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giovedì 11 settembre 2025

DISPERSIONE SCOLASTICA


 Crollo della dispersione scolastica? 

Bene, ma molto meno di quello che si potrebbe pensare

di Chiara Ludovisi e Mteo Riva at

Il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8% nel 2024, minimo storico secondo Eurostat. Il nostro Paese si avvicina al traguardo europeo del 9% entro il 2030. Ma nonostante i progressi, restano forti divari territoriali e sociali: il Sud, gli studenti stranieri e i ragazzi con genitori poco istruiti sono i più penalizzati. Preoccupa anche la dispersione implicita: competenze in calo soprattutto al Sud. 

La sfida è garantire equità e qualità dell’istruzione per tutti.

Il risultato è buono, qualcuno lo definisce addirittura storico: il tasso di dispersione scolastica in Italia è sceso al 9,8%. Mai così basso. Risulta così ampiamente centrato – e in anticipo – l’obiettivo per cui il Pnrr aveva stanziato 1,5 miliardi di euro: portare la dispersione scolastica sotto il 10,2% entro il 2026. Non solo: siamo vicini anche al nuovo obiettivo Ue per il 2030, che prevede di portare il tasso medio degli abbandoni scolastici al 9% o sotto. Per una volta, insomma, l’Italia si avvia a centrare nei tempi un traguardo europeo, con un’accelerazione negli ultimi 25 anni che val bene un encomio: basti pensare che nel 2000 la percentuale di ragazzi e ragazze che lasciava la scuola superava il 25% e nel 2010 ancora sfiorava il 20%. La buona notizia è contenuta negli ultimi riferiti da Eurostat (maggio 2025) sugli  Elet, ovvero gli Early Leavers from Education and Training (in italiano, sono i giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione). 

Bisogna però avere ben chiaro di cosa ci parlano questi dati e di cosa, invece, non ci parlano: prima di tutto, fotografano solo la dispersione cosiddetta esplicita, perciò i numeri si riferiscono solo a coloro che, tra i 18 e i 24 anni, hanno abbandonato la scuola senza aver conseguito un diploma di secondaria superiore e senza frequentare percorsi di istruzione o formazione professionale. I dati non fotografano, quindi, tutti coloro che, pur continuando a essere formalmente iscritti, a scuola non ci vanno o ci vanno ma non acquisiscono le competenze minime previste: la cosiddetta dispersione implicita.

Così come nulla ci dicono, questi numeri, di cosa, come, quando e tantomeno perché sia avvenuto l’abbandono del percorso formativo: per sapere qualcosa rispetto a questo, occorre consultare altri dati, come quelli del ministero dell’Istruzione, peraltro non recentissimi. Questi ci sveleranno – come vedremo – che il numero più alto di abbandoni avviene alle superiori, ma non è trascurabile il numero di coloro che abbandonano la scuola durante le secondarie di primo grado, o nel passaggio alle superiori, o perfino durante la scuola primaria. Su questo i dati sono pochi, eppure significativi. Premesso e precisato ciò, torniamo ai dati di Eurostat sugli Elet e agli evidenti passi avanti compiuti negli ultimi due decenni dal nostro Paese. 

Immagine che contiene Carattere, schermata, testo, Elementi grafici

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Parallelamente alla riduzione del tasso di dispersione esplicita, si è costantemente assottigliata, negli anni, anche la forbice rispetto alla media europea: solo nel 2020, l’Italia stava al 13,1% e la media europea era al 10,1%. Nel 2024, invece, l’Italia è al 9,8%, a fronte di una media europea del 9,3%. In quattro anni, il nostro Paese ha risalito così ben sette posizioni in classifica, passando dal 20° posto del 2020 al 13° del 2024.

 Secondo le previsioni Invalsi, rivelate proprio pochi giorni fa e calcolate grazie a un complesso incrocio di dati, l’Italia taglierà il traguardo europeo già nel 2025, con un tasso nazionale medi di Elet che dovrebbe scendere intorno all’8,3%. 

Vita

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mercoledì 1 maggio 2024

AL DI LA' DELLE COMPETENZE NON COGNITIVE


 Eaving no one behind, non lasciare nessuno indietro, è il motto dell’Agenda ONU 2030. Come fare per rendere concreta questa esortazione dal valore sociale così alto?



Le competenze non cognitive sono le competenze trasversali come la capacità di gestione dello stress, l'empatia, il problem solving, la motivazione e la proattività, non sono quindi le abilità linguistiche, logico-matematiche, scientifiche e tecnologiche.


Quali strade può ancora scoprire e percorrere la scuola per migliorare la qualità della propria offerta e dei propri risultati? Le competenze non cognitive come e perché possono rappresentare una risorsa?

La scuola è innegabilmente un agente di trasformazione sociale potente e incisivo, un ambiente formativo che per un lungo periodo della nostra vita e in anni in cui la sensibilità al cambiamento è maggiore contribuisce a farci crescere come persone e come cittadini.

È proprio la consapevolezza del valore di quello che accade tra le mura scolastiche ad animare il desiderio e lo sforzo di riflettere e interrogarci su una realtà che, per sua natura e in ragione della sua mission, è costantemente tesa al miglioramento.

Questa dinamicità ci rende attenti a osservare gli aspetti che suscitano allerta, ma anche a scoprire opportunità che possono aprire a un positivo mutamento in vista del conseguimento del successo formativo per tutti.

È un argomento del quale abbiamo avuto occasione di parlare più volte, sulle pagine di INVALSIopen e in molte altre occasioni in cui abbiamo incontrato in presenza o in rete insegnanti, dirigenti scolastici e altri esperti che a vario titolo sono interessati a comprendere e promuovere il sistema scolastico.

Con loro abbiamo ragionato su quali possano essere le leve sulle quali agire per rendere tangibile l’obiettivo posto dalle Nazioni Unite per il 2030, ormai piuttosto vicino, di assicurare un’istruzione equa e inclusiva e promuovere opportunità di apprendimento nel corso dell’intera vita per tutti. In pratica su come rinnovare la scuola e migliorarne le qualità per rispondere alle sfide socioculturali in atto e a quelle in arrivo.

Se guardiamo alle Rilevazioni nazionali degli ultimi tre anni qualche motivo di perplessità e in certa misura di preoccupazione sorge. I dati ci dicono infatti che nel nostro Paese, come accade anche a livello internazionale, il titolo di studio dei genitori è un fattore che pesa in misura ancora troppo rilevante sui risultati conseguiti dai giovani e ciò indica che la scuola non riesce a ridurre l’impatto della diversa provenienza socioculturale.

Si potrà dire forse che sono cose note, questioni antiche già più volte discusse, ma se è così perché allora non interrogarci su come reagire a questo stato di cose e sperimentare ipotesi di intervento e piste di lavoro forse non ancora percorse in rapporto ai problemi che i dati evidenziano? Quali possono essere le alternative per sostenere i ragazzi e le ragazze laddove le famiglie fragili offrono minori risorse a supporto dei percorsi scolastici dei figli?

La sensibilità pedagogica, a livello di ricerca e di lavoro sul campo, è attenta da diverso tempo alla necessità di promuovere negli studenti lo sviluppo delle competenze non cognitive, un bagaglio al quale appartengono capacità come saper comunicare, lavorare in gruppo, tenere testa allo stress, avere fiducia in se stessi, delle quali si riconosce sempre più la rilevanza in ogni ambiente di vita, a scuola come nel lavoro, per esercitare pienamente il diritto di cittadinanza e godere delle opportunità che la società offre.

 Ma se osserviamo i dati, che ci mostrano come con il progredire della scolarità gli esiti di apprendimento degli allievi provenienti da contesti più fragili accumulino uno svantaggio superiore a un anno di apprendimento rispetto ai figli di chi ha titoli di studio più elevati, ci chiediamo anche a partire da quale età e livello di scolarità si debba iniziare a lavorare in questa direzione.

La risposta è semplice e suffragata da esperienze condotte in Paesi nei quali l’attenzione a contrastare possibili sprechi nell’offerta di opportunità formative, a vantaggio della qualità del sistema scolastico, si è avviata prima che da noi: si inizia a lavorare già dallo spazio educativo 0-6 anni, sul quale il PNRR ha concentrato molta attenzione.

L’intervento precoce, infatti, è molto probabilmente uno strumento in più per impedire l’accumularsi di svantaggi che sarebbe sempre più difficile recuperare con l’avanzare dell’età evolutiva e del percorso scolastico.

Questa consapevolezza delle opportunità che le competenze non cognitive – in continuità con quelle cognitive e non affatto disgiunte da queste – aprono per contrastare quelle carenze formative che nel tempo si tradurrebbero con ogni probabilità in dispersione scolastica, ci rimanda a un’altra necessità imprescindibile, quella di valutare scientificamente l’impatto di progetti che oggi sono sperimentali e dai quali devono derivare indicazioni metodologiche e didattiche da applicare su ampia scala.

Si tratta evidentemente di un percorso impegnativo e di una responsabilità che al di là del valore scientifico rimanda al valore etico del fare scuola.

 

INVALSI OPEN



martedì 30 aprile 2024

AVA, PER MIGLIORARE LE UNIVERSITA'


Lo scopo dei sistemi come Ava è garantire la conformità nelle università. 

Ma davvero da quando si applica questo metodo la qualità degli atenei è migliorata?

 

-di Stefano De Luca

Non so quanti lettori sappiano che cos’è Ava. Quelli più giovani potrebbero pensare che sia il nome dell’ultimo androide femminile creato dalla Hanson Robotics. Per quelli nati negli anni Sessanta, come me, è invece indelebilmente legato alla pubblicità televisiva di un noto detersivo, il cui protagonista era il pulcino Calimero e il cui slogan era “Ava come lava!”. Ma per chi ha la ventura di conoscerlo nel suo significato “accademico”, questo nome – anzi, questo acronimo – evoca ben altri scenari.

Anzitutto, una selva di altri acronimi (il più temuto è Cev, ma non vanno sottovalutati né Opis, né Nuv o Pqa o Cpds, per non parlare di Sma e Sua). In secondo luogo, un complesso labirinto di procedure, ciascuna delle quali deve lasciare dietro di sé uno o più verbali o documenti, che rimandano ad altri documenti in un sistema complicato, circolare e spesso ripetitivo, per non dire copiativo. In terzo luogo, una montagna di adempimenti, alla sommità della quale si colloca la Visita di accreditamento, con esame a distanza e in loco da parte di una Commissione di esperti valutatori (ecco la famosa Cev!), evento finalizzato a verificare se l’ateneo soddisfa i requisiti di qualità e base per l’emissione di un giudizio di accreditamento o meno da parte dell’Anvur.

Si potrebbe quindi sostenere, non andando tanto lontano dal vero, che Ava è la costituzione materiale (e, in parte, anche formale) delle università italiane. Contiene, per così dire, i principi fondamentali (la qualità, il miglioramento continuo), la separazione delle funzioni (didattica, ricerca, terza missione), la previsione formale dettagliata di ciò che i vari soggetti istituzionali (gli attori, nel suo linguaggio) devono fare nello svolgimento delle loro funzioni, al fine di garantire i principi fondamentali. In questo quadro, l’Anvur – che del sistema è artefice (sia pure sotto il “velo” del ministero), manutentore e applicatore – è una sorta di legislatore costituzionale e, al tempo stesso, di giudice.

Ma di quale qualità stiamo parlando? Non certo di quella ascrivibile alla tradizione filosofica (se fosse quella, la preferenza andrebbe senz’altro alle galilieiane o lockeane qualità primarie, ossia quantificabili e misurabili). In realtà si tratta della qualità nata in ambito manifatturiero e definita nelle teorie del management. Lo scopo di questi sistemi è controllare e garantire la conformità non solo del prodotto finito, ma dell’intero processo produttivo. In ambito universitario il quadro di riferimento è lo standard Iso 9000:2015, che descrive i fondamenti della gestione della qualità. Chi ha un minimo di familiarità con Ava, il sistema di Assicurazione della qualità (Aq) degli atenei italiani, riconoscerà molti di questi principi e un intero lessico: approccio per processi, “portatori di interesse”, miglioramento continuo, decisioni prese sulla base di evidenze (documentali), soddisfazione.

È ormai il momento di guardare più da vicino Ava, ma per farlo è opportuno soffermarsi brevemente sulla sua genesi. Uno dei primi documenti in cui si parla di “qualità” e di “sistemi di Aq” è il Decreto ministeriale 386/2007 (ministro Mussi), che si colloca a valle del processo di Bologna, con tutto quel che ne è seguito (modello 3+2, ridefinizione degli ordinamenti didattici ecc.). Un paragrafo di questo Dm si intitola Spostare la competizione dalla quantità alla qualità e dà avvio, per una serie di ragioni (anche valide), a quel paradossale processo per cui l’autonomia acquisita dieci anni prima dagli atenei si trasforma lentamente in una condizione di eteronomia (un’eteronomia molto più stringente di quella vigente ai tempi del Superiore ministero). Nel documento possiamo leggere che “l’autonomia implica una competizione regolata fra le Università”, ma che questa non può essere “mirata principalmente ad attrarre numeri maggiori di iscritti in modo sostanzialmente indipendente dalla qualità dell’offerta o, addirittura, abbassandone il livello”. Il baricentro della competizione, continua il Dm, va dunque “spostato sulla qualità dell’offerta formativa, oltre che sulla produttività scientifica delle strutture, verificandole e misurandole, in entrambi i casi, mediante l’autovalutazione degli Atenei e la valutazione esterna dell’Anvur, non appena costituita [l’Anvur era stata istituita nel 2006, ma è diventata, per così dire, operativa solo nel 2010]”.

Successivi Dm definiranno poi in modo sempre più stringente i requisiti per i corsi di laurea. E infine si arriva alla legge 240/2010, con la quale è stato introdotto in Italia un sistema di accreditamento degli atenei e la creazione, nelle università, di sistemi di Aq. Ma è l’Anvur il soggetto chiamato a definire le procedure, i criteri e gli indicatori per lo svolgimento dell’attività di valutazione periodica e a proporli al ministero, che li adotta per decreto. L’Anvur definisce dunque le modalità con cui gli atenei devono strutturare i propri sistemi di Aq e sovrintende all’esercizio attuativo della norma: dunque, come ho già detto, è legislatore – sia pure sotto il velo del ministero – e giudice, in questo caso senza veli.

Il baricentro della competizione va “spostato sulla qualità dell’offerta formativa, oltre che sulla produttività scientifica delle strutture”

E veniamo finalmente ad Ava. L’acronimo significa Autovalutazione Valutazione Accreditamento. L’Anvur ne ha messo a punto una prima versione nel 2014 (Ava1), che è stata rivista nel 2017 (Ava2) e ulteriormente rivista nel 2022 (Ava3). I suoi obiettivi principali sono tre: 1) assicurare che le università eroghino uniformemente un servizio di qualità; 2) assicurare un esercizio responsabile e affidabile dell’autonomia universitaria nell’uso delle risorse pubbliche e nei comportamenti collettivi e individuali; 3) migliorare la qualità delle attività formative e di ricerca. Ava si rifà alle Linee guida europee per l’Aq del 2015 (Standards and Guidelines for Quality Assurance in the European Higher Education Area), secondo le quali la qualità è un concetto non facile da definire, ma sostanzialmente riconducibile al “prodotto dell’interazione tra i docenti, gli studenti e il contesto di apprendimento dell’Istituzione. In pratica, l’assicurazione della qualità garantisce un contesto di apprendimento nel quale il contenuto dei corsi di studio, le opportunità di apprendimento e le strutture didattiche siano adatte allo scopo”. Una definizione, come si vede, piuttosto circolare. Le Linee guida europee fissano anche una serie di principi (preparare gli studenti non solo al loro futuro professionale, ma a una cittadinanza attiva; creare conoscenze avanzate; stimolare la ricerca e l’innovazione) e prevedono che tutti i portatori di interesse debbano essere coinvolti nell’Aq.

Alcuni di questi principi generali, passati in Ava, sono generalmente condivisibili. A fronte di tali premesse, però, Ava è apparso sin dall’inizio viziato da una caratteristica di fondo, cioè da un’ambizione che mi ha fatto pensare, si parva licet, al celeberrimo progetto del seminario estivo tenutosi a Dartmouth nel New Hampshire nel 1956. Si tratta del seminario che segna la data di nascita del campo di ricerca (e dello stesso nome) dell’Intelligenza artificiale. Quale era l’idea di fondo di quel seminario?

“Lo studio procederà sulla base della congettura che ogni aspetto dell'apprendimento o di qualsiasi altra caratteristica dell'intelligenza possa essere descritto in linea di principio in modo così preciso da poter essere simulata da una macchina”.

Proviamo ora a sostituire qualche parola, adattandola al nostro tema:

“Il sistema sarà definito sulla base della congettura che ogni aspetto dell’apprendimento o di qualsiasi altra caratteristica dell’attività universitaria possa essere descritto in linea di principio in modo così preciso da poter essere implementato come una macchina”.

Come è noto, l’approccio di Dartmouth (detto logico-simbolico) funzionava solo nei mondi chiusi della logica o dei giochi, mentre ha fallito ogni volta che lo si è applicato al mondo reale, vista la varietà, le ambiguità e l’imprevedibilità dello stesso. Analogamente, i sistemi di Aq hanno un difetto di fondo, perché l’ingegnerizzazione dei processi universitari non solo è incapace di contenerne la complessità e la variabilità, ma finisce per costringerle in una gabbia d’acciaio che, a differenza di quella immaginata da Weber, non è nemmeno così efficiente. È perlopiù costrittiva e faticosa. E questa caratteristica si è andata accentuando col tempo.

 Le attività di preparazione degli atenei alla verifica dei propri sistemi di Aq sono divenute sempre più complicate e onerose, poiché si è verificata una continua crescita di dettami formali

Le attività di preparazione degli atenei alla verifica dei propri sistemi di Aq sono divenute sempre più complicate e onerose, poiché si è verificata una continua crescita di dettami formali. Il che è inevitabile, se la logica è quella di voler descrivere ogni processo in dettaglio, per poterlo poi “misurare”. Con questo tipo di approccio si verifica il fenomeno dell’esplosione combinatoria. Di qui il paradosso per cui ogni nuova versione di Ava è più complicata, anche se l’Anvur afferma (excusatio non petita…) che il sistema è stato semplificato. Si prendano i seguenti passi tratti, rispettivamente, dalle Linee guida ad Ava2 e ad Ava3:

“Innanzitutto, si è proceduto a una revisione dei Requisiti e degli Indicatori di qualità e a un ripensamento complessivo della loro articolazione al fine di recepire i principi enunciati dagli Esg 2015 e a realizzare una struttura più snella e compatta […]”

“Come prima attività, l’Anvur ha proceduto a una riorganizzazione e revisione dei Requisiti e degli aspetti da considerare e a un ripensamento complessivo della loro articolazione, al fine di realizzare una struttura più snella e compatta […]”.

In realtà, senza scendere nei dettagli, mi limito a osservare quanto segue: in Ava2 avevamo quattro Requisiti, articolati a loro volta in 11 Indicatori e in 34 Punti di attenzione. In Ava3 i Requisiti vengono ridenominati Ambiti di valutazione e passano da 4 a 5; gli Indicatori sono sostituiti dai Punti di attenzione, che sono 39; e i Punti di attenzione si articolano in 84 Aspetti da considerare. Al di là della terminologia (qui la fantasia burocratica dà il meglio di sé) si passa da uno schema 4-11-34 a uno 5-39-84. Come questo possa essere più snello e compatto è un mistero ineffabile. Né va dimenticato che, nel modello finale, gli Indicatori ricompaiono a sinistra degli Aspetti da considerare e sono talvolta affiancati da “Altri indicatori”. Quindi abbiamo una sorta di movimento a fisarmonica, che parte dai 5 Ambiti di valutazione, si allarga in 39 Pda e si espande in ulteriori 84 Adc, per poi contrarsi in 37 Indicatori e chiudersi in 9 Altri indicatori.

Rispondere ai quesiti (poco importa che manchi il punto interrogativo) e ai molteplici aspetti in cui si articolano implica una enorme sequenza di operazioni di cui spesso sfugge il senso, e che devono essere illustrate in un amplissimo numero di documenti, che la stessa Cev non può leggere in modo accurato, finendo per svolgere un vaglio solo formale. Dal canto loro, gli atenei cercano di superare con il miglior risultato, o il minor danno, una procedura di cui si sente il notevole peso senza vederne consistenti vantaggi. E per raggiungere questo risultato impiegano non poche risorse (economiche e umane) per mandare docenti e amministrativi a seguire i corsi di formazione e/o aggiornamento sul modello Ava (conflitto di interessi?).

Alla luce di queste considerazioni la domanda è la seguente: quanto è migliorata la qualità degli atenei da quando si applica Ava? E quali costi ha comportato (e comporta) l’applicazione di questo sistema? Mi riferisco ai costi per le finanze pubbliche e ai costi “umani” in termini di tempo dedicato dai docenti a queste attività. Sarebbe interessante ascoltare qualche risposta in merito; risposta – questa volta è il caso di dirlo – basata su evidenze documentali, di tipo quantitativo. Attendiamo con fiducia.

 

Rivista il Mulino


 

lunedì 28 dicembre 2020

AUTONOMIA SCOLASTICA E QUALITA' SOSTENIBILE

 

LOCANDINA E PROGRAMMA


MODALITA’ DI ISCRIZIONE:

EVENTO GRATUITO con iscrizione obbligatoria, fino ad esaurimento posti disponibili n.150, al link:

https://forms.gle/iyyN6RhAs9vCwbwa9


SEGRETERIA ORGANIZZATIVA AICQ NAZIONALE Via Cornalia 19 - 20124 Milano (MI)

 PER INFORMAZIONI Carmelo Diana carmelodiana57@gmail.com;  

 Il webinar è rivolto ai Dirigenti scolastici, ai Docenti interessati all’innovazione


sabato 1 agosto 2015

SCUOLA DI TUTTI e PER TUTTI

La sentenza della Cassazione nel tempo della riforma

OCCASIONE E SFIDA
 PER UNA «SCUOLA DI TUTTI»
Perché tanta attenzione sulla questione del pagamento arretrato dell’Ici richiesto alle due scuole paritarie di Livorno, con una sentenza della Cassazione che smentisce il parere dei giudici dei primi due gradi di giudizio? In Italia la scuola è sempre stata terreno di scontro politico, anche se oggi si è creato un fronte trasversale capace di superare schieramenti e pregiudizi, perché ha posto questioni molto concrete. È possibile non riconoscere finanziamenti per il loro funzionamento (non per la loro istituzione) alle scuole paritarie e, contemporaneamente, imporre che non chiedano una retta agli studenti che le frequentano, per evitare di scivolare fra gli enti che svolgono attività 'commerciali'? Con che fondi si potrebbero pagare gli stipendi degli insegnanti?
Il ministro Padoan in questi giorni ha chiarito bene il punto, ricordando che il regolamento attuativo della norma sul pagamento dell’Imu specifica che è da considerare attività «non commerciale» quella che non chiede una retta superiore al «costo medio» di uno studente allo Stato, calcolato dall’Ocse dai 5.739,17 euro degli asili ai 6.94,17 euro delle superiori. Questo regolamento contiene un principio molto interessante tutte le scuole, paritarie e statali: il costo standard per studente. 
Se alle scuole statali e paritarie fossero riconosciuti finanziamenti adeguati a coprire i costi standard e le famiglie potessero scegliere, sarebbe giusto che le scuole paritarie non chiedessero alcuna retta. Ma, visto che lo Stato versa alle scuole paritarie meno di un decimo dei costi che devono sostenere e che le famiglie, possono ricevere al massimo, come detrazioni fiscali, 70 euro netti all’anno a fronte di rette che vanno da 3.000 a 5.000 euro, come si può considerare «commerciale» un’attività che chiede solo il corrispettivo per la copertura dei costi?
 In questi giorni si è più volte fatto riferimento ai circa 6 miliardi annui che lo Stato di fatto risparmia grazie alle scuole paritarie.
Ma non può essere appena questa la ragione per considerarle un valore.
Oggi, potremmo mai pensare come civile un Paese con un solo giornale, una sola rete televisiva, una sola radio, un solo motore di ricerca sul web? Che cosa può garantire l’esistenza in Italia di un 'servizio pubblico' di qualità in un settore così delicato e strategico come l’educazione sulla base di libertà, efficienza ed equità? Perché non aiutare veramente le famiglie a crescere ed educare i figli, dando loro gli strumenti per farlo? In che modo varrebbe la pena usare i fondi della fiscalità generale che derivano dalle tasse versate da tutti i cittadini, senza avere studenti, genitori, insegnanti, scuole, di 'serie A' e di 'serie B' all’interno del sistema nazionale d’istruzione regolato dalla legge?
Forse uno sguardo a quell’Europa che siamo abituati a citare solo quando fa comodo, potrebbe essere utile. In Finlandia, Paese in vetta alle classifiche internazionali, la parità tra scuole statali e scuole non statali è totale. Le scuole sono gratuite, le famiglie hanno libertà di scelta e sono aiutate con contributi per le spese ulteriori che devono sostenere, a seconda del reddito e del numero dei figli. Nella 'laica' Francia gli insegnanti delle scuole paritarie sono pagati dallo Stato e i costi di gestione sono in parte finanziati dagli Enti locali; le famiglie che hanno figli in età scolare hanno dei contributi che vanno dai 4.123 euro annui a 8.349 (per chi ha 4 figli). In Spagna le scuole paritarie convenzionate sono circa il 30%, ricevono dallo Stato i fondi per pagare gli insegnanti e una parte dei costi di funzionamento, i genitori devono pagare rette molto basse. In Gran Bretagna c’è una lunga tradizione di scuole private convenzionate, totalmente finanziate dallo Stato, si chiamano 'public school'. Anche in questo Paese sono previsti aiuti economici per le famiglie con i figli che vanno a scuola (fino a 9.200 sterline per chi ha 4 figli). In Germania il 20% degli Istituti è paritario ed è finanziato con modalità diverse dai Laender.
Allargando la visuale sui Paesi Ocse, con l’ultima indagine 'Education at a Glance' (2012), emerge, poi, che ormai tre Paesi su quattro coprono più del 50% di spese della scuola paritaria gestita della società civile ( governative dependent private schools) e che in Italia, mentre le spese del bilancio 2012 per le scuole statali sono state di circa 57.571.000.000 per 7 milioni e mezzo di studenti, per le scuole paritarie sono stati spesi 511 milioni euro, per più di 1 milione di studenti. Dopo di noi c’è solo la Grecia.
L’Italia ha una buona legge fatta da Luigi Berlinguer nel 2000 che disegna, rispettando la nostra Costituzione, un sistema nazionale di istruzione formato da scuole statali e paritarie, la 'Buona Scuola' con l’articolo 1 comma 151, ha introdotto la possibilità di detrarre i costi sostenuti per la frequenza delle scuole paritarie (si tratta di una restituzione simbolica alle famiglie che non supererà, come detto, i 70 euro annui, ma stabilisce un principio di giustizia essenziale) e parla di nuovi criteri per l’assegnazione dei fondi alle scuole statali, per la gestione dei bilanci.
Avendo finalmente un po’ più di coraggio nell’affrontare la sfida e, come è già stato annotato su
Avvenire, grazie anche alla riflessione provocata dalla sentenza della Cassazione sulle paritarie livornesi, forse si può costruire un sistema davvero equo, in grado di dare più risorse a una 'scuola di tutti', statale e paritaria, e di aiutare le famiglie a svolgere il proprio compito educativo senza discriminazioni di sorta.

Da AVVENIRE, 1 agosto 2015

venerdì 15 maggio 2015

PROVE INVALSI ..... CHE FARE?

A proposito di prove INVALSI.... 
quello che gli "altri" (non) fanno.....

di Italo Bassotto

       

  Sono giorni di forte tensione nelle scuole italiane: da una parte la resistenza di sindacati e lobbies varie al disegno di legge sulla BUONA SCUOLA, dall'altra il rifiuto (in alcune parti del Paese assai consistente) di effettuare le prove di verifica previste dall'Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione (INVALSI). 

           Vorrei trattenere l'attenzione dei lettori su questo secondo aspetto del cattivo costume italiano: come ogni anno, a novembre assistiamo impotenti (????) alle occupazioni delle scuole (che finiscono appena si approssimano le vacanze natalizie!) e a maggio alle forme più "creative" di "disobbedienza civile" per non far affrontare agli studenti le prove di verifica previste dall'INVALSI per gli alunni di 7, 9, 12 e 16 anni circa le competenze che essi posseggono in lingua italiana e matematica. 

          Fermo restando che sono assolutamente favorevole alla "disobbedienza" quando il rispetto delle regole imposte contrasta con i sacrosanti diritti della coscienza personale (vengo dalla terra di Don Mazzolari, per giove!!!!), mi pare che tale azione meriterebbe causa ben più importante del "diritto a non farsi valutare", come ho letto in alcuni proclami altisonanti e retorici di sedicenti "difensori" degli studenti e delle famiglie. 

       Per la verità ne ho sentite e lette di "astruserie", spacciate per argomentazioni contro questo strumento, che sin dall'inizio si dichiara limitato e parziale, il cui scopo, si badi bene, non è di "valutare gli studenti", ma, rilevando i lvelli dei loro apprendimenti/competenze, spingere le scuole a riflettere sui punti di forza e di debolezza dei loro progetti educativi (POF). 

       Come ad esempio che sono i genitori (Sic!) a tenere a casa i bambini nel giorno delle prove...., salvo poi intervistare a campione alcuni di questi e scoprire che non sanno neanche cosa siano i tests e che l'hanno atto per sentito dire da altri o dagli insegnanti stessi.... 

     Non parliamo poi della contestazione di quei docenti che, per invalidare i test, suggeriscono le risposte agli studenti: tenuto conto dei risultati degli anni precedenti, forse è meglio che lascino fare agli studenti, forse i punteggi sarebbero più alti!

    Un quadro di squallore e cattiva informazione che cade nella quasi totale indifferenza del ..... 

Leggi: A PROPOSITO di  PROVE INVALSI

            DEAR PARENTS

mercoledì 6 maggio 2015

AIMC FIRENZE : VALUTARE I DOCENTI


La valutazione del personale docente
 non si improvvisa


Cosa è necessario per una valutazione formativa della funzione docente?
            La valutazione di una professione necessita, perchè sia una cosa seria, di tre elementi: la competenza del soggetto valutatore; la definizione dell'oggetto da valutare; l'individuazione degli strumenti e dei modi della valutazione stessa. Insomma occorre un chi (competente a valutare), un che cosa (effettivamente valutare) e un come farlo. Questi presupposti, validi per la valutazione di qualsiasi prestazione professionale, a maggior ragione sono necessari se si tratta di valutare la qualità della funzione docente. Che, a differenza degli altri impieghi, non si rivolge alla realizzazione di un interesse privato o pubblico, ma alla formazione umana, culturale e disciplinare, di una persona.  Ora sia nel disegno di legge liquidato con tanta fretta dal governo, sia negli emendamenti che si profilano su questo tema, i presupposti sopra indicati difettano sensibilmente.
Le proposte del disegno di legge sulla valutazione della funzione docente
            Nel disegno di legge del 17 marzo scorso la valorizzazione (e quindi la valutazione) dei docenti meritevoli a cui assegnare in premio una competenza accessoria, spetta al Dirigente Scolastico, sentito il Consiglio di Istituto; per i docenti nell'anno di prova, il Dirigente stesso sente il Collegio Docenti e il Consiglio stesso.
            In un emendamento presentato invece in Commissione cultura al testo  si propone che ad esprimere “ i criteri per   la valorizzazione dei docenti” considerandone “qualità dell'insegnamento,contributo al miglioramento dell'istituzione scolastica; risultati ottenuti degli alunni, innovazione didattica e metodologica; responsabilità professionali aggiuntive” superamento del periodo di formazione e di prova ", sia un Comitato per la valutazione composto dal Dirigente, due docenti designati dal Collegio e due genitori.

            Perchè non sono ragionevoli le proposte governative sulla valutazione dei docenti? ......

domenica 6 maggio 2012

A.I.M.C. ASTI


SCUOLA E QUALITA’

VIAGGIO NEI LABIRINTI DELLA VALUTAZIONE

Più voci a confronto per parlare di valutazione a scuola


VENERDI’ 11 MAGGIO 2012

INCONTRO FINALE GRUPPI DI LABORATORIO

con il Prof. Bruno Losito, Università Roma 3 – ore 17.00/19.00

Aula Ipogea Istituto Monti, Piazza Cagni, ASTI


SABATO 12 MAGGIO 2012

venerdì 16 marzo 2012

APPRENDIMENTO e INSEGNAMENTO


Come insegnare, oggi?

         Questi e altri interrogativi fanno da filo conduttore alla riflessione sull’insegnamento in rapporto alla didattica, con particolare attenzione alla valutazione e ai modelli organizzativi connessi all’idea di scuola a cui l’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) vuol trovare prime risposte di senso.
        In continuità con il Convegno dello scorso anno “Apprendere, ma come?”, in questa seconda fase sarà approfondito il rapporto tra innovazione didattica e miglioramento della qualità della scuola. Il modo in cui un’istituzione scolastica è gestita e organizzata crea, di fatto, un ambiente più o meno favorevole che può accrescere o, per contro, inibire il potenziale del capitale umano degli studenti, ma anche degli stessi insegnanti.
         A discutere su cosa sta cambiando nella didattica, sul come le scuole progettano l’organizzazione, tenendo in debito conto degli spazi di flessibilità e autonomia, docenti e dirigenti di ogni ordine di scuola, soci e non dell’AIMC, insieme al presidente nazionale Giuseppe Desideri, al presidente regionale, Paolo Centomani e ai responsabili associativi, i proff. Angela Chionna dell’Università di Bari, Italo Forin, dell’Università LUMSA Roma, Paolo Ardizzone dell’Università Cattolica di Milano, Claudio Lazzeri docente dell’IMI - Gorgonzola (MI), Valentina Di Trapani dell'Associazione Oltremodo e GIpa e Cristina Giuntini, dirigente scolastico di Arezzo.
         L’occasione è rappresentata dal Seminario nazionale “Insegnare, ma come?”, che si svolgerà presso l’Hotel Clio in Viale Kennedy, 20, a Monopoli (BA) i prossimi 17 e 18 marzo c.a.. Un’opportunità preziosa che consente all’Associazione, ancora una volta secondo il proprio specifico, di realizzare presenza e di stare nei processi, partecipando al confronto con una propria elaborazione, testata sul campo e, il più possibile, condivisa.
 La presidenza nazionale AIMC

Roma, 16 marzo 2012

martedì 21 settembre 2010

"Riconoscere la priorità dell'istruzione nella ripartizione delle risorse. Costruire in tutti i campi una cultura e una pratica del merito"

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA INAUGURA IL NUOVO ANNO SCOLASTICO

"Per elevare la qualità dell'insegnamento occorre motivare gli insegnanti e richiedere - è vero, è necessario - che abbiano un'adeguata formazione, ma anche offrire loro validi strumenti formativi e di riqualificazione. E su tutto questo, ovviamente, è necessario investire......  "

Leggi: Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla cerimonia di apertura dell’Anno Scolastico 2010-2011

martedì 14 settembre 2010

Scuola, reclutamento e qualità


Scuola, reclutamento e qualità

L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) intende richiamare l’attenzione del mondo politico-istituzionale sulla difficile gestione della scuola dovuta a fenomeni quali la riduzione dell’organico, il precariato e le ridotte possibilità d’ingresso nella professione da parte dei giovani laureati.
Tali problematiche rischiano di compromettere la qualità della proposta formativa in un momento in cui la scuola si trova ad affrontare contesti educativi e sociali sempre più complessi ed esigenti, che necessitano di un lavoro continuativo di professionisti competenti e autorevoli.
L’Associazione ritiene che debbano essere garantite ai docenti condizioni minime di continuità e di stabilità a tutela della dignità professionale e personale di ciascuno, all’interno di un’azione di riqualificazione di tutte le risorse a disposizione della scuola e del sistema formativo nazionale, volta all’adeguamento degli standard di servizio ai livelli europei. Tale scelta si ritiene possa rafforzare in tutti i docenti e dirigenti scolastici motivazioni educative e prospettive di innovazione didattica, organizzativa e professionale.
È necessario, nell’immediato, avviare una riflessione seria e un dialogo sereno tra le parti sociali relativamente alla costruzione di un nuovo sistema di reclutamento e garantire disposizioni transitorie che possano tenere presenti le diverse istanze in campo.

Il Consiglio nazionale e
la Conferenza dei presidenti regionali AIMC

Roma, 12 settembre 2010

domenica 18 luglio 2010

Qualità e merito per le scuole. Gli orientamenti del Ministro

Qualità e Merito. Verso standard internazionali

La scorsa settimana Mariastella Gelmini, affiancata da Roger Abravanel, autore del noto bestseller Meritocrazia. Quattro proposte per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto, citato dal ministro fin dall’inizio del suo mandato, ha presentato il Piano Nazionale Qualità e Merito (PQM). Si tratta di  un progetto che prevede l’impiego sistematico di test oggettivi standard, predisposti dall’Invalsi, per misurare i livelli di apprendimento degli studenti al di là delle valutazioni didattiche, che continueranno comunque ad essere formulate dagli insegnanti.
Già in questa direzione si è mosso il test nazionale di italiano e matematica che negli ultimi due anni è entrato a far parte delle prove d’esame della licenza media, ma questo progetto va più avanti perché non si limita a registrare i livelli di apprendimento mediante una valutazione di tipo istantaneo, sommativo, ma prevede che le prove siano sottoposte agli studenti all’inizio dell'anno scolastico, per rilevarne la preparazione iniziale, e che siano ripetute al termine dell’anno per verificare i miglioramenti ottenuti (si comincerà con la scuola media per poi estendere la sperimentazione alle scuole secondarie superiori).
In questo modo la valutazione, condotta in contemporanea in tutta Italia sulle stesse prove,  diventerà diagnostica e formativa, servirà cioè agli insegnanti e alle scuole per valutare i propri risultati, ponendoli a confronto con quelli medi nazionali e con quelli delle scuole migliori, e per avviare processi di miglioramento della qualità dell’insegnamento..... segue   Tuttoscuola

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