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venerdì 17 agosto 2018

SCUOLA. LIBERTA' DI SCELTA PER TUTTI?

             
 Perché in Italia i poveri non possono andare nella scuola che vogliono?              

                                                                                                                        di Anna Monia Alfieri

           La storia d’Italia, lo sappiamo, è intessuta di contraddizioni. Da un Risorgimento che non è andato proprio come abbiamo studiato sui libri di storia, a un cammino di unificazione-piemontesizzazione che, se pure ha uniformato velocemente l’apparato dello Stato, ha anche provocato un malcontento diffuso e radicato dei cittadini nei confronti del Governo; si arriva poi al compromesso giolittiano che sfocia nel Ventennio, per giungere ai cinquant’anni di governo democristiano cancellato da Tangentopoli. Fino alle contraddizioni di oggi. Ovviamente troviamo le eccellenze: si pensi solo alla Costituzione repubblicana, la più perfetta tra le carte costituzionali moderne, secondo il parere di giuristi insigni, non solo italiani.
           Si ritorna però, anche su questo fronte, nel campo delle contraddizioni: la Costituzione garantisce al cittadino italiano il diritto alla libertà di scelta educativa e, sulla carta (L.62/2000), un genitore può scegliere la buona scuola pubblica che desidera, statale o paritaria. A seguire della Costituzione Italiana: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, articolo 26, afferma che i genitori «hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli». Stesso concetto dall’Unesco (1966), e dalla Comunità europea (1984). Ma in Italia il cittadino povero deve pagare, quindi non è libero. La scuola pubblica paritaria – solo in Italia (e in Grecia) – ha un costo troppo alto per le tasche dei poveri: tasse per lo Stato e retta per la scuola. La Costituzione – su questo punto – è lettera morta. La legge 62/2000 afferma giustamente che il sistema scolastico italiano è costituito da scuole pubbliche statali e da scuole pubbliche paritarie, perché “pubblico” non è sinonimo di “statale”. 
          L’Ospedale San Raffaele è pubblico, ma non è statale. Il cittadino paga un ticket e si cura dove vuole. Ma il cittadino povero non può scegliere dove educare il proprio figlio.
Due i richiami fatti all’Italia da parte dell’Unione Europea: flatus vocis. Eppure nella laicissima Francia, dove lo Stato paga gli insegnanti delle scuole paritarie come quelli delle scuole statali, le rette sono bassissime, a motivo dei finanziamenti ricevuti anche dalle amministrazioni locali. In Italia: ogni studente della scuola pubblica statale riceve (cioè costa al contribuente) circa 7.000,00 euro all’anno; lo studente della scuola pubblica paritaria primaria riceve circa euro 450,00. Quello della pubblica paritaria secondaria di I e II grado costa al contribuente statale 50,00 euro all’anno: si potrebbero devolvere alle opere buone dello Stato. Si tratta in tutto di un milione di studenti: quanto costerebbero se defluissero tutti nella sola scuola pubblica statale? Sette miliardi di euro all’anno. In uno Stato totalitario.
             Legittima domanda: ma tutti quei soldi spesi per la scuola pubblica statale portano al miglioramento dell’apprendimento? Risposta: secondo i test Pisa 2015, l’Italia si colloca al 23° posto per le abilità scientifiche e al 24° posto per le abilità di lettura. Mala gestione delle risorse dello Stato, dunque, a spese del contribuente. La mancanza di libertà e di confronto, e quindi il regime di monopolio nella cultura – e nell’educazione -, non pagano mai.

          In questa situazione, l’unica alternativa possibile alla paralisi del sistema scolastico pubblico tutto, statale e non statale, è la definizione di un costo standard per alunno, sulla base di dati reali, presi da esempi virtuosi di gestione. Le famiglie, sulla base della definizione del costo standard, ricevano dallo Stato un voucher spendibile o per la scuola pubblica statale o per la scuola pubblica paritaria. Che lo Stato sia garante della libertà dei cittadini di educare i propri figli nella buona scuola pubblica che desiderano per loro. Le scuole pubbliche di qualità – statali e paritarie – saranno scelte; le altre lo saranno solo in caso di miglioramento della loro qualità. 
           Forse, in tal modo, non sarà necessario reintrodurre il servizio militare “per educare i figli, visto che i genitori non lo fanno”; probabilmente, il livello culturale e comportamentale del cittadino italiano si eleverà oltre l’aggressione ai docenti e ai medici nelle corsie ospedaliere e oltre gli insulti al microfono, da parte del personale di bordo, in un mezzo pubblico pagato dai contribuenti. E forse anche la classe politica ne trarrà giovamento.

tratto da www.tempi.it




sabato 1 agosto 2015

SCUOLA DI TUTTI e PER TUTTI

La sentenza della Cassazione nel tempo della riforma

OCCASIONE E SFIDA
 PER UNA «SCUOLA DI TUTTI»
Perché tanta attenzione sulla questione del pagamento arretrato dell’Ici richiesto alle due scuole paritarie di Livorno, con una sentenza della Cassazione che smentisce il parere dei giudici dei primi due gradi di giudizio? In Italia la scuola è sempre stata terreno di scontro politico, anche se oggi si è creato un fronte trasversale capace di superare schieramenti e pregiudizi, perché ha posto questioni molto concrete. È possibile non riconoscere finanziamenti per il loro funzionamento (non per la loro istituzione) alle scuole paritarie e, contemporaneamente, imporre che non chiedano una retta agli studenti che le frequentano, per evitare di scivolare fra gli enti che svolgono attività 'commerciali'? Con che fondi si potrebbero pagare gli stipendi degli insegnanti?
Il ministro Padoan in questi giorni ha chiarito bene il punto, ricordando che il regolamento attuativo della norma sul pagamento dell’Imu specifica che è da considerare attività «non commerciale» quella che non chiede una retta superiore al «costo medio» di uno studente allo Stato, calcolato dall’Ocse dai 5.739,17 euro degli asili ai 6.94,17 euro delle superiori. Questo regolamento contiene un principio molto interessante tutte le scuole, paritarie e statali: il costo standard per studente. 
Se alle scuole statali e paritarie fossero riconosciuti finanziamenti adeguati a coprire i costi standard e le famiglie potessero scegliere, sarebbe giusto che le scuole paritarie non chiedessero alcuna retta. Ma, visto che lo Stato versa alle scuole paritarie meno di un decimo dei costi che devono sostenere e che le famiglie, possono ricevere al massimo, come detrazioni fiscali, 70 euro netti all’anno a fronte di rette che vanno da 3.000 a 5.000 euro, come si può considerare «commerciale» un’attività che chiede solo il corrispettivo per la copertura dei costi?
 In questi giorni si è più volte fatto riferimento ai circa 6 miliardi annui che lo Stato di fatto risparmia grazie alle scuole paritarie.
Ma non può essere appena questa la ragione per considerarle un valore.
Oggi, potremmo mai pensare come civile un Paese con un solo giornale, una sola rete televisiva, una sola radio, un solo motore di ricerca sul web? Che cosa può garantire l’esistenza in Italia di un 'servizio pubblico' di qualità in un settore così delicato e strategico come l’educazione sulla base di libertà, efficienza ed equità? Perché non aiutare veramente le famiglie a crescere ed educare i figli, dando loro gli strumenti per farlo? In che modo varrebbe la pena usare i fondi della fiscalità generale che derivano dalle tasse versate da tutti i cittadini, senza avere studenti, genitori, insegnanti, scuole, di 'serie A' e di 'serie B' all’interno del sistema nazionale d’istruzione regolato dalla legge?
Forse uno sguardo a quell’Europa che siamo abituati a citare solo quando fa comodo, potrebbe essere utile. In Finlandia, Paese in vetta alle classifiche internazionali, la parità tra scuole statali e scuole non statali è totale. Le scuole sono gratuite, le famiglie hanno libertà di scelta e sono aiutate con contributi per le spese ulteriori che devono sostenere, a seconda del reddito e del numero dei figli. Nella 'laica' Francia gli insegnanti delle scuole paritarie sono pagati dallo Stato e i costi di gestione sono in parte finanziati dagli Enti locali; le famiglie che hanno figli in età scolare hanno dei contributi che vanno dai 4.123 euro annui a 8.349 (per chi ha 4 figli). In Spagna le scuole paritarie convenzionate sono circa il 30%, ricevono dallo Stato i fondi per pagare gli insegnanti e una parte dei costi di funzionamento, i genitori devono pagare rette molto basse. In Gran Bretagna c’è una lunga tradizione di scuole private convenzionate, totalmente finanziate dallo Stato, si chiamano 'public school'. Anche in questo Paese sono previsti aiuti economici per le famiglie con i figli che vanno a scuola (fino a 9.200 sterline per chi ha 4 figli). In Germania il 20% degli Istituti è paritario ed è finanziato con modalità diverse dai Laender.
Allargando la visuale sui Paesi Ocse, con l’ultima indagine 'Education at a Glance' (2012), emerge, poi, che ormai tre Paesi su quattro coprono più del 50% di spese della scuola paritaria gestita della società civile ( governative dependent private schools) e che in Italia, mentre le spese del bilancio 2012 per le scuole statali sono state di circa 57.571.000.000 per 7 milioni e mezzo di studenti, per le scuole paritarie sono stati spesi 511 milioni euro, per più di 1 milione di studenti. Dopo di noi c’è solo la Grecia.
L’Italia ha una buona legge fatta da Luigi Berlinguer nel 2000 che disegna, rispettando la nostra Costituzione, un sistema nazionale di istruzione formato da scuole statali e paritarie, la 'Buona Scuola' con l’articolo 1 comma 151, ha introdotto la possibilità di detrarre i costi sostenuti per la frequenza delle scuole paritarie (si tratta di una restituzione simbolica alle famiglie che non supererà, come detto, i 70 euro annui, ma stabilisce un principio di giustizia essenziale) e parla di nuovi criteri per l’assegnazione dei fondi alle scuole statali, per la gestione dei bilanci.
Avendo finalmente un po’ più di coraggio nell’affrontare la sfida e, come è già stato annotato su
Avvenire, grazie anche alla riflessione provocata dalla sentenza della Cassazione sulle paritarie livornesi, forse si può costruire un sistema davvero equo, in grado di dare più risorse a una 'scuola di tutti', statale e paritaria, e di aiutare le famiglie a svolgere il proprio compito educativo senza discriminazioni di sorta.

Da AVVENIRE, 1 agosto 2015

giovedì 16 maggio 2013

IL REFERENDUM DI BOLOGNA



Comunicato stampa


Sulla scuola non ci si può dividere

L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) esprime forte preoccupazione per il clima di contrapposizione che ha ispirato e accompagna l’ormai prossimo appuntamento referendario comunale della città di Bologna di fine maggio. Alla base dell’istanza del comitato promotore vi è una posizione che, a giudizio dell’Associa-zione, risente di un’evidente, malcelata e antistorica deriva ideologica, che interpreta in “laicite” il giusto e irrinunciabile principio di “laicità” della Repubblica che caratterizza la nostra Carta costituzionale.
Il quesito referendario sembra non tenere conto dell’evoluzione normativa nel nostro Paese e di concreti e inconfutabili dati di realtà. Contrapporre scuola statale e paritaria comunale a scuola paritaria privata significa non aver metabolizzato adeguatamente il dettato della Legge 62/2000, ulteriormente ribadito nelle recenti Indicazioni nazionali per il curricolo. Una norma “laica” che riconosce la funzione pubblica dell’istituzione scolastica a prescindere dall’ente gestore (Stato, Comune, privato). Un principio che pone al centro non “il chi fa”, ma il “per chi si fa” scuola: il bambino.
Ciascun soggetto in formazione ha il diritto costituzionale ad avere un’istituzio-ne scolastica che lo accolga e lo accompagni nel percorso di crescita e di umanizzazione. È importante poter contare su una scuola vera e di qualità. I dati confermano che, senza le migliaia di scuole paritarie, la Repubblica non potrebbe ottemperare al proprio mandato di occuparsi di tutti senza dimenticarne qualcuno, anzi molti. Lo sviluppo del sistema pubblico integrato garantisce la possibilità di andare incontro alle esigenze delle famiglie nel rispetto della libertà di scelta educativa. La mancata generalizzazione della scuola dell’infanzia dipende dall’atavica mancanza di fondi, oltre che da volontà politica e, non certo, dalla presenza delle scuole non statali.
L’AIMC richiama tutte le forze e i soggetti in campo a riflettere sulla necessità di non considerare la Scuola terreno di divisione, ma di unione, non campo di battaglia ideologico, ma free zone di collaborazione, non istituzione su cui si fanno i conti, ma su cui si conta per il futuro e la crescita dell’Italia. Il momento storico, proprio perché fortemente condizionato dalla crisi economica, chiama a responsabilità e a considerare la scuola di tutti e per tutti e, proprio per questo, bene pubblico da difendere e promuovere.
La presidenza nazionale AIMC

Roma, 16 maggio 2013