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sabato 17 gennaio 2026

VOCI LIBERE

 

Roma, arte e lezioni

 sui media a scuola

 per prevenire

la discriminazione di genere

Una fondazione nazionale, Mus-e, e una realtà capitolina, Fondazione Media Literacy, insieme per insegnare a 130 adolescenti il rispetto e l'inclusione. Al via "Voci libere", una buona pratica contro la povertà educativa, finanziata da Roma Capitale


di Giampaolo Cerri


Far riflettere a scuola sulla parità di genere si può fare in molti modi ed è già positivo che si faccia. Spesso, se lo si fa, si ricorre al più classico dei modi ossia l’educazione frontale: l’insegnante affronta il tema, ne parla, spiega, interagisce con la classe.

Grazie alla filantropia, si vanno facendo strada anche altre modalità.

Ne arriva, in questi giorni, una testimonianza da Roma, nel XIII Municipio, che sta nel quadrante ovest del Urbe, dai quartieri Aurelio e Boccea a uscire, verso la costa. Lo stesso municipio ha selezionato infatti un progetto di Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia, Voci libereche coinvolgerà sette classi della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo Maria Capozzi di Roma, per un totale di oltre 130 studenti e studentesse, insieme a 12 docenti e 130 famiglie, «con l’obiettivo», spiegano le due fondazioni, «di promuovere relazioni consapevoli, inclusive e rispettose e di prevenire stereotipi, discriminazioni e dinamiche di violenza fin dalla prima adolescenza». Voci libere è pronto a partire.

Dalla danza allo storytelling per carpire le differenze

Succederà che, attraverso teatro, danza, storytelling, riscrittura delle fiabe e percorsi dedicati alle biografie femminili, i laboratori artistici, condotti in classe dalle artiste professioniste di Mus-e, offriranno a ragazzi e ragazze uno spazio di espressione, confronto e riflessione sui temi dell’identità, delle emozioni, delle relazioni e della parità di genere.

A questi si affiancherà un percorso di educazione ai media, curato da Fondazione Media Literacy, che porterà studenti e studentesse a sviluppare uno sguardo critico sui modelli culturali e comunicativi e a sperimentare direttamente strumenti di narrazione contemporanea.

«Sensibilizzare e coinvolgere i giovanissimi sulle tematiche di parità di genere e contrasto alla violenza sulle donne attraverso linguaggi artistici, espressivi e creativi», è infatti l’obiettivo del progetto educativo, avviato dall’associazione temporanea di scopo Mediamuse, costituita appunto da Fondazione Media Literacy con Fondazione Mus-e Italia e finanziato da Roma Capitale – Dipartimento Scuola, lavoro e formazione professionale, nell’ambito dell’avviso pubblico “per la promozione dell’educazione alla parità tra i generi e la prevenzione e il contrasto della violenza e delle discriminazioni di genere” nelle scuole secondarie di primo grado del territorio.

«Elemento distintivo del progetto», spiegano le due fondazioni, «sarà infatti la realizzazione di podcast originali, ideati e prodotti con il supporto di giornalisti ed educatori. I podcast diventeranno uno strumento di restituzione e disseminazione del percorso, dando voce ai ragazzi e alle ragazze e contribuendo a diffondere una cultura del rispetto e dell’inclusione anche oltre il contesto scolastico».

A mettersi insieme sono infatti l’esperienza di Fondazione Media Literacy, attiva nella Capitale «nel campo dell’educazione ai media e al loro uso consapevole» e quella di Fondazione Mus-e Italia «per il contrasto della povertà educativa attraverso il linguaggio universale dell’arte».

Voci Libere, assicurano gli organizzatori, si caratterizzerà «per un approccio educativo innovativo, incentrato su metodologie didattiche non convenzionali, che coinvolgono attivamente studenti e studentesse nel processo di apprendimento e li rendono protagonisti del percorso di sensibilizzazione».

Creatività ed educazione al linguaggio

Lo sottolinea Lidia Gattina, giornalista, segretaria generale di Fondazione Media Literacy«L’educazione al linguaggio e ai media è uno strumento fondamentale per contrastare stereotipi e discriminazioni fin dalla giovane etàLa nostra esperienza, maturata negli anni nell’ambito dell’inclusione e della parità di genere, ci insegna che sviluppare consapevolezza critica significa anche promuovere una cultura inclusiva, capace di riconoscere e rispettare le differenze».

Le fa eco Laura Avagnina, coordinatrice di Fondazione Mus-e Italia a Roma: «I linguaggi artistici», spiega, «rappresentano uno strumento educativo privilegiato per favorire lo sviluppo di competenze fondamentali come empatia, resilienza, creatività, libera espressione, autostima e rispetto reciproco. Attraverso Voci Libere, le artiste di Mus-e accompagnano ragazze e ragazzi in un percorso che li valorizza nella loro unicità, al di là di ogni forma di discriminazione o pregiudizio, compreso quello di genere, incoraggiando l’espressione artistica come spazio libero da stereotipi e barriere culturali, capace di promuovere relazioni più consapevoli, inclusive e rispettose»

La scuola: «Insegnare il rispetto di genere»

Soddisfatta anche la scuola: «L’Istituto», conferma  Carla Felli, dirigente scolastica dell’I.c Capozzi, «ha colto immediatamente l’opportunità preziosa e destinato il progetto Voci Libere alle classi seconde della scuola secondaria di primo grado perché le alunne e gli alunni di 12/13 anni in fase di preadolescenza sono proprio nel giusto momento evolutivo per avere una formazione trasversale significativa sul rispetto di genere». Aggiungela dirigente, che «la società, il mondo che abitano deve essere decodificato per loro nei significati profondi ed è la scuola che deve fornire gli strumenti adeguati anche e soprattutto attraverso i linguaggi artistici del fare e non solo del sapere, proprio per arrivare ad un’interiorizzazione profonda dei principi di rispetto e inclusione».

Docenti e famiglia nel progetto

Il progetto, sottolineano gli organizzatori, «attribuisce un ruolo centrale anche al coinvolgimento del personale docente e delle famiglie, considerate parte integrante della comunità educante, attraverso momenti di formazione, informazione e restituzione condivisa territoriale, per presentare gli esiti del progetto e i contenuti realizzati dagli studenti».

l percorso si concluderà ad aprile, con un evento pubblico finale, aperto alla comunità scolastica e alla cittadinanza.

 VITA


domenica 28 aprile 2024

LE RAGIONI DEL MERITO

 

QUALE MERITO?


Operando una profonda destrutturazione dei paradigmi che solitamente accompagnano l'opzione meritocratica, il saggio assume in chiave critica la lettura prevalentemente negativa del merito. Risolto come presupposto di vantaggio o potere individuale, se non di legittimazione delle disuguaglianze. In un orizzonte eticamente compromesso connotato di arroganza, discriminazione, selezione.

E dove i rapporti sociali, per lo più determinati in partenza, si esauriscono inesorabilmente in un gioco a somma zero. Con vincitori e perdenti.

Tali approcci, a parere dell'autore, sono ampiamente riconducibili, per la ricerca sociologica e non solo, alle conseguenze nefaste della società contemporanea. Dove a prevalere sono ideologie e culture che premiano individualismo e competizione, disuguaglianza ed esclusione. E a dettare legge restano soltanto i risultati, e con essi la ricchezza e il potere.

In tale contesto il merito è - non può non essere - valore assoluto. Indiscutibile. Da accogliere o rifiutare. Senza via di mezzo.

L'obiettivo della ricerca, al contrario, è quello di problematizzare il tema del merito, relativizzarne il valore e il significato. Porlo all'interno di una molteplicità di fattori che concorrono a diventare leva di emancipazione e di responsabilità individuale e collettiva. Fattori di cambiamento e di sviluppo.

Il tentativo è quello di sciogliere il dilemma che da qualche tempo coinvolge il mondo politico, economico e sociale. E che può tradursi nell'interrogativo: il merito è l'esito sufficientemente scontato di una società ingiusta, oppure è il prodotto e il riconoscimento di un'azione pur incerta e faticosa di emancipazione e di riscatto di individui e gruppi per costruire una società un po' più giusta e solidale?

L'intento è quello di riconoscere e apprezzare il valore di ogni scelta compiuta nell'ottica del contributo offerto al raggiungimento del bene comune.

La ricerca tematizza in particolare, i concetti di uguaglianza e di libertà attraverso un'ottica pluralista. Che privilegia approcci e dimensioni del merito secondo le categorie del riconoscimento, dell'identità e della dignità, dei bisogni e dei diritti.

Inoltre, ben oltre i confini dell'uguaglianza, il lavoro si pone il problema della distribuzione delle opportunità nei termini più comprensivi dell'equità. Ciò senza trascurare il rapporto con la giustizia, l'inclusione sociale e la differenza.

Aderendo alla proposta di ridefinizione del merito nei termini meno equivoci di meritevolezza e/o meritorietà, l'autore sviluppa un'ipotesi di intervento che chiama in causa il ruolo attivo di ogni soggetto nel realizzare se stesso e i propri valori, e l'attuazione di politiche atte a creare le condizioni migliori di uguaglianza democratica centrata sulla garanzia di agire i diritti di cittadinanza. All'interno di una società giusta, luogo di cooperazione tra persone libere e uguali, aventi pari dignità.

A cominciare dall'istruzione. Dove, partendo dal superamento del dilemma selezione-socializzazione, l'autore giudica insufficiente la soluzione dell'uguaglianza delle opportunità a favore dell'uguaglianza delle capacità. In grado di convertire opportunità e risorse in effettive libertà di scelta.

Il ruolo della scuola risiede piuttosto nello scoprire e sviluppare i talenti. Non nell'esaltazione dei soli risultati ma nella considerazione del percorso e dell'impegno nell’affrontare le difficoltà. E dove comunque, prima di riconoscerlo e premiarlo, il merito va alimentato per farlo fiorire.

L'obiettivo, allora, non è solo garantire 'i capaci e meritevoli', ma garantire le condizioni per diventare 'capaci e meritevoli'. Per sviluppare le proprie capacità. Al di là di standard predefiniti.

Riscoprire il senso e il valore della formazione scolastica, come strumento di uguaglianza sociale, e come volàno di una democrazia intesa come sforzo continuo di vivere secondo saggezza, solidarietà e ricerca del bene individuale e collettivo.

 

Le ragioni del merito: appunti per un dibattito

di Enzo Bertellini | aprile 2024

ISBN-13        979-8882700934

sabato 11 dicembre 2021

INTOLLERANZA E DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA


Santa Sede all’Osce: 

combattere intolleranza e discriminazione religiosa

“I crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale": lo ha detto l'Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Osce, intervenuto il 9 dicembre ad una riunione dell’organismo europeo

- Isabella Piro – Città del Vaticano

Crescono in Europa l'intolleranza e le discriminazioni motivate da antisemitismo e pregiudizi religiosi: a lanciare l’allarme è monsignor Janusz Urbańczyk, Osservatore permanente della Santa Sede presso l'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna), nel corso della 1348.ma riunione del Consiglio permanente dell’organismo, svoltasi il 9 dicembre. Il presule sottolinea, in particolare, che “i crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale”; pertanto, tutti gli Stati membri sono invitati ad affrontare “senza pregiudizi o selettività gerarchica” tali fenomeni contro cristiani, ebrei, musulmani e membri di altre religioni.

No ad approcci parziali

Non solo: gli ultimi dati raccolti, sottolinea il presule, indicano che “le comunità cristiane sono ampiamente vittime di crimini d'odio e di incidenti motivati da pregiudizi anti-religiosi anche negli Stati in cui esse sono in maggioranza”. Nel 2020, infatti, in Europa, sono stati segnalati 980 casi di crimini d’odio contro i cristiani, quasi il 25 per cento del totale, ovvero più di qualsiasi altro gruppo religioso e con un aumento di quasi il 70 per cento rispetto all'anno precedente. Per questo la Santa Sede auspica “la stessa attenzione per tutte le forme di intolleranza religiosa e di discriminazione”, indipendentemente dal fatto che siano dirette contro maggioranze o minoranze. In sostanza, afferma l’Osservatore permanente, bisogna escludere “qualsiasi approccio parziale o selettivo”.

In aumento attacchi contro luoghi di culto

C’è poi un altro numero in crescita ed è quello degli “attacchi terroristici, crimini d'odio e altre manifestazioni di intolleranza che prendono di mira sinagoghe, moschee, chiese, luoghi di culto, cimiteri e siti religiosi”. Di qui il richiamo del presule all’Osce affinché si elaborino linee guida specifiche per garantire “la sicurezza delle comunità cristiane, in aggiunta e sulla base di quanto già svolto” per la tutela delle comunità ebraiche e musulmane.

Preconcetti e stereotipi sulla fede

Per conto della Santa Sede monsignor Urbańczyk si dice preoccupato anche per l’intolleranza e le discriminazioni crescenti che deve affrontare “chi vuole vivere e agire secondo coscienza, ispirato dal proprio credo religioso”. In questo caso, spiega il presule, entrano in gioco “stereotipi negativi sulla fede”, secondo cui “i comportamenti di ispirazione religiosa, come la circoncisione, la macellazione rituale, l'abbigliamento religioso o l'obiezione di coscienza non dovrebbero avere spazio nella società moderna e secolarizzata”. Ma questi sono “preconcetti”, afferma l’Osservatore permanente, preconcetti che “ignorano che la religione può essere un fattore positivo e stabilizzante per le nostre democrazie”.

Tutelare libertà di religione

Per questo, conclude il presule, la Santa Sede sostiene l’impegno dell’Osce contro il razzismo, la xenofobia, l'antisemitismo, l'intolleranza e la discriminazione contro i musulmani, i cristiani e i membri di altre religioni e ribadisce che tale impegno “non può essere separato da quello in favore della libertà di religione o di credo”.

Vatican News



 

sabato 26 giugno 2021

DDL ZAN. CHE LA RAGIONE PREVALGA!


 -        di Giuseppe Savagnone


«Concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali». Così è intervenuto il card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nel dibattito sul rapporto tra il Vaticano e lo Stato italiano.

Un intervento che in cui si manifesta l’evidente intento del Vaticano di abbassare i toni della polemica – e forse la presa di coscienza di avere fatto un passo controproducente, almeno davanti all’opinione pubblica –, come conferma anche la precisazione del “ministro degli Esteri” del papa, secondo cui la Nota era destinata a rimanere «un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato».

Peraltro, il cardinale ha ribadito ciò che già si sapeva: «Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare il ddl Zan. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è».

Un problema reale da discutere laicamente

Quale che sia la valutazione della opportunità o meno dell’intervento della Santa Sede, c’è almeno un punto su cui sarebbe bene riflettere, si sia o meno d’accordo con esso nel suo insieme. Discuterlo con equilibrio, al di là del coro di proteste che la Nota ha suscitato – alcune, per la verità, evocanti un laicismo vecchio stampo, come nel caso di Fedez – non è una rinuncia alla laicità, ma il rispetto della sua essenza, che è la disponibilità a confrontarsi razionalmente con chi la pensa in modo diverso.

Nel ddl Zan si prevede un aggravio di pena per chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione» nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Ora, come ha fatto notare Parolin, «il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo».

Basta cercare nel vocabolario «Treccani»: il significato di “discriminare” è «distinguere, separare, fare una differenza». Ora, è chiaro che chi – come la Chiesa cattolica, ma non solo – non condivide l’equiparazione piena tra i rapporti eterosessuali e quelli omosessuali, sta ponendo per ciò stesso una differenza, una discriminazione tra i primi e i secondi. Rientra per questo nella fattispecie criminale prevista dal ddl Zan?

È vero che, per rispondere alle preoccupazioni di chi accusava il ddl Zan di impedire ogni forma di dissenso rispetto alla dibattuta questione del gender, è stato inserito appositamente nel testo l’articolo 4, che esclude dalla punibilità «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte». Ma anche questa precisazione contiene, alla fine, una postilla non insignificante: «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Mettendo da parte l’ipotesi estrema della violenza, un giudice non potrebbe considerare una omelia, una catechesi – o anche semplicemente una presa di posizione da parte di chiunque sostenga che quello tra uomo e donna è l’unico “vero” matrimonio – come manifestazioni di pensiero «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori», nella misura in cui destinate a convincere gli ascoltatori a fare una netta differenza, e quindi una discriminazione,  tra l’unione eterosessuale e quella gay?

Quand’è che la discriminazione – il “fare la differenza” – tra eterosessualità e omosessualità è l’implicazione di una visione dell’essere umano, del corpo, della sessualità, pur nel pieno rispetto delle persone, e quando invece comporta il proseguimento di una secolare, triste tendenza, ancora molto diffusa, a insultare, umiliare, perseguitare, emarginare chi è “diverso”? Questo il ddl Zan non lo precisa.

Il valore della differenza

Qualcuno dirà che già ammettere una diversità è una forma di emarginazione. Non è vero. È proprio questo l’equivoco delle gender theories, quando puntano a “decostruire”, o comunque a minimizzare, la differenza sessuale inscritta nella biologia e nella morfologia dei nostri corpi, considerandola automaticamente fonte di ingiustizia e di violenza. Non è vero che si può rispettare l’altro solo se si elimina la sua diversità. Al contrario, il vero rispetto nasce proprio dall’accettazione delle differenze. La reazione contro l’“omofobia” non può giustificare un’altrettanta disastrosa tendenza all’omologazione indiscriminata, peraltro già presente nella nostra società.

E finché non si faranno queste precisazioni, anche il messaggio culturale ed educativo che il ddl Zan vuole indirizzare alla società, e in particolare alle scuole, con l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia”, rischia di essere estremamente ambiguo e di trasformarsi, in molti casi – pur col lodevolissimo intento di combattere il bullismo e altre forme di cattiva discriminazione –, in un’ esaltazione della in-differenza tra maschile e femminile, tra omo ed eterosessualità, tra famiglie etero e famiglie gay, tra la generazione fondata sull’amore tra uomo e donna e quella che fa ricorso all’utero in affitto.

Particolarmente allarmante è che la prospettiva di questa propaganda capillare gravi su tutte le nostre scuole, di ogni ordine e grado, incluse le elementari. Un emendamento, che prevedeva l’introduzione nel ddl Zan del consenso dei genitori per i bambini della scuola primaria, è stato respinto. Come non vedere il pericolo di una ideologia di Stato, che scavalca la Chiesa, ma anche la famiglia?

Il pasticcio

Detto tutto ciò, bisogna prendere atto che la gestione “politica” di queste legittime esigenze, da entrambe le parti oggi in conflitto, ha lasciato molto a desiderare e ha impedito di affrontare i problemi reali. A lungo la posizione della Cei è stata del tutto negativa verso il ddl Zan, bollato in blocco come suerfluo e liberticida. Non si sono colte le esigenze in sé giuste che esso rappresentava e non si è fatto lo sforzo per distinguerle dalle formulazioni sbagliate. Solo in extremis – quando ormai era chiaro che il testo stava per diventare legge – in una battuta con i giornalisti il card. Bassetti ha precisato che l’intento dei vescovi non era di affossare il testo, ma di modificarlo. Come del resto oggi ribadisce la Santa Sede, che però è intervenuta troppo tardi per avviare un dialogo costruttivo e si è attirata, con il suo passo, accuse di ingerenza del tutto infondate (qui si tratta del rispetto di un accordo tra due Stati e del legittimo confronto tra essi quando nascono dei problemi), ma accolte in blocco da un’opinione pubblica poco abituata (ancora una volta) a fare distinzioni.

Dal lato del Parlamento si è lasciato che gli equivoci del ddl Zan permanessero, dando spazio alle fazioni che vedono nella battaglia sulle questioni etiche un modo per smantellare la tradizione etica del nostro Paese. Particolarmente assordante il silenzio dei deputati e senatori cattolici disseminati sia a destra che a sinistra, con la sola eccezione – purtroppo sospetta – di quelli che da tempo cercano di accaparrarsi l’elettorato cattolico, ostentando una ispirazione evangelica di cui il loro programma complessivo è una evidente smentita. E questa confusione (ancora una volta, si misconoscono le differenze) tra laicità e laicismo non poteva che portare allo scontro.

Il risultato è sotto i nostri occhi. Difficile dire come finirà. Ma non possiamo rinunziare alla speranza che la ragione – non la fede – prevalga, per migliorare il ddl Zan e far sì che le giuste esigenze che esso rappresenta si concilino con il rispetto di un pluralismo esaltato da tutti a parole, ma minacciato nei fatti.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 30 novembre 2018

UNESCO: I BAMBINI VITTIME DI ESPULSIONI E DISCRIMINAZIONI

Dossier su educazione e migrazioni: 
in 2 anni persi un miliardo e mezzo di giorni di scuola dagli alunni profughi nel mondo
Una persona su 8 è un migrante interno, una su 30 non vive nel Paese in cui nasce. Spiega l’ex ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, da maggio vicedirettrice dell’Unesco: «Viviamo in un mondo in movimento, spesso drammatico: 4 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni sono rifugiati, 11 milioni sono migranti. Dal 2016 ad oggi hanno perso un miliardo e mezzo di giorni di scuola».
L’occasione della conta è la presentazione, all’Università Cattolica di Milano, del Rapporto mondiale di monitoraggio dell’educazione 2019 (Global Education Monitoring) dell’Unesco. «Il titolo indica la direzione: 'Migrazioni, spostamenti forzati e educazione: costruire ponti, non muri'» e fa il punto su come la migrazione impatta sull’istruzione, nei Paesi di partenza come in quelli di arrivo.
E le risposte sono diverse: in alcuni casi migliorano i livelli di alfabetizzazione dei migranti, in altri peggiorano. La scuola infatti è il luogo in cui si costruiscono ponti; ma – sottolinea il rapporto – non sempre: «Negli Stati Uniti, che nel 2014 contavano 11 milioni di immigrati irregolari – spiega Giannini –, la minaccia di espulsione tiene i bambini lontani dalla scuola. Così nel 2017 il tasso di assenteismo del distretto scolastico di Las Cruces, nel New Mexico, è aumentato del 60%».
Il rapporto ha uno sguardo globale, critica le nazioni – come Thailandia, Tanzania e Bangladesh – che chiudono le porte delle classi ai bambini privi di documenti. «L’Italia – ricorda la vicedirettrice Unesco – ha una scelta immensa da tutelare: accettare nelle aule tutti i bambini, indipendentemente dallo status giuridico dei genitori». Un principio importantissimo, che talvolta viene minato per quanto riguarda l’accesso a mense, asili e ciò che dipende dagli enti locali.
Un esempio: la Dote Scuola della Regione Lombardia, che serve per acquistare i libri alle medie, non viene assegnata in base alla frequenza scolastica ma alla residenza. «Vuol dire – è emerso nel convegno – lasciare senza testi i ragazzi che non hanno i documenti. Nel caso dei comunitari, come i rumeni, i figli dei disoccupati. Insomma i più poveri».
Per Milena Santerini, direttrice del Centro di ricerca sulle Relazioni Interculturali della Cattolica e organizzatrice dell’incontro, «è arrivato il tempo dell’intercultura 2.0. Non un insegnamento, ma un modo di essere dei docenti e della scuola, che assuma una dimensione integrante per tutti, ricordandosi che le differenze non sono solo etniche». Del resto il 61% degli alunni stranieri è nato in Italia e rischia dunque di sentirsi straniero a casa propria.
«Il Rapporto – nota Santerini – permette di confrontare le politiche locali con le raccomandazioni internazionali: l’incremento dei servizi per l’infanzia è un punto di forza del nostro Paese, ma solo il 77% dei bambini di cittadinanza non italiana li frequenta contro il 94% dei nativi. L’istruzione professionale e l’educazione degli adulti sono invece settori deboli».
Durante il convegno si sono alternate voci dell’università, della società civile e delle istituzioni; sono sfilate esperienze significative come l’Istituto comprensivo Casa del Sole di via Padova a Milano, il progetto Espar che ha sperimentato un passaporto per riconoscere le competenze professionali dei richiedenti asilo, i corsi universitari per rifugiati di Uninettuno, la Scuola della Pace della Comunità di Sant’Egidio.
Quest’ultima esprime una forte preoccupazione per gli effetti del Decreto sicurezza approvato martedì alla Camera: «All’hub regionale di Bresso hanno annunciato l’allontanamento di diversi titolari di permesso umanitario, che rischiano così di diventare senza dimora. Sono arrivati i primi rigetti per le domande di residenza di richiedenti asilo: vuol dire, tra l’altro, meno opportunità educative».
Infatti la Garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano, in audizione il 19 novembre alla Camera, ha espresso serie preoccupazioni per il futuro del 58,9% degli oltre 12mila minori non accompagnati presenti sul territorio nazionale che a breve compiranno 18 anni.