere è un atto di umiltà, vuol dire accettare me stesso e il mio modo di essere, rimanendo lì dove sono in santa pace. Senza prendermi troppo sul serio, perché “la serietà non è una virtù. Sarà forse un'eresia, ma un'eresia molto più sensata dire che la serietà è un vizio. C'è realmente una tendenza (una sorta di decadenza) naturale a prendersi sul serio perché è la cosa più facile a farsi. La solennità viene fuori dagli uomini senza fatica; invece la risata è uno slancio. È facile essere pesanti e difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità" (Chesterton).

Il terzo sorriso è conseguenza dei primi due. È il sorriso con il quale accolgo chi incontro per caso e le persone con le quali vivo e lavoro. Con affetto e senza prendere troppo sul serio eventuali sbagli o presunti sgarbi. Con un volto allegro. Madre Teresa di Calcutta, ricevendo il Premio Nobel, spiazzò la platea con questo invito: “Sorridete sempre ai vostri familiari. Regalatevi reciprocamente il vostro tempo in famiglia. Sorridetevi".

Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è, insegna il Siracide. Il sorriso può essere davvero il segno di riconoscimento caratteristico di un cristiano.

Don Carlo Marchi


Convegno Ecclesiale Firenze, maggio 2015