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giovedì 15 gennaio 2026

LA MONOGAMIA COME POESIA


Il vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia riflette sulla nota del Dicastero per la Dottrina della Fede sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca


di Antonio Staglianò*

Fermiamoci un attimo. Prima di archiviare mentalmente l’ennesimo “documento vaticano” sull’amore e il matrimonio come roba da sacrestia, da manuale di morale sessuale impolverato, proviamo a leggere questo: «Dimos vueltas y vueltas, / hasta que volvimos a casa otra vez, / nosotros dos» (“Abbiamo girato e girato, / finché non siamo tornati a casa di nuovo, / noi due”). Non è una canzone di Vinicio Capossela. È Wisława Szymborska, poetessa polacca, Premio Nobel. E queste righe — insieme a versi di Neruda, Dickinson, Montale — compaiono in pieno in Una caro, l’ultimo testo del Dicastero per la dottrina della fede firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández. Un atto rivoluzionario: la Congregazione che un tempo si chiamava Sant’Uffizio, quella dei silenzi e dei no, oggi cita poeti per spiegare perché “due” siano meglio di tre, quattro o dell’infinità liquida dell’amore contemporaneo.

Non siamo di fronte a un trattato di teologia. È qualcosa di più radicale: un manifesto culturale che prova a riabilitare la monogamia non come imposizione ma come esperienza di bellezza. E lo fa con un’arma segreta: la poesia. Perché i poeti? Perché — scrive il documento citando Papa Francesco — «la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove alla contemplazione e mette in cammino». Esatto: una spina. Non una carezza consolatoria ma un pungiglione che ti sveglia, che ti costringe a guardare in faccia il mistero dell’altro. La “Pop-Theology” può esultare e candidarsi a diventare ben presto una “disciplina teologica”.

La prima mossa intelligente di Una caro è spostare il dibattito dal piano del “dovere” a quello del “genio culturale”. La monogamia cristiana non è principalmente (solo) una legge naturale o un comandamento ma un fatto culturale generativo. Ha plasmato un modo di stare al mondo, di concepire la persona, la dignità, la reciprocità. Il documento parte da lontano, dal secondo capitolo della Genesi che non è un racconto ingenuo ma un “manifesto antropologico”. Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo». E crea non un clone, non un servo, ma un «aiuto che gli corrisponda», un Tu che gli stia di fronte, “occhi negli occhi”. È la nascita della relazione frontale, del dialogo, del riconoscimento. Non della fusione ma dell’incontro tra due libertà.

Questo è il primo contributo culturale del cristianesimo: l’invenzione della persona come fine. L’uomo e la donna non sono mezzi per la specie, per il piacere, per il potere. Sono fini in sé. E solo in un rapporto esclusivo a due questa dignità è custodita. San Tommaso, citato nel testo, è chiarissimo: «La poligamia trasforma l’amicizia tra uomo e donna in una relazione quasi servile». Dove ci sono più donne (o più uomini), qualcuno diventa inevitabilmente oggetto, strumento. La monogamia, allora, non è una limitazione della libertà ma la sua condizione di possibilità. Solo davanti a un unico volto puoi assumerti una responsabilità infinita. Come scrive Emmanuel Lévinas, filosofo amato anche dai teologi, il volto dell’altro ti comanda “non uccidermi”. Ti comanda di rispettare la sua alterità. La poesia, in questo, è maestra: ci ricorda che l’amato è sempre un mistero inviolabile. «Tus ojos me interrogan tristes … / Este corazón está tan cerca de ti como tu propia vida, / pero no puedes conocerlo del todo» (“I tuoi occhi mi interrogano tristi … / Questo cuore è tanto vicino a te quanto la tua stessa vita, / ma non puoi conoscerlo del tutto”).

Il documento non fa finta di vivere nell’Ottocento. Sa benissimo che oggi la monogamia è sotto attacco. Non solo per il divorzio facile o l’adulterio ma per l’e m e rg e re di modelli culturali espliciti che la negano: il “p oliamore ” (relazioni multiple e consensuali), le unioni aperte, la sessualità fluida. La risposta non è la condanna morale. È più sottile: offrire una narrazione più bella. Più avvincente. Più umana. Perché — chiede il testo — se le serie tv, le canzoni pop, i romanzi continuano a celebrare il “grande amore” unico e fatale, mentre nella realtà le relazioni si frantumano? Forse perché nell’immaginario collettivo sopravvive la nostalgia di un legame totale, esclusivo, che dà senso alla vita. La Chiesa, con questo documento, si fa curatrice di quella nostalgia. E usa i poeti come testimoni privilegiati. Neruda che scrive alla sua Matilde: «Yo voy a cerrar los ojos / y solo quiero cinco cosas, / cinco raíces preferidas. / Una es el amor sin fin … / La quinta cosa son tus ojos». “La quinta cosa sono i tuoi occhi”. Non “gli o cchi” ma “i tuoi occhi”. Quelli di quella persona unica, insostituibile. È il trionfo dell’unicità contro l’anonimato della moltiplicazione.

Il poliamore, suggerisce il testo, nasce da un’illusione ottica: pensare che l’intensità dell’incontro si moltiplichi con il numero dei partner. Ma è il contrario: come nel mito di Don Giovanni, il numero dissolve il nome. L’infinità quantitativa uccide la profondità qualitativa. La poesia, al contrario, celebra la profondità del singolo volto, della storia condivisa, del “noi” che diventa casa.

Qui arriviamo al cuore teologico del documento ma anche alla sua svolta più pop: il concetto di carità coniugale. Non è la “carità” delle suore di clausura ma l’amore quotidiano tra due che scelgono di costruire una vita insieme. Un amore che non cancella l’eros ma lo purifica e lo eleva. Papa Francesco, citato a lungo, lo descrive con i tratti di 1 Corinzi, 13: «la pazienza, la benevolenza, il non essere arroganti, il non tener conto del male». È l’amore che diventa arte della convivenza. E l’arte, come la poesia, richiede esercizio, disciplina, capacità di trasformare la materia grezza della vita in qualcosa di bello. La sessualità, in questa visione, non è un problema da controllare ma un linguaggio. Un linguaggio che, nel matrimonio, dice: «Io mi dono tutto a te, e accolgo tutto di te». Non è il sesso del consumo rapido, dell’usa e getta. È il sesso come parola incarnata della promessa fatta all’altare.

E qui il documento compie un altro passaggio geniale: difende il piacere sessuale come parte integrante dell’amore coniugale. Cita Karol Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II) quando scrive che «non è in alcun modo incompatibile con la dignità delle persone il fatto che il loro amore coniugale comporti un “piacere” sessuale». Anzi, il piacere, vissuto nel contesto di un dono totale, diventa espressione di gioia e gratitudine. È la fine del manicheismo sessuale che ha a volte afflitto la Chiesa: da una parte il sesso sporco, dall’altra l’amore puro. No, dice Una caro: l’amore vero unifica corpo e spirito. E la poesia, ancora una volta, ci aiuta a capirlo: quando un poeta descrive l’amore, parla di sguardi, di mani, di pelle, di silenzi, non di anime disincarnate.

Il documento sa che la monogamia non è un istinto primario. È una conquista culturale. E come tale va educata. Ma come si educa all’esclusività, alla fedeltà, alla pazienza? Anche qui la risposta è sorprendente: attraverso la bellezza. Attraverso storie, poesie, film che mostrano la grandezza di un amore che dura. Non imponendo regole ma facendo innamorare dell’ideale. La poesia, in questo, è un’allenatrice eccezionale. Ti insegna a vedere l’altro nella sua unicità. Ti allena a nominare le emozioni complesse. Ti offre un linguaggio per dire l’amore che va oltre il “mi piaci”. In un’epoca di relazioni digitali, di like e di chat effimere, la poesia è una palestra di profondità. Il documento cita Emily Dickinson: «Que el Amor lo es todo / es todo lo que sabemos del Amor» (“Che l’Amore è tutto / è tutto ciò che sappiamo dell’A m o re ”). È un verso geniale: non definisce l’amore, lo circonda. Lo evoca. Lo fa esperienza prima che concetto. È quello che serve oggi: non teorie sull’amore ma esperienze di bellezza che ci facciano dire: «Voglio quello».

Con Una caro la Chiesa fa una scommessa coraggiosa: invece di difendere la monogamia con argomenti legali o teologici pesanti, la racconta. La affida ai poeti. La mostra come un’avventura umanissima, faticosa, ma piena di senso. È un cambio di paradigma: dalla dottrina che spiega alla poesia che mostra; dal magistero che detta leggi al magistero che curva l’orecchio sul cuore dell’uomo e ne riporta i battiti più veri.

Forse, in un mondo di relazioni usa e getta, la monogamia non è un retrogrado arroccamento. È l’ultima forma di resistenza poetica. Resistenza alla banalizzazione dell’incontro, alla riduzione dell’altro a profilo, alla paura della profondità. Scegliere di essere “una sola carne” non è allora obbedire a un precetto. È comprare un biglietto per un viaggio poetico: quello che, attraverso la ripetizione quotidiana, la fedeltà, il perdono, trasforma due “io” in un “noi” capace di ospitare il mondo.

Come diceva un “poeta di Nazareth”, «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Forse, oggi, quell’amore comincia da due. E la poesia è la sua prima, insostituibile, lingua. Quanta bellezza in Una caro!

*Vescovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Vatican News   

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venerdì 12 dicembre 2025

UNA CARO

 


 Elogio 

della monogamia



Farrell: strumento prezioso per formare 

al rispetto reciproco 

tra uomo e donna 

e allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio

Pubblichiamo di seguito la dichiarazione del cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, sulla Nota dottrinale Una Caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca che è stata presentata in conferenza stampa dal Dicastero per la dottrina della fede, stamattina 25 novembre 2025. 

***

La Nota dottrinale Una Caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca è uno strumento prezioso per il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita: ci permetterà di offrire ai Vescovi, ai Movimenti ecclesiali, alle Associazioni di fedeli e agli animatori di pastorale giovanile e familiare, importanti linee di riflessione teologica e pastorale sulla pienezza dell’amore umano.

Investire in percorsi formativi per comprendere la ricchezza di un rapporto esclusivo, che avrà bisogno di una vita intera per crescere in pienezza

Tale pienezza trova compimento nell’unità e nell’esclusività del matrimonio tra uomo e donna e ad essa vanno accompagnati gli sposi nella comprensione di quella che è una “vocazione a due” nel mondo e nella Chiesa.

Al giorno d’oggi non è facile trasmettere questo messaggio, che si inserisce in un contesto in cui la “cultura del provvisorio” – come la chiamava papa Francesco - svilisce il “per sempre” del matrimonio: molti faticano a comprendere non solo il valore del sacramento, ma di ogni vincolo indissolubile.

Per questo, a livello pastorale è decisivo saper investire in percorsi formativi che aiutino a comprendere la ricchezza di un rapporto esclusivo, che avrà bisogno di una vita intera per crescere in pienezza.

Approfondire in ogni contesto culturale e geografico del mondo  l’aspetto dell’appartenenza reciproca

Un aspetto del documento che mi pare significativo e che sarà importante approfondire in ogni contesto culturale e geografico del mondo è l’aspetto dell’appartenenza reciproca tra i coniugi, che nel vissuto esistenziale non può e non deve mai sfociare nel possesso dell’altro: è un’appartenenza-non appartenenza, un’unità tra i due che va costruita sempre nel rispetto di due dignità e di due libertà, che non annullano la differenza e l’individualità di ciascuno.

Allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio

Questa tematica ha ricadute pastorali che ci interpellano a formare al rispetto reciproco tra uomo e donna, per allontanare il rischio di gravi forme di violenza e di dominio, che oggi richiedono una più decisa azione pedagogica anche da parte della Chiesa.

Aiutare i coniugi a rendere generativa la coppia nelle comunità in cui vivono

Urge, infatti, educare ad una sana unità coniugale, che possa davvero essere via di crescita e di pienezza esistenziale per entrambi i coniugi. Essi vanno aiutati a comprendere che non è bene chiudersi nel loro reciproco amore, ma che è necessario aprirsi per rendere generativa la coppia, non solo all’interno della famiglia, ma anche nella comunità in cui vivono e in cui possono farsi strumento di accoglienza e di cura dei più fragili, rendendo ancora più fecondo il loro amore.

Card. Kevin Farrell,

Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

 

  UNA CARO. ELOGIO DELLA MONOGAMIA [IT]



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